updated 1:49 PM UTC, Jan 19, 2021

Crisi di governo, che succede? Oggi Renzi "comunicherà la sua decisione". Intanto il Consiglio dei ministri approva il Recovery Plan, astenute le ministre di Italia Viva

La conferenza stampa convocata da Renzi nel pomeriggio alla Camera potrebbe certificare l'addio di Iv al governo. Per Conte impossibile un nuovo esecutivo con loro; ira dei 5Stelle: "Meschini politicanti"


Renzi mette una pietra sul Conte bis: "È finito, ora parliamo del dopo" -  IlGiornale.it

Il governo Conte II è a un passo dalla crisi. Il via libera nella notte al Recovery Plan da parte del Consiglio dei ministri, con l'astensione sul testo delle ministre di Italia Viva, non è servito a ricucire lo strappo all'interno della maggioranza. Al contrario, un ministro presente al confronto ha parlato all'Adnkronos di un clima "da requiem" in Cdm. Oggi Matteo Renzi comunicherà la sua decisione, se uscire o meno dal governo. La conferenza stampa del leader di Italia Viva con le ministre Bellanova e Bonetti e il sottosegretario Scalfarotto avrà luogo alle 17.30.

PALAZZO CHIGI E L'IRA DEL M5S

Secondo quanto trapelato ieri da Palazzo Chigi, se Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia Viva. Un concetto ribadito ieri con forza dagli esponenti del Movimento 5 Stelle. "Se Iv ritira le sue ministre le nostre strade si dividono" ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, intercettato dall’Adnkronos. "Se aprono una crisi di governo, mai più a un tavolo con questi meschini politicanti", ha detto senza giri di parole Alessandro Di Battista in un post su Facebook nel quale ha definito Renzi e i renziani un "manipolo di anti-italiani".

"E' già pronto un esecutivo Conte-Mastella", ha detto ieri sera Renzi a Cartabianca. Per il leader di Italia Viva, infatti, il premier avrebbe "già l'accordo, i numeri per il nuovo esecutivo". Per Renzi il rimpasto " è un racconto fatto dai media ma è falso. Quando dicono che Renzi fa tutto per un ministro in più, io rispondo con la verità ma veline di palazzo Chigi sapientemente imbeccate" dicono il falso "tanto che stiamo ragionando di dimissioni e non di rimpasto". "Se si apre una crisi, il Parlamento troverà una soluzione, non si va a votare", ha detto Maria Elena Boschi a Porta a Porta, precisando che "l'ipotesi di un governo di centrodestra con Italia Viva non esiste".

RENZI: "PRONTO PER L'OPPOSIZIONE"

Anche per Renzi, in ogni caso, la strada sembra tracciata. "Evidentemente Conte ha trovato i 'Responsabili'. Vorrà dire che sarò all'opposizione e che farò un'opposizione diversa da Salvini e Meloni - è stato il commento di Renzi - Non volevo far fuori Conte, sono io che mi sono fatto fuori da questo governo, sullo spreco di denaro pubblico non ci metto la faccia. Penso che Conte sostituirà le ministre di Italia Viva che si dimetteranno e poi andrà alle Camere per chiedere la fiducia. Non so se prima si recherà al Quirinale, comunque quando avrà dei nuovi ministri farà il passaggio parlamentare".

 

(Fonte: Adnkronos)

Brogli alle elezioni comunali a Reggio Calabria, arrestato consigliere del Pd. Prelevate le tessere di anziani ignari: "Hanno votato anche i morti"

Operazione della Questura della città calabrese: Antonio Castorina, membro della Direzione nazionale del Partito democratico, è finito ai domiciliari per violazione della normativa elettorale insieme a un presidente di seggio. Molti anziani avrebbero votato a loro insaputa dopo che erano stati ritirati senza alcuna delega le loro tessere elettorali negli uffici comunali. Persino due persone defunte risultano aver partecipato alla consultazione che ha portato alla vittoria del sindaco Giuseppe Falcomatà. Il commento del presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra


Elezioni Reggio Calabria, 9 candidati a sindaco. Falcomatà schiera 11  liste, Minicuci 10

Antonino Castorina, consigliere comunale del Pd eletto nelle elezioni di settembre, è stato arrestato e posto ai domiciliari, dagli agenti della Digos della Questura di Reggio Calabria nell'ambito dell'inchiesta che riguarda lo svolgimento delle elezioni amministrative del 20 e 21 settembre scorso. L'arresto è stato fatto su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell'aggiunto Gerardo Dominijanni e del pm Paolo Petrolo.

