updated 6:28 PM UTC, Oct 30, 2020

Usa, pesante vittoria di Trump a una settimana dal voto: si prende la Corte Suprema. Cosa cambia con l'elezione dell'ultracattolica Amy Barrett

Con il via libera del Senato e il giuramento Amy Coney Barrett entra nell'Alta Corte che ora ha una schiacciante maggioranza conservatrice: sei toghe su nove. The Donald segna un punto clamoroso e, a prescindere dall'esito delle elezioni presidenziali, continuerà a essere decisivo per il futuro politico e civile degli Stati Uniti


Usa, Amy Barrett è un nuovo giudice della Corte suprema | Trump: "Giorno storico"

Amy Coney Barrett è a tutti gli effetti una componente della Corte suprema americana. La conservatrice ha giurato nel corso di una cerimonia alla Casa Bianca, dopo che l'aula del Senato ha confermato la nomina fatta da Donald Trump. "E' un privilegio essere stata chiamata a servire il mio Paese", le sue prime parole dopo il giuramento. Prende il posto lasciato da Ruth Bader Ginsburg. "E' un giorno storico per l'America", ha detto Trump.

Cosa cambia nella Corte

A una settimana dal voto, si tratta di una grande vittoria per il presidente, che regala all'Alta Corte una schiacciante maggioranza conservatrice: sei toghe su nove. Una situazione che non si presentava, dagli anni '30, prima del New Deal di Franklin Delano Roosevelt. Una svolta che potrebbe incidere sul sistema giudiziario e sulla vita sociale degli americani per decenni, visto che i giudici della Corte Suprema non hanno una scadenza. E una svolta a cui Trump ha contribuito enormemente, avendo avuto la possibilità di nominare, prima della ultracattolica Barrett, altri due magistrati di estrazione conservatrice: Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. "Ricoprirò il mio incarico in maniera indipendente dalla politica e dalle mie preferenze", ha assicurato la Barrett.

Le possibili conseguenze

A questo punto potrebbe essere vanificato anche il ruolo di ago della bilancia spesso svolto dal presidente della Corte John Roberts, che in più casi ha votato con i colleghi liberal nonostante sia stato nominato dal repubblicano George W.Bush. Con la nomina di Amy Barrett, Trump potrebbe aver aperto la strada non solo per l'abolizione dell'Obamacare, l'odiata riforma sanitaria di Barack Obama, ma addirittura per rimettere in discussione la storica sentenza Roe vs Wade che nel 1973 ha legalizzato l'aborto, nonché quella più recente che ha riconosciuto il diritto alle nozze gay, e tante altre conquiste sul fronte dei diritti civili.

L'opposizione dei democratici

Per questo i democratici fino all'ultimo hanno provato a fermare in ogni modo i repubblicani in Senato. Il via libera alla nomina è arrivato con 52 voti contro 48. La giudice cattolica conservatrice, 48 anni e sette figli, di cui due adottati,ha ricevuto il voto di tutti i senatori repubblicani tranne quello della senatrice Susan Collins. Tutti i senatori democratici hanno votato contro. "Avete rubato il posto lasciato vacante da Ruth Bader Ginsburg", l'atto di accusa del leader dei democratici in Senato Chuck Schumer. "I democratici volevano mettere un giudice attivista", la replica del leader della maggioranza repubblicana, il senatore Mitch Mc Connell.

 

(Fonte: tgcom24)

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Movimento 5 Stelle nella bufera dopo il voto: alta tensione interna sulla "sconfitta storica" e rischio scissione. Grillo shock: "Non credo nella rappresentanza parlamentare"

La vittoria referendaria non basta a fronte della batosta rimediata nel voto amministrativo. "E' la più grande sconfitta del M5s". Queste erano state le dichiarazioni Alessandro Di Battista a commento delle Regionali, parlando di una "innegabile crisi identitaria" e della "fine di un sogno in cui in tanti hanno creduto". Di Battista non aveva esultato nemmeno per la vittoria del "Sì" che porta al taglio dei parlamentari: "E' un risultato bellissimo ma viene da chi il Movimento lo odia, questo eccesso di esultanza è fuorviante". Fico e Di Maio provano a rimettere insieme i cocci, ma c'è chi non esclude una scissione. E scattano le purghe per i ribelli del No al referendum: i otto rischiano l'espulsione. Intanto Beppe Grillo parla di "parlamentari estratti a sorte" e attacca la democrazia rappresentativa


