Raccontare l'impresa oggi: intervista a Davide Colavini

Abbiamo chiesto a Davide Colavini, attore ed autore, interprete in film e spettacoli teatrali e da qualche anno impegnato nel corporate storytelling (narrazione d'impresa) di raccontarci se oggi ha ancora senso parlare di imprese e della loro storia



Davide che senso ha, per un'azienda, celebrare un anniversario oggi?
 
Nell'epoca delle grandi corporate mondiali (Google, Uber, Amazon, ecc) ricordare la storicità di un'impresa oggi è ancora più importante. Questo perché a questi grandi gruppi mondiali, perfettamente digitalizzati e integrati nella società dei consumi, mancano di storicità. Sono figlie degli ultimi dieci/vent'anni, le quali grazie ad un nuovo mercato digitalizza e riconosciuto velocemente fanno dimenticare la loro breve esistenza.

Perché avere una storicità significa comprovare un percorso fatto da uomini. Significa avere un valore aggiunto, un plus esperienziale che comprova il fatto che questa realtà ha resistito a mercati e congiunture negative, ma anche realizzato al meglio momenti e trend positivi. Non solo il lavoro di corporate storytelling permette di fissare uomini e memorie destinate a perdersi, celebrando un nuovo punto di partenza lungimirante e ricco di valori acquisiti nel percorso fatto.

L'occasione è una celebrazione aziendale o la presentazione di un nuovo progetto, una nuova competenza o altro ancora... in questo caso l'impresa diventa protagonista di una storia che racconta un percorso.
 
Ci sono varie opportunità di realizzazione, perché oggi l'innovazione tecnologica è un altro valore aggiunto nelle dinamiche aziendali, dagli eventi live in presenza a format in streaming,  grazie alla collaborazione di professionisti di settore. In entrambi i casi, i contenuti creati devono essere emozionali e coinvolgenti rendendo unica la narrazione.

Sostegni bis, ristori automatici in base al fatturato poi saldo a fine anno. Tutti i criteri per gli aiuti per le imprese

Riunione presieduta dal premier Mario Draghi a Palazzo Chigi con i capidelegazione della maggioranza e il titolare del Mef Daniele Franco. Accordo sul nuovo decreto che introduce un meccanismo di "perequazione" rispetto a quanto già ottenuto


Decreto Sostegni bis in CdM il 13 maggio - PMI.it

C'è intesa di massima sui nuovi contributi a fondo perduto da inserire nel decreto Sostegni bis. Si sarebbe optato per un mix tra le varie ipotesi sul tavolo con un meccanismo in due tempi: nuovi ristori subito, automatici, sulla base del fatturato, e la possibilità - per le imprese interessate, come chiesto in primis dalla Lega - di ricevere un saldo a fine anno, ricalcolando le perdite sulla base dei dati dei bilanci o delle dichiarazioni dei redditi.

In questo modo, viene spiegato, si introduce un meccanismo di "perequazione" rispetto a quanto già ottenuto. 

A spingere l'idea di affinare il meccanismo dei ristori guardando agli utili nelle scorse settimane era stato in particolare il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, alla luce anche delle interlocuzioni al Mise con le categorie. E una delle questioni da risolvere era proprio quella della tempistica per l'erogazione di questa nuova tranche di ristori che, inevitabilmente, devono aspettare i bilanci (a giugno) o le dichiarazioni dei redditi per le attività in contabilità semplificata (novembre).

La soluzione è stata trovata in un mix tra fatturato - la base di calcolo dei ristori erogati finora - e utili: tutti i dettagli si avranno con la scrittura delle norme, in corso in queste ore in vista del Consiglio dei ministri che dovrebbe tenersi tra giovedì e venerdì, ma il nuovo sistema manterrà lo schema attuale di ristori di massimo 150mila euro e per imprese fino a 10milioni di fatturato.

Tutte le attività che hanno ricevuto o stanno ricevendo in questi giorni i bonifici dall'Agenzia delle Entrate previsti dal decreto Sostegni 1, riceveranno l'equivalente in automatico. E sempre sulla base del fatturato potranno intanto richiedere - se sarà mantenuta l'impostazione delle prime bozze - un ricalcolo del periodo di riferimento. In più, una volta approvati i bilanci o effettuate le dichiarazioni dei redditi, le imprese interessate potranno poi chiedere un'ulteriore integrazione dell'indennizzo.

 

(Fonte: Ansa)

Economia, voglia di ripresa e finalmente qualche luce: lo scatto record del manifatturiero ad aprile

Sale l'indice Pmi manifatturiero italiano. Le aziende campione hanno attribuito la crescita alla migliore domanda e alla maggiore fiducia da parte dei clienti. Le interruzioni sulla catena di distribuzione continuano tuttavia a frenare il settore. C'è comunque ottimismo per il futuro


Settore manifatturiero, l'analisi della Cna Picena: produzione crollata di  oltre il 30%, recessione peggiore

Balzo record dell'indice manifatturiero italiano ad aprile: in un mese è passato da 59,8 a 60,7 punti, il maggior miglioramento mai realizzato da quando viene calcolato l'indice (giugno 1997).