Analoga misura cautelare è stata emessa nei confronti di un presidente di seggio, Carmelo Giustra. Quest'ultimo, secondo quanto emerso, avrebbe aiutato Castorina a violare la normativa elettorale.

Al momento, le indagini non mettono in discussione il risultato elettorale e la vittoria del sindaco Giuseppe Falcomatà ma riguardano solo la posizione di Antonino Castorina che è pure componente della direzione nazionale del Partito democratico. Con 1510 voti raccolti alle elezioni di settembre, Castorina è stato il consigliere comunale più votato del centrosinistra. 

Falcomatà nuovo sindaco comune di Reggio Calabria - il Lametino.it

"A Reggio Calabria alle ultime elezioni comunali hanno votato anche i morti". È quanto afferma il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra in merito all'operazione della Procura di Reggio Calabria. "Si capisce - aggiunge Morra - che la Calabria è un'emergenza democratica da affrontare con durezza? O si muta approccio, o non se ne uscirà per troppo tempo ancora". 

L'inchiesta riguarda lo svolgimento delle recenti elezioni amministrative di Reggio Calabria il 20 e 21 settembre scorso. Le accuse contestate sono quelle di falso in atto pubblico e reati elettorali. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip di Reggio Calabria nell'ambito delle indagini avviate nello scorso mese di novembre sul caso di alcune persone che non si sarebbero recate al seggio ma delle quali risulta il voto.

Anziani che avrebbero votato ma che non sono andati al seggio e addirittura due defunti che, dai verbali delle operazioni di voto, sarebbero stati in grado di esprimere la loro preferenza alle elezioni comunali del 20 e 21 settembre. Sono alcuni degli aspetti emersi dall'inchiesta. Il voto di chi si è astenuto, inoltre, sarebbe stato possibile grazie alle centinaia di duplicati delle tessere elettorali che, stando a quanto trapela, lo stesso Castorina e altri soggetti a lui vicini avrebbero ritirato negli uffici comunali senza alcuna delega e senza i documenti di identità degli interessati. Non tutte, ma buona parte di quelle schede, poi, sarebbero state utilizzate per registrare il voto in alcuni seggi della città. Non avendo il documento di riconoscimento degli ignari elettori, si è proceduto alla loro finta identificazione attraverso la normativa che consente ai membri dell'Ufficio elettorale di sezione di certificare la "conoscenza personale" dell'anziano. In sostanza, qualcuno ha riconosciuto al seggio anziani che, in realtà, non si sono mai mossi da casa. L'inchiesta non si è ancora conclusa.

 

(Fonte: Ansa)

Tasse, il Pd e quel vecchio amore per la patrimoniale. Orfini: "Non sia un tabù, serve coraggio"

L'esponente dem sull'emendamento di cui è firmatario insieme ad altri deputati del suo partito e di LeU: "La sinistra è redistribuzione del potere e anche della ricchezza. Al di là della singola norma, che può essere corretta, sul principio della patrimoniale un partito di sinistra non può non essere d’accordo"


"Dal governo dicono che la patrimoniale non si farà perché non è nel programma del Pd né in quello del governo. Peccato non lo siano tre quarti delle cose che stiamo (giustamente) facendo per fronteggiare l'emergenza. Una norma giusta ed equa non può essere un tabù". Matteo Orfini sintetizza così la propria posizione in relazione all'emendamento alla manovra presentato da alcuni deputati del Pd, fra i cui firmatari c'è lo stesso Orfini, e di Leu.