Ilcomizio.it - M5S, Di Battista torna e spacca il Movimento: "Serve un  congresso il prima possibile". Grillo lo boccia: "Pensavo di averle viste  tutte...". E il governo ha un problema in più

Alta tensione nel M5s dopo le Regionali e in vista della riunione congiunta dei gruppi parlamentari. Fico replica a Di Battista: "Non è stata una sconfitta storica". Bonafede spinge per gli stati generali, Di Maio chiede "il contributo di tutti". Grillo, in collegamento con Bruxelles, parla del referendum come del 'massimo dell'espressione democratica': 'Non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta', aggiunge. 

"Quando usiamo un referendum usiamo il massimo della espressione democratica, e per me la domanda andare a votare si o no alla riduzione dei parlamentari - per me che non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare ma credo nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum -, è come fare una domanda ad un pacifista di essere a favore o meno della guerra". Così Beppe Grillo intervenendo in collegamento con il parlamento europeo ad un incontro con Sassoli. 

"State costruendo una società del debito, questa è la società del debito", ha detto Grillo nel suo intervento facendo riferimento al Recovery fund.

Dal "reddito universale", alle "visione del futuro", al ruolo dello stato" fino alla semantica. Sono i temi toccati nel suo intervento da Beppe Grillo al secondo incontro virtuale del ciclo di dialoghi pubblici - Idee per un nuovo mondo - promossi dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli e dal titolo "Sarà l'Europa il motore della trasformazione verde e socialmente giusta?". "Ursula ha detto cose straordinarie, finalmente dopo 20 anni ha parlato energia rinnovabile", ha esordito così il comico genovese, collegato in video con il Parlamento europeo chiedendo all'Europa di avere una "visione" del futuro.

Referendum e Regionali, coma va letto il voto del 20-21 settembre: l'analisi degli esperti

Il Sì al taglio dei parlamentari trionfa quasi ovunque, da Nord a Sud, ma con delle differenze. Sulle Regionali pesano fattori locali e l'effetto Covid. L'analisi di YouTrend per AGI


Elezioni, Governo più forte sull'asse Conte-Di Maio-Zingaretti -  Affaritaliani.it

Da Agi.it

Nel corso della notte si è andato completato un quadro che era già divenuto chiaro nel pomeriggio di ieri, regalando verdetti a volte inaspettati, per non dire quasi clamorosi. Si è votato per ben quattro tipi di consultazioni elettorali differenti, in questo strano election day – spalmato in verità su due giorni – a cavallo tra l'estate e l'autunno di un anno a dir poco particolare come il 2020.

I primi risultati ad essere diffusi sono stati quelli sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Un referendum che ha avuto un risultato netto, con i Sì che alla fine hanno sfiorato il 70% confermando i sondaggi della vigilia – per i quali la sfida non era mai stata davvero aperta. Nonostante un risultato a senso unico, però, il referendum ci ha comunque regalato degli spunti di riflessione interessanti, fin dai dati relativi all'affluenza.

Il primo spunto riguarda infatti proprio la partecipazione al voto: quella finale supera il 53%, ma con una netta distinzione tra le Regioni in cui si è votato anche per le Regionali (63,8%) e quelle in cui non si è votato (48,2%). Senza questo “fattore concomitanza”, forse l’affluenza non avrebbe raggiunto il 50% – anche se non essendoci il quorum, trattandosi di un referendum confermativo, si sarebbe trattato di una soglia "simbolica" e non decisiva.

Ma anche la distribuzione geografica del voto al Sì e al No fa riflettere, poiché si intravedono alcuni pattern elettorali che abbiamo imparato a riconoscere negli ultimi anni, sia pure in occasioni di elezioni diverse da un referendum costituzionale. Ad esempio, dalla mappa provinciale del voto al Sì si nota molto bene come gli elettori favorevoli al taglio dei parlamentari siano molto più numerosi al Sud (dove in molte province i Sì sfiorano o addirittura superano l’80%) che nel Centro e nel Nord. Una dinamica che ricorda, nemmeno troppo vagamente, il consenso al Movimento 5 Stelle – non a caso, principale ispiratore della riforma sottoposta a referendum – in occasione delle Politiche 2018.

