Modi firma accordi con USA e UE, abbandona il petrolio russo e punta a diventare la terza economia globale. Ma il prezzo della grandezza passa per Washington.
Narendra Modi sceglie l’aula del Rajya Sabha, la camera alta del Parlamento indiano, per pronunciare parole che suonano come una dichiarazione d’indipendenza geopolitica. “Il nuovo ordine mondiale si sta spostando verso l’India”, ha affermato giovedì il primo ministro, davanti a una platea di senatori che ascolta in religioso silenzio. L’instabilità globale ha reso Nuova Delhi un partner indispensabile, un attore che non chiede più il permesso ma detta le condizioni.
Eppure, appena ventiquattro ore dopo quelle parole trionfali, emerge un dettaglio imbarazzante. Donald Trump firma un ordine esecutivo che cancella i dazi del 25% sul petrolio russo importato dall’India. In cambio – precisa la Casa Bianca con la consueta comunicativa trumpiana – Modi “ha accettato di smettere di acquistare petrolio dalla Russia” e di rivolgersi ai fornitori americani. Possibilmente anche a quelli venezuelani, aggiunge il presidente USA, ribaltando di fatto le narrative sul regime di Caracas.
La sovranità energetica proclamata da Modi si trasforma così in un cambio di partner. Washington sostituisce Mosca. Il secolo asiatico tanto celebrato inizia con una firma apposta ad un nuovo libro.
Sarebbe ingeneroso, però, liquidare le ambizioni indiane come mera retorica nazionalista. I dati raccontano una storia diversa, fatta di traiettorie economiche impressionanti e di masse demografiche che ridisegnano gli equilibri planetari. L’India cresce al 7,4% annuo secondo l’Economic Survey 2026, con proiezioni che la collocano stabilmente tra il 6,8% e il 7,2% per il 2027. Il PIL dovrebbe toccare i 7,3 trilioni di dollari entro il 2030, facendo del paese la terza economia mondiale dopo Stati Uniti e Cina. Il Fondo Monetario Internazionale conferma, nel 2026 India e Cina saranno i maggiori contributori alla crescita del PIL reale globale, surclassando persino gli USA.
Ma è la demografia il vero asso nella manica di Nuova Delhi. Il 65% della popolazione ha meno di 35 anni. Mentre l’Occidente invecchia – e con esso la stessa Cina, schiacciata dalla politica del figlio unico – l’India sforna milioni di giovani qualificati ogni anno. Ingegneri, programmatori, medici che alimentano sia il mercato interno sia le diaspore globalizzate.
“Le nazioni più ricche stanno invecchiando”, sottolinea Modi con malcelata soddisfazione. “L’India sta diventando sempre più giovane”. Non è solo una constatazione anagrafica. È una profezia geopolitica.
Il primo ministro non si limita a eclatanti enunciazioni. Snocciola anche cifre concrete, nove accordi commerciali siglati negli ultimi mesi, culminati nella “madre di tutti gli accordi” con l’Unione Europea a gennaio. Un intesa che coinvolge 27 paesi e che apre mercati cruciali alle esportazioni indiane, dai farmaci generici – settore in cui l’India domina con quote superiori al 40% del mercato globale – ai componenti aerospaziali. Pochi giorni prima era arrivato l’accordo con Washington. Il ministro del Commercio Piyush Goyal lo ha presentato come un trionfo, un mercato da 30mila miliardi di dollari spalancato agli esportatori indiani. I dazi reciproci scendono dal 50% al 18%, azzerandosi per intere categorie merceologiche. Gemme, diamanti, farmaci generici, tecnologia, settori in cui l’India vanta eccellenze riconosciute.
Gli investimenti diretti esteri confermano il trend. Nel periodo aprile-novembre 2025 gli afflussi lordi hanno toccato i 64,7 miliardi di dollari, contro i 55,8 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. Numeri che raccontano di un paese diventato calamita per i capitali globali.
“Il mondo vede il suo futuro nel territorio indiano”, dichiara Modi con l’enfasi che gli è propria. E per una volta l’iperbole trova riscontro nei fatti.
Ma è sul dossier energetico che la narrazione dell’autonomia strategica indiana si incrina. Per anni Nuova Delhi aveva resistito alle pressioni occidentali, continuando ad acquistare petrolio russo a prezzi scontati. Una scelta pragmatica, difesa dal governo Modi in nome della sicurezza energetica per 1,4 miliardi di persone. L’India non faceva politica estera, faceva i conti della spesa. Ma poi è arrivato Trump con il suo arsenale di dazi e minacce tariffarie. Un modo di operare che ha piegato anche Modi.