"A me ne hanno dette di tutti i colori, che andrei arrestato, che sono pazzo, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Mi sembrano reazioni sopra le righe di persone che fanno una battaglia politica, ma sfuggono dal merito della vicenda", spiega Orfini Radio Cusano Campus.

"Noi abbiamo presentato un emendamento molto moderato, anzi alcuni hanno avanzato dubbi opposti dicendo che è troppo moderato. Noi non aggiungiamo una tassa, rimoduliamo un meccanismo di prelievo fiscale. Noi aboliamo l’imu, l’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi, fino ai 500mila euro le persone pagheranno meno tasse. Quel valore base di 500mila euro si basa anche sui beni immobiliari, se stai pagando un mutuo la parte di cui stai pagando il mutuo non è calcolata, e si basa sul valore catastale, non quello di mercato. Per arrivare a quella cifra si deve avere davvero un immobile di grandi dimensioni e pregio. Quindi è un emendamento che consente alla larghissima maggioranza degli italiani di risparmiare, chiediamo un piccolo contributo dello 0,2% a chi ha grandi patrimoni".

"C’è chi reagisce male perchè legittimamente ha un punto di vista diverso, come la destra in cui inserisco anche il M5S, ma mi stupisco quando le preoccupazioni vengono anche dal centrosinistra".

"C’è chi pensa che sia una misura impopolare, ma viene considerata così perché non c’è il coraggio di spiegarla. In Italia non ci si accanisce sul risparmio, semmai ci si accanisce sulla tassazione sui redditi e sulle imprese. Un meccanismo che chiede un contributo a chi può darlo serve semplicemente a riequilibrare il peso della tassazione, dando una mano a chi sta peggio in un momento particolarmente delicato. Uno dei principi cardine della nostra Costituzione è il fatto che vi sia una tassazione progressiva, è un principio di giustizia sociale che consente anche di mantenere l’universalità dei servizi".

"Credo che il Pd debba ritrovare il coraggio, non possiamo essere sempre il partito dello status quo. La sinistra è redistribuzione del potere e anche della ricchezza. Al di là della singola norma, che può essere corretta, sul principio della patrimoniale un partito di sinistra non può non essere d’accordo. Finora la contrarietà alla mia proposta è arrivata solo da fonti anonime. Credo che i partiti ogni tanto debbano avere anche il coraggio di fare battaglie impopolari. Ad esempio questa settimana approveremo in Parlamento le modifiche ai decreti sicurezza di Salvini”.

 

 

Centrodestra, è rissa Berlusconi-Salvini. Silvio apre al governo, Matteo insorge: "Un pezzo di Forza Italia pensa agli inciuci. C'è ambiguità". Tre azzurri passano alla Lega, cosa c'è dietro

Il leader della Lega parla dei rapporti con gli alleati, dopo le aperture di Berlusconi al governo: "L'appello di Mattarella è alla collaborazione, non all'inciucio e ai rimpasti. Mi sembra che per Pd, M5S, Renzi e anche per qualche pezzo di Forza Italia si stia parlando di posti, non di cose da fare. Replica il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani: ""Forza Italia è e rimarrà all'opposizione. Non è un inciucio cercare di far approvare proposte concrete per tutelare lavoratori, imprese, famiglie e liberi professionisti. E garantire la salute degli italiani utilizzando i 37 mld del Mes. Si tratta soltanto di buon senso e di senso di responsabilità per tutelare i diritti dei cittadini". Sullo sfondo la partita della norma cosiddetta "salva Mediaset". Intanto tre deputati lasciano FI e passano alla Lega


E' con una nota congiunta che i deputati azzurri Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara annunciano il loro addio a Forza Italia e il passaggio con la Lega: ''Abbiamo deciso - scrivono - di impegnarci in politica, in tempi e modi diversi, convinti che i valori e i programmi del centrodestra siano la risposta giusta per il Paese. Ringraziamo Silvio Berlusconi per averci dato la possibilità di tradurre le nostre competenze e il nostro 'sentire' in azioni politiche concrete. In qualità di eletti su collegi uninominali con i voti di tutto il centrodestra tuttavia viviamo con disagio le sempre più ampie aperture al governo e gli ammiccamenti con il Partito democratico".

