updated 2:32 PM UTC, Apr 11, 2021

Smart working, brutte sorprese in bolletta: +22% di spese per il riscaldamento nel 2020

Continuano gli studi sugli effetti per lavoratori e famiglie del cosiddetto "lavoro agile" svolto a casa anziché in ufficio. Le ricadute sono sociali, pscilogiche, ma anche economiche. Ecco cosa emerge da un'indagine di Tado, azienda specializzata nella climatizzazione domestica


Lo smart working ha fatto lievitare la spesa degli italiani per il riscaldamento. Secondo i dati diffusi da Tado, azienda specializzata nella climatizzazione domestica, lo scorso inverno nelle case italiane è stato avviato il riscaldamento diurno il 22% in più rispetto al precedente. 

Lo studio, basato su un campione di circa 300.000 case europee, di cui 32.000 italiane, ha rilevato che le famiglie italiane e spagnole hanno dovuto affrontare i maggiori aumenti del riscaldamento domestico: un fenomeno derivante dal cambio delle abitudini a causa delle restrizioni imposte per arginare l'epidemia.

Dallo studio emerge che gli italiani hanno vissuto molto di più la casa anche nelle giornate feriali, dopo aver introdotto il lavoro da casa come nuova abitudine. In Danimarca e in Svezia gli aumenti sono stati i più bassi in Europa, ma solo perché l'inverno appena trascorso è stato in media 0,6 gradi più caldo rispetto al precedente.

In Europa la climatizzazione degli edifici e dell'industria rappresentano la metà del consumo energetico e il riscaldamento e l'acqua calda costituiscono circa i tre quarti del consumo energetico di una casa.   

Ci sono molti modi per risparmiare sul riscaldamento e sull’acqua calda. Una soluzione semplice è quella di abbassare il riscaldamento: anche solo 1 grado in meno consente un risparmio in bolletta di circa il 6%. Utilizzare il riscaldamento e l'acqua calda solo quando è necessario permette di risparmiare in modo notevole. Inoltre, il passaggio a un termostato intelligente può garantire che solo le abitazioni e gli ambienti occupati siano riscaldati, consentendo al contempo ulteriori risparmi grazie all'adattamento alle condizioni atmosferiche, al rilevamento delle finestre aperte e ad altre funzionalità. Gli studi hanno indicato che usare il termostato intelligente può ridurre la bolletta del riscaldamento fino al 31% senza che né il proprietario dell’abitazione né l'inquilino sacrifichi la propria comodità.

 

(Fonte: Agi)

Avvocati Rispondono; Il diritto allo smart working per i lavoratori con figli a casa da scuola.

I lavoratori con figli fino a 16 anni bloccati a casa per sospensione dell'attività didattica in presenza o quarantena, hanno diritto al lavoro agile o, in alternativa, ad una aspettativa. Cosa fare se il datore di lavoro rifiuta lo smart working. Ascoltiamo l'Avvocato Giuslavorista Davide Pollastro


“Per venire incontro alle esigenze delle famiglie, abbiamo deciso, già nel decreto legge, di garantire il diritto al lavoro agile per chi ha figli in didattica a distanza o in quarantena”, ha detto Mario Draghi, intervenendo al Centro vaccinale anti-Covid all’aeroporto di Fiumicino. 

Ma quali sono le regole e come si devono comportare i lavoratori? Ascoltiamo l'Avvocato Giuslavorista Davide Pollastro che in questo video, spiega quali passi deve fare il lavoratore in difficoltà.

Dipendenti pubblici, Draghi firma il Patto per l'innovazione e la coesione sociale: "Ruolo centrale che richiede nuove professionalità". Smart working nel contratto e arrivano gli aumenti (VIDEO)

Firmato il patto sugli statali con il ministro Brunetta e i sindacati. Concorsi, digitalizzazione e lavoro agile al centro dell'intesa. Il premier: "Se il settore non funziona, società più fragile e ingiusta. Ci tengo a confronto e dialogo". Landini: "E' il momento della responsabilità di tutti. C'è la piena condivisione e il pieno sostegno della Cgil" - (VIDEO)


Governo e sindacati siglano il Patto per l'innovazione del lavoro pubblico  e la coesione sociale. "Puntare su digitalizzazione, concorsi e smart  working" | LA NOTIZIA

"Il buon funzionamento del settore pubblico è al centro del buon funzionamento della società. Questo è sempre vero, con la pandemia è ancora più vero".