Il Sì prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Ma con delle differenze

Il Sì in realtà prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Le sfumature più interessanti si ritrovano forse dentro i singoli comuni: emblematiche in questo senso sono le mappe di Roma, Milano, Napoli e Torino. In tutte queste città riaffiora la linea di frattura tra centro e periferia, con il No che va decisamente meglio della media (persino superando il Sì) soltanto nei quartieri più centrali e benestanti: il “partito delle ZTL” di cui si è parlato nel biennio 2016-2018 – con riferimento al Partito Democratico – stavolta è tornato a mobilitarsi per bocciare la riforma “populista” del taglio dei parlamentari (o quantomeno per provarci).

Che ci sia una correlazione tra il Sì e il voto al M5S da un lato e il No e il voto ai partiti di centrosinistra, del resto, lo confermano i dati dell’intention poll realizzato dall'istituto Tecnè per Mediaset. Dati che mostrano come il 92% degli elettori M5S abbia votato Sì, così come il 75-78% degli elettori dei 3 partiti di centrodestra, mentre la maggioranza degli elettori di centrosinistra abbia votato No, dal 55% degli elettori PD al 77% di quelli di Italia Viva.

Ma veniamo all'altro voto, quello più “politico” delle Regionali. Partendo innanzitutto dal bilancio: un “pareggio” per 3 a 3 (in attesa della Valle d'Aosta, che però ha regole diverse) che lascia un po’ di amaro in bocca al centrodestra, soprattutto alla Lega di Matteo Salvini, vittima ancora una volta di un eccesso di aspettative. Nonostante un avanzamento, infatti (il centrodestra prima di queste elezioni governava in 2 Regioni, ora ne governerà 3) alla vigilia le speranze degli uni – e i timori degli altri ­– parlavano di un centrodestra vincente in ben 4 Regioni, se non addirittura in 5.

 

Il bilancio delle Regionali è quindi incerto. Su entrambi i fronti vi sono importanti riconferme e qualche bella sorpresa, ma anche alcune delusioni. Vediamo quindi com’è andata, Regione per Regione.

VENETO. Quello di Luca Zaia è un successo travolgente, per quanto annunciato. Il governatore uscente vince il suo terzo mandato superando l'incredibile soglia del 75%. Impressionante è anche il dato della sua lista, che raccoglie da sola il 45%, un risultato pazzesco che lascia le briciole non solo agli avversari (con il primo degli inseguitori, Lorenzoni, fermo sotto il 16%) ma anche le liste alleate, a cominciare dalla Lega che non arriva al 16%.

LIGURIA. Anche qui il governatore uscente Giovanni Toti si riconferma, e lo fa bene, con il 56% dei voti. E anche in questo caso la lista più votata è proprio quella del presidente (Cambiamo! che sfiora il 23%). Come in Umbria un anno fa, anche in Liguria l'esperimento di una coalizione pre-elettorale tra PD e M5S si rivela un fallimento nell’unica Regione in cui era stato tentato, con il giornalista Ferruccio Sansa che non arriva al 39%.

MARCHE. Dopo la già citata Umbria, le Marche sono la seconda “regione rossa” a cadere, passando nelle mani del centrodestra dopo decenni di vittorie progressiste. Il candidato di FDI Francesco Acquaroli, già sconfitto 5 anni fa, stavolta vince sfiorando il 50% e con oltre 10 punti di vantaggio su Maurizio Mangialardi, candidatosi al posto dell'uscente Luca Ceriscioli su cui il PD non ha voluto investire per tentare una riconferma. Qui è buono il risultato della Lega, che supera il 22%, ma il primo partito della Regione è il PD, con il 25,1%.

