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Premio ricerca studenti Lombardia, diecimila Euro che premiano un’idea adolescente

Il “premio ricerca studenti Lombardia” porta i vincitori da tre a quattro. Dietro i numeri c’è una scommessa più grande, convincere liceali e professionali che la scienza non è roba da cervelloni, ma un mestiere che si può imparare in aula.

C’è un dettaglio che mi ha sempre colpito quando parlo con adolescenti di diciassette anni. Chiedi loro cosa vogliono fare “da grandi” e nove su dieci balbettano qualcosa di vago, “non lo so ancora”, “forse l’università”, “sto pensando”. Poi chiedi se hanno mai costruito qualcosa con le loro mani, se hanno mai provato a risolvere un problema reale anziché un esercizio del libro di fisica. E lì gli occhi cambiano. Perché la verità è che i ragazzi vogliono disperatamente fare, ma il sistema scolastico italiano è ancora ossessionato dall’idea che prima devi sapere tutto, e solo dopo, forse, potrai provare.

Ed è per questo che il premio ricerca studenti Lombardia, nelle sue varie incarnazioni dal 2018 a oggi, continua a essere più interessante di quanto i comunicati stampa regionali lascino intendere. Non si tratta solo dei soldi, anche se diecimila euro per un gruppo di liceali non sono esattamente bruscolini. Si tratta di mandare un messaggio, qui potete sperimentare. Sbagliare. Costruire prototipi che non funzionano. E poi riprovarci.

L’edizione 2026, le cui candidature si aprono il 25 marzo per chiudersi il 22 settembre, porta una novità che sembra minore ma non lo è, da tre vincitori si passa a quattro. Significa un quarto gruppo di ragazzi sul palco della Scala il 10 novembre. Un quarto prototipo che riceve validazione istituzionale. Un quarto istituto che potrà dire “ce l’abbiamo fatta“. In un paese dove il riconoscimento del merito funziona a singhiozzo, preferendo i concorsi a crocette, ogni slot aggiuntivo conta.

I numeri raccontano storie (se sai ascoltarli)

Facciamo i conti, perché i numeri dei premi sono aumentati in modo non banale negli ultimi anni. L’edizione 2026 distribuirà così la torta:

Primo classificato: 10.000 euro
Secondo classificato: 8.000 euro
Terzo classificato: 4.000 euro
Quarto classificato: 2.000 euro (novità 2026)

Totale agli studenti, 24.000 euro. Ma c’è dell’altro. Ogni scuola dei gruppi vincitori riceve 5.500 euro per materiali didattici e spese di accompagnamento alla visita formativa al Joint Research Centre di Ispra, uno dei campus di ricerca più avanzati d’Europa, quello con i laboratori dove si studiano cambiamenti climatici, sicurezza alimentare, tecnologie nucleari. Davvero roba seria.

Poi c’è una Menzione Speciale FAST (Federazione Associazioni Scientifiche e Tecniche) da 2.000 euro lordi. E altri 2.000 euro all’istituto individuato dall’Ufficio Scolastico Regionale per gestire l’amministrazione dei premi, un riconoscimento dato dal fatto che, in Italia, anche dare soldi richiede burocrazia e qualcuno deve sempre sobbarcarsi il lavoro.

Conti alla mano, il premio ricerca studenti Lombardia 2026 muove oltre 48.000 euro tra premi diretti, contributi alle scuole e rimborsi. Non male per un concorso regionale.

I soldi vanno divisi “in parti uguali tra gli studenti di ciascun team”. Il che significa, se siete in due, 5.000 euro a testa dal primo premio. Se siete in dieci, 1.000 euro ciascuno. Apparentemente equo. Purtroppo nella pratica incentiva i piccoli gruppi, quando spesso i progetti migliori nascono da squadre più ampie dove si mescolano competenze diverse. Ci sarà sempre tempo per migliorare.

Dettagli. Ma i dettagli fanno la differenza tra un premio che funziona e uno che crea distorsioni.

Scienze della Vita, il tema che obbliga a guardarsi intorno

Il tema dell’edizione 2026 di premio ricerca studenti Lombardia è “Scienze della Vita“, con enfasi su “soluzioni prototipali funzionanti, capaci di promuovere salute, sostenibilità e inclusione“. Tradotto dal burocratese, non bastano PowerPoint con idee belle. Serve qualcosa che funzioni davvero, anche se in forma rudimentale.