Lo dice il premier Mario Draghi intervenendo nella sala verde di Palazzo Chigi alla firma del Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale. "A fronte di questa centralità del settore pubblico se guardiamo la situazione attuale concludiamo che c'è molto da fare", aggiunge, parlando in particolare dell'età media e della formazione del personale pubblico. "La pandemia - ha detto il premier - e il piano di rilancio e resilienza richiedono nuove professionalità e nuove forme di lavoro. Nuove professionalità richiedono investimenti e nuove regole. Questo è quello che oggi stiamo cominciando". 'Nel corso delle consultazioni ho avuto modo di esprimervi quanto io tenga a questo confronto e questo dialogo", ha detto il presidente del Consiglio ai sindacati.

Il "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" che si firma a Palazzo Chigi con il premier Mario Draghi e Cgil, Cisl e Uil "inaugura una nuova stagione di relazioni sindacali". Così il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, aggiungendo che "venerdi convocherò le confederazoni sindacali per avviare il negoziato in tempi brevi. E' per noi il miglior segno di ripartenza".

"La scelta del presidente Mario Draghi di valorizzare con la sua firma l'accordo di oggi pone questo nuovo inizio sotto i migliori auspici, per il Paese e per la sua capacità di puntare sulla responsabilità di tutte le parti per costruire un Piano nazionale di Recovery e resilienza che investa sullo Stato e sui suoi servitori". Lo sottolinea il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, alla firma del "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" a Palazzo Chigi.

"E' un atto molto importante sia per i contenuti del Patto sia per il significato che esso ha. La scelta di investire sul lavoro, sull'innovazione del lavoro pubblico, sulla buona occupazione, sulla formazione, sull'investimento per un miglior funzionamento della macchina pubblica e quindi per migliorare i diritti e le condizioni dei cittadini credo sia un obiettivo molto importante". Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sulla firma del "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" a Palazzo Chigi. Per Landini è "importante anche il modo e metodo con cui ci stiamo muovendo: abbiamo bisogno di un confronto, di trovare le necessarie sintesi che siano in grado di rispondere ai problemi e ai tanti bisogni del Paese. Innanzitutto creare lavoro, buona occupazione dare un futuro ai giovani e alle donne" e arrivare al rinnovo dei contratti, aggiunge il leader della Cgil apprezzando che già da venerdì partirà il confronto con i sindacati, come annunciato dal ministro della Pa, Renato Brunetta.

"L'accordo esprime valori e contenuti importanti sia per il mondo del lavoro pubblico sia per il Paese, guardando al presente e al futuro, per vincere la sfida della pandemia, della crisi economica e sociale e del cambiamento della Pa". Così il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, sulla firma del "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" a Palazzo Chigi. "Imprimiamo - sottolinea - una spinta partecipata alla ripartenza del Paese nel segno di una nuova concertazione e di un nuovo dialogo sociale da sostenere ed estendere a tutti gli ambiti delle riforme". Sbarra sottolinea, tra l'altro, che si offrono "le condizioni per rilanciare l'occupazione, rinnovare i contratti e disciplinare per via contrattuale forme di lavoro agile" e rimarca "due grandi temi: uno di metodo, entriamo in una fase nuova che esalta le relazioni sociali, e uno nel merito con aspetti di assoluto rilievo, sui processi di valorizazzione e sul recutamento, sulla formazione e professionalità. Si dà una spinta forte al rinnovo dei contratti".

"Abbiamo sottoscritto un accordo importante che risponde alle nostre esigenze che unitariamente facevamo da tempo. Investire nella Pa e garantire una Pubblica amministrazione efficiente è nell'interesse dei cittadini italiani". Così il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, sulla firma del "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" a Palazzo Chigi. "Questo accordo sottolinea la convergenza fra Cgil Cisl Uil e il Governo", aggiunge Bombardieri apprezzando "la scelta del metodo sulla coesione sociale" e l'avvio del "nuovo percorso di relazioni sindacali". "Una pubblica amministrazione che garantisce ogni giorni diritti di cittadinanza, diritti di territorialità. In questo accordo - sottolinea - sono previste delle scelte strategiche sugli investimenti, sulla digitalizzazione, sulla semplificazione amministrativa. Investimenti in nuove assunzioni, nella formazione del personale, nel rinnovo dei contratti.Tutte cose che servono a identificare la richiesta di fondi che si faranno su Next generation Eu, uno degli asset strategici del nostro Paese. Per noi la Pa in quanto garante di diritti di cittadinanza è uno degli asset strategici".