Il tasso di aumento della sola produzione è stato il terzo più elevato di sempre, mentre la crescita dei nuovi ordini, conseguentemente al rafforzamento della domanda da parte dei clienti e alla migliore fiducia del mercato, è risultata la più alta da aprile 2000.

La prestazione straordinaria di aprile, spiega Ihs Markit, è attribuibile soprattutto alla crescita più veloce della produzione e dei nuovi ordini: la prima in aumento al terzo valore record su base mensile, mentre i nuovi ordini totali sono cresciuti al livello maggiore in 21 anni.

Le aziende campione hanno attribuito la crescita alla migliore domanda e alla maggiore fiducia da parte dei clienti. Gli ordini esteri ad aprile sono rimasti elevati, aumentando notevolmente anche se ad un tasso leggermente più lento di quello di marzo.

"Il settore manifatturiero italiano continua ad aprile la forte ripresa - commenta Lewis Cooper, Economist di Ihs Markit - Il Pmi principale ha raggiunto il valore record storico di 60,7, dovuto alla crescita quasi record della produzione e all'espansione più veloce dei nuovi ordini in 21 anni, con le imprese campione che hanno riportato l'ennesimo miglioramento delle condizioni della domanda e una maggiore fiducia da parte dei clienti.

Le interruzioni sulla catena di distribuzione continuano tuttavia a frenare il settore. I tempi medi di consegna si sono allungati a livelli quasi record facendo aumentare notevolmente i costi e ponendo maggiori pressioni inflazionistiche.

Di conseguenza le aziende hanno incrementato i prezzi medi di vendita a livelli record. Gli ultimi dati hanno comunque mostrato nient'altro che una prestazione del settore complessivamente strepitosa.

I produttori dei beni di consumo hanno continuato ad arrancare in parte a causa del significativo impatto delle problematiche relative alla fornitura. Crescite quasi record sono state però osservate nel sottosettore dei beni intermedi e in quello dei beni di investimento.

Le aziende del settore sono rimaste convinte che la produzione aumenterà ulteriormente nel corso dell'anno prossimo, e anche se gli ostacoli sulla catena di distribuzione restano una grande preoccupazione, gli ultimi dati Pmi non hanno ancora mostrato segnali di rallentamento nel settore manifatturiero italiano".

 

(Fonte: Agi)

Turismo, il movimento Partite Iva Unite scrive al governo: ecco gli interventi che servono subito

Pubblichiamo integralmente la missiva che il movimento "Partite Iva Unite" ha inviato al presidente del Consiglio e ai ministri competenti avanzando proposte concrete per misure assolutamente urgenti a sostegno di uno dei settori messi maggiormente in crisi dalla pandemia


PARTITE IVA UNITE - Partito Politico Nazionale | Facebook

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. Mario Draghi

Egregi Ministro del Turismo On.le Massimo Garavaglia e dello Sviluppo Economico On.le Giancarlo Giorgetti

L’onda pandemica che ha travolto e sconvolto le nostre esistenze, oltre alla indubbia rilevanza sotto l’aspetto umano per le perdite di migliaia di nostri concittadini e per la sofferenza ancora di troppi, ha avuto e, soprattutto, avrà gravissime ripercussioni sotto l’aspetto sociale ed economico ancora per lunghi anni. Una sorta di guerra non dichiarata che, con le sue “bombe”, tuttora sta minando le nostre esistenze presenti e future.
Ma la storia ha sempre insegnato che è nei momenti di crisi più buia, dalla profondità di una strada impervia ed all’apparenza senza via di uscita che nasce la spinta verso la ricrescita più florida.
Ogni nazione ha il suo punto di forza, il suo fiore all’occhiello. E l’Italia, grazie alla sua unicità di bellezze paesaggistiche, alla sua storia millenaria, alla sua cultura, alle sue eccellenze enogastronomiche, alla sua arte, alle sue tradizioni, al suo artigianato, al suo genio creativo, da tutto questo non può e non deve esimersi dall’attingere la linfa della propria salvezza economica.
Ed e’ il turismo nazionale, con le sue diverse sfaccettature, l’attore che può e deve giocare il ruolo da protagonista.

