updated 2:32 PM UTC, Apr 11, 2021

Sondaggi, continua il boom di Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia ora terzo partito al 17,2%. Fuori dalla "zona Champions" c'è il vuoto

Confermate nella Supermedia di YouTrend per AGI le tendenze delle ultime settimane. Lega in calo ma resta in prima posizione, Pd in risalita (ma che ancora sotto ai livelli pre-dimissioni di Zingaretti) e lotta serrata per il terzo posto tra FdI (nuovo record) e 5Stelle. Staccata Forza Italia, piccole percentuali per Azione, Italia Viva e Sinistra Italiana


sondaggi politici

Nuovo record di consensi per Fratelli d'Italia, la Lega ancora in calo e il Pd in risalita. Sono i risultati della Supermedia settimanale di YouTrend per Agi che conferma le tendenze già riscontrate nelle ultime settimane.

I primi quattro partiti

Il partito di Salvini ottiene una performance non particolarmente brillante ma resta in prima posizione con il 22,9 per cento. Il Pd guadagna un prezioso 0,6 per cento che gli consente di piazzarsi al secondo posto con il 18,6% e di recuperare il terreno perduto, anche se non riesce ancora a tornare ai livelli precedenti alle dimissioni di Nicola Zingaretti. Lotta serrata per il terzo posto tra M5S e Fratelli d'Italia. Questa settimana la spunta il partito di Giorgia Meloni che raggiunge la percentuale record del 17,2%, portando a casa un guadagno ulteriore dello 0,3%. Il Movimento quindi si piazza solo quarto con il 17% e un incremento più ridotto dello 0,1%.

Le altre forze

Dietro i quattro principali partiti, che sono racchiusi in meno di 6 punti, c'è quasi il vuoto, con Forza Italia in calo al 7,5% e staccata di quasi 10 punti dal M5S. Tra le componenti di maggioranza, quella giallorossa sembra più in forma rispetto a quella di centrodestra, una dinamica che riflette probabilmente gli atteggiamenti sul tema riaperture/restrizioni.

Azione rimane stabile al sesto posto con il 3,3%, Italia Viva risale al 3,2%, Sinistra italiana conferma il 2,2% del 25 marzo. Articolo 1 cala all'1,8%, + Europa è stabile all'1,6% a pari merito con i Verdi.

Pd-M5S, incontro tra Letta e Crimi: si rafforza l'asse giallorosso per le comunali. "Proseguire il percorso comune e stop a cambi di casacca". Aspettando Conte...

Faccia a faccia questa mattina a Roma tra il capo politico del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, e il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta. Tra i temi toccati l'emergenza Covid, le riaperture e le prossime elezioni amministrative


Un ballista d'acciaio": così i 5S insultavano Letta - IlGiornale.it

Il segretario del Pd Enrico Letta ha incontrato il capo politico del Movimento 5 Stelle Vito Crimi. E quello tra i due, spiegano fonti del M5S, è stato un "confronto positivo e cordiale, nel corso del quale è stata ribadita da entrambe le parti la volontà di proseguire nel percorso comune avviato già a partire dal governo Conte II".

L'avvocato Borrè contro Crimi: "Espulsioni dei senatori M5S illegittime" -  IlGiornale.it

Nell'incontro si è parlato anche delle prossime elezioni amministrative, rispetto alle quali "da parte del Movimento è stata ribadita la volontà di collaborare sui territori e nelle amministrazioni locali, come dimostrato anche recentemente dall'ingresso di un portavoce M5s nelle giunte di Lazio e Puglia, laddove dovessero crearsi le condizioni. Qualora ciò non dovesse avvenire - viene aggiunto - ciò non inciderebbe sul percorso comune già avviato".

 Secondo quanto si apprende, durante il colloquio, avvenuto presso la sede di Arel e durato oltre un'ora, la principale questione affrontata sarebbe stata anche quella relativa all'emergenza Covid e in particolare, fanno sapere fonti del M5S, "sulle risposte sanitarie ed economiche in atto e quelle da adottare, e il tema delle riaperture. È stato fatto il punto su come sostenere nelle prossime settimane il governo nel proseguo della campagna vaccinale e rispetto a imprese e famiglie". Altro argomento toccato, spiegano le stesse fonti, è stato quello dei meccanismi parlamentari e di alcune correzioni che vengono ritenute opportune, al fine di porre fine a storture, come quella del dilagante fenomeno dei cambi di casacca.