Tra i capitoli del documento ci dovrebbero essere la formazione, la digitalizzazione, lo sblocco dei concorsi, l'utilizzo dello smart working una volta che si esaurirà l'emergenza dettata dalla pandemia, le relazioni sindacali, il welfare contrattuale e la revisione dell'ordinamento professionale del settore. Nel documento ci dovrebbe essere anche un impegno ad allargare la riserva tecnico economica per i nuovi contratti oltre i 3,375 miliardi attuali.

Il ministro dell'Economia, Daniele Franco, ha parlato di "importanti innovazioni" in arrivo e ha parlato della sfida alla quale sta lavorando Brunetta per "l'immissione in tempi brevi" di giovani nella pubblica amministrazione in modo da avere le competenze necessarie per gestire i nuovi progetti.

L'accordo sarà una cornice all'interno della quale lavorare per poi negoziare sui singoli temi.

Sullo smart working dovrebbe esserci un'indicazione di massima per riportarlo sotto l'egida del contratto dopo essere stato in questi mesi di pandemia disciplinato dalla legge mentre per quanto riguarda il welfare contrattuale ci dovrebbe essere un impegno sul suo sviluppo con la definizione successiva delle modalità come ad esempio potrebbe essere l'agevolazione fiscale del salario accessorio.

 

(Fonte: Ansa)

Avvocati Rispondono; lo Smart Working o Lavoro Agile

Diritto e obbligo al lavoro agile; quali sono le norme che regolano questa nuova visione del lavoro in azienda?


Lo Smart Working o Lavoro Agile è una nuova organizzazione dei flussi di lavoro che si inserisce nel rapporto tra il singolo lavoratore e l'azienda. Una nuova visione che dovrebbe proporre libertà di movimento, di spazi e autonomia nel raggiungimento di dati risultati o obbiettivi in un tempo prefissato. Una intelligente rivoluzione delle modalità con cui il lavoratore deve prestare la sua opera all'interno di una azienda. Vengono a modificarsi in questo modo gli spazi di lavoro aziendali e tutti quei vecchi concetti legati alla postazione di lavoro. In questo modo si evidenzia maggiormente l'autonomia dei singoli lasciandoli liberi di esprimersi nei luoghi e nei modi che ritengono più opportuni, purché i risultati da ottenere sia raggiunti in un tempo prefissato.

Quali sono le norme che regolano il diritto dei lavoratori in questa nuova visione del lavoro? ascoltiamo l'Avvocato Giuslavorista Davide Pollastro.

La pandemia ci ha reso più digitali: quanti hanno scoperto e-banking e shopping online per la prima volta. Lavoro da remoto per un italiano su quattro. Tutto rose e fiori?

Il report di Deloitte tra pro e contro: in tanti pensano che il processo di digitalizzazione non consideri abbastanza l'aspetto umano


Consumatori più digitali e più propensi a cercare prodotti e servizi on-line. La pandemia da Covid-19 ha spinto la digitalizzazione di prodotti e servizi in Europa, modificando i comportamenti dei consumatori e accelerando quelle trasformazioni in corso che, in condizioni normali, avrebbero richiesto anni per affermarsi. A confermarlo è lo studio di Deloitte 'Umanesimo digitale', secondo cui il 30% dei consumatori europei (di Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito e Paesi scandinavi) ha provato per la prima volta lo shopping online e l’e-banking durante la prima ondata Covid.

Secondo il report di Deloitte, la media europea di lavoratori che ha provato il remote working per la prima volta dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19 è del 23%. Un valore che in Italia è ancora più rilevante, riguardando un intervistato su quattro (25%). Significativo anche il dato secondo cui il 38% dei rispondenti dichiara di essere riuscito a svolgere le proprie attività regolarmente durante il lockdown solo grazie all’innovazione tecnologica. Un chiaro segnale della trasformazione digitale su cui le imprese stanno spingendo, introducendo nuovi modelli e modalità operative, sottolinea lo studio.