Un settore questo oramai giunto però allo stadio di malato terminale. La crisi, che da oltre un anno oramai imperversa sul comparto, ha lasciato una lunga scia di aziende costrette a chiudere la propria attività ed altre che purtroppo seguiranno lo stesso destino, con una flessione al momento di 53 miliardi di euro in entrate. E l’orizzonte che si prospetta e’ ancora denso di nubi, visto che si prevedono ulteriori miliardi di euro di perdita nel semestre del 2021.
Una tragedia davvero senza precedenti per il settore.
Da questo quadro per nulla rassicurante abbiamo pertanto il dovere e la necessità di fornire valide e concrete soluzioni alle sorti, altrimenti avverse, di un comparto essenziale ai fini della rinascita economica del Paese. Ricordiamo che il turismo vale oggi il 13% di PIL, a cui andrebbe aggiunto il 7% di indotto costituito dalla produzione di beni e/o servizi da parte di aziende che vivono in toto o in parte grazie al nostro “petrolio”.
Evitare una crisi così importante sarebbe stato impossibile, considerata la globalità della stessa. Di contro, però, limitare i danni ed accelerare il ritorno ai viaggi, comunque in sicurezza, sarebbe possibile attraverso politiche di sviluppo urgenti. E’ opportuno, in primis, sensibilizzare i politici ad intraprendere percorsi già battuti da altri Paesi, come di seguito esposto, e dare ampio spazio alle progettualità innovative, al fine di limitare i danni e contestualmente dare maggiore ossigeno all’economia.
Alla luce di ciò, ci preme esporre di seguito alcuni interventi immediati ed indispensabili, che certamente potranno accelerare questo processo di rinascita del comparto attraverso l’istituzione, primaria, dei cosiddetti “corridoi sanitari nazionali ed internazionali”.
Il Governo, di concerto con gli altri Paesi, dovrebbe investire nella costituzione di queste strutture e di contro favorire il soggiorno sicuro nei poli turistici italiani, obbligando l’adozione di protocolli sanitari con la sottoscrizione di polizze assicurative (rilasciate unicamente in sede di verifica dell’applicazione dei protocolli) a cura delle aziende costituenti la filiera.

Di seguito quelle che per il partito PIU’ possono essere le azioni propedeutiche e strutturali per la creazione di questi corridoi turistici:
– Introduzione di protocolli sanitari uguali per tutti i Paesi facenti parte della cordata per l’istituzione dei corridoi stessi;
– Adozione da parte dei governi di una chiara politica di gestione del rischio in conformità con le recenti raccomandazioni degli organi preposti alla sicurezza sanitaria mondiale, che di fatto risulta essere in netto contrasto con l’attuale prevenzione dei rischi, come il caso della quarantena, che di fatto blocca o non favorisce gli spostamenti;
– Emissione del pass di viaggio digitale attraverso l’uso di un QRcode sul proprio cellulare che, attraverso la lettura dello stesso tramite tablet o pistola-lettore di codici, garantirebbe il risultato dei test del tampone 48 ore prima della prevista partenza oppure l’avvenuta vaccinazione, evitando in tal
modo la necessità di barriere restrittive e quarantene controproducenti. Al contrario, il tentativo di introdurre i cosiddetti “passaporti sanitari” non farebbe che ritardarne ulteriormente i tempi.
L’assunzione di corridoi sanitari per il turismo è già presente in alcuni Paesi e ciò dimostra che i viaggi internazionali possono avvenire con un rischio minimo ed accettabile. Sarebbe sufficiente l’uso di misure precauzionali che i governi dovrebbero condividere tra loro, almeno per quanto concerne le
destinazioni più frequentate. Azione peraltro largamente suggerita dal WTTC (World Travel & Tourism Council), il forum dei leader di business globali per i viaggi ed il turismo, composto da presidenti ed amministratori delegati di cento fra le organizzazioni più importanti del mondo, in rappresentanza di tutte le regioni e settori dell’industria.
I governi devono dimostrare ora la propria leadership, aprendo corridoi di viaggio bilaterali su rottechiave internazionali con Paesi che applicano i medesimi processi di gestione delle criticità da COVID-19. E’ indispensabile, e lo ripetiamo, far ripartire immediatamente il Turismo. Non è pensabile per la filiera globale, e soprattutto per l’Italia, attendere che la fase di vaccinazione di massa sia conclusa, peraltro aggravando il tutto con l’ipotetica introduzione del famoso passaporto sanitario.
Certamente i vaccini sicuri ed efficaci saranno fondamentali per debellare il virus e apporteranno comunque un beneficio di carattere psicologico. Tuttavia non devono e non possono essere un requisito per viaggiare, in quanto ciò ritarderebbe ulteriormente la rinascita del già sofferente settore del turismo, che assiste, impotente, alla perdita di milioni di posti di lavoro, con pesantissimi risvolti negativi sull’importante indotto e quindi sulla intera economia. Una recente ricerca del WTTC parla addirittura di 174 milioni di posti di lavoro a rischio nel mondo. Una visione catastrofica che mina terribilmente le già tenui forze economiche di numerosi Paesi a vocazione turistica, dove primeggia l’Italia.
La prevista riapertura poi della ristorazione all’aperto prevista per il prossimo 26 aprile, rappresenta un rischio per due motivi:
– Una penalizzazione per i ristoranti con sale interne che già a partire dallo scorso anno si erano dotati di tutti i DPI previsti dal protocollo, adottando le precauzioni relative alla sanificazione interna delle sale, oltre all’organizzazione dei servizi con i dovuti distanziamenti a norma.
– La ristorazione effettuata all’aperto, specie in siti dove è di solito presente un continuo passaggio di persone (centri storici, borghi, vie di passeggio) potenzialmente portatrici di virus, potrebbe addirittura favorire la trasmissione del covid.
La soluzione del QRcode da mostrare all’ingresso a cura di ogni cliente per dimostrare, sempre attraverso un tablet o uno smartphone, l’avvenuto vaccino o un esito favorevole del tampone effettuato in una data prestabilita, potrebbe essere la soluzione, alla stregua dei corridoi sanitari.
A fronte della grave crisi economica che attanaglia il settore, pensiamo sia anche opportuno indirizzare, in proporzione della perdita avuta, il 5×1000 della quota dell’IRPEF.
Si potrebbe considerare dell’altro.
Si parla di innovazione: la pandemia ha di fatto cambiato le nostre abitudini, sviluppando l’uso frequente della videoconferenza, di colpo divenuta una pratica alla stregua dell’uso del cellulare agli albori della telefonia mobile. Ciò ha sviluppato una serie di attività giornaliere di natura lavorativa, sociale e di svago che di fatto limita fortemente la componente del contatto fisico ma di contro sviluppa la conoscenza di nuovi orizzonti e rende più assidua la frequentazione tra persone lontane.
Nel settore turistico ciò è la cartina di tornasole, dove le destinazioni minori e fuori dall’occhio del turista internazionale diventerebbero un mezzo con forte potenzialità di sviluppo. Alla luce di ciò sarebbero fondamentali immediati investimenti nella tecnologia digitale. L’Italia è al 25° posto in Europa in fatto di digitalizzazione e all’ultimo posto per competenze digitali (solo il 44% le possiede).
La tecnologia digitale può, senza ombra di dubbio alcuno, favorire l’occupazione, offrendo una migliore qualità della vita; per esempio assicurando un migliore sanità, un ambiente più pulito, nuove possibilità di comunicazione e un accesso più agevole ai servizi pubblici ed ai contenuti culturali.
Internet è ancora un mondo costellato di ostacoli e barriere, quando invece sarebbe opportuno creare un mercato unico che permetta di sfruttare i benefici dell’era digitale.
Un ulteriore approccio al problema e’ dato dall’utilizzo, che riteniamo fondamentale anche nel settore turistico, della nuova frontiera del Blockchain, una sorta di evoluzione del QRcode, con maggiore certezza, rispetto a questo, di non essere modificato dal più esperto hacker. Permetterebbe quindi una “certificazione verde” assolutamente sicura da ogni tipo di contraffazione, evitando altresì pericolosi rischi di contagio.
Un altro punto da valutare, per noi di primaria importanza, e’ l’attenzione nell’estendere il sistema collaudato dell’eco-sismabonus 110% al settore ricettivo ed ai servizi annessi, con riparametrazione del massimale non per unità catastali bensì per metri cubi.

