updated 5:12 PM UTC, Jan 15, 2021

Covid, "operazione verità" di 10 esperti su 10 errori gravi del governo: "Gettati alle ortiche i sacrifici degli italiani"

I dossier strategici su cui l'esecutivo di Giuseppe Conte finisce sotto accusa: tamponi di massa, scuole in sicurezza, dati epidemiologici accessibili, tracciamento, assembramenti e sanzioni, terapie intensive, distanziamento sui mezzi pubblici, vaccini antinfluenzali, medicina del territorio, Covid hotel - (LEGGI TUTTO)


"I sacrifici degli italiani, reclusi per due mesi fra marzo e aprile, sono stati gettati alle ortiche". "Noi pensiamo che quello che non è stato fatto fra maggio e ottobre debba assolutamente essere fatto ora". Così inizia e così si chiude un documento redatto da 10 studiosi che lanciano una "operazione verità" ricostruendo 10 errori gravi commessi dalle istituzioni, e innanzitutto dal Governo, nella gestione dell'epidemia. Il documento è sottoscritto da Nicola Casagli, Pierluigi Contucci, Andrea Crisanti, Paolo Gasparini, Francesco Manfredi, Giovanni Orsina, Luca Ricolfi, Stefano Ruffo, Giuseppe Valditara, Claudio Zucchelli.

Dopo aver sottolineato che, alla luce della Costituzione, il coordinamento e la programmazione delle politiche di tutela della salute degli italiani erano di competenza di Conte e dei suoi ministri, il documento (disponibile su www.fondazionehume.it e www.lettera150.it) analizza i 10 dossier ritenuti strategici: tamponi di massa, scuole in sicurezza, dati epidemiologici accessibili, tracciamento, assembramenti e sanzioni, terapie intensive, distanziamento sui mezzi pubblici, vaccini antinfluenzali, medicina del territorio, Covid hotel. 

Su queste materie "è avvenuta la Caporetto del Governo", come dimostra l’evoluzione dell’epidemia e il grido di allarme degli operatori sanitari. “Il problema cruciale di un’epidemia non è portare il numero di contagi vicino a zero, ma mantenerlo basso quando il peggio sembra passato. Per garantire questo, servono tutte e 10 le cose che abbiamo elencato”, si legge nel documento, “serve, soprattutto, un impegno solenne del governo centrale ad attuarle in tempi brevi e certi. Serve un cronoprogramma che specifici costi, strumenti, fasi di avanzamento, date di conclusione. Perché il rischio che corriamo è grande. E’ il rischio che, dopo il tempo delle chiusure, quello delle aperture ci restituisca la medesima illusione in cui siamo vissuti quest’estate. Un intervallo in cui si fa poco per contrastare il virus, ci si illude che il virus sia in ritirata, e così si prepara l’arrivo di una nuova ondata. Gli italiani attendono risposte concrete". Il documento può essere sottoscritto scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

(Fonte: adnkronos)

Nuovo Dpcm, ecco cosa si potrà fare e cosa no. Conte: ''Non abbiamo introdotto il coprifuoco, perché è una parola che non amiamo...''

Chiusure dei ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie alle 18 nei giorni feriali e la domenica. Stop a cinema, teatri, casinò, sale scommesse. Stop a palestre, piscine, centri benessere e centri termali. Sospese anche le feste dopo i matrimoni. Sono queste alcune delle misure principali del nuovo Dpcm restrittivo firmato dal premier Conte (LEGGI I DETTAGLI)


ECCO COSA NON SI POTRA' FARE FINO AL 24 NOVEMBRE 

Chiudono gli impianti di sci, tutte le fiere, comprese quelle internazionali, e la dad alle superiori potrà arrivare al 100%. Il governo ha varato il nuovo Dpcm con alcune correzioni rispetto alle prime ipotesi contenute nelle bozze circolate ieri. Resta la chiusura alle 18 per bar e ristoranti ma i locali potranno restare aperti anche la domenica.

Niente 'street food' dopo le 18 e tavoli dei ristoranti al massimo per quattro. Ai cinema, teatri, sport e palestre, si aggiunge la serranda chiusa anche per i centri sociali e culturali. Salvi invece i concorsi pubblici e privati che fino a ieri erano compresi nel giro di vite. Resta la "raccomandazione" ad uscire solo per ragioni di necessità (ma non si fa più riferimento ai trasferimenti dal proprio Comune) e a non in vitare a casa amici e parenti. Confermata anche la possibilità per le Regioni di adottare, se lo ritengono, norme più restrittive.

CHIUSI I CENTRI CULTURALI, STOP A TUTTE LE FIERE Niente palestre, piscine, terme, discoteche, sale giochi, sale scommesse, sale bingo, casinò. Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, cinema e in altri spazi "anche all'aperto". Serrande abbassate anche per i centri sociali e ricreativi. Chiudono anche i parchi tematici, restano aperti invece i musei, parchi e le aree giochi per i bambini ma resta obbligatorio il distanziamento. Non si potranno tenere sagre e fiere, neanche quelle a livello nazionale e internazionale che erano state salvate dal precedente dpcm.

BAR E RISTORANTI CHIUSI ALLE 18, LA DOMENICA APERTI Le attività dei servizi di ristorazione (la cui apertura può essere dalle 5 in poi) non potranno avere clienti a partire dalle 18 ma resteranno aperte la domenica, diversamente da come era stato pensato inizialmente. Scendono da 6 a 4 le persone che possono sedersi attorno allo stesso tavolo, a parte i casi di nuclei familiari più numerosi (dove tutti sono conviventi). Dalle 18 in poi è consentito il servizio a domicilio e da asporto ma non si potrà consumare il cibo acquistato nei luoghi pubblici, per strada e nelle piazze.

SCUOLA, DAD FINO AL 100% ALLE SUPERIORI Le scuole superiori adotteranno una Dad almeno al 75% che può diventare anche l'unica modalità. Si suggerisce anche di spalmare l'orario scolastico al pomeriggio e comunque l'ingresso sarà a partire dalle 9. Tutto questo per alleggerire il traporto pubblico. Resta in presenza l'attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione, materna, elementari e medie.

CHIUDONO GLI IMPIANTI DI SCI La norma vale per tutta Italia. Potranno essere usati solo per gli allenamenti degli atleti professionisti.

SPORT, SOLO GARE NAZIONALI Tutte le altre sono sospese. Sospesi, per i livelli non professionistici, gli allenamenti per gli sport di contatto; per le discipline non di contatto ci si potrà continuare ad allenare ma fuori da piscine e palestre che dovranno chiudere.

VIETATE LE FESTE, SI RACCOMANDA 'STOP OSPITI A CASA' Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso e all'aperto, ivi comprese quelle conseguenti alle cerimonie civili e religiose. Con riguardo alle abitazioni private, è raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi.