Tuttavia, al di là dei limiti infrastrutturali, ciò che emerge è che il processo di digitalizzazione non consideri abbastanza l'aspetto umano. A pensarla così il 36% degli italiani, in linea con la media europea del 38%. Ma ci sono paesi dove il problema è ancor più sentito, come la Francia, dove quasi la metà dei rispondenti (46%) lamentano tale carenza.

 

(Fonte: Adnkronos)

Smart working, quanto ci costa lavorare da casa. Bollette e connessioni internet: perché chi ha famiglia è più penalizzato

A fare i conti è l'ultimo report SOStariffe.it, che ha stimato tutte le maggiorazioni di spesa dovute alle attività di studio/lavoro casalingo nel 2020 scoprendo che in media gli italiani hanno speso tra 145 (i single) e 268 euro in più (le famiglie)


Smart working: come funziona il lavoro da casa | Starting Finance

Non solo la salute. Il coronavirus e la pandemia hanno cambiato anche il modo di lavorare di ognuno di noi. E per alcuni il salotto di casa si è trasformato di colpo in un ufficio. La diffusione dello 'smart working' è infatti una delle tante rivoluzioni portate dal virus, una rivoluzione che ha però inciso con dei costi sulle famiglie che hanno dovuto fare i conti con bollette di gas, luce e anche connessione internet lievitate nei mesi. Quanto ci è costato, dunque, finora?

A fare i conti è l'ultimo report SOStariffe.it, che ha stimato tutte le maggiorazioni di spesa dovute alle attività di studio/lavoro casalingo nel 2020 scoprendo che in media gli italiani hanno speso tra 145 (i single) e 268 euro in più (le famiglie).

Sono stati esaminati tre profili di consumatore tipo: il single, la coppia e la famiglia. Si è calcolata la spesa media annuale di ciascuno e, tramite simulazioni, si è potuto stimare l'incremento dei consumi dovuto alle nuove attività da casa. È emerso che, nel complesso, i single hanno speso 145 euro in più, le coppie se la sono cavata aggiungendo 193 euro alle solite bollette e, infine, le famiglie hanno dovuto mettere in conto 268 euro in più. Il costo dello smart working grava soprattutto sulle famiglie

L'indagine, condotta tramite i comparatori SOStariffe.it per le offerte luce e gas e le offerte internet casa, ha evidenziato che svolgere le consuete attività di lavoro e studio da casa, anziché recarsi all'esterno della propria abitazione, comporta un aggravio di costi soprattutto per i nuclei familiari. I single, nel corso del 2020, hanno speso per le tre utenze considerate un totale di 1.116 euro (di cui 719 per luce e gas e 397 per internet). Lo smart working ha fatto loro sborsare in media 145 euro in più. Le coppie, nel complesso, hanno dovuto sostenere, nel 2020, una spesa di 1484 euro per le bollette (che comprende 1087 di luce e gas e 397 di internet).

La permanenza domestica per studio e lavoro ha inciso in media per 193 euro sul bilancio annuale delle coppie. Il profilo di consumatore-tipo che ha risentito di più dei rincari dovuti allo smart working sono proprio le famiglie (quelle considerate dallo studio SOStariffe.it sono composte da due genitori e un figlio). In media i nuclei familiari hanno speso 2058 euro per le bollette nel corso del 2020 (di cui 1661 per la luce e il gas e 397 per la connessione da rete fissa). In questo caso l'incremento di spesa sostenuta in smart working si aggira sui 268 euro. Come risparmiare sulle utenze nel 2021 Lo smart working semplificato, salvo proroghe dovute all'andamento dei contagi e dei vaccini, sarà in vigore fino al 31 marzo.

Cosa fare dunque per risparmiare sulle utenze domestiche? “Un consiglio utile – risponde Alessandro Voci, responsabile Ufficio Studi e Indagini di SOStariffe.it - è passare al mercato libero già da ora e approfittare della migliore offerta luce o gas, magari una promozione di tipo dual fuel (una fornitura congiunta più facile da gestire e spesso piuttosto conveniente). Per quanto riguarda la connessione domestica, invece, possiamo individuare una promozione, magari per la fibra ottica Ftth, spendendo meno di 30 euro mensili”.