In ultima analisi -ultima non per importanza- e’ opportuno considerare, in tutte le sue sfaccettature, un punto che merita particolare attenzione, ossia quali siano gli interventi di salvataggio più idonei e tempestivi per le imprese turistiche ad evitare il forte rischio di trovarsi “vulnerabili” verso i potenziali
approcci della criminalità organizzata, ben propensa a “fiutarne” l’affare.
Alla luce di ciò pensiamo fermamente alla opportunità necessaria di valutare una sorta di “golden power” per il settore, tramite la creazione di un soggetto a partecipazione pubblica -o utilizzando anche la stessa Invitalia S.p.a.- con l’obiettivo di acquisire strutture ricettive già operanti sul mercato ma in crisi a causa dei risvolti pandemici, con immediata concessione in rent to buy aziendale agli stessi proprietari/gestori; tali strutture dovranno comunque essere in possesso di parametri tali al 31/12/2019 che dimostrino la loro capacità economica e finanziaria di operare sul mercato già in tempi pre covid.
I vantaggi di una simile operazione sarebbero molteplici, fra tutti:
– un’operazione per lo Stato a saldo zero, anzi spesso in attivo, considerando che a livello patrimoniale ci si troverebbe un valore intrinseco, dato da una struttura in cui l’immobile rappresenterebbe l’oggetto principale e non un mero credito, con tutte le problematiche di questo legate al suo eventuale recupero;
– evitare lo sciacallaggio da parte di investitori esteri e/o di natura criminale;
– mantenere un maggior tasso occupazionale, legato ad una già consolidata capacità di gestione pluriennale da parte dei precedenti conduttori delle strutture.

Convinti dell’ottima riuscita nel raggiungere l’obiettivo di risanare il settore turistico da parte delle nostre proposte sopra elencate, rimaniamo a disposizione per qualunque chiarimento in merito.

