Il tasso di occupazione lombardo è tra i più solidi d’Europa, eppure sotto quella superficie brillante si sedimenta una platea silenziosa di circa 1,8 milioni di persone che hanno smesso, o non hanno mai cominciato, a fare i conti con il mondo del lavoro. Adesso la Regione decide di non aspettarle più agli sportelli.
Esiste una categoria di persone che le statistiche sulla disoccupazione non contano, perché per risultare “disoccupato” devi almeno stare cercando. Chi ha smesso di cercare sparisce dai radar, si sedimenta in quel 27,9% di tasso di inattività che il rendiconto sociale INPS fotografa ogni anno senza che nessuno sembri particolarmente scosso. Eppure si tratta di circa un milione e ottocentomila persone, solo in Lombardia. Il nodo dell’occupazione inattivi Lombardia torna al centro con forza insolita grazie a una misura appena approvata da Palazzo Lombardia: dieci milioni di euro, un avviso FSE+ sperimentale chiamato “Including for work“, e una logica operativa che rovescia il modello classico dei servizi per l’impiego.
Gli ultimi dati ISTAT sul quarto trimestre del 2025 raccontano una regione che macina record, il tasso di occupazione ha superato il 69,5%, il numero di persone in cerca di impiego si è ridotto di quasi tredici punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il tasso di attività tiene stabile al 71,7%. Sono numeri che farebbero invidia a qualsiasi regione europea paragonabile per dimensione economica.
Il problema è esattamente lì dentro, nascosto dal segno positivo. Un tasso di attività al 71,7% implica che quasi il 28% della popolazione in età lavorativa non è nel mercato, né come occupato né come cercatore attivo. Dentro quel numero convivono vicende molto diverse tra loro, chi si è preso cura di un familiare non autosufficiente per anni e non ha trovato il momento giusto per ricominciare; chi dopo un licenziamento a cinquantadue anni ha bussato a decine di porte e a un certo punto ha smesso; chi porta competenze maturate altrove che il sistema italiano non sa misurare; chi ha una fragilità psicologica che nessuno sportello tradizionale è davvero attrezzato ad accogliere. Non è pigrizia, e sarebbe un errore leggerlo così.
Lombardia, mercato del lavoro — Q4 2025
Tasso di occupazione 69,5% · Tasso di attività 71,7% · Variazione disoccupazione annua −12,9%
Tasso di inattività 27,9% · Persone inattive stimate ~1,8 milioni
Fonti: ISTAT rilevazione Q4 2025 · INPS Rendiconto sociale regionale 2024
Il modello classico dei centri per l’impiego parte da un assunto implicito, la persona riconosce di avere un problema e compie un atto volontario per affrontarlo, si presenta, si registra, riceve orientamento. Funziona bene per chi è già attivo, per chi ha già deciso di provarci. Per gli inattivi quella soglia è spesso invalicabile, non per mancanza di mezzi ma per mancanza di direzione, fiducia, o semplicemente energia per iniziare.
“Including for work”, l’avviso finanziato sul Programma Regionale FSE+ 2021-2027, prova a spostare il punto di partenza. Non uno sportello che aspetta, ma una rete che si muove verso le persone nei luoghi dove queste già si trovano, un’associazione di quartiere, uno spazio di ascolto parrocchiale, una cooperativa sociale radicata in un determinato contesto. I soggetti capofila dei partenariati progettuali dovranno essere operatori accreditati ai servizi al lavoro, ma con la presenza obbligatoria di un ente del terzo settore. Non è una formalità burocratica: chi lavora quotidianamente con le fragilità sociali conosce i canali informali attraverso cui quelle persone circolano, e sa che la prima conversazione utile raramente comincia con la parola “curriculum“.
Il contributo disponibile per ciascun progetto varia tra 240.000 e circa 470.000 euro, proporzionato al numero di persone effettivamente raggiunte. L’incentivo strutturale è corretto: più ampio il raggio di azione, più alto il finanziamento. Non c’è convenienza nel selezionare i casi più gestibili.
La prima direttrice punta a costruire e animare reti territoriali dove prima non esistevano o erano troppo frammentate. Significa portare intorno a un tavolo realtà che normalmente operano in parallelo senza parlarsi a sufficienza, servizi sociali comunali, operatori del lavoro, associazioni, privato sociale e tradurre quella collaborazione in occasioni concrete di contatto con le persone inattive, incontri di quartiere, momenti aperti di ascolto, piccoli eventi di prossimità. Non grandi convegni, ma punti di attrito positivo tra il sistema e chi ne è rimasto fuori.
La seconda direttrice entra in campo quando il contatto è stato stabilito. Qui si passa ai percorsi individuali, affiancamento personalizzato, supporto alla ri-orientazione professionale, mediazione linguistica e culturale per chi viene da un contesto migratorio, sostegno psicologico per chi porta il peso di un percorso segnato da interruzioni forzate, aiuto concreto nell’organizzazione quotidiana quando questa è il vero ostacolo. La differenza rispetto a un corso di formazione standard è sostanziale: non si tratta di trasferire competenze tecniche, ma di rimettere una persona nella condizione di desiderare e potersi muovere. Per chi lavora sul campo, quella differenza è quasi tutto.