Tra le novità in arrivo per le famiglie italiane, segnala quindi SOStariffe.it, c’è anche un bonus smart working. Si tratta di un’agevolazione, che potrebbe essere erogata sotto forma di contributo una tantum, per compensare la rinuncia a straordinari e buoni pasto dovuta al passaggio al lavoro agile. Tale contributo economico dovrebbe coprire, almeno parzialmente, le spese per le utenze necessarie al lavoro domestico.

 

(Fonte: Adnkronos)

Smart working, i numeri di un fenomeno ancora controverso. Sarà davvero il futuro del lavoro oltre l'emergenza?

Durante la fase più acuta dell’emergenza lo smart working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle pmi, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, oltre dieci volte più dei 570mila censiti nel 2019. Il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni, 1,13 milioni nelle pmi, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle Pa.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio smart working della school of management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno online 'Smart working il futuro del lavoro oltre l’emergenza'.

A settembre 2020, tra rientri consigliati e obbligatori, difficoltà e incertezze nell’apertura delle sedi di lavoro, gli smart worker (che hanno lavorato anche da remoto) sono scesi a 5,06 milioni, suddivisi in 1,67 milioni nelle grandi imprese, 890 mila nelle pmi, 1,18 milioni nelle microimprese, 1,32 milioni nella Pa: in media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

Ma lo smart working è ormai entrato nella quotidianità degli italiani e destinato a rimanerci: al termine dell’emergenza si stima che i lavoratori agili, che lavoreranno almeno in parte da remoto, saranno complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi imprese, 920mila nelle pmi, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle Pa. Per adattarsi a questa 'nuova normalità' del lavoro il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle Pa saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale.

L’applicazione dello smart working durante la pandemia, seppure forzata e emergenziale, ha dimostrato come un modo diverso di lavorare sia possibile anche per figure professionali prima ritenute incompatibili, ma ha anche messo a nudo l’impreparazione tecnologica di molte organizzazioni. Più di due grandi imprese su tre hanno dovuto aumentare la dotazione di pc portatili e altri strumenti hardware (69%) e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali (65%); tre Pa su quattro hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali; il 50% delle pmi non ha potuto operare da remoto.

A livello organizzativo, invece, è stato difficile mantenere un equilibrio fra lavoro e vita privata per il 58% delle grandi aziende e il 28% dei lavoratori, e per il 33% delle organizzazioni i manager non erano preparati a gestire il lavoro da remoto. Nonostante le difficoltà, questo smart working atipico ha contribuito a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle Pa), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

“Nell’emergenza - dice Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio smart working - abbiamo acquisito rapidamente consapevolezza dei vantaggi del lavoro agile e abbiamo avuto l’opportunità di sperimentarlo su vasta scala, pur se in una forma atipica Il rischio, però, è di trattarlo come un obbligo normativo o una misura temporanea ed emergenziale: si tratta invece di un’occasione storica che ci porterà verso un “New Normal”, con benefici non soltanto nel lavoro, ma sull’intero ecosistema di servizi, città e territori".

"L’emergenza Covid19 - commenta Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working - ha accelerato una trasformazione del modello di organizzazione del lavoro che in tempi normali avrebbe richiesto anni, dimostrando che lo smart working può riguardare una platea potenzialmente molto ampia di lavoratori, a patto di digitalizzare i processi e dotare il personale di strumenti e competenze adeguate".

"Ora - auspica - è necessario ripensare il lavoro per non disperdere l’esperienza di questi mesi e per passare al vero e proprio smart working, che deve prevedere maggiore flessibilità e autonomia nella scelta di luogo e orario di lavoro, elementi fondamentali a spingere una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Bisogna mettere al centro le persone con le loro esigenze, i loro talenti e singolarità, strutturando piani di formazione, coinvolgimento e welfare che aiutino le persone ad esprimere al meglio il proprio potenziale".