Con l’auspicio di un prossimo confronto cogliamo l’occasione per porgerVi i più cordiali saluti, augurandoVi un sereno e proficuo lavoro.

Dott.ssa Daniela Manno
Presidente Nazionale PIU’

Dott. Antonio Gigliotti
Segretario Nazionale PIU’

Dott. Mino Reganato
Direttore Nazionale Commissione Turismo PIU’

 

Gli acquisti online soffocano i negozi: in 70mila a rischio chiusura

L'analisi di Confesercenti rivela le conseguenze delle restrizioni e per gli esercizi fisici che non reggono la concorrenza dell'e-commerce. A rischio soprattutto le 35mila attività nei centri e gallerie commerciali, dice l'associazione, che chiede che anche i centri commerciali vengano inseriti nel piano delle riaperture


Chiusure per aeroporti, metro e negozi -

Le restrizioni per il Covid spingono le vendite online e affossano quelle di negozi e supermercati e questo, insieme alla crisi dei consumi innescata dalla pandemia, sta mettendo in grave difficoltà l'intero comparto del commercio al dettaglio. Lo evidenzia un'analisi di Confesercenti, secondo le cui stime sono circa 70mila le attività commerciali che, senza una decisa inversione di tendenza, potrebbero cessare definitivamente nel 2021.

A rischio soprattutto le 35mila attività nei centri e gallerie commerciali, dice Confesercenti, che chiede che "anche i centri commerciali" vengano "inseriti nel piano delle riaperture".

Nel primo bimestre del 2021, evidenzia l'analisi di Confesercenti, gli acquisti presso la grande distribuzione e le piccole superfici si sono ridotti, rispettivamente, del 3,8 e del 10,7%, mentre le vendite sul canale on-line sono aumentate del 37,2%. Significativamente, l'espansione del commercio elettronico ha segnato un'accelerazione a partire dallo scorso ottobre, quando le misure adottate per contrastare la seconda e poi la terza ondata del contagio hanno piegato vero il basso le vendite nei canali tradizionali, spiega lo studio, precisando che si tratta di un'evoluzione già osservata in occasione del primo lockdown di marzo-aprile 2020. Lo spostamento delle quote di mercato a vantaggio dell'online, unitamente alla crisi dei consumi innescata dalla pandemia, sta mettendo in grave difficoltà l'intero comparto del commercio al dettaglio.

"Di fatto, le misure di restrizione, per le modalità con cui continuano a essere attuate, stanno determinando una strutturale e non governata redistribuzione delle quote di vendita verso il canale on-line", commenta Confesercenti. "A rischio sono soprattutto le 35mila attività collocate dentro i centri e gallerie commerciali. L'obbligo di chiusura nel fine settimana, che rappresenta il 40% delle vendite di queste attività, è un cataclisma sul comparto. Un divieto - puntualizza Confesercenti - che ignora gli alti standard di sicurezza, dall'areazione al controllo degli ingressi, disposti da centri e gallerie e che genera una perdita di almeno 1,5 miliardi di euro per ogni weekend, in buona parte a vantaggio del canale di distribuzione online".

La crisi silenziosa del pesce italiano: i nostri pescherecci ridotti a sole 12mila unità

L'analisi analisi della Coldiretti Impresapesca diffusa in occasione della Giornata del Mare che si è celebrata l'11 aprile. Tra invenduto, crollo prezzi e chiusura dei ristoranti le perdite ammontano a 500 milioni di euro. Gli effetti delle importazioni selvagge di prodotto straniero. Pesa anche l'impatto dei cambiamenti climatici


Sequestrati pescherecci italiani. Spari dalle motovedette libiche -  IlGiornale.it

È s.o.s. per il pesce italiano con la flotta tricolore che negli ultimi 35 anni ha perso quasi il 40% delle imbarcazioni e un impatto devastante su economia e occupazione di un settore cardine del Made in Italy, ora ulteriormente aggravato dall’emergenza Covid. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti Impresapesca diffusa in occasione della Giornata del Mare che si celebra l’11 aprile per valorizzare l'oro blu come risorsa culturale, scientifica, ricreativa ed economica. 

Gli effetti combinati dei cambiamenti climatici, delle importazioni selvagge di prodotto straniero e di una burocrazia sempre più asfissiante hanno ridotto il numero dei pescherecci italiani ad appena 12 mila unità – denuncia Coldiretti – mettendo a rischio il futuro del comparto ma anche la salute dei cittadini poiché con la riduzione delle attività di pesca viene meno anche la possibilità di portare in tavola pesce Made in Italy, favorendo gli arrivi dall’estero di prodotti ittici che non hanno le stesse garanzie di sicurezza di quelle tricolori.