TOSCANA. Sulla Toscana erano puntati gli occhi degli osservatori: sembrava difficile che con Giani il PD potesse ripetere “l’impresa” di Bonaccini in Emilia-Romagna, eppure anche questa volta – e con una mobilitazione in extremis degli ultimi giorni – il centrosinistra è riuscito a tenere la seconda delle sue “roccaforti” nel Centro Italia. Nonostante un equilibrio fotografato dai sondaggi fino all'ultimo, Giani stacca di ben 8 punti (48 a 40) la sua giovane sfidante leghista Susanna Ceccardi. Curiosità: la vittoria di Giani è così ampia che l’apporto di Italia Viva (un ben magro 4,5% nella Regione di Matteo Renzi) risulta non essere stato decisivo per l'esito finale.

CAMPANIA. Come ampiamente annunciato, Vincenzo De Luca stravince, e lo fa in misura persino superiore alle attese, con un 68% (dato provvisorio, ndr) con cui “polverizza” l'avversario ormai storico Stefano Caldoro, candidato di un centrodestra che in Campania è come “evaporato”, con nessuna lista che va molto oltre il 5%. Delusione anche per il M5S che con Valeria Ciarambino non fa più del 12% in una Regione sulla carte tra le più favorevoli.

PUGLIA. Era l’altra Regione osservata speciale di questa tornata: si prevedeva un testa a testa serrato, ma alla fine anche Michele Emiliano, come gli altri governatori uscenti, vince in modo netto, con oltre 8 punti su Raffaele Fitto. Difficile, in questo caso, attribuire grandi colpe ai sondaggi: l'ipotesi più probabile è che a favore di Emiliano – oltre, evidentemente, a un finale di campagna elettorale particolarmente riuscito – abbia giocato l'elevato numero di liste (ben 15, contro le 5 di Fitto) della sua coalizione, e di conseguenza il vero e proprio esercito di candidati a caccia di preferenze che si è ritrovato.

 

Come leggere questi risultati?

Come leggere questi risultati? Di sicuro non con una bussola “nazionale”. A parte le Marche, forse nessuna Regione ha visto una sfida venire decisa dall’orientamento politico generale più che dai fattori locali. Di sicuro ha avuto un ruolo forte quello che possiamo chiamare “effetto Covid”, con i presidenti uscenti tutti rieletti dopo diversi anni in cui avevamo visto una tendenza opposta (con gli uscenti sempre meno favoriti per la riconferma). Zaia, ma anche De Luca e Toti sono stati per i loro cittadini un riferimento importante nei drammatici mesi dell'emergenza sanitaria, e gli elettori si sono ricordati di questo quando è arrivato il momento del voto. Prova ne sia che anche le loro liste personali vanno molto bene, togliendo sì voti ai partiti “tradizionali”, ma finendo per rafforzare la coalizione e blindare il risultato.

Di certo, ha poco senso “proiettare” il dato delle coalizioni (men che meno, dei partiti) in queste 6 Regioni su scala nazionale per intuire lo stato di salute generale delle varie forze politiche. Una considerazione però si può fare, ed è quella che riguarda il Movimento 5 Stelle: che si conferma poco competitivo – e qui non è una questione contingente, ma una sua debolezza strutturale – in occasione delle elezioni regionali, dove il formato elettorale, basato sulle coalizioni e il maggioritario a turno unico che esalta la competizione tra i candidati delle due coalizioni principali, tende a schiacciare i candidati – spesso poco conosciuti, e con l'unica lista in loro supporto – del Movimento.

In chiusura è da ricordare che si è votato anche per le elezioni suppletive in due collegi del Senato: il collegio Sardegna 03 e quello Veneto 09. In entrambi i casi hanno vinto i due candidati del centrodestra, Carlo Doria e Luca De Carlo, rispettivamente con il 40 e il 71 per cento. Nel giorno in cui tutti sono occupati ad analizzare i risultati di referendum e regionali, questo è un risultato di cui prendere nota nell'ottica di futuri equilibri a Palazzo Madama.

