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È morto Diego Maradona: il grido di un angelo, metafora di un paese povero (Live dalla casa)

  • Scritto da Redazione
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In evidenza È morto Diego Maradona: il grido di un angelo, metafora di un paese povero (Live dalla casa)

Ha subito un arresto cardiorespiratorio nella sua casa a Tigre dove si era stabilito dopo l'operazione alla testa per un ematoma subdurale. Aveva 60 anni. (live from Tigre municipality, in Greater Buenos Aires)


Diego Armando Maradona è morto questo mercoledì a causa di un arresto cardiorespiratorio nel quartiere di San Andrés a Buenos Aires di Tigre, dove si era stabilito giorni fa dopo l'operazione alla testa a cui era stato sottoposto per un ematoma subdurale. Il 30 ottobre aveva compiuto 60 anni.

Maradona è morto intorno a mezzogiorno dopo che i medici hanno tentato di rianimarlo senza successo. Il campione del mondo del 1986 in Messico aveva subito un intervento chirurgico per un coagulo alla testa nei primi giorni di novembre.

La voci rilasciate dai suoi stretti collaboratori parlano di un Maradona "molto ansioso e nervoso", per questo motivo si stava prendendo la decisione di trasferirlo a Cuba per la riabilitazione, dove aveva già passato alcuni anni per combattere la sua dipendenza dalla cocaina.

Una vita vissuta sempre al limite, come nessun'altro...

E un giorno è successo, con una risonanza MONDIALE, una notizia che mette un "obelisco" nella storia. Una frase che il destino aveva provato a scrivere più volte ma che il campione aveva sempre dribblato, purtroppo quella frase fa ora parte della triste realtà: è morto Diego Armando Maradona.

Villa Fiorito è stata il punto di partenza. E da lì, da quell'angolo povero della zona sud della Grande Buenos Aires, da quel primo messaggio in telecamera in cui un ragazzo diceva di sognare di giocare per la Nazionale, da quel momento Diego si lancia per un lungo salto nel vuoto senza paracadute . Un ottovolante costante con ripide salite e pericolose discese.

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Nessuno ha dato a Diego le regole del gioco. Nessuno ha dato al suo ambiente il manuale di istruzioni, nessuno aveva il joystick per poter gestire il destino di un uomo che con gli stessi piedi che calpestavano il fango dei campi più poveri, arrivò a toccare il cielo e le sue stelle. Forse la sua più grande coerenza è stata quella di essere autentico nelle sue contraddizioni. Quella di non smettere di essere Maradona anche quando nemmeno lui poteva sopportarlo. Maradona era sia l'eccentrico uomo con un solo un paio di pantaloni di velluto a coste, sia l'uomo con le camicie lucide e la collezione di orologi di lusso. È quello che viene bagnato di gloria allo stadio Azteca, è quello che arringa, quello che trema, quello che solleva, quello che motiva. Quello che prendeva un aereo da qualsiasi parte del mondo per andare a giocare con la maglia della sua Nazionale, senza sentire prima la sua società sportiva. È l'uomo grasso che passa il tempo a giocare a golf a Cuba e l'uomo magro di La Noche del Diez. Quello che torna dalla morte a Punta del Este. È il fidanzato di Claudia ed è anche l'uomo accusato di violenza di genere. È il tossicodipendente in costante lotta. Quello che canta un tango e balla la cumbia. Quello che sta davanti alla FIFA o dice al Papa di vendere l'oro del Vaticano. Quello che riconosceva la paternità dei bambini, come uno che cerca di riparare buchi lasciati nella sua vita.

Un'icona del neoliberismo quello che è salito su un treno per trovarsi faccia a faccia con Bush ed essere la bandiera del progressismo latinoamericano. È l'uomo che abbraccia i Mondiali, quello che fa sorridere gli eroi de Malvinas con un incontro degno di una finzione, un pezzo di letteratura, un'opera d'arte.

Un'immagine iconica di Maradona.