Il calo dei consumi

A peggiorare ulteriormente la situazione ha contribuito – spiega Coldiretti - la pandemia con il crollo di oltre il 30% degli acquisti di pesce da parte della ristorazione dall’inizio dell’emergenza sanitaria, peraltro reso più pesante dalle chiusure di aprile. 

Il risultato è un crac da 500 milioni di euro tra produzione invenduta, crollo dei prezzi e chiusura dei ristoranti. Senza dimenticare l’aggravio di costi per garantire il rispetto delle misure di distanziamento e sicurezza a bordo delle imbarcazioni, con i pescatori che hanno continuato a uscire in mare per assicurare le forniture di pesce fresco ai consumatori.

Un calo che non è stato compensato dall’aumento degli acquisti domestici del 6,7%, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea relativi all’anno 2020. 

Ad essere premiati sono stati soprattutto i consumi di prodotto surgelato, cresciuti del 17,6% rispetto al +2,3% del pesce fresco, inferiore anche rispetto alle conserve (tonno ecc.) in salita del 5,8% e a quelli essiccati o affumicati, che guadagnano un +11,1%.

Peraltro proprio il prodotto surgelato è quello che dà minori garanzie rispetto all’origine, considerato che in 9 casi su 10 arriva dall’estero.

Alla difficoltà economiche aggravate dalla pandemia – continua Coldiretti – si aggiungono quelle legate alla drastica riduzione dell’attività di pesca imposte dalla dalle normative europee e nazionali. Le giornate di effettiva operatività a mare sono scese per alcuni segmenti di flotta a poco meno di 140 di media all’anno, rendendo non più sostenibile l’attività di pesca per una buona fetta della flotta nazionale considerata anche l’assenza di ammortizzatori e di valide politiche di mercato capaci di compensare le interruzioni.

L'effetto dei cambiamenti climatici

Ma a pesare è anche l’impatto dei cambiamenti climatici – rileva Coldiretti - che ha profondamente mutato la disponibilità di pescato. Sono apparse nuove specie non comuni nel Mediterraneo e stanno diventando rare specie fino a ieri comuni nei nostri mari.

Pesci, come ad esempio le alacce o la lampuga, sino a qualche anno fa scarsamente presenti a certe latitudini, sono oggi diffusamente presenti nelle acque del centro-nord Adriatico e del Tirreno, mentre sono andate in sofferenza specie tradizionali come le sardine o le alici, messe in crisi dall’innalzamento delle temperature.

Il consumo pro capite degli italiani è di circa 28 kg di pesce all’anno – conclude Coldiretti -, superiore alla media europea ma decisamente basso se confrontato con quello di altri Paesi che hanno un’estensione della costa simile, come ad esempio il Portogallo, dove se ne mangiano quasi 60 kg, praticamente il doppio.

 

(Fonte: Ansa)

Pandemia e chiusure, nel 2021 il lavoro nero crescerà ancora

L'analisi dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre: nell'ultimo anno persi 450mila posti. Con lo sblocco dei licenziamenti previsti dapprima a fine giugno, per coloro che lavorano nelle Pmi e nelle grandi imprese, e successivamente in autunno, per quelli che sono occupati nelle micro e piccolissime aziende, c’è il pericolo che il numero dei senza lavoro aumenti in misura importante. Non meno impattante, secondo la Cgia, è l'effetto chiusura imposto dal governo nelle ultime settimane a bar, ristoranti, negozi, massaggiatori, parrucchieri e centri estetici. Il tasso di irregolarità è del 12,9 per cento e tutte queste persone producono un valore aggiunto in nero di 77,8 miliardi di euro. E secondo l'associazione nei prossimi mesi, purtroppo, la situazione è destinata a peggiorare


Reddito di cittadinanza e lavoro in nero: cosa si rischia - Lavoro e Diritti

A seguito della pesantissima crisi economica in corso causata dal Coronavirus, l’esercito dei lavoratori in nero presente in Italia è in forte espansione. Lo segnala l’Ufficio studi della Cgia, ricordando che nell’ultimo anno la crisi pandemica ha provocato una perdita di circa 450mila posti di lavoro. Con le chiusure imposte nelle ultime settimane, "a tanti di questi disoccupati si sono aggiunti molti addetti del settore alberghiero e della ristorazione e altrettante finte parrucchiere ed estetiste che quotidianamente si recano nelle case degli italiani ad esercitare irregolarmente i servizi e le prestazioni più disparate" sottolinea una nota.

Un numero di invisibili difficilmente quantificabile, anche se secondo gli ultimi dati stimati qualche anno fa dall’Istat, quindi ben prima dell’avvento del Covid, i lavoratori in nero presenti in Italia erano molti: circa 3,2 milioni, sottolinea la Cgia. Il tasso di irregolarità è del 12,9 per cento e tutte queste persone producono un valore aggiunto in nero di 77,8 miliardi di euro. E secondo l'associazione nei prossimi mesi, purtroppo, la situazione è destinata a peggiorare.