"Prendiamo atto che Forza Italia - sottolineano - ha altresì perso quella forza propulsiva che l’aveva portata ad essere luogo di aggregazione per tutto il centrodestra e riteniamo che quel luogo di aggregazione sia oggi rappresentato dalla Lega di Matteo Salvini, che crediamo possa essere il miglior interprete di quella rivoluzione liberale i cui valori sono più che mai attuali e necessari, nonché il Partito con cui meglio portare avanti con coerenza quel programma unitario su cui abbiamo 'messo la faccia' in campagna elettorale, e che non vogliamo tradire".

"Per tutti questi motivi aderiamo convintamente al gruppo della Lega certi che - in tale gruppo - ci verrà data la possibilità di continuare a portare avanti al meglio le battaglie politiche in cui abbiamo sempre creduto e che ci hanno caratterizzati in aula e sui territori", concludono.


Nota politica

Cosa pensano gli italiani dell'attuale situazione politica |  http://www.expressitalia.it

Che Berlusconi faccia politica (anche) per i suoi interessi non è una notizia. Adesso il centrodestra, area maggioritaria nel Paese, ma politicamente inconcludente a livello nazionale, è sul punto di una nuova esplosione. Motivo del contendere l'apertura di Silvio al governo, vista come fumo negli occhi da Salvini. In realtà dietro lo scontro c'è la norma "salva Mediaset" voluta, curiosamente ma non troppo, dalla maggioranza giallofucsia. In Commissione Lega e FdI hanno votato contro, scatenando l'ira del Cavaliere che ha già promesso collaborazione esterna sulle mosse economiche dell'esecutivo.

Ora, la cosa è di per sé poco commendevole, ma lascia perplessi anche la posizione di forze che si vorrebbero "sovraniste" le quali si rifiutano di proteggere un'azienda italiana (su cui si può dire bene o male) da una scalata straniera (i francesi di Vivendi). Bizzarri e sconcertanti, gli uni e gli altri, i leader del centrodestra cui i loro elettori chiederebbero, in luogo di lotte di (non) potere, di battersi seriamente per restituire un governo degno a questa disgraziata nazione.

Sondaggi, crescono Pd e Lega (che resta davanti), Fratelli d'Italia terzo partito. Ancora in calo il Movimento 5 Stelle

Il Partito Democratico cresce più di tutti, il Movimento 5 Stelle scende. E' la fotografia sulle intenzioni di voto degli italiani scattata da Index in un sondaggio per 'Piazzapulita'. Il primo partito resta sempre la Lega con il 24,2% delle preferenze: il partito di Matteo Salvini fa segnare un +0,2% rispetto a una settimana fa. Resta in scia il Partito Democratico con il 20,8%, +0,3% rispetto alla precedente rilevazione. Seguono Fratelli d'Italia con il 16,3% (+0,1%), Movimento Cinque Stelle con il 15,8% (-0,2%) e Forza Italia con il 6,2% (+0,1%).

Referendum e Regionali, coma va letto il voto del 20-21 settembre: l'analisi degli esperti

Il Sì al taglio dei parlamentari trionfa quasi ovunque, da Nord a Sud, ma con delle differenze. Sulle Regionali pesano fattori locali e l'effetto Covid. L'analisi di YouTrend per AGI


Elezioni, Governo più forte sull'asse Conte-Di Maio-Zingaretti -  Affaritaliani.it

Da Agi.it

Nel corso della notte si è andato completato un quadro che era già divenuto chiaro nel pomeriggio di ieri, regalando verdetti a volte inaspettati, per non dire quasi clamorosi. Si è votato per ben quattro tipi di consultazioni elettorali differenti, in questo strano election day – spalmato in verità su due giorni – a cavallo tra l'estate e l'autunno di un anno a dir poco particolare come il 2020.