L’ordine esecutivo firmato dal presidente americano è inequivocabile. Cancella i dazi del 25% imposti ad agosto 2025, “dopo che l’India ha adottato misure significative per rispondere alle preoccupazioni USA sugli acquisti di petrolio russo”. Include persino un meccanismo di monitoraggio per verificare che Nuova Delhi mantenga la parola data.
Il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, tenta anche una retromarcia. L’India resta “aperta a valutare l’acquisto di petrolio da varie fonti”, dichiara, senza mai pronunciare la parola Russia. Il ministro infatti parla di “diversificazione delle fonti energetiche” come priorità strategica. Mosca, intanto, fa sapere di non essere stata informata di alcuna decisione indiana di tagliare le forniture. Un imbarazzato silenzio diplomatico che sa di smentita.
Modi sa che il XXI secolo non si combatte solo con gas e petrolio. Le guerre del futuro avranno al centro litio, cobalto, terre rare, i materiali che alimentano batterie, chip, turbine eoliche, “Sono diventati armi geopolitiche“, spiega il primo ministro indiano. “Dobbiamo assicurarci di non dover mai tendere la mano ad altri“.
Un riferimento nemmeno troppo velato al quasi-monopolio cinese su questi materiali strategici. Pechino controlla oltre il 70% dell’estrazione globale di terre rare e ha dimostrato più volte di essere pronta a usarle come leva diplomatica.
La risposta indiana passa attraverso la National Critical Minerals Mission e i Rare Earth Corridors, iniziative coordinate dal ministro degli Esteri S. Jaishankar. L’obiettivo è costruire filiere alternative, dall’estrazione alla raffinazione, sottraendo alla Cina il monopolio che oggi esercita. Il Forum on Resource Geostrategic Engagement, sostenuto da Nuova Delhi, punta a creare alleanze tra paesi produttori e consumatori, aggirando le strozzature cinesi. Un progetto ambizioso che richiederà anni e miliardi di investimenti, ma che racconta le vere priorità strategiche indiane.
“L’India è diventata la voce forte del Sud del mondo sulle piattaforme internazionali”, rivendica Modi. Non è solo propaganda. La presidenza indiana del G20 nel 2023 ha segnato una svolta, portando al tavolo dei grandi temi ignorati dalle potenze occidentali, debito dei paesi in via di sviluppo, accesso alle tecnologie verdi, riforma delle istituzioni di Bretton Woods.
Il concetto di “Global South” – espressione fino a ieri confinata nei dipartimenti universitari di studi postcoloniali – è diventato strumento diplomatico concreto. E l’India ne ha assunto la guida morale, riempiendo il vuoto lasciato da una Cina troppo assertiva e da un Occidente sempre più ripiegato su sé stesso. Resta da capire se questa leadership sarà genuinamente autonoma o se finirà per trasformarsi nell’ennesima variante di allineamento atlantico. L’accordo sul petrolio russo suggerisce che la seconda ipotesi sia più realistica della prima.
Modi ha costruito la sua immagine politica su tre pilastri: orgoglio nazionale, crescita economica, sovranità strategica. I primi due reggono. Sul terzo i dubbi si moltiplicano.
L’India che chiude il rubinetto a Mosca su pressione di Washington, che accetta meccanismi di monitoraggio americani sulle proprie scelte energetiche, che sostituisce il petrolio degli Urali con lo shale oil texano, assomiglia meno a una potenza emergente e più a un satellite di lusso della strategia americana.
Certo, i vantaggi economici sono tangibili. Trenta trilioni di dollari di mercato non si rifiutano. Gli investimenti stranieri continuano ad affluire, le esportazioni crescono, il PIL galoppa. Ma la vera domanda è un’altra, può esistere grandezza economica senza autonomia geopolitica?
La Cina ha risposto di sì, costruendo una potenza manifatturiera senza precedenti pur restando nel WTO e commerciando massicciamente con l’Occidente. Ma Pechino non ha mai rinunciato alla propria linea strategica, nemmeno quando ciò comportava costi economici.
L’India di Modi sembra invece aver scelto una strada diversa. Accetta le regole del gioco americano, paga il prezzo d’ingresso nel club delle grandi potenze, spera che lo sviluppo economico generi automaticamente un nuovo peso politico. Potrebbe funzionare. O potrebbe rivelarsi l’ennesima illusione del Sud globale, credere di poter giocare nel campionato dei grandi senza possedere davvero le carte per farlo.
Il nuovo ordine mondiale, come dice Modi, si sta davvero spostando verso l’India. Ma chi detta le regole di questo ordine è ancora una questione aperta.

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