 

(Fonte Ansa)

Incontro Letta-Renzi: "divergenza profonda" su Conte e 5Stelle

Faccia a faccia di 40 minuti tra i leader di Pd e Italia viva. Vaga comunanza su emergenza e vaccini, ma i nodi politici restano. Per i dem il rapporto con l'ex premier e i pentastellati è "essenziale per costruire una alternativa vincente a Meloni e Salvini". Incognita amministrative


Hanno trovato "elementi di accordo e altri di disaccordo" Enrico Letta e Matteo Renzi durante l'incontro di questa mattina. Un incontro "franco e cordiale", durato 40 minuti, che si è svolto all'Arel. "Divergenze profonde" tra i due riguardano il rapporto con Conte e il M5S, hanno riferito fonti del Nazareno, affermando che i leader hanno affrontato temi legati al quadro politico e alle prospettive future.

Il segretario del Pd e il leader di Iv hanno fatto una "analisi a tutto campo" della situazione del Paese, trovandosi d'accordo sul fatto che in questa fase l'impegno comune debba essere quello del sostegno alla campagna dei vaccini e al supporto economico per compensare le chiusure per Covid.

Quanto al rapporto con Conte e i 5 Stelle, per Letta - riferiscono le stesse fonti - è "essenziale per costruire una alternativa vincente a Meloni e Salvini". Sulle amministrative, Letta ha ascoltato le idee d Renzi, e per il leader del Pd il mese di aprile sarà "importante" per trovare le soluzioni.

Italia viva, all'Adnkronos, "conferma la narrazione del Nazareno" sull'incontro di stamattina. Un faccia a faccia a tutto campo, definito "cordiale e franco", in cui sono emersi "elementi di accordo e di disaccordo" tra cui, in particolare, una "divergenza profonda" sul rapporto con Conte e il M5S.

 

(Fonte: Adnkronos)

"Putin assassino": Biden riapre la Guerra fredda. Mosca furiosa: "Un attacco alla Russia"

Il presidente degli Stati Uniti nel corso di un'intervista si scaglia contro il capo del Cremlino accusato anche di aver cercato di interferire nelle elezioni americane del 2020: "Pagherà un prezzo". La replica arriva dal Presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin: "Ha insultato i cittadini del nostro Paese con la sua dichiarazione"


Il pericoloso delirio di Joe Biden: «Putin è un assassino. Pagherà un  prezzo molto alto» - Secolo d'Italia

Lei pensa che Vladimir Putin sia un assassino? "Sì". Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha risposto così ad una domanda specifica nell'intervista a Good Morning America. E le parole del numero uno Usa scatenano la dura reazione di Mosca, che parla di "attacco alla Russia".

Putin, ha aggiunto Biden, "pagherà un prezzo" per aver cercato di interferire anche nelle elezioni del 2020. Il presidente americano ha commentato il rapporto di intelligence appena declassificato secondo il quale Putin avrebbe diretto la campagna di disinformazione russa tesa a colpire l'allora candidato democratico. Ed alla domanda di George Stephanopoulos su quali saranno le conseguenze, il presidente ha risposto: "lo vedrete a breve".

Nell'intervista Biden ha fatto riferimento al colloquio telefonico avuto con il presidente russo dopo il suo insediamento, durante il quale lo ha confrontato sulla questione delle interferenze elettorali e sulla vice da di Aleskey Navalny. "Abbiamo avuto un lungo colloquio, lo conosco relativamente bene - ha detto Biden, che ha avuto rapporti con Putin quando era vice presidente di Barack Obama - e la nostra conversazione è iniziata così: 'Io ti conosco e tu mi conosci, se stabilisco che questo è successo, allora preparati'".