Voto in Lombardia, tutte le sfide nei Comuni alle urne il 20 e 21 settembre: dai capoluoghi Lecco e Mantova a Legnano e Saronno, da Vigevano e Voghera ai grandi centri dell'hinterland milanese

Domenica 20 e lunedì 21 settembre in 84 Comuni della Lombardia si voterà per le elezioni amministrative 2020. Complessivamente sono oltre 675mila i cittadini lombardi che dovranno recarsi alle urne per eleggere sindaci e consigli comunali. Si vota in due comuni capoluogo di provincia, Lecco e Mantova, e in 15 grosse cittadine con oltre 15mila abitanti


Come il Coronavirus ha stravolto il calendario elettorale italiano -  YouTrend

Il conto alla rovescia è partito. Oltre al Referendum Costituzionale sulla riduzione del numero dei Parlamentari (il quarto referendum costituzionale della storia della Repubblica Italiana), in Lombardia si voterà per le Elezioni comunali 2020. Alle urne si andrà domenica 20 (dalle 7 alle 23) e lunedì 21 settembre (dalle 7 alle 15). Nei Comuni con popolazione superiore ai 15mila abitanti, qualora nessun candidato sindaco ottenga al primo turno la maggioranza assoluta dei voti validi (il 50 per cento più uno) si tornerà a votare per il ballottaggio tra i due candidati più votati, che si terrà domenica 4 e lunedì 5 ottobre. I seggi elettorali saranno aperti domenica 20 settembre dalle ore 7 alle 23 e lunedì 21 settembre dalle ore 7 alle 15.

Si vota complessivamente in 84 Comuni, di cui due capoluoghi di provincia (Lecco e Mantova), 15 con popolazione superiore ai 15mila abitanti e 69 con meno di 15mila abitanti. Nei Comuni più piccoli non è previsto l'eventuale turno di ballottaggio, che si terrà il 4 e 5 ottobre. Complessivamente gli elettori lombardi chiamati al voto per eleggere sindaci e consigli comunali sono 675.451, mentre le sezioni che verranno allestite sono 767. L'unica provincia lombarda in cui non andrà al voto nessun Comune è quella di Monza e Brianza.


Milano
Nel Milanese sono 9 i Comuni al voto. Tra questi, ci sono 6 grossi Comuni con oltre 15mila abitanti interessati dalle amministrative: Bollate, Cologno Monzese, Corsico, Legnano, Parabiago e Segrate. A questi si aggiungono altri tre comuni più piccoli: Baranzate, Cuggiono e Vittuone.

Bergamo
Sono 13 i Comuni al voto in provincia di Bergamo, tutti con una popolazione inferiore ai 15mila abitanti: Almè, Borgo di Terzo, Cene, Cividate al Piano, Clusone, Colere, Fuipiano Valle Imagna, Gazzaniga, Mezzoldo, Oneta, Parzanica, Sorisole e Valleve.

Brescia
In provincia di Brescia sono 8 i Comuni al voto, due dei quali (Lonato del Garda e Rovato) contano oltre 15mila abitanti. Alle urne, dunque, andranno Capriano del Colle, Corte Franca, Lonato del Garda, Magasa, Quinzano d'Oglio, Roncadelle, Rovato e Travagliato.

Como
Sono 10 i Comuni al voto in provincia di Como, tutti con popolazione inferiore ai 15mila abitanti. Tra i paesi che dovranno eleggere il nuovo sindaco anche Campione d'Italia, exclave italiana in Svizzera, alle prese con una difficile situazione per via della crisi legata al casinò. Ecco dove si andrà alle urne: Asso, Campione d'Italia, Casnate con Bernate, Domaso, Lambrugo, Lipomo, Montorfano, Plesio, Turate e Valsolda.


Cremona
Soltanto 3 i comuni al voto, tutti molto piccoli, in provincia di Cremona: Corte de' Frati, Persico Dosimo e Soncino.

Lecco
Nel Lecchese sono 7 i Comuni al voto, tra cui proprio Lecco, capoluogo di provincia. Gli altri sei paesi coinvolti contano meno di 15mila abitanti. Ecco dove si andrà alle urne: Ballabio, Calco, Esino Lario, La Valletta Brianza, Lecco, Mandello Del Lario e Sueglio.

Lodi
Nel Lodigiano si vota solo in due Comuni, che contano poco più di 4000 abitanti in totale: Borgo San Giovanni e Santo Stefano Lodigiano.