I primi risultati ad essere diffusi sono stati quelli sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Un referendum che ha avuto un risultato netto, con i Sì che alla fine hanno sfiorato il 70% confermando i sondaggi della vigilia – per i quali la sfida non era mai stata davvero aperta. Nonostante un risultato a senso unico, però, il referendum ci ha comunque regalato degli spunti di riflessione interessanti, fin dai dati relativi all'affluenza.

Il primo spunto riguarda infatti proprio la partecipazione al voto: quella finale supera il 53%, ma con una netta distinzione tra le Regioni in cui si è votato anche per le Regionali (63,8%) e quelle in cui non si è votato (48,2%). Senza questo “fattore concomitanza”, forse l’affluenza non avrebbe raggiunto il 50% – anche se non essendoci il quorum, trattandosi di un referendum confermativo, si sarebbe trattato di una soglia "simbolica" e non decisiva.

Ma anche la distribuzione geografica del voto al Sì e al No fa riflettere, poiché si intravedono alcuni pattern elettorali che abbiamo imparato a riconoscere negli ultimi anni, sia pure in occasioni di elezioni diverse da un referendum costituzionale. Ad esempio, dalla mappa provinciale del voto al Sì si nota molto bene come gli elettori favorevoli al taglio dei parlamentari siano molto più numerosi al Sud (dove in molte province i Sì sfiorano o addirittura superano l’80%) che nel Centro e nel Nord. Una dinamica che ricorda, nemmeno troppo vagamente, il consenso al Movimento 5 Stelle – non a caso, principale ispiratore della riforma sottoposta a referendum – in occasione delle Politiche 2018.

Il Sì prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Ma con delle differenze

Il Sì in realtà prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Le sfumature più interessanti si ritrovano forse dentro i singoli comuni: emblematiche in questo senso sono le mappe di Roma, Milano, Napoli e Torino. In tutte queste città riaffiora la linea di frattura tra centro e periferia, con il No che va decisamente meglio della media (persino superando il Sì) soltanto nei quartieri più centrali e benestanti: il “partito delle ZTL” di cui si è parlato nel biennio 2016-2018 – con riferimento al Partito Democratico – stavolta è tornato a mobilitarsi per bocciare la riforma “populista” del taglio dei parlamentari (o quantomeno per provarci).

Che ci sia una correlazione tra il Sì e il voto al M5S da un lato e il No e il voto ai partiti di centrosinistra, del resto, lo confermano i dati dell’intention poll realizzato dall'istituto Tecnè per Mediaset. Dati che mostrano come il 92% degli elettori M5S abbia votato Sì, così come il 75-78% degli elettori dei 3 partiti di centrodestra, mentre la maggioranza degli elettori di centrosinistra abbia votato No, dal 55% degli elettori PD al 77% di quelli di Italia Viva.

Ma veniamo all'altro voto, quello più “politico” delle Regionali. Partendo innanzitutto dal bilancio: un “pareggio” per 3 a 3 (in attesa della Valle d'Aosta, che però ha regole diverse) che lascia un po’ di amaro in bocca al centrodestra, soprattutto alla Lega di Matteo Salvini, vittima ancora una volta di un eccesso di aspettative. Nonostante un avanzamento, infatti (il centrodestra prima di queste elezioni governava in 2 Regioni, ora ne governerà 3) alla vigilia le speranze degli uni – e i timori degli altri ­– parlavano di un centrodestra vincente in ben 4 Regioni, se non addirittura in 5.

 

Il bilancio delle Regionali è quindi incerto. Su entrambi i fronti vi sono importanti riconferme e qualche bella sorpresa, ma anche alcune delusioni. Vediamo quindi com’è andata, Regione per Regione.

