Disagio giovanile, cosa possono fare i genitori secondo il neuropsichiatra
Il disagio giovanile è una di quelle espressioni che sentiamo ovunque, nei telegiornali, nelle chat dei genitori, fuori dai cancelli di scuola. Ma cosa significa, concretamente, per una famiglia? Ne abbiamo parlato con il dottor Alessandro Albizzati, direttore della struttura complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, da poco inaugurata all’Ospedale San Carlo di Milano, nella puntata di Pillole di Salute. Un incontro per capire come riconoscere il disagio giovanile e a chi chiedere aiuto, senza aspettare che le cose peggiorino.

Perché il disagio giovanile va intercettato presto
Il punto di partenza di Albizzati è quasi un metodo di lavoro, intercettare le difficoltà il più precocemente possibile. Un centro come quello del San Carlo, spiega, permette di avviare l’iter senza perdere tempo, sia con i bambini piccoli sia con i ragazzi, perché l’unità può seguire i pazienti fino alla tarda adolescenza, intorno ai diciotto anni. Il disagio giovanile non aspetta i tempi della burocrazia, e la neuropsichiatria infantile nemmeno dovrebbe.
Non cambia, precisa il direttore, il cuore del lavoro, cioè rispondere al territorio. Cambia lo spazio, più grande, funzionale e, parole sue, molto civile nell’accogliere i pazienti. Avere più servizi sotto lo stesso tetto crea sinergie, in un momento in cui la richiesta di intervento neuropsichiatrico cresce di continuo. I numeri gli danno ragione. Secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, un adolescente su sette mostra segni di sofferenza psichica, mentre al Bambino Gesù di Roma gli accessi psichiatrici in pronto soccorso sono passati da circa 230 nel 2011 a oltre 1.600 nel 2025. Il disagio giovanile ha ormai la forma di un’emergenza.
Sul nostro territorio, le due sedi Uonpia dell’ASST Santi Paolo e Carlo seguono circa 2.400 pazienti e fanno tra mille e milleduecento prime visite l’anno, con una lista d’attesa che Albizzati non nasconde.
I segnali del disagio giovanile che le famiglie rischiano di non vedere
Albizzati parla di un’ondata che dura da parecchi anni e che si esprime nelle scuole, nei contesti educativi, mentre le famiglie restano discretamente sole nella risposta. Ciò che più lo colpisce è il numero di ragazzi che incontra, in ambulatorio e nelle scuole dove fa formazione, e che raccontano un dolore profondissimo nel vivere la quotidianità. I segnali di disagio hanno spesso un corpo. Ragazzine che restano coperte anche ad agosto per nascondere ferite che non vogliono mostrare. Ragazzi a cui manca il fiato e che non riescono a muoversi in modo libero. Il disagio giovanile si legge anche nei gesti piccoli, e qui i pediatri hanno un ruolo fondamentale, perché intervenire presto serve a far sì che questi ragazzi diventino cittadini a pieno titolo.
Entrare nel web insieme ai figli, e lasciare da parte lo stigma
Molte famiglie esitano davanti alla parola neuropsichiatra, come se bastasse varcare quella porta per ricevere un’etichetta. Albizzati rovescia l’idea. Rivolgersi a lui non significa avere per forza un disturbo, e a Milano, dice, lo stigma è in forte diminuzione, un avamposto importante. Davanti a segnali che sembrano marginali, chiedere aiuto è decisamente rilevante. Parlare di disagio giovanile senza pregiudizi, insomma, è già metà della cura.
Poi il consiglio più pratico di tutta l’intervista. Non chiedete soltanto ai figli come vanno le cose a scuola, ma andate con loro dentro il web, guardate dove navigano, rendetevi confidenti, perché altrimenti lo scontro tra generazioni si allarga e parlare diventa più difficile. I dispositivi hanno accelerato la distanza, spiega, perché i ragazzi viaggiano online mentre molti genitori faticano a maneggiare lo strumento. L’invito è semplice, entrate in quel mondo e chiedete come si naviga. Può essere magico, può essere straordinario, con le sue piazze virtuali dove i ragazzi si muovono bene, ma a volte è anche solitudine e a volte pericolo.
Se in queste righe hai riconosciuto qualcosa di tuo figlio, non aspettare il momento giusto. Parlane con il pediatra, rivolgiti al servizio di neuropsichiatria del tuo territorio e, se vuoi, scopri altri approfondimenti di salute. Il disagio giovanile si affronta meglio quando lo si guarda in faccia insieme ai ragazzi, ed è questo il messaggio che il dottor Albizzati ci lascia. Capire il disagio giovanile comincia da una domanda sincera.












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