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Referendum sulla giustizia. Ecco perché serve la separazione delle carriere

MILANO – “Non puoi giocare il primo tempo da centravanti e il secondo indossare la maglia dell’arbitro”

Marco Anguissola da San Damiano, giurista e Capo della Segreteria Politica dell’Assessorato Ambiente e Clima della Regione Lombardia, è Portavoce del Comitato 6G. Il Comitato nasce con un’impostazione dichiaratamente anti-tifo: leggere i testi, capirli e spiegarli con parole semplici. Sul referendum costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione della Corte disciplinare, invita a votare SÌ.

Dottor Anguissola, qual è la vostra premessa di metodo, prima ancora delle ragioni del Sì?
Che su un tema come la giustizia non servono fanatismi. Un referendum non è una prova di fedeltà a un partito, né una gara di slogan. Noi abbiamo scelto un approccio diverso: leggere la riforma, capirla, e provare a spiegarla senza tecnicismi. In questi mesi si vede spesso l’opposto: confusione, citazioni di grandi del passato tirate per la giacca, paragoni con sistemi stranieri completamente diversi usati per fare “tabelle” che al cittadino italiano non dicono nulla. Così si offende l’intelligenza degli elettori e si rende ancora più difficile trovare analisi sobrie.

In concreto, che cosa prevede la riforma?

Tre scelte principali. Primo: mette in Costituzione la distinzione tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, prevedendo carriere distinte. Secondo: istituisce due Consigli Superiori, uno per la magistratura giudicante e uno per la requirente. Terzo: attribuisce la disciplina a un organo dedicato, l’Alta Corte disciplinare.

Il punto più discusso resta la separazione delle carriere. Perché, secondo voi, è nell’interesse del cittadino?
Perché la fiducia nella giustizia dipende da una cosa essenziale: il giudice deve essere terzo, ma deve anche apparire terzo. È un fatto umano prima ancora che giuridico. Se una persona si forma per anni in un ruolo che è, necessariamente, di parte nel processo, è difficile che venga percepita come completamente neutra quando passa a decidere. Ecco perché dico che non puoi giocare un tempo da centravanti e poi indossare la maglia dell’arbitro: non è una polemica, è una fotografia immediata di come la gente vive il processo.

Voi insistete molto anche sulla chiarezza dei ruoli: “chi accusa accusa, chi giudica giudica”.
È il punto del buon senso. Nel penale l’accusa è una parte, la difesa è una parte, il giudice è l’arbitro. Se i ruoli restano troppo vicini, fuori dalle aule cresce l’idea che “stiano tutti dalla stessa parte”. La riforma prova a rendere questa architettura più leggibile e, quindi, più credibile.

Perché sono fondamentali due CSM?
Perché il governo delle carriere conta più di quanto si pensi. Con due Consigli separati, decisioni su incarichi, valutazioni, trasferimenti e progressioni non passano da un unico organo che gestisce insieme giudici e PM. Ognuno risponde del proprio ambito. È una distinzione che incide sulla percezione esterna: se vuoi che il giudice sia visto come terzo, devi costruire un sistema in cui anche le scelte di carriera seguono binari distinti.

E l’Alta Corte disciplinare?
È un altro tassello di credibilità. La disciplina viene affidata a un giudice dedicato, con una composizione mista e incompatibilità rigorose. Il senso, per il cittadino, è chiaro: quando si parla di responsabilità disciplinare, non si resta in un circuito che può essere percepito come “interno”, ma si crea una sede specifica, pensata per essere più riconoscibile come terza.

La riforma interviene anche sulle dinamiche interne: voi parlate di “cordate” e correnti.
Perché sono diventate un problema di fiducia pubblica. La riforma introduce una componente di sorteggio nella composizione degli organi di autogoverno. Non è una lotteria, è un correttivo: rende più difficile il controllo stabile degli snodi decisionali da parte di gruppi organizzati. Se diminuisce il peso delle appartenenze, aumenta la sensazione di un sistema più aperto.

Infine, il tema dell’equilibrio tra accusa e difesa. Che cosa c’entra con questa riforma?
C’entra perché mette a fuoco che il PM è parte e il giudice è garante. Un processo credibile richiede un equilibrio reale: poteri dell’accusa e strumenti della difesa devono essere più parificati, con il giudice – anche nella fase delle indagini – come presidio effettivo delle garanzie. E proprio per coerenza, il passo successivo dovrebbe essere riconoscere in modo esplicito la centralità della difesa: la figura dell’avvocato merita una collocazione chiara anche in Costituzione.

Un messaggio finale per gli indecisi?
Di non votare per simpatia o antipatia verso qualcuno. La domanda è concreta: questo referendum rende più chiari i ruoli e più credibile la giustizia per il cittadino? Noi riteniamo di sì.