VENETO. Quello di Luca Zaia è un successo travolgente, per quanto annunciato. Il governatore uscente vince il suo terzo mandato superando l'incredibile soglia del 75%. Impressionante è anche il dato della sua lista, che raccoglie da sola il 45%, un risultato pazzesco che lascia le briciole non solo agli avversari (con il primo degli inseguitori, Lorenzoni, fermo sotto il 16%) ma anche le liste alleate, a cominciare dalla Lega che non arriva al 16%.

LIGURIA. Anche qui il governatore uscente Giovanni Toti si riconferma, e lo fa bene, con il 56% dei voti. E anche in questo caso la lista più votata è proprio quella del presidente (Cambiamo! che sfiora il 23%). Come in Umbria un anno fa, anche in Liguria l'esperimento di una coalizione pre-elettorale tra PD e M5S si rivela un fallimento nell’unica Regione in cui era stato tentato, con il giornalista Ferruccio Sansa che non arriva al 39%.

MARCHE. Dopo la già citata Umbria, le Marche sono la seconda “regione rossa” a cadere, passando nelle mani del centrodestra dopo decenni di vittorie progressiste. Il candidato di FDI Francesco Acquaroli, già sconfitto 5 anni fa, stavolta vince sfiorando il 50% e con oltre 10 punti di vantaggio su Maurizio Mangialardi, candidatosi al posto dell'uscente Luca Ceriscioli su cui il PD non ha voluto investire per tentare una riconferma. Qui è buono il risultato della Lega, che supera il 22%, ma il primo partito della Regione è il PD, con il 25,1%.

TOSCANA. Sulla Toscana erano puntati gli occhi degli osservatori: sembrava difficile che con Giani il PD potesse ripetere “l’impresa” di Bonaccini in Emilia-Romagna, eppure anche questa volta – e con una mobilitazione in extremis degli ultimi giorni – il centrosinistra è riuscito a tenere la seconda delle sue “roccaforti” nel Centro Italia. Nonostante un equilibrio fotografato dai sondaggi fino all'ultimo, Giani stacca di ben 8 punti (48 a 40) la sua giovane sfidante leghista Susanna Ceccardi. Curiosità: la vittoria di Giani è così ampia che l’apporto di Italia Viva (un ben magro 4,5% nella Regione di Matteo Renzi) risulta non essere stato decisivo per l'esito finale.

CAMPANIA. Come ampiamente annunciato, Vincenzo De Luca stravince, e lo fa in misura persino superiore alle attese, con un 68% (dato provvisorio, ndr) con cui “polverizza” l'avversario ormai storico Stefano Caldoro, candidato di un centrodestra che in Campania è come “evaporato”, con nessuna lista che va molto oltre il 5%. Delusione anche per il M5S che con Valeria Ciarambino non fa più del 12% in una Regione sulla carte tra le più favorevoli.

PUGLIA. Era l’altra Regione osservata speciale di questa tornata: si prevedeva un testa a testa serrato, ma alla fine anche Michele Emiliano, come gli altri governatori uscenti, vince in modo netto, con oltre 8 punti su Raffaele Fitto. Difficile, in questo caso, attribuire grandi colpe ai sondaggi: l'ipotesi più probabile è che a favore di Emiliano – oltre, evidentemente, a un finale di campagna elettorale particolarmente riuscito – abbia giocato l'elevato numero di liste (ben 15, contro le 5 di Fitto) della sua coalizione, e di conseguenza il vero e proprio esercito di candidati a caccia di preferenze che si è ritrovato.

 

Come leggere questi risultati?

Come leggere questi risultati? Di sicuro non con una bussola “nazionale”. A parte le Marche, forse nessuna Regione ha visto una sfida venire decisa dall’orientamento politico generale più che dai fattori locali. Di sicuro ha avuto un ruolo forte quello che possiamo chiamare “effetto Covid”, con i presidenti uscenti tutti rieletti dopo diversi anni in cui avevamo visto una tendenza opposta (con gli uscenti sempre meno favoriti per la riconferma). Zaia, ma anche De Luca e Toti sono stati per i loro cittadini un riferimento importante nei drammatici mesi dell'emergenza sanitaria, e gli elettori si sono ricordati di questo quando è arrivato il momento del voto. Prova ne sia che anche le loro liste personali vanno molto bene, togliendo sì voti ai partiti “tradizionali”, ma finendo per rafforzare la coalizione e blindare il risultato.