Biden, comunque, ha sottolineato che Washington può "camminare e masticare il chewing gum" allo stesso tempo, intendendo che pur adottando misure nei confronti di Mosca, manterrà "spazio per lavorare insieme dove ci sono aree di reciproco interesse", come il rinnovo dell'accordo Start sul nucleare.

La conferma delle nuove interferenze elettorali di Mosca è arrivata con il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall'Office of Director of National Intelligence, in cui si afferma che sia la Russia che l'Iran hanno cercato di interferire, anche se non ci sono prove che abbiano cercato di cambiare i risultati elettorali. Anche la Cina aveva valutato un'operazione di disinformazione, ma poi avrebbe rinunciato.

Il rapporto è un diretto atto d'accusa a Putin: "Abbiamo stabilito - si legge nel documento - che il presidente russo ha autorizzato e diverse agenzie governative condotto un'operazione di influenza tesa a minare la candidatura del presidente Biden e il partito democratico, sostenendo l'ex presidente Trump, minando la fiducia pubblica nel processo elettorale ed esacerbando le divisioni negli Stati Uniti".

Il rapporto evidenza poi delle differenze rispetto al 2016, dal momento questa volta "non si è assistito ad un persistente tentativo russo di violare le infrastrutture informatiche elettorali americane". Ma l'operazione ha visto il coinvolgimento di individui legati all'intelligence russa che passato disinformazione a persone vicine a Trump ed ai media.

La replica di Mosca: "Un attacco alla Russia"

Putin e il dubbio della Merkel

Le parole del Presidente degli Stati Uniti Biden costituiscono "un attacco alla Russia", ha dichiarato il Presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin. Il contenuto dell'intervista, ha aggiunto, è frutto di "isteria provocata dalla debolezza". "Biden ha insultato i cittadini del nostro Paese con la sua dichiarazione", ha scritto Volodin sul suo canale Telegram. "Putin è il nostro Presidente e gli attacchi contro di lui sono attacchi contro il nostro Paese", ha aggiunto.

Per il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, le accuse degli Stati Uniti sulla presunta interferenza nelle elezioni presidenziali del 2020, "sono prive di fondamento, di prove e sono sbagliate".

"Non siamo d'accordo con le conclusioni dell'Intelligence nazionale Usa sul nostro Paese. La Russia non ha interferito nelle elezioni precedenti e non lo ha fatto in quelle del 2020 a cui fa riferimento il rapporto. La Russia non è coinvolta in campagne contro alcuno dei candidati", ha aggiunto Peskov.

"In generale, possiamo ancora una volta esprimere rincrescimento per tali accuse, che sono ben lontane dall'essere sostanziali, e sono usate come scusa per introdurre la questione di nuove sanzioni contro il nostro Paese". Queste accuse inoltre "danneggiano le relazioni bilaterali già sofferenti e scoraggiano gli sforzi politici per uscire da questa impasse", ha concluso Peskov prima della diffusione del contenuto dell'intervista di Joe Biden alla Abc.

 

(Fonte: Adnkronos)

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Bertolaso candidato sindaco di Roma, Salvini insiste: "Si vota in autunno, quando avrà terminato il lavoro sui vaccini in Lombardia"

"Si vota in autunno e noi ci stiamo preparando: stamattina ho parlato con Bertolaso. E' certo che se riuscirà a mettere in sicurezza la salute dei lombardi, in autunno si può occupare della vita dei cittadini della Capitale"."Guido Bertolaso da persona seria qual è diceva che se si sarebbe votato a maggio, essendo già impegnato in Lombardia, non avrebbe potuto fare due cose insieme. Ma se il piano vaccinale si conclude presto, con lui possiamo andare avanti su Roma. Poi non voglio forzarlo. Abodi persona stimabile, ma mi permetterò di insistere con Bertolaso, una personalità concreta e rapida". Così il il leader della Lega, Matteo Salvini, ribadendo la sua volontà di candidare Guido Bertolaso a sindaco di Roma. 

Trump è sempre Trump: ruggisce dalla "sua" Florida e rimane padrone del Partito repubblicano. Con l'astro nascente DeSantis verso il 2024?