Una vita sportiva coronata da quei quattro minuti che gli sono serviti per segnare i due gol, il ​​22 giugno 1986, agli inglesi. Il miglior riassunto della sua vita, del suo stile, di ciò che ha saputo creare. Ha dipinto il suo capolavoro nella migliore cornice possibile. Ha detto al mondo chi è Diego Armando Maradona. Il baro e il magico, quello che è capace di ingannare tutti e tirare fuori una mano da ladro e quello che si supera subito con il miglior gol di tutti i tempi.

La sua vita è stata una giostra, il fucile ad aria compressa contro la stampa, la Ferrari nera che ha scartato perché non aveva lo stereo, la mafia napoletana e un'intera città che sceglie di vivere per il suo Dio, Diego Armando Maradona.  Maradona è nel presente e resterà nel presente, nonostante il fatto che chi muore debba essere scritto nel passato. È quello che a Dubai ha strofinato le spalle a sceicchi con contratti milionari e quello che a Culiacán, con 40 gradi all'ombra ha chiesto uno stufato per cena. Quello che è stato ricoverato in un ospedale neuropsichiatrico. Quello che poteva morire di cocaina. Quello che ha giocato ad Harvard. Quello che aveva guidato il Racing e il Mandiyú l'ultimo Diego con le ginocchia storte, le sue parole tese e le sue emozioni che si riversavano sulla stampa senza filtri.

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Maradona è anche l'uomo che è svanito. Il suo corpo si spezzò e iniziò a portare alla luce tanti anni di punizioni fisiche, trabocchi, eccessi, calci, infiltrazioni, viaggi, dipendenze, alti e bassi con il suo peso, camminando sugli estremi senza rete di sicurezza.

Negli ultimi tempi non voleva più essere Maradona e non poteva più essere un uomo normale. Niente lo motivava più. Il palliativo degli antidepressivi e dei sonniferi non funzionava più. E la combinazione con l'alcol ha accelerato il film della vita... Sempre meno cose hanno tenuto in moto il suo motore: non i soldi, non la fama, non il lavoro, non gli amici, non la famiglia, non le donne, non il calcio. Ha perso il suo joystick. E ha perso la partita. 

Per lui piange l'Argentinos Juniors, dove non è solo il nome dello stadio ma il miglior esempio di stampo che genera orgoglio. Boca piange per lui e per tutta la passione che ha unito a un forte legame che stava mutando, ma che conservava un amore genuino. Lo piange Napoli, il suo meraviglioso altare, luogo in cui, con un ballo, ha cambiato per sempre la vita di una città. Lo piangono anche Siviglia, Barcellona e tutti i passionari.

Diego Maradona è diventato una leggenda del calcio mondiale, la Selección piange perché nessuno ha mai difeso i colori del blu e del bianco come lui. Insomma, tutto il suo Paese e tutto il mondo lo piangono.

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Tra le tante cose che ha fatto nella sua vita, Maradona ne ha fatta una particolarmente esotica: si è intervistato. Diego in giacca ha chiesto all'uomo Maradona con la maglietta di cosa si pentisse. “Di non aver goduto della crescita delle mie bambine, di aver perso le feste delle mie bambine... Mi pento di aver fatto soffrire la mia vecchia, il mio vecchio, i miei fratelli, coloro che mi amano. Non aver potuto dare il 100 per cento nel calcio, perché ho usato i vantaggi della cocaina. Non ho ottenuto un vantaggio, ho dato un vantaggio ”.

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In quello stesso montaggio realizzato nel 2005 nel suo programma “La noche del Diez”, il Diego in abito ha suggerito a quello in maglietta due parole da dire il giorno della sua morte, “Uhh, cosa dovrei dire?  forse grazie per aver giocato a calcio, grazie per aver giocato a calcio, perché è lo sport che mi ha dato più gioia, più libertà, è come toccare il cielo con le mani. Grazie alla palla . Sì, sulla mia tomba metterei una lapide che dice: GRAZIE ALLA PALLA”

 

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live from Tigre municipality, in Greater Buenos Aires

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Ultima modifica ilMercoledì, 25 Novembre 2020 21:14

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