Il numero di lavoratori che hanno sperimentato il lavoro agile cambia a seconda della dimensione e della tipologia di organizzazione. Sono stati 2,11 milioni (il 54% dei dipendenti) nelle grandi imprese, che nel 97% dei casi hanno dato questa possibilità a una parte dei propri collaboratori, significativa l’adozione soprattutto nei settori finance e ict e un po’ meno nel retail e nel manifatturiero. E sono state coinvolte professionalità prima ritenute incompatibili con questo modello di lavoro: nel 33% delle grandi imprese hanno lavorato da remoto per la prima volta gli operatori di call center, nel 21% gli addetti allo sportello hanno lavorato da casa riconvertendo una parte delle attività e comunicando digitalmente con i clienti, nel 17% è stato applicato il lavoro da remoto anche a operai specializzati digitalizzando l’accesso ai macchinari.

La presenza di iniziative di smart working prima dell’emergenza ha inciso sul numero di lavoratori da remoto: se per le imprese che avevano progetti in atto mediamente è stato pari al 59% dei dipendenti, nelle altre si è fermato al 36%. Nelle pubbliche amministrazioni in media ha potuto lavorare da remoto il 58% del personale, pari a 1,85 milioni di dipendenti pubblici. Anche in questo caso, le Pa che avevano già progetti in corso hanno potuto coinvolgere un numero maggiore di persone (70%) rispetto alle amministrazioni che hanno dovuto cominciare da zero (55%).

Il ricorso al lavoro da casa forzato ha rivelato la fragilità tecnologica delle organizzazioni, anche delle imprese più grandi e strutturate. Il 69% di queste ha dovuto aumentare la disponibilità di pc portatili e altri strumenti hardware, il 65% di sistemi per accedere da remoto e in sicurezza agli applicativi aziendali e il 45% di strumenti per la collaborazione e comunicazione. Gli strumenti più introdotti sono stati pc portatili (nel 26% del campione) e tool per le videoconferenze (16%). Il 38% ha dato ai lavoratori la possibilità di utilizzare i dispositivi personali.

Il 50% delle pmi ha dovuto sospendere l’attività e non si è quindi attivata sulle tecnologie. Le aziende che hanno aumentato la dotazione tecnologica hanno puntato su strumenti hardware (15%), su software per la collaborazione a distanza (14%), su sistemi per l’accesso sicuro ai dati da remoto (14%) o ha incoraggiato l’uso dei dispositivi personali (14%).

Più di quattro amministrazioni pubbliche su dieci hanno dovuto incrementare gli strumenti hardware a disposizione del personale (42%), quasi la metà è intervenuta sui software (49%), soprattutto applicazioni per le videoconferenze (60%), sistemi per l’accesso ai dati da remoto in sicurezza (come le vpn, 46%) e i pc portatili (29%). Tre quarti delle amministrazioni hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali, a causa delle limitazioni di spesa e dell’arretratezza tecnologia. Il 43% di queste non ha integrato la dotazione personale dei dipendenti, che hanno dovuto attrezzarsi con proprie risorse, e solo il 38% si è attivata per garantire l’accesso sicuro ai dati da remoto.

Le modalità di lavoro sperimentate durante l’emergenza sono state per certi versi più vicine al telelavoro che a un vero smart working. Il 29% dei lavoratori ha incontrato difficoltà a separare il tempo del lavoro e quello privato (29%) e a mantenere un equilibrio fra i due aspetti (28%), oltre a sperimentare una sensazione di isolamento nei confronti dell’organizzazione nel suo insieme (29%). Il difficile work-life balance è stata anche la prima barriera da superare per le grandi imprese (58%), seguita dalla disparità del carico di lavoro fra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%), dall’impreparazione dei manager a gestire il lavoro da remoto (33%) e limitate competenze digitali del personale (31%). Nelle Pa, invece, le difficoltà maggiori hanno riguardato l’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione (46%) e la disparità nel carico di lavoro (39%), poi l’equilibrio fra vita privata e professionale (33%) e le scarse competenze digitali (31%).

Nonostante queste forzature e difficoltà, le organizzazioni riconoscono anche evidenti benefici. Nelle grandi imprese sono migliorate le digital skills dei dipendenti (71%), sono stati accantonati pregiudizi sul lavoro agile (65%), ripensati i processi aziendali (59%) ed è aumentata la consapevolezza sulla capacità di resilienza della propria organizzazione (60%). Nelle Pa il beneficio più evidente è l’opportunità di sperimentare nuovi strumenti digitali (56%), seguita dal miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori (53%), e dal ripensamento dei processi aziendali (42%).