Mantova
Nel Mantovano si vota in cinque Comuni: nel capoluogo Mantova, a Curtatone, Castel d'Ario , Monzambano e Viadana.

Pavia
Nel Pavese sono 8 i Comuni al voto. Due, Vigevano e Voghera, i comuni più grandi. Poi, Miradolo Terme, Pieve del Cairo, Pizzale, Silvano Pietra, Vellezzo Bellini e Vistarino.

Sondrio
In provincia di Sondrio sono 8 i Comuni al voto, tutti però molto piccoli: Cercino, Civo, Madesimo, Mazzo di Valtellina, Novate Mezzola, San Giacomo Filippo, Spriana e Talamona.

Varese
In provincia di Varese si vota in 11 Comuni, due dei quali (Saronno e Somma Lombardo) sono grossi centri con oltre 15mila abitanti. Poi, ci sono Casorate Sempione, Gemonio, Golasecca, Gorla Maggiore, Laveno-Mombello, Lonate Ceppino, Luino, Masciago Primo e Origgio.

 

(Fonte: Il Giorno)

Salvini aggredito da una donna straniera in Toscana. Strappato il rosario e camicia lacerata. Il leader leghista: "Niente rabbia, solo pena e tristezza" (VIDEO)

Il fatto è avvenuto a Pontassieve, provincia di Firenze, dove l'ex ministro dell'Interno si trovava per la campagna elettorale in vista del voto regionale. L'autrice, una trentenne congolese, rischia una denuncia per violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale - (VIDEO)


"Tutto bene, tranquilli. Nessun problema fisico". Sono le parole del leader della Lega Matteo Salvini dopo l'aggressione da parte di una trentenne congolese a Pontassieve. E' stata identificata e sarà denunciata. "La camicia strappata la posso ricomprare, il Rosario strappato con violenza dal collo che mi aveva donato un Parroco purtroppo no". "A questa rabbia rispondo col sorriso e col lavoro, evviva l’Italia delle donne e degli uomini che credono nella libertà, nella serenità e nel lavoro", aggiunge il leader della Lega. Poi conclude: "Per la 'signora' che mi ha aggredito e insultato non provo rabbia, solo pena e tristezza. Avanti, senza paura e a testa alta".

La donna, che lavora per un progetto del servizio civile del Comune, è riuscita ad avvicinare il leader della Lega e in pochi secondi lo ha strattonato, strappandogli la camicia e la catenina al collo. Immediato l'intervento della polizia che ha fermato la congolese, che secondo la Digos era in uno stato di alterazione. La 30enne, che non ha precedenti penali, rischia una denuncia per violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale: accertamenti in tal senso sono in corso da parte della Digos. La donna avrebbe agito da sola e non aveva preso parte alla manifestazione che questa mattina si è tenuta a Pontassieve contro la presenza di Salvini.

Vincenzo De Luca indagato per falso e truffa: "Ha promosso quattro vigili di Salerno a membri del suo staff". Tutto nacque da un incidente stradale...

Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, scrive oggi la Repubblica, è indagato nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Napoli con l'ipotesi di falso e truffa. Quattro vigili urbani di Salerno sarebbero stati 'promossi' in Regione a membri dello staff. A loro sarebbe stato assegnato il ruolo di addetti o responsabili di segreteria. De Luca è stato ascoltato dai pm negli scorsi mesi. Ai quattro vigili urbani, secondo l'ipotesi dei pm, mancherebbero requisiti necessari per il 'salto' come formazione, curriculum e specializzazione. Il trasferimento e la 'promozione' - secondo quanto ricostruito da Repubblica - avrebbe consentito ai quattro un innalzamento della retribuzione. Nessun provvedimento per i quattro vigili: la loro posizione è all'esame dei pm


E' nata da un incidente stradale l'inchiesta della Procura di Napoli che vede coinvolto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, indagato per falso e truffa in merito alla nomina di 4 vigili urbani di Salerno a ruoli di responsabilità nella Segreteria del Presidente della Giunta regionale. L'incidente stradale in questione risale al 15 settembre 2017, quando una ragazza di 22 anni a bordo di uno scooter venne investita dall'auto di De Luca che percorreva via Giovanni Negri in direzione opposta rispetto a quella consueta, secondo quanto permesso da un'ordinanza del Comune risalente al 2008 (anno in cui De Luca era sindaco di Salerno) per i "veicoli forze di polizia".