NIENTE CONVEGNI E CONGRESSI Si potranno tenere solo con modalità a distanza.

MANIFESTAZIONI SOLO 'STATICHE' E nel rispetto delle distanze e delle altre misure di contenimento.

POSSIBILE CHIUSURA DI PIAZZE ALLE 21 "Delle strade o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, può essere disposta la chiusura al pubblico, dopo le ore 21,00, fatta salva la possibilità di accesso, e deflusso, agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private" 

 

(Fonte: Ansa)

Nuovo Dpcm, sindaci e governatori leghisti valutano ricorso al Tar: "Per l'ennesima volta totale assenza di confronto e condivisione da parte del governo"

Giornata di confronto per Matteo Salvini, che ha ascoltato le preoccupazioni di sindaci e governatori della Lega. Nel tardo pomeriggio di domenica, spiegano fonti leghiste, "il leader del primo partito italiano si è confrontato in teleconferenza con i presidenti delle Regioni, preoccupati che i sacrifici imposti dal governo mettano in ginocchio l'economia senza produrre risultati efficaci sul fronte sanitario". Alcuni primi cittadini della Lega, affermano le stesse fonti, "stanno valutando di ricorrere al Tar contro il Dpcm. Per l'ennesima volta, gli amministratori locali hanno lamentato la totale assenza di confronto e di condivisione da parte del governo".

Risparmiare nel modo giusto per guardare al futuro, oltre il Covid e l'emergenza economica (VIDEO)

Al via il ciclo di conferenze online di Assogestioni-FocusRisparmio per raccontare una rivoluzione che investe il nostro modo di vivere, di risparmiare, di stare in società come cittadini che investono nel futuro personale e del Paese. Il primo appuntamento moderato da Nicola Porro - (VIDEO)


Risparmio cosa fare: notizie, consigli ed approfondimenti - Il Sole 24 ORE

di Eugenio Montesano, focusrisparmio.com

L’industria del risparmio gestito “ha il compito del «Good citizen», il cittadino responsabile che si adopera per garantire sviluppi positivi. Dobbiamo porci come un’importante interfaccia a livello istituzionale”.

È l’obiettivo che il presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos, pone all’intero settore del risparmio e della consulenza finanziaria in occasione dell’apertura di «R-Evolution, Il futuro ha un grande futuro», il ciclo di cinque conferenze online targato Assogestioni-FocusRisparmio.

Moderato da Nicola Porro, il primo appuntamento si dipana a partire dai dati di raccolta del risparmio gestito, che in uno degli anni più difficili della storia recente lancia segnali incoraggianti sulla forza del Paese con afflussi per 10 miliardi da inizio anno, di cui sette nel solo mese di agosto.

Corcos analizza il dato con sobrietà. “Il primo fenomeno che si rileva è che questi risparmi sono figli dell’incertezza economica. Gli italiani, preoccupati di quanto sta succedendo ai bilanci familiari, risparmiano di più. È un fenomeno europeo”, precisa. “In Europa il tasso di risparmio è passato da 11% a 16% nel secondo trimestre, e viaggiamo sopra il 20% nel terzo. È normale in questo contesto.

Covid ha dunque ribadito la propensione al risparmio degli italiani. Rilevazioni della Banca d’Italia indicano che tra fine 2019 e il luglio scorso, i depositi delle famiglie sui conti correnti delle banche italiane sono aumentati di oltre 36 miliardi di euro, raggiungendo quota 1.136 miliardi. Una massa enorme di liquidità che rimane ‘bloccata’ a discapito di crescita industriale, ripresa economica e del proprio portafoglio.

Spiega Corcos: “Per il risparmiatore che ha tenuto un margine di liquidità superiore  per mettersi al sicuro dalle correzioni, e che ora vuole ottenere un rendimento più alto, sarà naturale riallocare – magari sull’azionario. Esistono modalità che aiutano a smussare l’emotività: pensiamo ai piani di accumulo, con cui mensilmente si programmano gli ingressi sul mercato con una quota di investimento a discrezione del cliente. È forse la modalità migliore per allocare i propri risparmi spostandoli dalla liquidità e per iniziare a investire sui mercati azionari senza assumere scommesse eccessive in termini di rischio”.

La chiave? Possono essere i consulenti finanziari e i private banker, che “hanno svolto un grande lavoro di accompagnamento dei clienti in un momento molto difficile”. I professionisti della consulenza hanno visto mutare la loro operatività e, più in generale, le dinamiche alla base delle relazioni tra persone legate da un rapporto fiduciario, prima ancora che professionale. “Si è creato un divario forte tra chi ha investito nella tecnologia e ha avuto modalità e possibilità di interloquire con i clienti anche nelle fasi in cui il lockdown agiva sull’impossibilità di avere dei contatti fisici, e chi è rimasto indietro”, afferma Corcos. “Abbiamo comunque trovato una clientela molto pronta a rispondere e lavorare con modalità tendenzialmente anche molto diverse”.

Molto passa anche da un aumento delle capacità finanziarie dei singoli cittadini. E secondo Corcos, in ambito di educazione finanziaria “si è fatto un po’ di progresso, si è intrapreso un cammino di miglioramento grazie alle società, alle istituzioni e alle autorità pubbliche, che si sono date da fare negli ultimi anni. Siamo ancora lontani dall’ottimo, non c’è dubbio che dobbiamo fare ancora di più. Ma iniziative come il mese dell’educazione finanziaria attualmente in corso, fanno in modo che i risparmiatori italiani siano sempre più a conoscenza di quanto accade alle loro finanze”.

L’educazione finanziaria serve anche a spiegare come il risparmio possa aiutare la ripresa legandosi all’economia reale e agli investimenti in un Paese industriale come l’Italia, che da oltre 20 anni sconta un deficit di crescita peggiorato dal Covid. “Come industria del risparmio gestito abbiamo proposto, lavorando a quattro mani anche con il governo e in particolare con il Mef, tutta una serie di soluzioni per fare da ponte tra risparmio degli italiani ed economia reale”, dice Corcos.

“Pensiamo ai Pir tradizionali, che ora chiamiamo così perché è nata una nuova famiglia, quella dei Pir alternativi”. Entrambi danno la possibilità di beneficiare di un’agevolazione fiscale – nello specifico, l’esenzione dall’imposta sui guadagni in conto capitale, o capital gain – e prevedono vincoli di investimento a vantaggio delle piccole e medie imprese. “Accanto ai Pir tradizionali è stato costruito il mondo dei Pir alternativi, uno strumento di sviluppo di sistema estremamente rilevante perché punta a finanziare ancora di più il mercato delle Pmi”, insiste Corcos. “Assogestioni ha sostenuto fin dall’inizio il percorso di nascita dei Pir alternativi, valorizzando attori importanti in singoli segmenti e in aree di nicchia e dando risorse a una filiera in grado di rafforzare il sistema finanziario italiano, che a sua volta sostiene il sistema delle Pmi, spina dorsale dell’economia produttiva del Paese”.