Con lo sblocco dei licenziamenti previsti dapprima a fine giugno, per coloro che lavorano nelle Pmi e nelle grandi imprese, e successivamente in autunno, per quelli che sono occupati nelle micro e piccolissime aziende, c’è il pericolo che il numero dei senza lavoro aumenti in misura importante. Non meno impattante, secondo la Cgia, è l’effetto chiusura imposto dal governo nelle ultime settimane a bar, ristoranti, negozi, massaggiatori, parrucchieri e centri estetici.

Soprattutto nei territori più provati dalla crisi, non sono pochi, ad esempio, i camerieri che in attesa di tornare ad esercitare la propria professione si stanno improvvisando edili, dipintori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie. Eseguono piccoli lavori pagati poco e in nero che, tuttavia, consentono a queste persone di portare a casa qualche decina di euro al giorno, permettendo così a molte famiglie di mettere assieme il pranzo con la cena. In questo momento così difficile, chi lavora irregolarmente per necessità non va assolutamente criminalizzato; ci mancherebbe, sottolinea la Cgia.

Tuttavia, osserva l'associazione, il dilagare del lavoro irregolare non comporta un danno solo alle casse dell’erario e dell’Inps, ma anche alle tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti, osserva la Cgia. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti al prelievo previdenziale, a quello assicurativo e a quello fiscale consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto.

Condizioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire. Inoltre, non vanno nemmeno sottovalutate le condizioni lavorative a cui sono sottoposti gli irregolari: spesso a queste persone vengono negate le più elementari tutele previste dalla legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e, in queste condizioni, gli incidenti e le malattie professionali rischiano di essere molto frequenti.

A livello territoriale sono le regioni del Mezzogiorno ad essere maggiormente interessate dall’abusivismo e dal lavoro nero. Secondo l’ultima stima redatta dell’Istat e relativa al 2018, in Calabria il tasso di irregolarità è pari al 22,1 per cento (136.200 irregolari), in Campania al 19,4 per cento (362.500 lavoratori in nero), in Sicilia al 18,7 per cento (283.700), in Puglia al 16,1 per cento (222.700) e in Sardegna del 15,7 per cento (95.500). La media nazionale è pari al 12,9 per cento.

Le situazioni più virtuose si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna il tasso di irregolarità è al 9,8 per cento (211.700 irregolari), in Valle d’Aosta è al 9,6 per cento (5.900), in Veneto al 9 per cento (207.300) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta all’8,9 per cento (27.000). L’attività in nero di queste 3,2 milioni di persone genera un valore aggiunto pari a 77,8 miliardi di euro all’anno, di cui 26,7 miliardi sono prodotti nel Sud, 19,8 nel Nordovest, 17 nel Centro e 14,3 nel Nordest. A livello regionale in termini assoluti il Pil in 'nero' più importante lo riscontriamo in Lombardia (12,6 miliardi), seguono il Lazio (9,4 miliardi), la Campania (8,3 miliardi) e la Sicilia (6,2 miliardi).

 

(Fonte: Adnkronos)

Il Covid fa crollare la produzione industriale (-11,4): mai così male dal 2009. La seconda ondata ha bloccato la ripresa

I dati Istat per il 2020 fotografano un quadro disastroso. Anno terribile per l'auto, giù del 13%. Tengono i livelli pre-pandemia solo Alimentare e bevande e Farmaceutica


La pandemia manda a picco la produzione industriale, che nel 2020 crolla dell'11,4% registrando il maggior calo dalla crisi del 2009 e il secondo peggior risultato dal 1990, inizio della serie storica dell'Istat. La flessione, spiega l'istituto, è estesa a tutti i principali raggruppamenti di industrie e, nel caso dei beni di consumo, è la più ampia mai registrata.

Crollo senza precedenti anche per il settore auto, giù al 13% nell''anno nero' del Covid e che solo a dicembre, rispetto allo stesso mese del 2019, ha perso il 2,1%.

La produzione industriale nel suo complesso ha fatto registrare a dicembre un calo dello 0,2% mensile e del 2% annuo. A novembre era diminuita dell'1,4% e del 4,2% su base annua. Nella media del quarto trimestre la flessione è dello 0,8% rispetto al trimestre precedente.   

Ed è di oggi la stima di Prometeia e Intesa Sanpaolo secondo cui l'industria manifatturiera italiana chiuderà il 2020 con un calo tendenziale del giro d'affari del 10,2%, pari a 132 miliardi di euro in meno rispetto al 2019. 

Nel panorama europeol'Italia continua a far registrare una delle performance più preoccupanti. In Germania nell'intero 2020 la produzione è crollata dell'8,5% e in Spagna del 9,4%. Per il dato francese bisognerà aspettare domani, ma quello provvisorio calcolato dall'Insee a novembre sui primi 11 mesi dello scorso anno parla di una riduzione del 4,8%.

