Il gioco del calcio e i Mister, l’importanza di essere prima un “formatore”

Avantgardia

Il mister non è solo colui che insegna tecniche e strategie calcistiche è una figura importantissima, in quanto diventa un vero e proprio esempio per i giocatori, in modo particolare per i più piccoli e per gli adolescenti.

La federazione Gioco Calcio definisce il Mister delle squadre giovanili, con la parola FORMATORE. L’allenatore rappresenta l’esperto, ovvero colui che facilita l’autoconsapevolezza dell’allievo e crea occasioni di apprendimento. Il compito dell’allenatore è dunque quello di trasmettere competenze e conoscenze, ma deve essere consapevole che anche lui ha la possibilità di imparare da ogni persona in società, da ogni ragazzo che lo segue e da ogni situazione. Questo è sicuramente il primo passo per raggiungere l’eccellenza, in un mestiere che non è solo vincere ma anche insegnare dei valori, che ogni ragazzo porterà nello sport e soprattutto nella vita quotidiana quando sarà un UOMO. È quindi importante che sappia creare un rapporto con i propri allievi.

Cosa dovrebbe avere un buon Mister per poter davvero salire all’Olimpo?

  • Aver Partecipato e conseguito dei patentini che identifichino capacità di tipo tecnico e tattico;
  • Preparazione sul piano didattico per saper comunicare le proprie nozioni in modo semplice e chiaro;
  • Empatia umana di base ed intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere le proprie e le altrui emozioni e sapersi relazionare con esse;
  • Saper dialogare avendo anche la capacità di ammettere i propri errori, questo induce al rispetto e alla stima: è fondamentale saper essere autocritici e capire dove sta l’errore, prendendosi le proprie responsabilità;
  • Dimostrare sicurezza, che aiuta a creare e diffondere la motivazione nei ragazzi;
  • Ambizione e apertura mentale: è importante sapersi mettere in discussione, accettare visioni differenti dalla propria, mettersi nei panni degli altri e cercare soluzioni alternative se necessario;
  • Partecipare all’evoluzione del mestiere, senza rimanere rigidamente ancorati alle precedenti esperienze vissute;
  • Entusiasmo e passione per il proprio lavoro: tutto parte dal cuore e dall’amore per il calcio!

Perché scriviamo questo breve decalogo?  Il perché è molto semplice, da ormai molto tempo veniamo contattati da genitori che si lamentano sia di quanto avviene in campo, sia per il rapporto che alcuni Mister hanno con i loro calciatori.  Un genitore in particolare ci racconta che l’allenatore della squadra del figlio, riprende ripetutamente i suoi giovani calciatori con “parolacce” e frasi che potremmo scrivere solo con l’ausilio di molti asterischi, anche durante le partite di campionato. Tutto questo sempre con una sigaretta in bocca… Questo genitore accusa il colpo ma non reagisce alle “provocazioni” lanciate anche verso il figlio, perché vuole evitare uno scontro che danneggerebbe solo il giovane calciatore e perché gli altri genitori presenti in tribuna, danno seguito al triste comportamento dell’allenatore, giustificandolo come insegnamento alla vita futura. Ma quale principio governa queste menti? il principio dell’arroganza? della supremazia a tutti i costi? i principio del non rispetto dell’altro in quanto uomo o donna che sia? il principio della meritocrazia forzata e ostentata porterà solo a ragazzi, che divenuti uomini, si rapporteranno alla società con lo stesso atteggiamento subito nella fase adolescenziale, perché sapranno sopravvivere solo così.

L’attività sportiva in generale deve aiutare gli adolescenti a incanalare gli istinti aggressivi in maniera socialmente accettata, a essere responsabili, a prendere iniziative, a socializzare e a cooperare. Inoltre, insegna a pensare in modo positivo e a essere propositivi.

Valori, principi ed esperienze di vita, un bagaglio importantissimo che contribuisce a formare la personalità. Un articolo comparso sul quotidiano web “Avvenire.it” evidenziava: “Quando i ragazzi sentono attenzione verso il loro percorso sportivo generalmente sono disposti e capaci di comprendere scelte e gestire delusioni; viceversa, se avvertono scelte strumentali (allenatori che cercano la relazione con i più bravi o solo quando in virtù di un risultato da raggiungere) perdono motivazione e fiducia e non riescono più a dare il massimo, sentendosi esclusi dal processo di miglioramento, da una progettualità. Infine, viene evidenziata la capacità dell’allenatore di creare un buon ambiente relazionale, un buon clima di ‘squadra’ sostenendo la possibilità di sperimentare una concreta ma allo stesso protetta relazione tra pari. l’allenatore è un adulto diverso dal familiare cui potersi rivolgere. In altri casi qualcosa si rompe e la fiducia riposta all’inizio lascia posto a delusione e amarezza, spesso preludio dell’abbandono della pratica sportiva (non tanto di passaggio ad altro sport ma di abbandono puro). …La qualità di tale relazione è l’essenza del coaching e ne condiziona il suo successo; se si basa appunto sul rispetto, la fiducia e l’impegno reciproco sostiene tanto l’allenatore quanto gli atleti nel raggiungere gli obiettivi condivisi. In questo senso gli allenatori sono attori cruciali nell’influenzare l’esperienza sportiva dei giovani e di ciò che comporta in termini di loro divertimento, motivazione e sulla possibilità di sviluppare abilità sportive e senso di efficacia individuale e collettiva… Questi dati rimandano all’importanza delle competenze del ruolo dell’allenatore e dei percorsi formativi più adeguati (tema peraltro in agenda Ue), che scelgano di partire dalla pratica e dal metodo della specifica disciplina sportiva strettamente intrecciati con le competenze relazionali, evitando scissioni tra tecnica in senso stretto e aspetti valoriali che poi spesso non sanno ricomporsi.

Crediamo che questa citazione metta in luce i reali problemi con cui molte famiglie si trovano a lavorare per il bene dei loro figli. Ma allora perché non ricostruire un nuovo tessuto, che riesca a ricostruire le fondamenta dell’insegnamento e della formazione anche nello sport?

Nel nostro caso ci rivolgiamo direttamente alla FIGC e alle sue delegate minori LND, chiedendo loro di fermarsi a ragionare sull’importanza della formazione dei nuovi Mister, trovando il modo di verificare se quanto richiesto nei corsi di formazione viene poi riportato nella vita sportiva e sui campi da gioco. 

Chiediamo un intervento mirato ad allontanare chi non si assume la responsabilità di essere un formatore prima che un “vincitore a tutti i costi”, chiediamo di allontanare chi non incarna i giusti valori dello sport, solo così, forse, riusciremo a costruire una nuova società, fatta di uomini con dei sani principi.

Utopia? forse, ma i grandi cambiamenti incominciano sempre dalle piccole cose…

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