In chiusura di intervento, Corcos tocca uno dei temi principali che informano da tempo l’evoluzione del settore, e che si sta scoprendo essere ancora più cruciale in chiave di sviluppo post-Covid: la sostenibilità e i criteri Esg, declinati secondo le specificità del tessuto produttivo del Paese. “Le imprese inserite nel territorio che abbiano un’ottima corporate governance, che investono sul capitale umano e sono rispettose dell’ambiente sono la fotografia dell’eccellenza italiana, e rappresentano il coronamento del nostro lavoro di conduzione del risparmio verso impieghi virtuosi”.

La forza dell’Europa


Proprio le tematiche Esg rappresentano “un aspetto ineludibile delle politiche economiche europee”, come evidenzia Irene Tinagli, presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo (Econ) e keynote speaker dell’evento. “La Commissione stima che la riduzione delle emissioni richieda investimenti per 350 miliardi all’anno. C’è bisogno di enormi quantità di risorse private: dobbiamo creare un mercato, stimolarlo e supportarlo”, insiste Tinagli. “Abbiamo intenzione di far sì che una quota significativa del Recovery fund sia dedicata agli investimenti sostenibili. Dobbiamo creare tutte le condizioni affinché si si sviluppi un mercato finanziario a sostegno di questa transizione, anche grazie al coinvolgimento del settore privato”.

Tutto passa dal risparmio, dunque. “Il risparmio ha e avrà nei prossimi mesi e anni un ruolo sempre più importante per riattivare la crescita dell’Italia e dell’Europa”, spiega Tinagli. “La ricostruzione del post-Covid non può accadere da un giorno all’altro. Abbiamo davanti a noi una transizione lunga e un percorso complesso, come testimoniano gli accordi di definizione del Recovery plan”.

L’Europa c’è, conferma la presidente dell’Econ, ed è al lavoro su una serie di progetti che hanno l’obiettivo di un’ulteriore integrazione e di un rafforzamento delle fondamenta economico-finanziarie del continente. “Un aspetto fondamentale del nostro lavoro è dedicato all’unione dei mercati dei capitali (Capital markets union, o Cmu). Dobbiamo assolutamente creare un mercato dei capitali europeo più integrato, più efficiente e più fluido, un traguardo fondamentale nel post-Covid”.

Liquidità fa rima con opportunità


L’evento entra nel vivo dando spazio alle voci dei protagonisti del risparmio gestito. Apre il dibattito Cinzia Tagliabue, amministratore delegato per l’Italia e deputy head della retail client division di Amundi Sgr, che riparte dalla liquidità.

“Come industria abbiamo l’opportunità di far investire la grande massa di liquidità presente nel sistema. Dobbiamo però fare i conti con i timori del risparmiatore italiano, che ha sempre guardato alla volatilità di mercato con preoccupazione. Ma il rischio maggiore – a lasciare tutta questa liquidità in conto corrente – è quello di perdere delle opportunità, per cui il nostro ruolo, assieme ai consulenti finanziari, è quello di individuare i bisogni dei clienti e, con la giusta consulenza, traghettarli verso l’investimento consapevole, nel giusto orizzonte temporale”. Un lavoro ambizioso, reso più complicato dal virus, una “variabile incontrollabile, almeno finché mancherà il vaccino”, afferma Tagliabue. “La crisi sanitaria si ripercuote inevitabilmente sull’economia. E qui arriviamo noi, chiamati a gestire questo nuovo paradigma”.

Il lavoro da fare? “Risiede nel valore della consulenza e, per i gestori, nella creazione di prodotti che diano soluzioni in chiave di pianificazione per il futuro. Dobbiamo garantire ai cittadini la possibilità, domani, di avere lo stesso tenore di vita di oggi”. La chiave rimane la diversificazione, ma secondo Tagliabue “manca ancora un anello di congiunzione tra la diversificazione degli investimenti nell’economia reale, il controllo del rischio e la percezione dei risparmiatori”.

Formichine sì, ma poco lungimiranti?

Questo perché, storicamente, gli italiani “sono sempre stati fantastici risparmiatori, ma non necessariamente ottimi allocatori” afferma Saverio Perissinotto, amministratore delegato di Eurizon. “Abituati a vivere di cedole del debito governativo piuttosto generose, non siamo stati abituati ad andare alla ricerca di asset allocation particolarmente diversificate e con componenti diverse dalla curva dei titoli di Stato”.

Oggi però il mondo finanziario è caratterizzato da tassi a zero se non addirittura negativi, per cui “l’unica scelta ragionevole”, spiega Perissinotto, “è avere asset allocation più diversificate, con una componente di rischio e di volatilità implicita più elevata”. Operazione non facile, che presuppone un «salto culturale» del risparmiatore italiano. “Ci sono due merci che non si possono comprare in bottega, e sono il tempo e la fiducia. Nella vita dell’investitore finanziario queste sono due caratteristiche fondamentali”, riassume Perissinotto.

Ciò detto, le risorse messe in campo dall’Europa possono fornire uno stimolo importante, a patto che siano opportunamente canalizzate. Spiega l’ad di Eurizon: “Se indirizzata correttamente, verso iniziative a favore dell’economia reale, questa massa di denaro può fare la differenza. Le Borse salgono se c’è crescita economica, e se le iniziative che partiranno saranno in grado di creare sviluppo, una certa dose di cauto ottimismo appare giustificata. È chiaro che bisogna approntare progetti che facciano partire un volano dell’economia reale che sia assolutamente rilevante”.

Il ruolo dei passivi

Lorenzo Alfieri, country head per l’Italia di J.P. Morgan AM, riflette sulla risposta dei passivi alla crisi di marzo-aprile. “Etf e prodotti passivi vengono scelti per la loro semplicità e la pronta liquidabilità. È evidente che in un momento di forte tensione come all’inizio della pandemia era molto importante testarli”. Secondo Alfieri il risultato “è stato più che soddisfacente”, soprattutto in Europa dove si guarda con grande interesse ai fondi tematici e Esg, esigenze verso le quali “gli Etf stanno rispondendo in modo diversificato”.

Di conseguenza, riflette Alfieri, il dibattito degli ultimi anni che ha inquadrato fondi attivi e passivi in termini quantitativi piuttosto che qualitativi “è ormai un po sterile”. “Quello che ci insegna la maturazione di questa area di prodotti è che bisogna rimettere al centro il cliente con le sue necessità. Oggi come oggi, sia gli attivi che i passivi devono trovare un giusto collocamento all’interno del portafoglio”.