La misura si rivolge agli inattivi tra i trenta e i sessantacinque anni e fissa un traguardo numerico preciso, almeno ottomila persone raggiunte sull’intero territorio lombardo. Di queste, almeno la metà dovrà uscire dal percorso con un risultato tangibile, un patto di servizio personalizzato sottoscritto, un tirocinio avviato, oppure un contratto di lavoro di almeno due mesi. Sessanta giorni non cambiano una biografia, ma nel curriculum di chi si è fermato a lungo rappresentano una soglia simbolica oltre la quale il mercato comincia a trattarti diversamente, e tu stesso ti percepisci in modo diverso.
La scelta di una fascia anagrafica così ampia, trentacinque anni di differenza tra soglia minima e massima è essa stessa una dichiarazione di metodo. L’inattività non ha un’età di elezione, non è un problema dei giovani NEET né esclusivamente dei lavoratori maturi. Le politiche attive del lavoro in Lombardia non possono permettersi di segmentare troppo una platea che è già di per sé difficile da intercettare.
Istruzioni pratiche per accedere
Il punto di partenza non è digitale ma territoriale, un operatore accreditato ai servizi al lavoro, uno sportello del terzo settore attivo nella propria area, o un qualsiasi soggetto della rete locale che partecipi al partenariato. Lì avviene la profilatura iniziale e prende forma il percorso personalizzato.
La formalizzazione della candidatura avviene sulla piattaforma Bandi e Servizi (BES) di Regione Lombardia.
Apertura: 16 marzo 2026 · Scadenza: 15 maggio 2026
Avviso: “Including for work” · Programma Regionale FSE+ 2021–2027
Vale la pena precisare un dettaglio tecnico non secondario, il bando è formalmente rivolto agli enti che costruiscono i partenariati progettuali, non direttamente alle persone inattive. Queste ultime entrano nel percorso attraverso i soggetti della rete territoriale. La via più pratica per chi conosce qualcuno potenzialmente interessato non è quindi indicargli il portale regionale, ma aiutarlo a trovare un soggetto accreditato nel suo comune o quartiere — che poi lo accompagni nel percorso di candidatura.
Tironi: i buoni numeri non bastano se quasi due milioni restano fuori
L’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro Simona Tironi ha illustrato la misura riconoscendo apertamente che i risultati positivi sull’occupazione non esauriscono il problema, e che l’obiettivo vero è costruire strumenti capaci di raggiungere chi è rimasto ai margini. Nelle sue parole:
«In Lombardia i dati sull’occupazione sono positivi. Tuttavia non possiamo ignorare il numero ancora elevato di persone che restano fuori dal mercato del lavoro. Con “Including for work” vogliamo compiere un passo ulteriore: intercettare chi oggi è inattivo, comprenderne i bisogni e costruire percorsi concreti di riattivazione. È una misura che mette al centro la persona e che valorizza il lavoro di rete tra operatori del lavoro, terzo settore e comunità locali. Solo attraverso un’azione coordinata possiamo infatti trasformare il potenziale inattivo in opportunità di crescita per i cittadini e per il sistema economico lombardo.»
L’ultima parte del ragionamento dell’assessore non è solo retorica istituzionale. Il mercato del lavoro lombardo mostra da anni una tensione crescente sul lato dell’offerta, ci sono imprese che cercano personale e non lo trovano, ci sono figure professionali introvabili in certi settori manifatturieri e nei servizi alla persona. Dentro il bacino degli 1,8 milioni di inattivi dormono competenze ibernate, disponibilità potenziale che nessuno ha ancora saputo attivare nel modo giusto. Se il bando FSE+ riesce a costruire almeno in parte quel ponte, l’impatto non è solo sulla coesione sociale ma sulla produttività reale di una regione che non può permettersi di sprecare capitale umano.
Ogni politica sperimentale porta con sé una domanda che conviene porre subito. Cosa succede agli ottomila o anche solo a una parte di loro una volta chiusi i rendiconti finali? Se le reti territoriali costruite durante il progetto si sciolgono al termine del finanziamento, e se i soggetti coinvolti non trovano modo di sostenere autonomamente quelle relazioni, il rischio è quello classico dei progetti a tempo, ottimi risultati nella fase di implementazione, ricaduta progressiva appena le risorse si esauriscono.
Non è una critica alla misura è il nodo strutturale di qualsiasi intervento progettuale su fenomeni che sono invece permanenti. La risposta dipenderà da quanto Regione Lombardia vorrà considerare “Including for work” come prototipo da consolidare piuttosto che come esperimento isolato. I dati di monitoraggio previsti per la seconda metà del 2026 saranno indicativi. Nel frattempo, il tema dell’occupazione inattivi Lombardia ha finalmente uno strumento dedicato sperimentale, imperfetto, ma orientato nella direzione giusta. Non è poco.












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