Analizzando l’impatto sull’insieme dei lavoratori, la grande maggioranza degli smart worker rileva un effetto positivo del lavoro da remoto sulle performance dell’organizzazione: il 73% ritiene buona o ottima la propria concentrazione nelle attività lavorative, per il 76% è aumentata l’efficacia, per il 72% l’efficienza e per il 65% ha portato innovazione nel lavoro.

Con la fine del lockdown e l’inizio della fase 2 della gestione dell’emergenza aziende e Pa hanno gradualmente iniziato a riaprire gli uffici, riadattando spazi e orari per mantenere il distanziamento, integrando il lavoro in sede con il lavoro da remoto. Il 66% delle grandi imprese e l’81% delle Pa ha permesso al personale di rientrare in sede già fra maggio e giugno, il 7% delle grandi aziende e 13% delle Pa ha preferito riaprire durante l’estate, mentre il 20% delle grandi imprese e il 4% ha atteso fino a settembre e solo il 7% delle imprese e l’1% delle Pa a fine settembre continuava ancora a privilegiare il lavoro da remoto. A settembre, di conseguenza, il numero complessivo di smart worker è sceso a quota 5,06 milioni. In media, nelle grandi aziende i dipendenti hanno lavorato da remoto 2,7 giorni a settimana, 1,2 giorno nel settore pubblico.

Per facilitare il rientro in sicurezza le principali iniziative sono state l’introduzione di regole e linee guida sull’utilizzo degli ambienti (per il 91% delle grandi imprese e il 78% delle Pa), la definizione di un piano di rientro delle persone con turni per i team di lavoro (88% e 69%), e l’introduzione di segnaletica per orientare i flussi e incentivare comportamenti sicuri (81% e 64%). Il 72% delle grandi aziende e il 46% delle Pa ha lasciato autonomia riguardo al numero di giornate di lavoro agile, ma con procedure per non superare il limite di persone imposto dalla necessità di distanziamento. Questa esigenza in particolare ha portato a interventi sugli ambienti di lavoro, come postazioni più distanziate o separate (52% grandi imprese e 50% Pa) o la chiusura di alcune aree della sede (45% e 13%). Per evitare assembramenti sono stati rimodulati gli orari di ingresso e uscita (34% e 25%).

Solo una minoranza di pmi ha previsto azioni per il rientro in ufficio. Il 24% ha introdotto regole o linee guida sull’utilizzo degli ambienti, il 23% segnaletica o cartellonistica per orientare i flussi di persone e per la promozione di comportamenti sicuri, il 21% ha concesso maggiore flessibilità in entrata e in uscita e ha definito un piano di rientro dei lavoratori, il 16% ha dovuto chiudere alcune aree della sede e il 15% ha modificato l’ambiente di lavoro.

Le organizzazioni si stanno attrezzando per tradurre le nuove abitudini e aspettative dei lavoratori in un nuovo approccio al lavoro. Una grande impresa su due interverrà sugli spazi fisici al termine dell’emergenza (51%), differenziandoli (29%), ampliandoli (12%) o riducendoli (10%); il 38% non prevede riprogettazioni ma cambierà le modalità d’uso; solo l’11% tornerà a lavorare come prima. Il 36% delle grandi imprese modificherà i progetti di smart working in corso e digitalizzerà i processi. Ben il 70% di chi ha un progetto di lavoro agile aumenterà le giornate in cui è possibile lavorare da remoto, passando da un solo giorno alla settimana prima della pandemia a una media di 2,7 giornate a emergenza conclusa. Il 65% coinvolgerà più persone nelle iniziative, il 42% includerà profili prima esclusi, il 17% agirà sull’orario di lavoro.

Per la Pa la prima misura sarà introdurre progetti di smart working (48%), seguita dalla digitalizzazione di processi e attività (42%) e dall’incremento delle tecnologie in uso (35%). Anche le pubbliche amministrazioni aumenteranno il personale coinvolto nei progetti di smart working (72%), che prima dell’emergenza era solo il 12%, e le giornate di lavoro agile (47%), passando da una media settimanale inferiore a un giorno a circa 1,4 giorni a settimana.

