La chiusura del corridoio marittimo più strategico del pianeta, lo Stretto di Hormuz, ha scatenato lo shock petrolifero più grave dagli anni Settanta. Petrolio a 116 dollari, gas europeo su del 74%, e un continente diviso tra atlantismo, interessi nazionali e imbarazzante silenzio diplomatico.
Quello che sta succedendo nello Stretto di Hormuz in questi giorni ha qualcosa di vagamente familiare per chi ha vissuto, anche solo attraverso i libri, gli anni Settanta. Il petrolio che impenna. Il gas che corre. Le famiglie che guardano le bollette con un pensiero misto di incredulità e rassegnazione. Eppure c’è una differenza fondamentale rispetto a quell’altra crisi, è passato mezzo secolo, ma stavolta sapevamo dov’era la vulnerabilità. La sapevamo da decenni. E non abbiamo fatto abbastanza.
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco coordinato contro l’Iran, “Operation Epic Fury” da parte americana, “Ruggito del Leone” da parte israeliana e nelle ore successive i Pasdaran hanno annunciato la risposta che molti analisti temevano ma che i mercati, nella loro compiacenza, non avevano davvero prezzato, la chiusura dello Stretto di Hormuz. Quella striscia d’acqua larga trentaquattro chilometri nel punto più stretto, quasi niente, a pensarci, attraverso cui transitava un quinto del petrolio mondiale e una quota simile di gas naturale liquefatto. Nel 2024 l’EIA aveva registrato un volume di venti milioni di barili di petrolio al giorno in transito attraverso quella strozzatura. Cifre che, ripetute abbastanza a lungo, diventano astratte, non degne di tanti pensieri, forse scontate. Finché non smettono di muoversi.
Il 9 marzo 2026, nello stretto sono passate solo quattro navi. Quattro. Contro le centoventinove di un giorno normale. Una riduzione del novantasette per cento, certificata dall’UNCTAD nel rapporto del 10 marzo che ha reso evidente, in modo brutale e definitivo, quanto fosse fragile l’architettura energetica globale su cui avevamo costruito decenni di crescita industriale e di benessere diffuso.
Guardiamo da vicino i numeri del disastro e della crisi energetica
• Petrolio Brent: picco a 116 $/barile (+63% dalla vigilia del conflitto)
• Gas naturale europeo (TTF): 55,8 €/MWh (+74% in tre settimane)
• Noli petroliere: +72% rispetto a febbraio
• Premi assicurativi guerra: quadruplicati
• Traffico nello Stretto: crollato del 97% (4 navi il 9 marzo vs 129 media febbraio)
• Petroliere immobilizzate nel Golfo: almeno 150
I dati sono quelli che sono, e sarebbe disonesto edulcorarli. Il Brent è passato da circa settantuno dollari al barile alla vigilia del conflitto a superare i cento dollari intorno al 6 marzo, il livello più alto dal 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina, per poi toccare picchi fino a centosedici dollari il 19 marzo, per ora ancora nulla rispetto ai Secondo alcuni analisti, lo scenario attuale potrebbe rivelarsi tre volte più grave dello shock petrolifero degli anni Settanta. Speriamo che non sia così, perché sicuro di alcuni ricordi, ho fatto una ricerca e vi riporto cosa è emerso.
Shock 1973 (embargo OAPEC dopo la guerra del Kippur)
- Prezzo prima dell’embargo (ottobre 1973): 2,90 dollari al barile (prezzo posted Arabian Light / benchmark usato all’epoca).
- Gennaio 1974: 11,65 dollari al barile.
- Aumento: +301,7% (praticamente quadruplicato in 4-5 mesi).
Fonti che lo confermano:
- Federal Reserve History («from $2.90 a barrel before the embargo to $11.65 a barrel in January 1974»)
Shock 1979 (Rivoluzione iraniana + guerra Iran-Iraq)
- Aprile 1979 (inizio fase acuta): 15,85 dollari al barile (prezzo medio world market).
- Entro 12 mesi (aprile 1980): 39,50 dollari al barile.
- Aumento: +149,2% (più che raddoppiato).
Fonti parlano di un picco mensile medio a 38-39 dollari nel 1979-80.
Analizziamo l’aumento complessivo decennio (1970-1980)
Da circa 3 dollari (inizio anni ’70) a 36-39 dollari (1980), con un aumento cumulativo tra il 1.100% e il 1.200% a seconda del punto esatto di partenza. Si, state leggendo bene, quel decennio ha definito la fine del petrolio a buon mercato e l’inizio della ricerca di fonti alternative. Tutti questi sono prezzi nominali (non aggiustati per inflazione), perché è così che si misuravano gli shock all’epoca e così li riportano i documenti ufficiali. Sono le cifre esatte citate nei rapporti della Federal Reserve, nei verbali OPEC e nelle cronache economiche dell’epoca.