Sono proprio i decreti 62, 63, 64 e 65 del 10 marzo 2016 quelli finiti sotto la lente d'ingrandimento dei magistrati napoletani. Ma il particolare del vigile urbano di Salerno alla guida dell'auto del presidente della Regione Campania non sfuggì alle opposizioni e, in particolare, all'allora consigliere regionale di Forza Italia Severino Nappi (oggi candidato con la Lega): al riguardo, il 20 settembre 2017, Nappi presentò un'interrogazione rivolta al capo di Gabinetto del presidente della Giunta regionale, al direttore generale per le Risorse umane della Giunta regionale, al procuratore della Repubblica di Napoli e al procuratore presso la Corte dei Conti della Campania

Nell'interrogazione, Nappi chiedeva di conoscere "le ragioni per le quali l'autovettura dell'ente in uso al presidente della Giunta risulti abitualmente condotta da personale diverso da uno dei circa 20 dipendenti in ruolo presso l'Amministrazione regionale inquadrati con mansioni di autista" e le disposizioni normative "in forza delle quali è consentita tale assegnazione a soggetti inquadrati e assegnati allo svolgimento di funzioni differenti" e "che consentono l'attribuzione al dipendente pubblico in tale contesto di un trattamento economico corrispondente a quello di dirigente".

Nappi chiedeva infine di conoscere "la rispondenza al vero che analoghe mansioni del Postiglione e analogo trattamento economico corrispondente a quello di dirigente siano stati attribuiti anche ai signori Gianfranco Baldi, Giuseppe Muro e Giuseppe Polverino, tutti dipendenti del Comune di Salerno con inquadramento nei ruoli della locale polizia municipale e tutti comandati presso l'Amministrazione regionale".

Alla guida dell'auto del presidente sedeva Claudio Postiglione, dipendente della Polizia municipale di Salerno, nominato con decreto del presidente della Giunta regionale nella Segreteria del presidente (con la funzione 'Rapporti con strutture regionali e istituzioni locali) insieme ad altri tre colleghi: Gianfranco Baldi, nominato responsabile Rapporti con Conferenza Stato-Regioni, Conferenza unificata e organi legislativi nazionali, Giuseppe Muro, nominato responsabile Rapporti con i consiglieri regionali, e Giuseppe Polverino, nominato responsabile Rapporti con Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, tutti per l'intera durata del mandato presidenziale.

Usa, la democratica Nancy Pelosi dal parrucchiere senza mascherina. Oltretutto i saloni di bellezza erano chiusi per legge. Trump all'attacco (VIDEO)

Dopo avere aspramente criticato il presidente Donald Trump che non indossa la mascherina, Nancy Pelosi è stata pizzicata lunedì a fare altrettanto all'interno di un salone di parrucchiere di San Francisco. Le immagini ottenute dall'emittente Fox News mostrano la speaker democratica della Camera dei Rappresentanti senza copertura facciale, infrangendo così le regole stabilite dalle autorità cittadine. Inoltre, a San Francisco le norme anti pandemia vietano ai parrucchieri di esercitare la propria attività al chiuso - (VIDEO)


La speaker della Camera Nancy Pelosi, democratica e terza carica dello Stato, è stata ripresa mentre si trovava nel salone di una parrucchiera senza mascherina. L'episodio, che risale a lunedì 31 agosto, mette in imbarazzo l'esponente del partito, che è solita raccomandare il rispetto delle misure anti-Covid. Inoltre, fino al primo settembre i saloni di bellezza di San Francisco erano chiusi per legge per via della pandemia.

Donald Trump ha colto l'occasione per attaccare la Pelosi, ritwittando alcuni commenti, tra cui quello della sua "War Room", che mette a confronto le immagini della speaker della Camera mentre ammonisce gli americani di indossare la mascherina e quelle in cui entra nel salone.