Di certo, ha poco senso “proiettare” il dato delle coalizioni (men che meno, dei partiti) in queste 6 Regioni su scala nazionale per intuire lo stato di salute generale delle varie forze politiche. Una considerazione però si può fare, ed è quella che riguarda il Movimento 5 Stelle: che si conferma poco competitivo – e qui non è una questione contingente, ma una sua debolezza strutturale – in occasione delle elezioni regionali, dove il formato elettorale, basato sulle coalizioni e il maggioritario a turno unico che esalta la competizione tra i candidati delle due coalizioni principali, tende a schiacciare i candidati – spesso poco conosciuti, e con l'unica lista in loro supporto – del Movimento.

In chiusura è da ricordare che si è votato anche per le elezioni suppletive in due collegi del Senato: il collegio Sardegna 03 e quello Veneto 09. In entrambi i casi hanno vinto i due candidati del centrodestra, Carlo Doria e Luca De Carlo, rispettivamente con il 40 e il 71 per cento. Nel giorno in cui tutti sono occupati ad analizzare i risultati di referendum e regionali, questo è un risultato di cui prendere nota nell'ottica di futuri equilibri a Palazzo Madama.

Orfini (Pd): "Se il M5S resta questo non vedo alleanze in futuro". E critica Zingaretti sul Sì al referendum: "Messaggi volgari e antipolitici, dovremmo stare col No"

Il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini, commenta le dichiarazioni di Pier Luigi Bersani su un futuro campo progressista allargato ai grillini parlando anche di referendum e e legge elettorale


Orfini attacca Di Maio: "Vergognati e chiedi scusa su Bibbiano" -  IlGiornale.it

"Bersani lancia un campo progressista con M5S? Penso che per fare un campo progressista bisogna per prima cosa esserlo e non credo che chi ha scritto i decreti sicurezza, giusto per fare un esempio, si possa definire tale. Questa alleanza di governo ha una natura eccezionale ed emergenziale. E' vero che ha diverse anime ma se il Movimento 5 Stelle è questo, io non vedo alleanze per il futuro. Poi, se chiarirà la sua collocazione, diventando una forza diversa da quella che è oggi, valuteremo". Lo dice all'Adnkronos il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini, commentando le dichiarazioni di Pier Luigi Bersani su un futuro campo progressista.

"Franceschini in Direzione ci diceva che c'è un'evoluzione del Movimento 5 Stelle rispetto al loro antiparlamentarismo poi, però, ho visto sugli autobus di Roma la loro campagna per il Sì: una poltrona tagliata. Verso messaggi di questo tipo, volgari e antipolitici, la nostra storia e identità dovrebbe portarci in un'altra direzione, cioè a stare con chi vota no", aggiunge.

"Il mio partito è il Pd e lo rimarrà finché esisterà. Credo che chi se ne è andato, vale per Bersani, come per Renzi e per Calenda, abbia fatto un errore. La scissione non è stata un bene né per il Partito Democratico né per chi ci ha lasciato. Io credo di essere la dimostrazione che si può stare in un partito anche se in minoranza e anche quando non si condividono alcune posizioni. Poi se non si è d'accordo, su alcuni temi e battaglie, se ne discute", afferma ancora.

Capitolo legge elettorale: "Siamo in alto mare perché non c'è un accordo di merito della maggioranza, sono molto preoccupato. Io credo, da sempre, poiché sono un proporzionalista della prima ora che serva un proporzionale con uno sbarramento robusto. Se dovesse vincere il Sì al referendum, cosa che spero non accada, è indispensabile una legge si quella natura per evitare ulteriori distorsioni".