Torniamo a noi, all’attuale crisi energetica globale, almeno centocinquanta petroliere sono immobilizzate al largo del Golfo. Maersk e CMA CGM hanno sospeso i transiti. Una petroliera, la Skylight, colpita da un missile al largo dell’Oman, brucia ancora all’imbocco del canale.
L’Istituto per la Competitività (I-Com) con sede a Roma ha definito la crisi di Hormuz del 2026 come “il più grande shock energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta e la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero globale”. Già il breve termine, da uno a tre mesi, prospetta quella che gli economisti chiamano stagflazione da importazione, ovvero inflazione energetica in forte crescita, rallentamento della produzione industriale, pressione sulle bilance dei pagamenti di tutti i Paesi importatori.
L’impatto sul nostro Vecchio Continente è meno diretto di quanto si potrebbe pensare sul fronte del petrolio, l’Unione Europea ha progressivamente diversificato le sue forniture, puntando su Stati Uniti, Norvegia e Africa settentrionale ma è precisamente sul gas naturale liquefatto che la vulnerabilità si rivela nella sua forma più insidiosa. L’UE è uno dei più grandi importatori globali di GNL, e buona parte di quel gas arriva da Qatar e Oman. Due Paesi le cui esportazioni dipendono in modo cruciale dalla libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, quel corridoio che i grandi strateghi della sicurezza energetica avevano sempre indicato come il tallone d’Achille del sistema europeo del gas post-russo.
In Italia il prezzo del TTF olandese ha toccato trentadue euro per megawattora, il livello più alto da dicembre, con la prospettiva concreta di nuovi rincari sulle bollette domestiche. Il gasolio alla pompa ha raggiunto i massimi dal 22 marzo 2022, il giorno in cui il governo Draghi intervenne con il taglio delle accise. Anche l Governo Meloni a attivato il meccanismo delle cosiddette accise mobili, uno strumento pensato per sterilizzare gli aumenti dei mercati internazionali, che funziona come un calmiere automatico. Lo Stato rinuncia a una parte del maggior incasso sull’IVA e sulle accise per stabilizzare il prezzo finale al consumo, redistribuendo il costo senza farlo sparire.
«L’energia è sempre geopolitica. E la resilienza non è una parola astratta, ma una capacità costruita nel tempo, diversificazione, riserve, autonomia, pianificazione, coesione decisionale”. Questa è l’Analisi AFV / Strategic Culture Foundation di marzo 2026
C’è poi una logica perversa che vale la pena nominare senza giri di parole. L’Europa, negli ultimi anni, ha accettato di indebolire la propria sicurezza energetica rinunciando al gas russo, una fonte relativamente stabile, certo politicamente compromessa, ma prevedibile. Oggi si è trasformata in un compratore dipendente dalla volatilità globale e dalle dinamiche marittime. Il risultato è una struttura di approvvigionamento più fragile, più esposta a ogni shock geopolitico. Se il trauma del 2022 aveva già spinto il continente verso un assetto energetico più caro e instabile, la chiusura dello Stretto di Hormuz aggiunge un secondo colpo, proprio quando i sistemi industriali sono ancora in fase di adattamento alla prima crisi.
La risposta politica europea alla crisi è stata, per usare la parola giusta, caotica. Il fine settimana del 28 febbraio è stato, lo ha scritto bene Il Foglio, un concerto cacofonico. Francia, Germania e Gran Bretagna, che per anni avevano negoziato con Teheran sul nucleare, hanno pubblicato una dichiarazione volutamente ambigua, dichiarandosi “pronte ad azioni difensive”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (non contento del disastro Ucraina), si è allineato a Washington e Tel Aviv senza condizioni, affermando che il popolo iraniano ha il diritto di decidere del proprio destino, una formula che suona come sostegno implicito al cambio di regime.
Emmanuel Macron, molto più cauto, ha bollato come “sconsiderata” l’escalation sulle infrastrutture energetiche e ha invocato una moratoria su civili e infrastrutture civili in pratica, un cessate il fuoco travestito da proposta religiosa, a cavallo tra il Ramadan e la Pasqua.
Keir Starmer, dal canto suo, ha cercato di occupare una posizione mediana che non ha soddisfatto nessuno in patria e ha irritato Trump all’estero. Alla Camera dei Comuni ha confermato che Londra non avrebbe partecipato alla fase iniziale degli attacchi, pur concedendo l’uso delle basi britanniche alle forze americane, una concessione inizialmente negata, poi imbarazzatamente accordata, con la Camera dei Comuni ribollente di polemiche interne al partito laburista. Ha inoltre messo in dubbio la compatibilità dell’operazione con il diritto internazionale, dicendo senza eufemismi di non credere all’idea di un cambio di regime imposto dall’alto a suon di missili.