In occasione del convegno, sono stati assegnati gli 'Smart working award' 2020, il riconoscimento dell'Osservatorio alle organizzazioni che si sono distinte per capacità di innovare le modalità di lavoro grazie ai loro progetti di smart working. Credem Banca (Credito Emiliano) vince lo 'Smart working award 2020' fra le grandi imprese per un progetto di smart working che durante l’emergenza ha esteso il lavoro completamente da remoto a tutti i dipendenti, per un totale di 5mila lavoratori, e ha previsto una giornata agile anche per il front office, escluso dalle precedenti iniziative.

Cerence ritira il premio fra le pmi per aver favorito fin dalla nascita, nel 2019, un’organizzazione del lavoro fondata sul raggiungimento di obiettivi e su un clima di fiducia fra manager e collaboratori, facendo dello smart working un punto di forza del proprio business.

Regione Lazio riceve il riconoscimento nella categoria Pa per un progetto che ha permesso di affrontare l’emergenza senza eccessive criticità, grazie a razionalizzazione degli spazi, percorsi di formazione e change management, revisione del sistema di valutazione e monitoraggio delle performance.

 

(Fonte: Adnkronos)

Ducati, miglior trimestre di sempre nonostante il Covid. Vendite record per la casa di Borgo Panigale, ma preoccupa il nuovo scenario: "Proprio adesso che..."

"Nonostante il 2020 sia un anno burrascoso - ha affermato Claudio Domenicali, Amministratore Delegato di Ducati - il terzo trimestre ha registrato le performance migliori di sempre. La situazione sta nuovamente peggiorando, proprio quando stiamo per presentare al mondo le novità del 2021 cui abbiamo lavorato con grande determinazione nonostante le difficoltà introdotte dalla pandemia"


Ducati Superleggera V4, al via la produzione: due "experience" per i  possessori

Miglior terzo trimestre di sempre per le vendite di Ducati, nonostante la complessa situazione globale. La casa di Borgo Panigale ha infatti registrato il miglior terzo trimestre di vendite di sempre con 14.694 moto vendute e il mese di settembre ha confermato il trend di ripresa iniziato a giugno, con la consegna ai clienti di 4.468 moto.

Forte anche del trend positivo del mercato, Ducati ha iniziato il recupero del calo di performance registrato nei primi mesi dell'anno, andando da giugno a colmare parte del differenziale di vendite rispetto all'anno precedente. Nel complesso contesto 2020 Ducati, ha fin da subito adottato tutte le misure preventive necessarie (smart working e fermo produttivo di 6 settimane proprio nel picco di stagione) reagendo in modo flessibile e veloce ai cambiamenti imposti dalla pandemia. La casa motociclistica ha poi sfruttato i sistemi digitali per continuare a servire i propri appassionati (ad esempio con la presentazione virtuale dello Streetfighter V4 e dello Scrambler 1100 PRO). Dal mese di aprile 2020 ha inoltre introdotto un protocollo dedicato, il Ducati Cares, affinché i Ducatisti potessero tornare a visitare i propri concessionari Ducati di fiducia in tutta sicurezza, o potessero interagire digitalmente per prenotare un appuntamento o valutare l'acquisto di una moto da remoto.

"Nonostante il 2020 sia un anno burrascoso - ha affermato Claudio Domenicali, Amministratore Delegato di Ducati - il terzo trimestre ha registrato le performance migliori di sempre. La situazione sta nuovamente peggiorando, proprio quando stiamo per presentare al mondo le novità del 2021 cui abbiamo lavorato con grande determinazione nonostante le difficoltà introdotte dalla pandemia. Ancora una volta ci troviamo costretti a dover ridefinire modalità e processi lavorativi per mantenere alta l'attenzione alla sicurezza dei nostri dipendenti, fornitori e addetti ai lavori. Presentazioni digitali, utilizzo dello smart working e video meeting, ingresso in Azienda solo se strettamente necessario. Il tutto con l'obiettivo di stare il più vicino possibile, nel modo più sicuro, ai Ducatisti di tutto il mondo". I ducatisti ad oggi possono contare su una rete vendita globale che comprende circa 730 concessionari e service point in quasi 90 paesi, comprese le ultime aperture a Rio de Janeiro, Vienna, Wolfsburg e Antwerp.

Ducati Motor Holding conta oggi in totale 1.665 dipendenti.

 

(Fonte: Ansa Motori)

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