Questa insistenza sui prototipi è intelligente. Costringe gli studenti a uscire dalla zona comfort della teoria e ad affrontare tutti quei problemi fastidiosi che emergono solo quando provi a costruire fisicamente qualcosa. Il sensore che sulla carta doveva funzionare benissimo ma nella realtà registra dati sballati. Il software che crasha ogni volta che provi a collegarlo all’hardware. La batteria che si scarica in due ore invece che in due giorni.

Guardando i vincitori delle edizioni precedenti, si capisce cosa intende la Regione quando parla di “prototipi funzionanti”:

Edizione 2025 (premiata novembre 2025):

  • Un dispositivo per permettere a un compagno con disabilità motorie e verbali di comunicare con la classe (ISIS Facchinetti, Castellanza)
  • Un sistema per semplificare la prevenzione secondaria sanitaria (ITES Caio Plinio Secondo, Como)
  • Un gioco come supporto alla memoria per malati di Alzheimer (Liceo Majorana, Rho)

Edizione 2024 (premiata novembre 2024):

  • Robot per creare terapia probiotica personalizzata (Liceo Majorana, Rho – di nuovo vincitori)
  • Lente di Fresnel applicata a pannelli fotovoltaici per massimizzare resa alba/tramonto (Ist. Aeronautico Locatelli, Bergamo)
  • Zaino “intelligente” per monitorare qualità dell’aria (Istituto Castelli, Brescia)

Notate un pattern? Sono tutti progetti che nascono dall’osservazione di un problema reale, un compagno che non può comunicare, anziani che perdono la memoria, energie rinnovabili che rendono poco nelle ore non di picco e propongono una soluzione tecnica concreta. Non astratta ma concreta.

Questo è esattamente il tipo di pensiero che il sistema scolastico italiano fatica ancora a incoraggiare sistematicamente. E che invece premi come questo cercano di stimolare dall’esterno.

Qui arriviamo alla parte pratica, quella che interessa davvero ai professori che stanno pensando di candidare la propria classe. Perché i premi sono belli, ma serve completare il processo di candidatura prima ancora di iniziare.

Chi può partecipare:

  • Scuole secondarie di secondo grado (statali e paritarie) in Lombardia
  • Percorsi IeFP (Istruzione e Formazione Professionale) accreditati
  • Gruppi di almeno due studenti (nessun limite massimo specificato)

Cosa serve: Un prototipo funzionante nell’ambito Scienze della Vita. Sistemi, strumenti o applicazioni tecnologiche che contribuiscano a salute, sostenibilità, inclusione. Il requisito “funzionante” è chiave, niente concept, niente rendering 3D di oggetti mai costruiti.

Quando candidarsi: Dal 25 marzo 2026 (fra pochi giorni, al momento in cui scrivo) al 22 settembre 2026. Sei mesi di finestra. Abbastanza per sviluppare un progetto serio se si parte ora. Stretto se pensate di iniziare a settembre.

Come candidarsi: Il legale rappresentante della scuola (il dirigente scolastico, nella maggior parte dei casi) invia:

  • Modulo di candidatura
  • Scheda tecnica del progetto

All’indirizzo PEC: ricercainnovazione@pec.regione.lombardia.it

Il regolamento completo è sul BURL (Bollettino Ufficiale Regione Lombardia) e sulla piattaforma Open Innovation regionale.

Per domande: premiostudenti@regione.lombardia.it

Tutto molto lineare sulla carta. Ma chiunque abbia mai candidato un progetto a un bando pubblico sa che dovrà chiedere, quale livello di dettaglio tecnico serve nella scheda progetto? Come si documenta che il prototipo “funziona”? Serve un video dimostrativo? Fotografie? Dati sperimentali?

Il regolamento del 2025 (che presumo sarà simile a quello 2026, non ancora pubblicato integralmente al momento della scrittura) specificava requisiti piuttosto chiari: descrizione problema affrontato, soluzione proposta, metodologia di lavoro, risultati ottenuti, possibili sviluppi futuri. Standard per questo tipo di concorsi.

Ma c’è un elemento che molti sottovalutano, la giuria. È composta da rappresentanti del sistema regionale, dell’Ufficio Scolastico Regionale e del Joint Research Centre della Commissione Europea. Gente che di ricerca se ne intende. Il che significa che non basta un progetto carino, serve rigore metodologico, anche a livello liceale.