"Vi sono mancato?". Ha aperto così Donald Trump il suo primo discorso da ex presidente. Lo ha fatto dall'amata Florida, al fianco del governatore Ron DeSantis, italo americano, volto nuovo in ascesa nel fronte conservatore. La sfida a Joe Biden ("Il primo mese più disastroso della storia") è lanciata, per le elezioni di medio termine e per la Casa Bianca tra quattro anni, magari con un ticket proprio insieme al quotato leader del Sunshine State. Intanto non molla le redini del Gop, la cui base è sempre con lui. Un bell'articolo dell'Agi sui propositi di rivincita dell'uomo più discusso d'America


Supporters cheer and wave as former president Donald Trump is introduced at the Conservative Political Action Conference (CPAC) Sunday, Feb. 28, 2021, in Orlando, Fla. (AP Photo/John Raoux)

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Fa la lista nera dei nemici del partito, non arretra di un millimetro sulle elezioni truccate. Attacca l'avversario come un ariete, promette la remuntada nel voto del 2022 e la conquista della Casa Bianca per il Grand Old Party nel 2024 ("Mi chiedo chi ci andrà"). Non scende ufficialmente in campo, ma nel partito repubblicano resta l'unico giocatore in grado di vincere ancora. L'aria che tira è tutta riassunta nel sondaggio fatto dagli elettori conservatori presenti a Orlando alla convention Cpac: la stragrande maggioranza sta con lui, e in fondo è una non notizia.

 La notizia, invece, è Trump in grande spolvero, tutt'altro che disposto a sotterrare l'ascia di guerra, disposto a lasciare libero il campo a una nuova leadership, perché ha davanti due opzioni: o il candidato alle elezioni del 2024 è lui o lo sceglierà lui. È la dura legge del consenso, e ancora una volta la prova della piazza (materiale e virtuale) premia Trump. Lo ha ricordato lui stesso quando ha snocciolato i 75 milioni di voti "conquistati dall'incumbent".

Non ha mai concesso davvero la vittoria a Joe Biden, impensabile che lo facesse nella "sua" Florida. Dunque: "Le elezioni sono truccate", e naturalmente "ho vinto io", con urgenza "bisogna riscrivere le leggi elettorali e proteggere il voto perché i dem hanno usato la scusa del Covid per cambiare le regole in corsa" e "la Corte Suprema" é stata codarda.

E' sempre Trump, sempre sotto e sopra le righe. Non lo nasconde, rivendica il suo essere politicamente scorretto ("Oh sentirete molto altro ancora") quando parla della difesa dei record delle donne nello sport minacciati dalla presenza dei transgender, con il benestare di Joe Biden.

Trump tocca tutti i tasti ideali dei conservatori americani, è una cosa che sa fare bene, è la leadership che si esprime nel suo terreno ideale, fa orrore ai democratici, ma questo non sposta di una virgola il copione: folla, applausi, "we love you" e la playlist dei MAGA rally con il siparietto finale sulle note "YMCA".

Sopra e sotto, c'è la battaglia per le elezioni di medio termine che è già iniziata. L'avviso a Biden è che le speranze di dividere i repubblicani sono minime, l'avvertimento agli avversari interni è che la loro rielezione passa per il detto e non detto di The Donald. Quando fa l'elenco dei nemici del Gop, scandisce i nomi con precisione chirurgica, li accusa di tradimento, di intelligenza con il nemico democratico ("bisogna liberarsene"). Sei con me e sei eletto, sei contro di me e vai a casa ("Il mio endorsement è un potente strumento politico").

Tutto il resto è la Santa Barbara del trumpismo: il Green New Deal della sinistra "è ridicolo", i prezzi della benzina "saliranno alle stelle", "America First diventa America Last", l'apertura delle frontiere favorirà il terrorismo, il futuro dei giovani "è stato venduto al sindacato degli insegnanti". Pizzica le corde del Gop sull'amore per l'America e per la bandiera, sulla lotta contro il monopolio del Big Tech e contro la censura delle voci repubblicane, la difesa del Secondo emendamento, il diritto a portare armi.