L’importante è che il cliente abbia una soluzione efficace ai propri investimenti. “Se guardiamo al mondo Esg e della sostenibilità, vediamo chiaramente come si possa assolvere alla necessità di rispettare un indice sostenibile utilizzando un Etf. Al contempo, se l’investitore ha bisogno di trovare il cosiddetto «Best in class» all’interno del mondo sostenibile, può utilizzare un fondo attivo. Bisogna integrare entrambi”.

Il valore dei megatrend

Proprio intorno al valore della sostenibilità nel post-Covid e all’incrocio con l’altro grande tema messo al centro dalla pandemia, quello dell’affermazione del digitale, ha incardinato il suo intervento Santo Borsellino, presidente di Generali Insurance Asset Management e di Generali Investments Partners, parlando di “creazione di opportunità: il nostro mondo è più ricco ma non più equo, e nemmeno più sicuro”, spiega Borsellino. “La responsabilità sociale di tutti noi – asset owner, distributori, clienti retail e istituzionali – è sempre più centrale”.

La buona notizia, prosegue, è che nel vecchio continente “siamo posizionati bene su questi temi, e per una questione culturale abbiamo risposto prima di altri. Lo dimostra il fatto che gli asset in gestione legati ai temi sostenibili sono in gran parte domiciliati in Europa”.

Di converso, un’analisi del tema ‘digitalizzazione’ mostra che, come europei, “partiamo in una posizione di svantaggio”, dice Borsellino. “Per far nascere e crescere i colossi che oggi celebriamo nel Nasdaq con valutazioni stellari, c’è bisogno di creare un microclima in cui far fiorire questo tipo di aziende. Questo vuol dire decenni di investimento in infrastrutture, ricerca e sviluppo, in una cornice legale che si trasforma e asseconda le trasformazioni digitali – temi coltivati negli Stati Uniti e ultimamente anche in Cina, Paesi che noi europei ci troviamo a rincorrere”.

Una linea di azione con ampi spazi di crescita, anche in chiave di utilizzo delle risorse europee e nazionali. “Dobbiamo trovare forme di investimento verso cui convogliare il risparmio per avvicinarlo all’economia reale”, afferma Borsellino. Obiettivo cruciale “in un mondo di tassi bassi come quello attuale, in cui vi è molta repressione finanziaria che – di fatto – porta con sé una domanda crescente per rendimenti più interessanti nel medio-lungo termine”. E qui entrano in gioco i megatrend, che “tendono a dare risposte a questo tipo di domanda”. Tenendo comunque presente che “associare un megatrend a un’attitudine di investimento mordi e fuggi potrebbe non portare risultati di successo”.

Covid, Bonaccini a nome delle Regioni: "Se necessario pronti a nuove restrizioni, ma un nuovo lockdown il Paese non se lo può permettere"

Il presidente della Conferenza delle Regioni: "Rottura Regioni-Governo? No se saremo tutti responsabili". E sull'ipotesi di un nuovo lockdown generalizzato, "il Paese - dice - non se lo può permettere". Poi la replica alle parole di Ricciardi, consigliere del ministro Speranza che aveva detto che alcune regioni hanno "dormito": "Fuori luogo"


Conferenza delle Regioni. Al via il nuovo Patto Salute 2019-2021 | Fedaiisf  Federazione delle Associazioni Italiane degli Informatori Scientifici del  Farmaco e del Parafarmaco

"Le limitazioni di spostamento tra le Regioni non possono essere escluse, non si può escludere nulla in questo momento. Dobbiamo difendere il lavoro e la salute a tutti i costi. La mobilità tra le regioni deve essere salvaguardata, ma la situazione dovrà essere monitorata giorno per giorno. Appena c'è una spia che si accende bisogna intervenire". Così il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia a "The Breakfast Club" su Radio Capital. 

"La risalita dei contagi era prevedibile - dice il ministro - . Le terapie intensive sono state rafforzate. Questi sono numeri diversi rispetto a quelli di aprile, anche se il virus c'è e bisogna conviverci. Come governo non fissiamo nessuna asticella". E sui test rapidi: "Non è accettabile aspettare ore e ore per fare un tampone. Bisogna potenziare i servizi sanitari, stiamo lavorando sui test rapidi perché si possano fare ovunque".

"Se il contagio aumenterà e troveremo situazioni più preoccupanti si dovrà essere pronti a eventuali maggiori restrizioni. Tutto dipende dai comportamenti che ognuno di noi adotta e dai controlli messi in campo". Così Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, a 24Mattino su Radio 24 rispondendo a una domanda su eventuali misure più restrittive per la capienza dei mezzi di trasporto pubblico. 

Nessun rischio di scontro Regioni-Governo, "saremo tutti responsabili, come abbiamo fatto nella prima fase, quella più drammatica. Dobbiamo fare di tutto perché non ritorni, non vedo questi rischi" ha aggiunto Bonaccini.

"Dobbiamo stare attenti a non tornare indietro, un nuovo lockdown generalizzato questo Paese non può permetterselo", ha sottolineato il presidente e a proposito di chiusure di confini regionali, se necessario, Bonaccini risponde che "coi 'se' e i 'ma' si riempiono trasmissioni e giornali ma non si risolvono problemi. Di fronte a eventuali ricadute o meno - puntualizza - si discuterà".

Il presidente poi ha commentato le dichiarazioni di Walter Ricciardi consigliere del ministro Speranza e professore ordinario di Igiene all'Università Cattolica, secondo il quale qualche regione avrebbe "dormito" in questi mesi sull'emergenza Covid. "Ricciardi non ha competenze istituzionali - sottolinea Bonaccini - e penso che qualche parola sia stata utilizzata fuori luogo".

LE DICHIARAZIONI DI RICCIARDI - Siamo "sulla lama di un rasoio, se non interveniamo subito tra due o tre settimane rischiamo di ritrovarci come in Francia, Spagna e Gran Bretagna". Lo ha detto in un'intervista a La Stampa e Il Messaggero l'8 ottobre Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza e professore ordinario di Igiene all'Università Cattolica.

"Se non rinforziamo l'attività di testing con uomini e tamponi, se non attrezziamo i servizi sanitari in vista dell'influenza siamo nei guai - spiega -. Le persone contagiate devono essere indirizzate esclusivamente nei Covid hospital, ma bisognava aver già allestito Pronto soccorso dedicati ai sospetti Covid e prevedere percorsi separati dentro gli ospedali per evitare pericolose commistioni. Molte regioni però si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora con i ricoveri per influenza negli ospedali si rischia il caos".

