updated 3:21 PM UTC, Nov 26, 2020

Quando l'informazione e la politica fanno uso delle “fake news”

Cosa ci si può aspettare dall'esame della disinformazione da parte delle istituzioni?


Un sondaggio dell'Unione europea afferma che l'86% dei cittadini considera la disinformazione un problema. Solo il lavoro di tutti può servire a mitigare il carico distruttivo delle fake news. Ma perché questa ossessione è emersa all'improvviso? Disinformazione e informazione sono sempre andate di pari passo, le bugie fanno parte dello spazio dei media, tradizionalmente la reputazione della verità sociale è stata imposta dall'autorità religiosa, ideologica ed economica, molto più che dalla ragione. Eppure, all'improvviso, le fake news diventano moda, dando l'impressione che il mondo si sia capovolto e i social in questo la fanno da padroni. Prendiamo come esempio l'ormai ex presidente degli Stati Uniti, è riuscito a portare la sua verità a milioni di persone usando i soli canali social. Però chi definisce che la mia verità sia oggettivamente corretta e non solo soggettiva? I sistemi che generano verità fittizie, che impongono finzioni così perfette da far cadere le persone nelle loro trappole, sono vecchi quanto l'umanità. Ovviamente è nelle democrazie e nei regimi che si presentano come protettori delle libertà individuali fondamentali, che il dibattito ha senso. Ma cosa è cambiato nel fare disinformazione oggi, rispetto a 30 anni fa? Semplicemente, il sistema di comunicazione e la configurazione dell'opinione, il grande mutamento generato dalla rivoluzione digitale, che significa "l'espansione esponenziale dell'accesso dei cittadini alle informazioni".

Siamo passati, per utilizzare l'espressione di Pierre Rosanvallon, storico e sociologo francese, dalla mediazione all'immediatezza. Nella prima repubblica della comunicazione i media mediavano, trasformavano le informazioni grezze in materiale socialmente accettabile. Oggi, ormai in piena "terza repubblica" l'informazione ci arriva in modo massiccio e senza filtri, necessari a separare il negativo dal positivo, in gergo "il grano dai totoli", ovvero l'informazione dalla disinformazione. Prima l'informazione era potere, chiunque l'avesse avuta imponeva la propria verità. Ora, l'informazione infinita dei canali social, aperti alla massa incontrollata, è materiale impossibile da sottoporre sistematicamente al vaglio della critica. Ciò che è cambiato, quindi, è che prima le falsità venivano elaborate per plasmare l'opinione pubblica, e ora appaiono crude e senza filtri, all'interno di una piazza in cui si impone chi grida di più. 

Sicuramente la nostra società vive con il problema della disinformazione, che in alcuni casi è governata, come da sempre, da un controllo che mira a destabilizzare in modo molto oculato, controllo agevolato dalla grande massa di informazioni a cui siamo soggetti. Finalmente l'Unione Europea si è accorta della grave situazione e ha deciso di agire in materia chiedendo ai suoi governi di agire contro le fake news. Se quanto sopra esposto, ricopre un minimo di ragionamento, la prima domanda che dovremmo farci è: "contro cosa esattamente?". Contro le "informazioni verificabili false o fuorvianti che vengono create, presentate e divulgate a scopo di lucro o per ingannare deliberatamente la popolazione e che possono causare danni pubblici". Ma qualcuno è in grado di delimitare il perimetro di questa definizione? Molti governi si stanno muovendo creando apparati di "sicurezza", che si muovano in tal senso, affidando alla sicurezza il controllo dell'informazione, non per censurare, ma per portare formazione e sensibilità.

 Il problema che ora dobbiamo risolvere è chi dovrà stilare un protocollo ufficiale di lavoro? Un protocollo attraverso il quale si potrà esaminare la libertà, il pluralismo dei media e dalla nuova società civile, un protocollo che apra le porte delle informazioni veritiere e diversificate che sono pilastri della società democratica. Purtroppo però quando la politica è la protagonista permanente del ricorso alle fake news, come spesso si vede nei dibattiti parlamentari e nelle divulgazioni sui canali social, cosa ci si può aspettare da un'esame svolto dalle istituzioni?

Non c'è libertà senza rischio e la libertà di espressione ne è strutturalmente incorporata. Per quanto le intenzioni che vengono dall'Europa, qualche dubbio viene, se pensiamo alle "commissioni per la verità". Il soffocamento delle informazioni, siano esse vere o fake, porterebbe in modo esponenziale, al soffocamento della libertà di espressione.

Per difendere la libertà di espressione e ridurre il potere della menzogna c'è un solo modo, formazione e sensibilità. Un popolo adulto capace di pensare e decidere da solo, finisce sempre per fare appello al grande ideale kantiano, un ideale di libertà come autonomia, cercando modelli intelligibili su cui orientare l’azione, ovvero...

Ogni interesse della mia ragione (tanto speculativo quanto pratico) si concentra nelle tre domande:

  1. Che cosa posso sapere?
  2. Che cosa devo fare?
  3. Che cosa ho diritto di sperare?

 

 

 
 

Lascia un commento

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.