Il primo mese di Biden nel racconto di Trump è un'impresa da guinness dei fiaschi politici ("Il più disastroso della storia"). Trump, naturalmente, ha l'iperbole incorporata nel ciuffo più giallo che biondo, ma proprio per questo da non sottovalutare. Il suo più grande avversario tra i democratici, il governatore di New York Chris Cuomo, è in difficolta, è rimasto impigliato nelle accuse di sessismo al punto da fare una dichiarazione di scuse proprio durante lo show di Trump, il sindaco di New York Bill De Blasio è contestato dai circoli dem della Grande Mela per la gestione dei lockdown, Chuck Schumer ha una leadership traballante.

Resta salda la navigatissima Nancy Pelosi, ma il gruppo progressista è a dir poco effervescente e ha chiesto alla Casa Bianca spiegazioni sul bombardamento del Pentagono in Siria. L'amministrazione Biden può vantare una campagna di vaccinazione galoppante, ma anche qui Trump sfodera le frecce per il suo arco: "Ho investito miliardi nei vaccini, con quello di Johnson & Johnson ne abbiamo tre e la produzione è merito mio", Biden "sta solo attuando il mio piano".

Segnali dal futuro? Intanto l'emersione ormai chiara dell'italo americano Ron DeSantis, come nuova star dei repubblicani, il governatore della Florida ha tenuto botta durante il Covid, non ha chiuso, con il lockdown duro le attività economiche, ha applicato una ricetta fatta di conservatorismo e pragmatismo, e oggi appare il numero due dopo Trump nel Gop. Tutto questo a molti fa pensare a un ticket Trump-DeSantis per il 2024, e forse dopo la performance di Trump a Orlando non è un'ipotesi non troppo lontana dalla realtà.

Entrambi vengono dal Sunshine State, sono aperturisti, contro l'establishment washingtoniano del partito, amati dalla base che ha in Rush Limbaugh (il conduttore radiofonico scomparso qualche giorno fa) un suo riferimento culturale. Altri bagliori dal domani? Una manovra chiara di Trump per assicurarsi il controllo totale del Gop: "Non farò un nuovo partito, è fake news. C'è il Gop, sarà unito e più forte che mai".

Il solco è già tracciato: elezioni nel 2022 e poi, nel caso di un ribaltone alla Camera e al Senato, la strambata di nuovo verso la Casa Bianca tra quattro anni. Le primarie? Per ora sono una formalità. In fondo, il nuovo inizio dei repubblicani ha un titolo, la frase con cui Trump ha aperto il suo primo discorso da ex presidente: "Vi sono mancato?".

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Impeachment, Trump assolto al Senato. E ora punta al ritorno: cosa faranno i repubblicani? L'analisi dell'Ispi

I "sì" al Senato per l'impeachment di Donald Trump non raggiungono i due terzi necessari. "È la fine di una caccia alle streghe", ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. "Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti", ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena

Al termine di un processo lampo al Senato – durato appena cinque giorni – Donald Trump è stato assolto dall’accusa di incitamento all’insurrezione per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Contro l’ex presidente, cioè dalla parte dei democratici e della richiesta di impeachment, si sono espressi 7 senatori repubblicani. Per far passare la mozione, e raggiungere la maggioranza dei due terzi, ce ne sarebbero voluti dieci in più. Si è concluso così, come ampiamente previsto, il processo per la messa in stato d’accusa all’ex inquilino della Casa Bianca, il primo della storia degli Stati Uniti ad essere sottoposto alla procedura per ben due volte e il primo ad essere processato dopo la fine del suo incarico. Ma se il processo si è concluso in tempi mai così rapidi, le sue conseguenze sono destinate a durare a lungo: nel partito repubblicano c’è già aria di epurazione contro i sette che hanno votato a favore della condanna di Trump: Bill Cassidy (Louisiana), Richard Burr (Nord Carolina), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Pat Toomey (Pennsylvania). In Lousiana, la commissione esecutiva del GOP – Grand old party, come viene chiamato il partito repubblicano –ha presentato una mozione di censura verso Cassidy che in un breve comunicato dopo il voto si era espresso così: “La nostra Costituzione e il nostro paese sono più importanti di una singola persona. Ho votato per condannare il presidente Trump perché è colpevole”.