I fondi sono stati stanziati, "è una questione di incapacità. Tanto è vero che alcune regioni, come Emilia Romagna e Veneto, si sono attrezzate". E' necessario per Ricciardi attrezzare un sistema di testing, ricorrendo anche ai privati "che naturalmente poi faccia rapidamente confluire tutti quanti i dati in un unico flusso". L'errore maggiore nei mesi scorsi "lo hanno commesso personalità illustri della politica e della scienza alimentando l'illusione che tutto fosse finito e che il virus si fosse attenuato. Ma se i contagi non si azzerano la curva epidemica inevitabilmente riprende a salire. Tanto più quando si inducono le persone ad abbassare la guardia".

I numeri ci dicono "che siamo ancora in una fase di contenimento" nella quale rispettando bene le regole "possiamo invertire il trend. Altrimenti saremo costretti a passare alla fase di mitigazione, con chiusure a livello locale". Con più di 500 casi Campania e Lombardia rischiano di diventare zone arancioni "e questo implicherebbe il divieto di spostamento da e per la regione. Ma dobbiamo assolutamente evitarlo". Per quanto riguarda bar e ristoranti, il problema "non sono gli orari ma il rispetto delle regole che ci sono già". Infine secondo Ricciardi per continuare a gestire questa pandemia, farebbe comodo anche il Mes: "Tutti i fondi che possiamo acquisire sono da canalizzare rapidamente per mettere in sicurezza il servizio sanitario nazionale".

Covid, la disputa mondiale sull'idrossiclorochina. L'Oms l'ha bocciata dopo la sperimentazione finanziata da Bill Gates, ma uno studio ne contesta le conclusioni. Funziona davvero?

L'analisi di sette scienziati di fama internazionale contesta, punto per punto, i risultati del "Recovery Trial" dell'Università di Oxford, finanziato anche dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Sulla base delle tesi "oxfordiane" l'Organizzazione mondiale della sanità ha sospeso l'uso dell'idrossiclorochina per la cura del Covid-19 in quanto giudicata inefficace e pericolosa. Conclusioni e posizioni confutate da un'equipe di esperti della materia con uno studio, approvato dal comitato etico dell'IMJ, pubblicato su The International Medical Journal il 29 settembre. 


I dubbi sulla idrossiclorochina. Funziona davvero con il Covid? -  IlGiornale.it

Ecco il testo dello studio degli scienziati che contestano le conclusioni del "Recovery Trial" sull'uso dell'idrossiclorochina nella cura del Covid-19

INTRODUZIONE

Perché parlare ancora di idrossiclorochina per la cura del COVID-19 quando lo studio Recovery condotto a Marzo 2020 dalla prestigiosa Università di Oxford e finanziato anche dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, ha decretato il 4 Giugno 2020 che questo farmaco “non ha mostrato alcun effetto benefico sui pazienti ospedalizzati a causa del COVID-19?”

Perché continuare a parlarne dal momento che, in seguito a questo risultato incontestato, l’OMS ha deciso di ritirare il suddetto farmaco per curare la patologia COVID-19? [A]

La risposta è: perché in scienza e coscienza noi crediamo che lo studio Recovery sia ampiamente contestabile, nel metodo e nei conseguenti risultati riguardanti l’idrossiclorochina.

PREMESSA

Durante le ricerche di cure per il COVID-19, gli studi comprendenti l’idrossiclorochina furono interrotti dall’OMS già il 25 Maggio 2020 dopo la pubblicazione di un articolo su The Lancet , in cui si affermava che i pazienti che avevano ricevuto idrossiclorochina presentavano tassi di mortalità del 35% per gravi aritmie cardiache. Questa pubblicazione veniva ritirata dopo tredici giorni dalla sua uscita perché contestata da 120 scienziati di varie nazionalità, sia per la raccolta dei dati che per la metodica e il 2 Giugno 2020 anche ottanta medici italiani inviavano una lettera, alla rivista The Lancet e all’OMS, contestandola nel suo contenuto scientifico. Il Dott Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS, consentiva quindi il 3 Giugno 2020 la ripresa degli arruolamenti dei pazienti in sperimentazioni con l’idrossiclorochina nello studio Solidarity. Recovery è diventato poi lo studio principale su cui l’OMS ha basato la sua decisione finale per confermare a tutte le agenzie del farmaco la sospensione dell’uso dell’idrossiclorochina per il COVID-19. 

LO STUDIO RECOVERY

Lo studio ebbe inizio il 13 Marzo 2020 nel Regno Unito. Da 175 ospedali furono arruolati circa 11.500 pazienti che manifestavano sintomi respiratori più o meno gravi e molto spesso presentavano un quadro di polmonite interstiziale di vario grado. In sostanza tutti i pazienti si trovavano nella cosiddetta seconda o terza fase della malattia, fasi che avremo modo di descrivere meglio nel prosieguo di questa lettera. Lo studio fu diviso in diversi bracci e venne assegnato ai pazienti di ogni braccio un trattamento che consisteva essenzialmente nella somministrazione di UN SOLO farmaco.

UNA APPARENTE DIGRESSIONE

Usciamo per un momento dalla discussione dello studio per chiarire un aspetto fondamentale senza il quale la comprensione della sua critica potrebbe risultare non facilmente accessibile. Per fare questo occorre parlare del COVID-19 suddiviso nelle sue tre fasi di evoluzione patogenetica. La prima fase è quella in cui prevale la replicazione virale (il virus entra nel nostro organismo e si replica all’interno delle cellule). Può non dar luogo a sintomi oppure darne di simili a quelli delle classiche sindromi influenzali, malessere, artralgie diffuse, febbre, tosse secca. La sua prognosi è ottima, il decorso è benigno e si manifesta in circa l’85% dei contagiati. La seconda fase è quella della polmonite interstiziale, che colpisce molto spesso e in modo esteso entrambi i polmoni, in cui si ha una prima risposta infiammatoria e sintomi respiratori anche molto importanti. La prognosi in questa fase è variabile, spesso si rende necessario il ricovero ospedaliero. La terza fase, che può presentarsi in un numero ridotto di pazienti, è caratterizzata da un quadro clinico ingravescente causato da una iper risposta infiammatoria (la tempesta citochinica) che determina, tra l’altro, un quadro di Coagulazione Intravascolare Disseminata (CID). In questo caso la prognosi è severa. Va detto che da parte dell’OMS non è mai stata data alcuna direttiva in merito ad un protocollo specifico da applicare in caso di COVID-19. Ciò nonostante, a livello nazionale, diverse associazioni mediche individuarono una combinazione di principi attivi da utilizzare per affrontare la patologia. Anche se tali indicazioni differivano da Paese a Paese (ma anche all’interno di uno stesso Paese spesso erano diversificate tra ospedale e ospedale, regione e regione) mantenevano, tuttavia un approccio simile che prevedeva l’abbinamento, in fase iniziale di malattia, di farmaci che congiuntamente esplicassero una azione immunomodulante e antivirale.