Nella dibattito è intervenuta la proprietaria del salone, Erica Kious, che intervistata da Fox News, emittente che ha diffuso le immagini, ha spiegato che "è stata l'assistente di Pelosi a fissare l'appuntamento con un parrucchiere indipendente che prende in affitto le postazioni del suo negozio. E' stato uno schiaffo in faccia, lei può fare le sue cose, mentre nessun altro può andare e io non posso lavorare".

Interpellato dalla tv, il portavoce di Pelosi, Drew Hammill, ha dichiarato che "la presidente ha rispettato le norme che le erano state illustrate. Indossa sempre una mascherina e rispetta le norme locali per il Covid. L'attività ha offerto alla presidente la possibilità di andare lunedì, sostenendo che le autorità municipale avevano consentito alle attività di avere un cliente alla volta. La presidente ha rispettato le regole come le sono state illustrate".

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Il 20 settembre si vota, ma nessuno dice dove (anche se si sa). L'ira di Burioni: "No alle urne nelle scuole. Problema imbarazzante, non si può fregarsene"

Sulla riapertura della scuola dopo la serrata imposta dall'emergenza coronavirus, in Italia si sta consumando una "polemica che oramai assomiglia molto a una lotta nel fango a scopi politici". Ciò premesso, "c'è una cosa" che il virologo Roberto Burioni, "da scienziato" vorrebbe "dire alla politica. Il 14 settembre si aprono le scuole e il 20 settembre si vota, con il solito allestimento dei seggi negli edifici scolastici e la coda di disinfezione e via dicendo. Che non si sia trovata una soluzione a questo problema è davvero imbarazzante - scrive l'esperto sul sito 'Medical Facts', da lui fondato - Non si dovrebbe votare nelle scuole", sostiene, "e luoghi alternativi dovrebbero essere da tempo identificati in modo da non intralciare ulteriormente una già tribolata attività scolastica". "Fregarsene - osserva il docente dell'università Vita-Salute San Raffaele di Milano - vuole dire tenere in poco conto l'importanza dell'istruzione che, a mio giudizio, dopo la salute, è la cosa più importante che esista"


Coronavirus, Burioni: "Cuochi sempre con mascherina. Vaccini? Sperimentiamo  su animali" - Cronaca

“C’è una cosa che io, da scienziato, vorrei dire alla politica. Il 14 settembre si aprono le scuole e il 20 settembre si vota, con il solito allestimento dei seggi negli edifici scolastici e la coda di disinfezione e via dicendo. Che non si sia trovata una soluzione a questo problema è davvero imbarazzante”. Lo scrive il virologo Roberto Burioni, in vista della riapertura delle scuole.


“Non voglio entrare nella polemica che oramai assomiglia molto a una lotta nel fango a scopi politici, ma siccome ho una bambina di 9 anni che deve tornare in classe - spiega Burioni - voglio condividere con voi alcuni dati oggettivi”. Il virologo si chiede quindi se i bambini corrano rischi e risponde che, “basandoci sull’esperienza statunitense, dove i casi sono tanti e la sorveglianza molto buona, possiamo dire che in grandissima parte i bambini non hanno gravi conseguenze da COVID-19: la loro malattia decorre quasi sempre in maniera clinicamente lievissima. Purtroppo quando parliamo di oltre sei milioni di casi totali, quel “quasi sempre” non corrisponde a “mai”″.

Sulla possibilità che i bambini possano infettare gli adulti, “Qui la questione è molto più complicata, perché i dati sono ancora contrastanti e contraddittori. Al momento, purtroppo, non è possibile fornire una risposta certa a questa domanda”.

Burioni conclude notando che “se da una parte c’è il rischio del COVID-19 e della sua diffusione, la non riapertura delle scuole non è comunque priva di rischi, privando i bambini della socialità e dell’istruzione. Il bilanciare questi rischi in una maniera complessivamente vantaggiosa per la società, come ho già detto, è compito della politica e non della scienza”. E tuttavia, “non si dovrebbe votare nelle scuole e luoghi alternativi dovrebbero essere da tempo identificati in modo da non intralciare ulteriormente una già tribolata attività scolastica. Fregarsene vuole dire tenere in poco conto l’importanza dell’istruzione, che a mio giudizio - dopo la salute - è la cosa più importante che esista”.

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