 
 

Penalmente responsabile?

Una sentenza annunciata, quella di assoluzione, dopo che il potente leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, aveva fatto trapelare una mail ai colleghi di partito in cui annunciava la sua intenzione di votare contro la condanna dell'ex presidente. Una decisione che ha scatenato non poche polemiche: “Non c'è dubbio, nessuno, che il presidente Trump sia praticamente e moralmente responsabile di provocare gli eventi del giorno", ha detto McConnell in un discorso in aula dopo il voto. Ma il leader repubblicano ha sostenuto di non poter avallare la condanna perché non era appropriato tenere un processo di impeachment per un presidente che aveva già lasciato l'incarico. McConnell, tuttavia, ha suggerito che è ancora possibile per Trump essere ritenuto penalmente responsabile dell'insurrezione. “Non è ancora riuscito a farla franca”, ha detto l’attuale leader della minoranza al Senato, molto rispettato dai colleghi di partito e che anche per questo avrebbe forse potuto ribaltare l’esito del voto, decidendo di condannare Trump. Intanto, dalla Casa Bianca, Joe Biden invita a stare attenti: “Anche se il voto finale non ha portato a una condanna – ha dichiarato il presidente – la sostanza dell'accusa non è in discussione. Questo triste capitolo della nostra storia ci ha ricordato che la democrazia è fragile. Che deve essere sempre difesa. Che dobbiamo essere sempre vigili”.

 

Siamo solo all’inizio?

“È la fine di una caccia alle streghe”, ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. “Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti”, ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena. Nell’assalto al Congresso dello scorso 6 gennaio, 5 persone, tra cui un agente di polizia, hanno perso la vita e oltre 140 sono rimaste ferite. L’ex presidente era accusato di aver incoraggiato le violenze con un discorso incendiario pronunciato poche ore prima dell’assalto. Nonostante l’assoluzione, però, altri guai giudiziari incombono sul tycoon, non più protetto dall’immunità, e potrebbero comprometterne le ambizioni politiche: sull'attacco a Capitol Hill c'è un'inchiesta aperta dal procuratore della capitale, come pure sulla telefonata al governatore della Georgia a cui Trump chiese di sovvertire il risultato del voto nello stato in suo favore. Ma a preoccupare l’ex commander in chief sono probabilmente le indagini della procura di New York, su presunte frodi bancarie, assicurative e fiscali. Un filone partito dalle rivelazioni dell'ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, sui pagamenti per comprare il silenzio di due pornostar, effettuati con i fondi della campagna elettorale.

 

 Dilemma repubblicano?

L’assoluzione dall’impeachment non può non definirsi una vittoria per Donald Trump: l’ex presidente potrà correre per le presidenziali del 2024, se vorrà farlo, guidando nel frattempo l’opposizione a Joe Biden. All’interno del GOP, infatti, la sua presa è ancora così salda perché la sua base elettorale sembra essere rimasta intatta. Secondo un sondaggio di Axios, dello scorso 14 gennaio – una settimana dopo l’attacco al Congresso – circa il 57% degli elettori repubblicani riteneva che Trump dovesse essere il frontrunner repubblicano per le elezioni del 2024. E non è un caso se dei sette senatori repubblicani che gli hanno votato contro tre – Susan Collins, Ben Sasse e Bill Cassidy – sono stati appena rieletti e non dovranno affrontare gli elettori per altri sei anni, mentre due – Pat Toomey e Richard Burr – stanno andando in pensione.

In quello che sembrava un potenziale slogan per il lancio della campagna di rielezione di Trump nel 2023, Michael van der Veen del team legale dell’ex presidente ha dichiarato: “Questa è cancel culture costituzionale. La storia registrerà questa pagina vergognosa come un tentativo deliberato del partito Democratico di diffamare, censurare e cancellare, non solo il presidente Trump, ma i 75 milioni di americani che lo hanno votato”. Qualunque siano i piani futuri di Trump, i critici temono che sia stato stabilito un precedente. Il risultato del processo – svoltosi proprio sulla scena del delitto – è che un presidente può mentire su un’elezione e incitare una folla di insorti senza doverne pagare le conseguenze. È forse questa la più pericolosa delle eredità lasciate da Trump.