Una novità interessante dell’edizione 2026 è la collaborazione ufficiale con la FAST (Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche), che organizza il concorso nazionale “I Giovani e le Scienze”.

Questo apre un percorso intelligente, le scuole finaliste della 38ª edizione del concorso FAST potranno partecipare al premio lombardo se i loro progetti sono coerenti col regolamento. In pratica, un progetto può competere a due livelli, nazionale e regionale, moltiplicando le possibilità di riconoscimento.

Ma c’è di più. La FAST ha legami con competizioni internazionali come l’European Union Contest for Young Scientists (EUCYS). Il che significa che un progetto nato in un’aula di Brescia o Mantova potrebbe, teoricamente, arrivare a competere a livello europeo seguendo questa filiera.

Non è un percorso automatico, serve che il progetto sia davvero buono, ma il fatto che esista questa possibilità cambia la percezione di cosa significa partecipare a un concorso scolastico regionale. Non è più solo “facciamo contenta la preside”. Diventa “potremmo davvero andare lontano con questa cosa”.

La cerimonia di premiazione del premio ricerca studenti Lombardia si tiene al Teatro alla Scala di Milano. Non in un’aula magna universitaria. Non in un centro congressi anonimo. Alla Scala.

È un dettaglio che potrebbe sembrare frivolo, ma non lo è. Quando diciotto anni dopo ti ricorderai di quel progetto che hai fatto al liceo, il fatto di essere salito sul palco della Scala peserà nella memoria. È un’operazione di marketing emozionale che funziona e che la Regione Lombardia ha capito bene.

La data è fissa, 10 novembre. La Giornata della Ricerca in memoria di Umberto Veronesi, lo scienziato che ha dedicato la vita a rendere accessibile la medicina oncologica e che è morto proprio l’8 novembre (la cerimonia si tiene qualche giorno dopo per ragioni organizzative).

Abbinare il premio ricerca studenti Lombardia alla cerimonia del “vero” Premio Lombardia è Ricerca—quello da un milione di euro che va a scienziati di livello mondiale è un’altra mossa astuta. I ragazzi vincitori vedono sul palco accanto a loro ricercatori che hanno pubblicato su Nature, che hanno brevettato terapie salvavita, che lavorano al MIT o al CERN.

Non è ispirazione a buon mercato. È il messaggio concreto: “Questi qui sul palco sono stati studenti come voi. Hanno fatto lo stesso percorso. Potete arrivarci anche voi.”

Funziona? Non lo so. Ma di sicuro è meglio del messaggio implicito che molta scuola italiana ancora trasmette: “La scienza è per i geni. Voi altri accontentatevi di imparare le formule a memoria per l’interrogazione.”

Il vero bonus del premio non sono i soldi. È la visita formativa al JRC di Ispra.

Il Joint Research Centre della Commissione Europea è uno di quei posti di cui la maggior parte degli italiani non ha mai sentito parlare nonostante sia letteralmente sul Lago Maggiore. È un campus di ricerca con 3.000 dipendenti, laboratori che lavorano su tutto, dall’energia nucleare alla sicurezza informatica, dalla biodiversità alle nanoscienze.

Per un diciassettenne appassionato di scienza, passare una giornata lì significa vedere cosa vuol dire fare ricerca per davvero. Non sui libri. Non nelle simulazioni al computer dell’aula di informatica. Ma in laboratori veri, con strumentazione che costa milioni, dove i risultati degli esperimenti possono influenzare le politiche europee.

Alessandro Fermi, l’assessore regionale a Università, Ricerca e Innovazione, in un’intervista del 2025 ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: “Quest’anno ho notato un grandissimo interesse intorno ai progetti premiati. I ragazzi delle scuole vincitrici sono stati invitati a numerosi convegni e manifestazioni.”

Tradotto: il premio apre porte. Non solo quella dell’università, che molti avrebbero comunque aperto, ma quelle di un network di ricerca e innovazione che altrimenti sarebbe rimasto inaccessibile.

È questo il vero valore. Non i 10.000 euro del primo premio, per quanto benvenuti. Ma il fatto che improvvisamente vieni preso sul serio come giovane ricercatore, non come “bravo studente che ha fatto un bel progetto di classe“.

