Di un giornalista indipendente
Ieri, in una sala che avrebbe dovuto celebrare solidarietà e impegno civile, sono stato coinvolto una scena che sembra uscita da un altro secolo. Una frase di tre parole ha trasformato un normale problema tecnico in un caso che tocca i diritti umani più elementari, io ti compro!
Ero presente come supporto video per un cliente che aveva noleggiato un service completo audio-video per una convention Rotary. Conoscevo il tecnico video e, quando ho visto che stava gestendo da solo difficoltà impreviste, ho deciso di dargli una mano. Nulla di strano, fino a quando non abbiamo verificato che l’audio era distorto gravi e continui rumori di fondo.
Il responsabile del service audio, visibilmente irritato, ha liquidato la cosa con un secco, “Io l’avevo detto che potevo darlo così”. Credeva che fossi un collaboratore del service video. Quando gli ho chiarito con calma che ero lì su incarico diretto di chi stava pagando l’intero servizio – quindi del cliente – la sua reazione è stata sconcertante.
Con tono supponente e sprezzante ha risposto: Io ti compro! e me ne vado!
Quella frase mi è arrivata come uno schiaffo. Non è solo maleducazione o stress da lavoro. È qualcosa di più profondo, che puzza di un’idea dell’essere umano ridotta a merce. In un’epoca in cui si parla continuamente di diritti, inclusione e rispetto, sentir dire a un lavoratore “io ti compro!” riporta alla mente i mercati degli schiavi, quando le persone venivano acquistate, vendute e considerate proprietà.
Poche parole che rilevano un intero mondo
Non è un semplice “ti pago”. È io ti compro. La differenza è abissale. La prima riconosce un rapporto professionale, la seconda annulla la dignità della persona, trasformandola in oggetto di scambio. È un’espressione che deumanizza. Che dice, in sostanza, tu non sei nessuno, il tuo ruolo, la tua professionalità, la tua stessa esistenza dipendono dal mio denaro.
In quel momento ho sentito chiaramente violati i miei diritti umani fondamentali. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’articolo 1, afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Quando qualcuno ti dice “io ti compro!” con quel tono, sta negando proprio quella dignità. Sta dicendo che il denaro compra non solo il servizio, ma l’uomo e questo è gravissimo.
Il contesto rende tutto ancora più grave. L’evento era la convention di un’associazione che si propone di “servire” la comunità e che, in quell’occasione, stava discutendo di progetti per aiutare le popolazioni più povere del mondo, di lotta alla povertà, di diritti, di solidarietà internazionale e di cure mediche. Mentre sul palco si parlava di dignità delle persone emarginate, dietro le quinte un fornitore pagato trattava un altro essere umano come merce acquistabile.
L’ironia è amara. Mentre persone meritevoli parlano di salvare vite lontane, si umilia chi lavora a pochi metri di distanza.
Non si tratta solo di un episodio isolato o di una battuta infelice. Frasi come questa rivelano una mentalità, quella di chi considera il denaro come licenza di superiorità assoluta. Chi pensa di poter “comprare” le persone è pericoloso per la convivenza civile. Oggi lo dice a un tecnico, domani potrebbe dirlo a chiunque si trovi in una posizione di subordinazione contrattuale. Specialmente se questa persona come primo lavoro si occupa di comunicazione per una grande azienda. Azienda che dovrebbe sapere di aver in pancia persone di questo calibro.
È una forma sottile ma velenosa di violenza psicologica. Riduce l’altro a nulla. E quando l’essere umano viene considerato “nulla”, si apre la strada a ogni abuso.
Ho deciso di rendere pubblica questa vicenda non per vendetta personale, ma perché ritengo che certi comportamenti vadano denunciati con fermezza. Episodi del genere andrebbero portati all’attenzione delle autorità competenti e, se necessario, anche alle istanze internazionali sui diritti umani. Nessuno dovrebbe sentirsi dire io ti compro! sul posto di lavoro.
Questo episodio mi ha lasciato una riflessione profonda. In un mondo iperconnesso e apparentemente evoluto, certi atteggiamenti pre-moderni sopravvivono.
Il denaro può comprare servizi, competenze, oggetti. Non può comprare persone. Non può comprare rispetto. Non può comprare dignità.
A chi usa certe espressioni va ricordato con forza, l’essere umano non si compra. Si può ingaggiare, retribuire, stimare o criticare. Ma non comprare.
La vera professionalità non si misura solo dalla qualità dell’attrezzatura che si noleggia, ma dal rispetto che si dimostra verso chi lavora accanto a te – chiunque sia e qualunque sia il suo ruolo.
La dignità umana non è mai in saldo.
Articolo pubblicato per sensibilizzare su un tema troppo spesso sottovalutato, il rispetto reciproco sul luogo di lavoro, anche e soprattutto, quando si parla di diritti e solidarietà. Tutte le persone che possono anche solo di distruggere la dignità umana con un io ti compro! devono essere subito denunciate e fatte conoscere.












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