A partire dalle prime settimane di Marzo 2020, per affrontare ciascuna delle tre fasi di malattia, ogni terapia assegnata domiciliarmente o presso le strutture ospedaliere, faceva riferimento ad una combinazione di farmaci che si presentava simile, quando non addirittura coincidente, in più parti del mondo. Solitamente nelle prime settantadue ore dall’insorgenza dei sintomi i pazienti venivano trattati a domicilio abbinando l’idrossiclorochina ad un antibiotico, specificatamente l’azitromicina. Mentre all’aggravarsi dei sintomi e durante l’ospedalizzazione, si aggiungeva, ai farmaci utilizzati in fase precoce, l’utilizzo di cortisone e di eparina a basso peso molecolare (EBPM). A tale mix di farmaci si aggiunse poi, a macchia di leopardo, nei territori e negli ospedali, l’utilizzo di plasma iperimmune di persone guarite. Si è assistito ad un fenomeno, forse unico nella storia della medicina cioè ad una convergenza della pratica medica a livello mondiale, basata sulle evidenze cliniche sperimentate sul campo. Insomma, pur in assenza di una direttiva dell’Organizzazione Mondiale della Sanità le diverse esperienze nazionali dell’intero pianeta convergevano verso il medesimo approccio: un mix di farmaci che, sinergicamente, rispondessero alla replicazione virale, all’eccessiva risposta immunitaria aspecifica, alla coagulazione intravascolare, ciascun farmaco con un suo proprio ruolo specifico. 3 Questo utilizzo clinico nei vari territori internazionali aveva a suo fondamento plurimi studi prodotti nell’ultimo decennio che attestavano l’efficacia antivirale del principio attivo contenuto nell’idrossiclorochina, nei confronti del virus Sars, di cui il SARS-CoV-2 è parente stretto.

Su questi studi si è basata quindi la strategia terapeutica utilizzata per esempio l’IHU Méditerranée Infection a Marsiglia in Francia e in tutte quelle realtà che a tale esperienza si sono ispirate. Inoltre era conoscenza dei clinici specialisti in patologie respiratorie, il sinergico funzionamento tra i suddetti principi attivi e quelli di specifici antibiotici con attività immunomodulante e con anticoagulanti, tutti insieme fondamentali per la cura di sintomi simili a quelli provocati dal SARS-CoV-2, che pur essendo di altra natura eziologica (come il Mycoplasma pneumoniae), provocano al polmone danni paragonabili a quelli prodotti dal COVID-19.

CONTESTAZIONE A RECOVERY

Dopo questa apparente digressione torniamo allo studio Recovery. La nostra contestazione, premettendo le ragioni finora esposte, si basa quindi sui punti fondamentali che caratterizzano lo studio: -fase avanzata di malattia -monoterapia -posologia eccessiva Risulta quantomeno sorprendente che la Oxford University abbia fatto tali scelte per validare il funzionamento dell'idrossiclorochina nei pazienti trattati e studiarne la mortalità. In fase avanzata di malattia Come appare evidente dalle diverse esperienze cliniche sperimentate su territorio mondiale, nella stragrande maggioranza dei casi in cui i tassi di mortalità sono stati contenuti all’interno di una percentuale del 3%, si riscontra il diffuso impiego di idrossiclorochina e azitromicina in fase di malattia precoce (e di plasma iperimmune in fase avanzata ovvero di corticosteroidi, EBPM). Tale utilizzo precoce, trova la sua ragion d’essere nei meccanismi di azione antivirali e immunomodulanti dell’idrossiclorochina a cui si è più sopra accennato. Abbinando tali meccanismi alla prima fase di malattia, si permette al farmaco di esplicare le suddette proprietà esattamente nel momento in cui 4 queste sono richieste, ovvero nel momento in cui si assiste alla replicazione virale all’interno dell’organismo ospitante e si verifica la reazione direttamente conseguente del sistema immunitario. L’idrossiclorochina contrasta in modo fisiologico la risposta infiammatoria modulandola e non sopprimendola e impedisce l’insorgere della tempesta citochinica. L’idrossiclorochina ha dimostrato in vitro o in modelli animali di possedere un effetto antivirale attraverso l’aumento del pH endosomiale -che è determinante per la fusione virus-cellula- bloccando, in questo modo, l’ingresso del virus all’interno della cellula.

Un altro meccanismo d’azione dell’idrossiclorochina per combattere/contrastare i virus è quella di attivare le vie innate di segnalazione immunitaria dell'IFNβ, AP-1 e NF-κB, nonché l’aumento dell’espressione di geni antivirali e citochine come l'interferone beta (IFNβ). Inoltre l’idrossiclorochina esplica un effetto antinfiammatorio dovuto ad inibizione di sovraregolazione di mRNA di citochine proinfiammatorie, IL-6, IL-1β TNF-α e può bloccare l'attivazione delle cellule T interrompendo la segnalazione di calcio dipendente dal recettore delle cellule T.

Il fatto che la somministrazione sia avvenuta molto tardivamente durante il decorso della malattia non depone a sfavore dell’idrossiclorochina, bensì depone a sfavore della scelta terapeutica. In tali fasi avanzate infatti, vi è un’imponente infiammazione e per prevenire il quadro di coagulazione intravascolare disseminata tipico del COVID-19, ben altri interventi sarebbero stati richiesti per una corretta pratica medica. Monoterapia Nonostante le notevoli proprietà appena descritte dell’idrossiclorochina come antivirale e antinfiammatorio, le numerose esperienze cliniche hanno comprovato che la sua efficacia viene aumentata potenzialmente se utilizzata in abbinamento con un altro principio attivo che agisca in sinergia. Nel caso specifico del trattamento per il COVID-19 il farmaco che ha contribuito maggiormente a creare l’effetto combinato più favorevole, alla guarigione della malattia insieme all’idrossiclorochina, è stato l’azitromicina.

L’azitromicina è un macrolide che, oltre alla sua azione antibatterica, ha dimostrato di avere un’azione di immunomodulazione la quale differisce dall'immunosoppressione o dall'antinfiammazione in quanto è un ripristino non lineare della risposta infiammatoria che agisce modificando o regolando una o più funzioni del sistema immunitario. Usiamo il termine "immunomodulazione" per descrivere la downregulation di un'iperimmunità o iperinfiammazione senza compromettere la normale risposta immunitaria o infiammatoria per difendersi dall'infezione. I farmaci idrossiclorochina e azitromicina sono entrambi immunomodulatori che in modo sinergico prevengono gli effetti deleteri causati dalla massiccia infiammazione indotta da COVID-19 quindi sono due farmaci diversi ma con attività simili che lavorano in sinergia. Inoltre l’azitromicina è nota per fermare la produzione di citochine, un torrente di mediatori infiammatori che innescano l'infiammazione polmonare potenzialmente letale nei pazienti COVID-19.