Una cosa che salta all’occhio guardando i vincitori delle ultime edizioni, alcune scuole tornano. Il Liceo Majorana di Rho ha vinto nel 2024 e nel 2025. L’ISIS Facchinetti di Castellanza è comparso tra i vincitori multiple volte negli anni.

Non è un caso. E non è nemmeno necessariamente un problema.

Significa che in quelle scuole c’è qualcuno—un professore, un gruppo di professori, un dirigente—che ha capito come funziona questo tipo di competizioni e ha costruito un metodo per preparare gli studenti. Laboratori attrezzati. Ore dedicate ai progetti al di fuori del curriculum standard. Magari partnership con università o aziende locali.

In altre parole, hanno investito nel conciliare didattica tradizionale e innovazione scientifica. E funziona.

Ma questo crea anche un gap. Le scuole che non hanno queste risorse—quelle degli istituti professionali di provincia, quelle con budget risicati, quelle dove i prof di scienze insegnano anche matematica e fisica perché manca personale,  partono svantaggiate.

Il premio è formalmente aperto a tutti. Nella pratica, premia chi ha già l’ecosistema giusto per supportare questo tipo di progetti. Non è colpa del premio. È colpa di un sistema scolastico dove le risorse sono distribuite in modo diseguale.

Sarebbe interessante se la Regione introducesse una categoria speciale per “scuole alla prima partecipazione” o per istituti sotto una certa soglia di risorse. Un modo per livellare il campo di gioco almeno parzialmente.

Ma sto divagando. O forse no. Perché quando parliamo di premi per l’innovazione studentesca, stiamo inevitabilmente parlando anche di equità educativa.

Torniamo alla domanda di fondo. Ha senso un premio del genere? Cambia davvero qualcosa o è solo l’ennesima operazione di immagine regionale che coinvolge cento studenti all’anno in una regione dove i liceali e gli studenti degli istituti tecnici e professionali sono centinaia di migliaia?

La risposta onesta è: si, ha un senso molto importante per la rivoluzione del sistema scolastico italiano

Sì, è anche un’operazione di immagine. Ma allo stesso tempo, per quei quattro gruppi di studenti che vincono e per le decine di altri che partecipano anche senza vincere, è un’esperienza che lascia il segno. Progetti che richiedono mesi di lavoro. Notti passate a debuggare codice o a ricalibrare sensori. La frustrazione di un prototipo che non funziona. E poi l’euforia quando finalmente fa quello che doveva fare.

Quella roba lì non si dimentica. E forma competenze che nessuna lezione frontale potrà mai trasmettere.

Il limite è di scala. Il premio ricerca studenti Lombardia tocca direttamente forse 200-300 studenti all’anno tra vincitori e partecipanti. In una regione con 450.000 studenti di scuola superiore, è una goccia nell’oceano ma è una “GRANDE GOCCIA”.

Per cambiare davvero il modo in cui si fa didattica scientifica in Italia servirebbero altri premi come il premio ricerca studenti Lombardia, in tutte le regioni. Servirebbe che ogni scuola superiore avesse laboratori decenti. Che ogni studente potesse fare esperienze di progettazione pratica, non solo quelli abbastanza fortunati da trovarsi nell’istituto giusto con il professore giusto e nella città giusta.

Ma in assenza di quella rivoluzione sistemica, che richiederebbe investimenti e volontà politica di altra portata, premi come questo restano uno degli strumenti migliori che abbiamo. Imperfetti? Limitati? Ma funzionanti.

Mentre finisco di scrivere, mancano pochi giorni all’apertura dello sportello candidature. Da qualche parte in Lombardia, in questo momento, c’è un gruppo di ragazzi che sta lavorando su un prototipo. Magari un sistema per monitorare parametri di salute in modo non invasivo. O un dispositivo per aiutare persone con disabilità. O una soluzione per rendere più sostenibile qualche processo che oggi spreca risorse. Non sanno ancora se vinceranno. Probabilmente non vinceranno, ma intanto stanno imparando a fare ricerca. A lavorare in team. A gestire la frustrazione quando le cose non funzionano. A provare di nuovo.

E forse, tra dieci o vent’anni, uno di loro si ricorderà di quel progetto del liceo quel premio ricerca studenti Lombardia. E invece di andare a fare il consulente finanziario o l’avvocato d’affari, percorsi legittimi, per carità, deciderà che preferisce costruire cose. Risolvere problemi. Fare ricerca.

Non sarebbe male come ritorno sull’investimento e non parlo di quello economico.