(Fonte: Adnkronos)

Vincenzo De Luca indagato per falso e truffa: "Ha promosso quattro vigili di Salerno a membri del suo staff". Tutto nacque da un incidente stradale...

Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, scrive oggi la Repubblica, è indagato nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Napoli con l'ipotesi di falso e truffa. Quattro vigili urbani di Salerno sarebbero stati 'promossi' in Regione a membri dello staff. A loro sarebbe stato assegnato il ruolo di addetti o responsabili di segreteria. De Luca è stato ascoltato dai pm negli scorsi mesi. Ai quattro vigili urbani, secondo l'ipotesi dei pm, mancherebbero requisiti necessari per il 'salto' come formazione, curriculum e specializzazione. Il trasferimento e la 'promozione' - secondo quanto ricostruito da Repubblica - avrebbe consentito ai quattro un innalzamento della retribuzione. Nessun provvedimento per i quattro vigili: la loro posizione è all'esame dei pm


E' nata da un incidente stradale l'inchiesta della Procura di Napoli che vede coinvolto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, indagato per falso e truffa in merito alla nomina di 4 vigili urbani di Salerno a ruoli di responsabilità nella Segreteria del Presidente della Giunta regionale. L'incidente stradale in questione risale al 15 settembre 2017, quando una ragazza di 22 anni a bordo di uno scooter venne investita dall'auto di De Luca che percorreva via Giovanni Negri in direzione opposta rispetto a quella consueta, secondo quanto permesso da un'ordinanza del Comune risalente al 2008 (anno in cui De Luca era sindaco di Salerno) per i "veicoli forze di polizia".

Sono proprio i decreti 62, 63, 64 e 65 del 10 marzo 2016 quelli finiti sotto la lente d'ingrandimento dei magistrati napoletani. Ma il particolare del vigile urbano di Salerno alla guida dell'auto del presidente della Regione Campania non sfuggì alle opposizioni e, in particolare, all'allora consigliere regionale di Forza Italia Severino Nappi (oggi candidato con la Lega): al riguardo, il 20 settembre 2017, Nappi presentò un'interrogazione rivolta al capo di Gabinetto del presidente della Giunta regionale, al direttore generale per le Risorse umane della Giunta regionale, al procuratore della Repubblica di Napoli e al procuratore presso la Corte dei Conti della Campania

Nell'interrogazione, Nappi chiedeva di conoscere "le ragioni per le quali l'autovettura dell'ente in uso al presidente della Giunta risulti abitualmente condotta da personale diverso da uno dei circa 20 dipendenti in ruolo presso l'Amministrazione regionale inquadrati con mansioni di autista" e le disposizioni normative "in forza delle quali è consentita tale assegnazione a soggetti inquadrati e assegnati allo svolgimento di funzioni differenti" e "che consentono l'attribuzione al dipendente pubblico in tale contesto di un trattamento economico corrispondente a quello di dirigente".

Nappi chiedeva infine di conoscere "la rispondenza al vero che analoghe mansioni del Postiglione e analogo trattamento economico corrispondente a quello di dirigente siano stati attribuiti anche ai signori Gianfranco Baldi, Giuseppe Muro e Giuseppe Polverino, tutti dipendenti del Comune di Salerno con inquadramento nei ruoli della locale polizia municipale e tutti comandati presso l'Amministrazione regionale".

Alla guida dell'auto del presidente sedeva Claudio Postiglione, dipendente della Polizia municipale di Salerno, nominato con decreto del presidente della Giunta regionale nella Segreteria del presidente (con la funzione 'Rapporti con strutture regionali e istituzioni locali) insieme ad altri tre colleghi: Gianfranco Baldi, nominato responsabile Rapporti con Conferenza Stato-Regioni, Conferenza unificata e organi legislativi nazionali, Giuseppe Muro, nominato responsabile Rapporti con i consiglieri regionali, e Giuseppe Polverino, nominato responsabile Rapporti con Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, tutti per l'intera durata del mandato presidenziale.

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