La seconda ondata del virus ha impedito la ripresa

La flessione è dunque estesa a tutti i principali raggruppamenti di industrie e purtroppo, rileva l'Istat, non è stato possibile alcun recupero durante l'anno perché la seconda ondata di Covid ha spento sul nascere qualsiasi possibilità di ripresa.

"Il progressivo recupero dopo il crollo di marzo e aprile ha subìto una battuta d'arresto nei mesi recenti - osserva l'istituto nel commento - impedendo il ritorno ai livelli produttivi precedenti l'emergenza sanitaria: nella media del quarto trimestre l'indice destagionalizzato è, infatti, ancora inferiore del 3,1% rispetto a febbraio 2020".

Tutti i numeri dell'industria italiana

L'indice destagionalizzato mensile mostra a dicembre 2020, indica inoltre l'Istat, un aumento congiunturale sostenuto per l'energia (+1,8%) e un più modesto incremento per i beni intermedi (+1,0%), mentre diminuzioni contraddistinguono i beni strumentali (-0,8%) e, in misura più contenuta, per quelli di consumo (-0,3%).

Nel confronto annuo, si registra un incremento tendenziale solo per i beni intermedi (+4,1%), mentre i restanti comparti mostrano flessioni, con un calo pronunciato per i beni di consumo (-9,8%) e meno marcato per gli altri aggregati (-2,1% per i beni strumentali e -0,7% per l'energia).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi rispetto a dicembre 2019 sono la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (+10,9%), quella i prodotti chimici (+7,5%) e la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+6,8%).

Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-28,5%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-16,5%) e nella fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e preparati (-10,9%).

L'anno nero dell'auto

La produzione industriale di automobili ha registrato un crollo senza precedenti, pari al 13%: si tratta del comparto - ossia quello dei beni" strumentali" che includono la fabbricazione di macchine e motori e anche quella di autoveicoli - più colpito dal calo della produzione.

Solo a dicembre, rispetto allo stesso mese del 2019, la flessione è stata del 2,1%. 

A novembre, la produzione di beni strumentali aveva fatto registrare un calo di appena lo 0,1% rispetto a ottobre ed era rimasta invariata su base tendenziale. Per quanto riguarda il settore di attività economica, l'Istat mette inoltre in risalto che la "fabbricazione di mezzi di trasporto" ha fatto registrare una caduta del 18,3% nell'intero anno e solo a dicembre è stata del 3,8%.

Prometeia, nel 2020 fatturato in calo del 10,2%. Persi 132 miliardi

Secondo Prometeia, la contrazione, inferiore a quella subita con la crisi 2009 (-18.8%), riflette il progressivo recupero dal punto di minimo del ciclo toccato durante il lockdown primaverile: nel periodo agosto-novembre, il fatturato si è riposizionato sui livelli pre-Covid (-0.4%).

Tutti i maggiori player dell'Eurozona hanno subito l'impatto dell'emergenza sanitaria: nella media dei primi undici mesi del 2020, l'indice della produzione industriale registra un calo del -13% in Italia e Francia, -10.8% in Germania e -10.5% in Spagna. Il gap nei confronti del manifatturiero tedesco, rimasto attivo durante il lockdown primaverile, è stato in parte colmato grazie alle chiusure ridotte degli impianti in estate. 

l peggioramento autunnale della curva dei contagi non ha comunque intaccato in modo significativo la ripresa industriale, pur aggiungendo incertezza a uno scenario mondiale caratterizzato da una domanda ancora debole. A livello settoriale, emerge una tenuta dei livelli pre-Covid per Alimentare e bevande e Farmaceutica, e un recupero piu' intenso delle attese per Elettrodomestici e Mobili, trainati da consumi in risalita dai minimi primaverili.

La ripresa del ciclo edilizio ha dato un forte impulso al settore Prodotti e materiali da costruzione e un parziale sostegno alla filiera dei metalli. In rapida risalita anche i livelli di attività degli Autoveicoli e moto, sulla spinta degli incentivi all'acquisto di vetture ecologiche. Il settore sconta però il crollo della fase primaverile, stazionando ancora nella parte bassa della classifica, poco distante dalla Meccanica, penalizzata dalla ripresa incerta degli investimenti in beni strumentali.

Situazione ancora critica nel Sistema moda, fortemente colpito dalle restrizioni alla socialita' e al turismo. Gli indicatori anticipatori mostrano segnali di consolidamento dell'attività manifatturiera in avvio del 2021, con attese di rafforzamento nella seconda meta' dell'anno. Il dispiegarsi degli effetti della campagna vaccinale comporterà un allentamento delle restrizioni a livello mondiale, con effetti visibili anche sul commercio internazionale.

La velocità di marcia del manifatturiero italiano dipenderà dalle scelte strategiche finalizzate a ricevere le risorse europee, che potranno dare impulso anche agli investimenti privati.

 

(Fonte: Agi)

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