Il regime di monoterapia, come non viene praticato anche per altre patologie, non trova a maggior ragione, giustificazione alcuna per venir attuato in caso di infezione da SARS-CoV-2 la quale si è dimostrata essere, come precedentemente spiegato, una patologia sì complessa ma che può essere affrontata in ogni sua fase con strumenti adeguati alla sua gravità. Non certo in monoterapia. Posologia eccessiva Altro aspetto, tutto da chiarire, riguarda l’alto dosaggio di idrossiclorochina somministrato che non trova giustificazione né nella pratica clinica fino a quel momento conosciuta, né in letteratura: infatti le dosi sono risultate più che doppie rispetto a quelle utilizzate abitualmente per le patologie di riferimento (malaria, lupus erythematosus, artrite reumatoide). Ogni farmaco è sicuro se usato a dosaggi stabiliti e diventa potenzialmente letale per dosi superiori. Lo Studio Recovery ha utilizzato un dosaggio di 2400 mg di idrossiclorochina nelle prime 24 ore di trattamento. Alla dose iniziale sono state poi aggiunte somministrazioni di 400 mg ogni 12 ore per altri 9 giorni, per un totale complessivo di 9,6 gr di farmaco in 10 giorni. 6 Giusto per fare un confronto, il gruppo del prof Didier Raoult in Francia ha usato 600 mg al giorno per un massimo di dieci giorni in 1061 pazienti con COVID-19, riportando 8 decessi ed un tasso di mortalità dello 0,75%. Va detto che nello stesso periodo, le esperienze territoriali italiane hanno visto un impiego di idrossiclorochina al dosaggio giornaliero di 400 mg.

Il regime di iperdosaggio di idrossiclorochina e la modalità di somministrazione in monoterapia non ha alcuna giustificazione medica nel trattamento del COVID-19. Si può quindi affermare, oltre ogni ragionevole dubbio che, nello Studio Recovery nel Regno Unito, l’idrossiclorochina è stata utilizzata in dose non terapeutica, a maggior rischio di effetti collaterali quali cardiopatie e retinopatie, non comprensibile in relazione ai canoni della pratica medica per tale patologia. Nonostante il dosaggio estremamente elevato e ingiustificato di idrossiclorochina non ci sono state sostanziali scostamenti dalla mortalità riscontrata nel braccio di controllo.

Quanto sopra dimostrato è in antitesi con le motivazioni che in precedenza venivano dichiarate dall’OMS per la prima sospensione dell’idrossiclorochina dopo la pubblicazione su The Lancet del documento che è stato poi ritirato e cioè che si trattava di farmaco non sicuro e potenzialmente letale. In realtà l’idrossiclorochina è un composto antivirale con un track record di sessantacinque anni per la sicurezza e l’efficacia, sviluppato a partire dalla clorochina che a sua volta è la versione sintetica del chinino. La clorochina e l’idrossiclorochina sono farmaci poco costosi e disponibili a livello globale che sono stati utilizzati in tutto il mondo dal 1945 per trattare la malaria, sindromi autoimmuni e varie altre condizioni. Lo stesso studio ha infatti dimostrato la totale sicurezza del farmaco, visto che in dosaggio più che doppio a quello comunemente utilizzato non ha provocato un tasso di mortalità superiore a quello dei controlli. In questa prospettiva appare di dubbia validità la scelta di attribuire oppure negare ad un farmaco una possibile capacità curativa sulla base di un uso improprio, in assenza di una sinergia farmacologica necessaria. 7 Risulta ovvio pertanto che non abbia potuto impedire la morte di molti pazienti. Solo se utilizzato secondo i corretti parametri evita i decessi e anche l’aggravarsi della patologia e le sue complicazioni. Un appunto sul desametasone Viceversa diventa degno di nota, per le ragioni che verranno chiarite nel prosieguo, riportare, in breve, il report relativo ad un altro farmaco utilizzato nello Studio Recovery: il desametasone.

Secondo i ricercatori del Recovery Trial dell’Università di Oxford viene descritto come l’unico farmaco che ha finora dimostrato di ridurre la mortalità e di farlo in modo significativo. I dati però non sembrano avallare l’aggettivo “significativo” utilizzato. I pazienti curati senza desametasone a 28 giorni avevano mortalità del 41% quando necessitavano di ventilazione meccanica, del 25% quando necessitavano di solo ossigeno e del 13% tra chi non necessitava di interventi respiratori di alcun genere. Il desametasone è risultato fondamentale per salvare 1 paziente su 8 con ventilazione meccanica e 1 paziente su 25 con ossigeno. Mentre non sono stati rilevati benefici nei pazienti con quadro clinico migliore che non richiedevano ossigeno. Non si comprende quindi a conclusione della sperimentazione sul desametasone, l’enfasi posta da parte del Professor Peter Horby e del Professor Martin Landray sui suoi effetti, come se si trattasse di una scoperta sensazionale.

L’errore commesso nello studio condotto dall’Università di Oxford e che riguarda tutto lo studio Recovery, è la monoterapia vale a dire testare un solo farmaco o tipo di trattamento. Soprattutto per quanto riguarda il desametasone, Recovery non è riuscito a mettere sufficientemente in evidenza la reale importanza dei corticosteroidi come salvavita nella seconda e terza fase della malattia così come quando vengono usati in combinazione con altri farmaci. Come abbiamo detto i corticosteroidi sono sempre stati farmaci elettivi nelle polmoniti interstiziali e hanno dimostrato di essere molto utili per affrontare l’epidemia di COVID-19, dovrebbero essere introdotti, insieme al plasma 8 iperimmune e anticoagulanti, nel momento in cui la tempesta citochinica sta per verificarsi, durante la seconda fase di malattia e si sono dimostrati utili anche nella terza fase di malattia.

L’utilizzo così come previsto in Recovery per il trattamento di COVID-19, in regime di monoterapia, ha svalutato la reale portata e importanza del desametasone. Ci teniamo a sottolineare che il cortisone viene usato, da circa 50 anni, in tutto il mondo in caso di polmoniti interstiziali, inoltre, non è una scoperta di Recovery nemmeno il suo utilizzo relativo al COVID-19 in quanto, analoghi del desametasone sono stati utilizzati, unitamente ad altri farmaci, in quasi tutte le strutture ospedaliere del mondo, a partire da Marzo 2020. Tali cure improntate alla pratica di un protocollo di farmaci hanno apportato agli ammalati di COVID-19 benefici di gran lunga maggiori rispetto a quelli riportati nello studio Recovery. Va detto, infine, che rimane ancora tutta da verificare l’efficacia dell’utilizzo del desametasone in prima fase di malattia.