IL COMMENTO

di Mario Del Pero, Senior Associate Research Fellow ISPI e Docente Sciences Po

 

“La leadership repubblicana al Senato si è mossa su un crinale sottile: ha condannato severamente Trump, denunciandone la responsabilità per l’assalto al Congresso; ma non ha votato l’impeachment, nascondendosi dietro il presunto difetto di costituzionalità di una procedura svoltasi a Presidenza terminata. Una ambiguità finalizzata a contenere il malcontento di una base ancora largamente schierata con l’ex Presidente, permettendo al contempo un’opera di sganciamento da Trump che si spera sarà facilitata dall’azione della giustizia ordinaria. E però ha permesso non fosse sanzionato l’atteggiamento eversivo di Trump e deve fare i conti con un lascito, quello di questi quattro anni di Presidenza, dal quale non sarà semplice emancipare il partito e i suoi elettori”.

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Milano, l'assemblea online dei Socialisti: "Una nostra lista e un nostro candidato sindaco"

Riceviamo e pubblichiamo l'annuncio dell'assemblea, via web, dei Socialisti di Milano, che sabato mattina discuteranno delle idee e del collocamento in vista delle prossime elezioni per il sindaco e il nuovo Consiglio comunale di una forza dalla storia comunque importante, specie all'ombra della Madonnina


E' in programma per sabato 6 febbraio, a partire dalle ore 10,00, l'assemblea "Webinar" dei Socialisti di Milano, il 'rassemblement' del socialismo cittadino che comprende lo stesso PSI, Socialisti in Movimento, l'Associazione Socialdemocrazia, circoli e organizzazioni di area. L'assemblea sarà in diretta FB sulla pagina 'Socialisti di Milano' e quelle delle realtà ad essi collegati. 

Intitolata ""Il valore di un'idea, le ragioni di una scelta.", l'assemblea ha come suo punto centrale la scelta di presentare una Lista socialista alle prossime elezioni comunali e, in autonomia o con una coalizione 'riformista', una propria candidatura a Sindaco.

"E' il segno della riunificazione e riconciliazione dei socialisti milanesi ma soprattutto della nascita a Milano di una prospettiva nuova. Da Milano può ripartire il nuovo segnale del socialismo rivolto a tutti coloro che si riconoscono nella storia, negli ideali e nelle lotte del socialismo democratico europeo", dichiara Mauro Broi, segretario metropolitano del PSI.

E Roberto Biscardini di 'Socialisti in Movimento' sottolinea: "Occorre dare voce ai tanti che, già in difficoltà prima della pandemia, oggi vivono anche a Milano lo spettro della crisi economica e sociale. Con una lista e una coalizione con il proprio candidato Sindaco

espressione di una necessità nuova, quella di dare a Milano una nuova prospettiva fuori dal cosiddetto "modello Milano" che non regge più, né dal punto di vista economico né dal punto di vista politico. Che rappresenti la novità nel panorama politico delle vecchie coalizioni ormai in disfacimento."

Conclude Gianstefano Milani, dell'Associazione Socialdemocrazia: "E' un progetto ambizioso a cui però non possiamo rinunciare! Che, partendo da Milano, pone la questione di fondo della necessità del socialismo qui e nel Paese. E le tante adesioni che realtà che si rifanno ai valori e alle idee del socialismo democratico ci hanno fatto pervenire insieme a quelle di tanti singoli esponenti della cultura socialista, ci confortano sulla validità e praticabilità del nostro progetto politico".

Tra gli interventi annunciati, oltre a quelli delle realtà che hanno aderito e di molte 'giovani leve' anche quelli di Ugo Finetti, Nuccio Abbondanza, Michele Achilli, Felice Besostri, Maurizio Punzo e Paolo Pillitteri.

 

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