A smarcarsi del tutto, con una nettezza che ha irritato Washington al punto da minacciare una rottura totale delle relazioni bilaterali, è stata la Spagna. Pedro Sánchez ha rifiutato il sostegno all’operazione americana e chiuso le basi spagnole alle forze di Trump. Linea tenuta, nonostante le pressioni.
In modo opposto si muove la Polonia, atlantista convinta, per paura del vicino russo.
Viktor Orbán, l’eterno irregolare del consesso europeo, resta l’unico ostacolo alle sanzioni contro i coloni violenti israeliani, complicando ulteriormente ogni ricerca di posizione comune.
L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas ha detto nero su bianco che il conflitto non ha alcuna base di diritto internazionale. Eppure nelle bozze di conclusioni del vertice europeo, nella parte dedicata al Medio Oriente, non compare nemmeno una menzione agli Stati Uniti o a Israele. Il che spiega abbastanza bene dove si trova attualmente l’Unione Europea. Confusa a metà strada tra la denuncia di principio e la subalternità pratica, esposta ai costi economici di una guerra che non ha scelto e che non riesce nemmeno a condannare con la dovuta chiarezza, schiava delle risorse energetiche USA.
Meloni, Starmer, Merz e Macron hanno concordato in una telefonata a quattro di lavorare insieme per “la diplomazia e il coordinamento militare”. Una formula talmente generica da essere, nei fatti, quasi priva di contenuto operativo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che “la posizione dell’Italia è quella dell’Unione europea”, che in questo momento significa, tradotto, non avere una posizione davvero propria.
C’è una lezione che la crisi di marzo 2026 rende difficile ignorare. L’Iran, militarmente sopraffatto, privato della sua guida suprema Khamenei, colpito da centinaia di ondate aeree israeliane nell’ambito di una campagna che l’IDF, ha scoperto di possedere una leva di potere che nessun bombardamento può distruggere. Non è necessario affondare ogni petroliera. Basta la minaccia, la mina antinave, il drone, l’incertezza è sufficiente a svuotare lo stretto e a far impennare i mercati..
Trump ha dichiarato di non essere ancora pronto a stringere un accordo con Teheran, i termini, ha detto, non sono ancora abbastanza buoni. I primi sei giorni di guerra sono costati agli USA 11,3 miliardi di dollari. Il Pentagono starebbe pianificando risorse per cento giorni di conflitto.
Un aumento duraturo del trenta per cento del prezzo del petrolio ridurrebbe il PIL dell’area euro di circa lo 0,4%, aumentando l’inflazione di circa lo 0,7% su entrambi i lati dell’Atlantico. Sono stime, ovviamente. Ma sono stime che, a differenza di molte previsioni economiche, hanno già iniziato a materializzarsi. Nel lungo termine, la crisi energetica globale data dalla chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi, paradossalmente, un acceleratore di quella diversificazione energetica che l’Europa avrebbe dovuto completare molto prima. Investimenti accelerati in capacità di rigassificazione, infrastrutture di stoccaggio del GNL, fonti rinnovabili per ridurre la dipendenza dalla volatilità fossile, tutte cose che erano sulla carta, in attesa dei finanziamenti giusti e della volontà politica necessaria. La crisi, come spesso accade, potrebbe fornire quella volontà di rinnovarsi che comprende anche il NUCLEARE.
È però una magra consolazione per chi oggi guarda il contatore del gas. La fragilità sistemica che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha reso visibile, quella dipendenza da un singolo corridoio marittimo per un quinto del fabbisogno energetico mondiale, non è una nuova scoperta. Era nota. Era studiata. Era nei rapporti dell’EIA, nei paper dell’ISPI, nei convegni sulla sicurezza energetica. Sapere e fare sono due cose diverse, e la distanza tra loro, in questi giorni di marzo, si misura in euro al megawattora.
Quanto durerà? Nessuno sa rispondere con onestà. L’economista Carlo Cottarelli ha invitato alla prudenza, ricordando che la “guerra dei dodici giorni” non ha avuto esiti duraturi. Ma più il blocco si protrae, più l’assorbimento dello shock diventa difficile per tutti. La crisi energetica globale determinata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, ci ha già mostrato con brutale chiarezza una cosa, nell’era delle rotte marittime e dei corridoi energetici, la crisi geopolitica di questo secolo, non deve essere sottovalutata. Arriva sempre, prima o poi, a bussare alla porta. E quando bussa, porta il conto.

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