CONCLUSIONI

Va detto con estrema chiarezza che molte realtà ospedaliere europee hanno avuto tassi di mortalità meno elevati, durante la fase epidemica, di quelli dello Studio Recovery. Basterebbe questa affermazione per far comprendere che le tesi di base dello Studio sono errate. Come abbiamo chiarito nell’esposizione della nostra contestazione, lo Studio Recovery non dimostra l’inefficacia dell’idrossiclorochina o l’efficacia del desametasone. Ciò che lo studio dimostra è soltanto l’inefficacia dell’utilizzo dell’idrossiclorochina in una fase non congruente di malattia e in monoterapia per combattere il COVID-19 e, nel contempo, dimostra la non adeguata efficacia del desametasone se non inserito nel contesto di un protocollo che lo associ ad altri farmaci, quindi dimostra che anche un ipotetico “salvavita” non lo è efficacemente se usato da solo. L’unica vera dimostrazione utile per la comunità medica e scientifica a cui conduce lo Studio Recovery appare essere la conferma delle evidenze basate 9 sulla pratica clinica, sviluppatesi durante l’epidemia, che hanno condotto i medici impegnati in prima linea, ad utilizzare una combinazione di farmaci che si è ben presto diffusa all’intero pianeta e che ha visto, nelle situazioni in cui è stata contenuta la mortalità entro bassissime percentuali, la costante della presenza di idrossiclorochina, azitromicina, cortisone, anticoagulante e, in taluni casi, plasma iperimmune. Lascia ancora una volta perplessi il fatto che l’OMS si basi, come fece con lo Studio pubblicato sul The Lancet e poi ritirato, su studi che danno piena evidenza di trattare una patologia come si trattasse di una patologia a loro completamente sconosciuta sulle sue manifestazioni ed evoluzioni cliniche.

La totale assenza di un approccio medico-clinico per la patologia COVID-19, dello Studio Recovery, deve necessariamente far riconsiderare all’OMS le decisioni prese in conseguenza a tale studio per non farsi carico della responsabilità di un aumento di decessi nel mondo. La decisione di sottrarre nuovamente un farmaco, stavolta dimostratosi sicuro e di accertata efficacia nella fase iniziale di malattia, contribuisce ad aumentare le morti di persone che avrebbero potuto essere altrimenti curate e guarite e a prolungare la pandemia. Questo, seppur inaccettabile in qualsiasi circostanza, si rileva come danno intollerabile anche e soprattutto nei paesi più poveri nei quali l’idrossiclorochina rappresentava il farmaco principale nel trattamento della fase precoce della malattia.

Nota [A]: come risultato di questa decisione, tutte le agenzie farmaceutiche regionali e nazionali hanno dato l’ordine, nei loro territori, di limitarne l’uso ai soli studi clinici. L’OMS ha dichiarato che la propria decisione è stata presa sulla base dei risultati di Recovery, su quelli di Solidarity e su una Cochrane review su altre prove su l'idrossiclorochina. 

STUDIO RECOVERY E IDROSSICLOROCHINA

AUTHORS

Dilip Pawar MBBS, MD, PhD, DSM, MBA, FCP (USA) Clinico Farmacologo, Scienziato di ricerca sul cancro e Covid Expert Mumbai, India

Didier Raoult, MD Direttore dell'IHU Méditerranée-Infection Boulevard Jean Moulin Marsiglia, Francia

Nise Yamaguchi MD, PhD Clinico Oncologo e Immunologo Institute of Advances in Medicine Università di San Paolo, Brasile

Juan C. Bertoglio, MD Ass. Prof. Di Medicina e Immunologia Universidad Austral del Cile

Alberto Palamidese, MD. Professore Aggiunto di Pneumologia Ospedale Universitario di Padova Medical Association Directory Board Università di Padova, Italia

Vincenzo Soresi M.D. Director em. of Pneumology Ospedale Niguarda di Milano Professore em. di Anatomopatologia, Oncologia Clinica e Pneumologia Università di Milano, Italia

Juan L. Hancke, DVM, PhD Professore di Farmacologia e Tossicologia Università Austral del Cile

Mauro Rango Medical Writer Università di Padova, Italia

Graziella Cordeddu Medical Writer Università di Cagliari, Italia

Daniela Gammella Medical Writer Università di Parma, Italia

 
  • Pubblicato in Salute

Conte sta con Tridico: "Stipendio adeguato, ma lavorare sulla cassa integrazione non pagata"

Il premier Giuseppe Conte difende il presidente dell'Inps Pasquale Tridico al centro di una polemica per la questione dello stipendio: "Posso dire, all'esito dell'informativa assunta, che il presidente dell'Inps all'atto dell'insediamento prendeva emolumenti di molto inferiori rispetto al precedente presidente. E' stato necessario, sulla base di provvedimenti normativi, adeguare gli emolumenti"


Sul caso dello stipendio del numero 1 dell'Inps, Pasquale Tridico,"io stesso nei giorni scorsi, quando mi è stata posta la domanda, vi ho detto 'permettetemi di verificare'. All'esito dell'informativa assunta, ho verificato che il presidente Inps prendeva emolumenti molto inferiori rispetto al precedente". Il premier Giuseppe Conte, a margine dell'incontro con la presidente della Confederazione svizzera Simonetta Sommaruga, risponde a una domanda sull'affaire Tridico.

"C'è stato un riassetto dei vertici dell'Inps e credo dell'Inail, sono stati insediati i cda, a quel punto, su base di procedimenti legislativi e regolamentari, è stato necessario adeguare gli stipendi. Questo ha portato a un adeguamento stipendiale" per Tridico che, "se guardate le tabelle comparative, ancor oggi risulta in linea o inferiore a quelli dei vertici di istituti paragonabile. Il tema non è questo, il tema è che ci sono cittadini che ancora aspettano la cassa integrazione in deroga. In questo momento quindi, il presidente Inps, i lavoratori e tutti coloro che hanno un ruolo, io per primo, dobbiamo lavorare giorno e notte" per far sì che tutti percepiscano la Cig nei tempi previsti e senza ritardi.

Il fatto che dei lavoratori non abbiano ancora percepito la cassa integrazione "è un problema per chi non ha mezzi di sostentamento. Non ha senso dire che milioni l'han presa" se "c'è ancora un piccolo numero che non lo ha percepito, perché si tratta di famiglie", ha rimarcato il premier ringraziando le aziende che hanno deciso di anticipare ai propri dipendenti la Cig.

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