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Meloni-Mattarella: 5 casi di tensione tra governo e Capo dello Stato

Meloni-Mattarella e gli altri: cinque precedenti di tensione tra governo e Capo dello Stato

Il caso Meloni-Mattarella porta al centro una questione che va oltre il confronto sulla scuola: che cosa accade quando il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato entrano in una fase di forte contrapposizione? E, soprattutto, quali strumenti ha davvero un presidente per intervenire sulle scelte di un governo?

Il confronto Meloni-Mattarella nasce dalle parole pronunciate da Sergio Mattarella durante l’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice. Il Presidente della Repubblica ha definito la scuola una leva di integrazione, invitandola a evitare la formazione di “ghetti” e barriere. Il giorno successivo Giorgia Meloni, parlando in tv, ha ricordato che Mattarella, quando era ministro della Pubblica Istruzione, aveva firmato circolari che indicavano di non concentrare troppi alunni stranieri nella stessa classe.

Il riferimento non è inventato: le circolari ministeriali 301 dell’8 settembre 1989 e 205 del 26 luglio 1990 indicavano, nel quadro normativo dell’epoca, un limite di cinque alunni dello stesso gruppo linguistico per classe, collegandolo espressamente all’obiettivo dell’integrazione linguistica.

È proprio questo il punto che rende interessante il caso Meloni-Mattarella: non c’è, almeno per ora, un veto presidenziale, una crisi di governo o un conflitto giudiziario. C’è una divergenza pubblica sul significato di una politica scolastica e sul modo in cui il Capo dello Stato interviene nel dibattito pubblico.

Meloni-Mattarella e il precedente italiano: Berlusconi contro Scalfaro

Il precedente italiano più significativo resta quello del 1994. Dopo l’uscita della Lega dalla maggioranza, Silvio Berlusconi si dimise il 22 dicembre e chiese il ritorno immediato alle urne. Oscar Luigi Scalfaro non sciolse le Camere: avviò invece le consultazioni per verificare se fosse possibile costruire una nuova maggioranza parlamentare.

La verifica portò alla nascita del governo guidato da Lamberto Dini, già ministro del Tesoro nel governo Berlusconi. Il nuovo esecutivo ottenne la fiducia delle Camere nel gennaio 1995. Il Senato registra infatti il passaggio dal governo Berlusconi I al governo Dini I nell’ambito della stessa XII legislatura.

Il caso è importante per capire anche il caso Meloni-Mattarella: nella Costituzione italiana il Presidente della Repubblica non è un semplice organo notarile, ma neppure un presidente dotato di un veto politico paragonabile a quello di altri ordinamenti. Nomina il presidente del Consiglio, secondo l’articolo 92, e può sciogliere le Camere nei casi previsti dall’articolo 88.

Sul piano legislativo, però, il margine è diverso: l’articolo 74 consente a Mattarella di rinviare una legge alle Camere con un messaggio motivato, ma se il Parlamento la riapprova, la legge deve essere promulgata. È un veto sospensivo, non assoluto.

Meloni-Mattarella, cinque casi europei e le differenze decisive

Polonia – Tusk e Nawrocki.Qui il confronto è molto più strutturato sul piano del potere di veto. Il presidente Karol Nawrocki, eletto nel 2025, ha utilizzato nel febbraio 2026 il veto contro una riforma governativa della Krajowa Rada Sądownictwa, il Consiglio nazionale della magistratura. Lo stesso giorno ha presentato un proprio progetto sulla giustizia.

La differenza rispetto all’Italia è netta: in Polonia il Presidente può rinviare una legge al Sejm e il Parlamento può superare il veto soltanto con una maggioranza qualificata dei tre quinti, con la presenza di almeno metà dei deputati. Per il caso Meloni-Mattarella, quindi, il confronto con Varsavia mostra quanto la parola “veto” possa indicare strumenti costituzionali molto diversi.

Croazia – Plenković e Milanović. È un altro caso di conflitto durevole tra un premier e un presidente eletto direttamente. Andrej Plenković e Zoran Milanović si sono scontrati ripetutamente sulla politica estera, sulla NATO e soprattutto sul coinvolgimento croato nelle iniziative legate alla guerra in Ucraina. Nel 2024 Milanović contestò il possibile coinvolgimento di militari croati nella missione NATO NSATU.

La Costituzione croata assegna al presidente competenze specifiche: rappresentanza dello Stato, ruolo di comandante in capo delle forze armate e cooperazione con il governo nella formulazione e attuazione della politica estera. Il presidente, però, non dispone di un veto sulle leggi come quello polacco.

Georgia – governo e Salome Zourabichvili. Nel 2024 il conflitto raggiunse un livello ancora più elevato. Zourabichvili pose il veto alla legge sulla “trasparenza dell’influenza straniera”, contestata da opposizioni e governi occidentali per le possibili ricadute sulla società civile e sul percorso europeo della Georgia. Il Parlamento, controllato da Georgian Dream, superò il veto il 28 maggio 2024.

La vicenda dimostra un altro limite del potere presidenziale: la Costituzione georgiana consente al Parlamento di respingere le osservazioni del presidente e procedere nuovamente all’approvazione della legge.

Slovacchia – Fico e Čaputová. Nel febbraio 2024 Zuzana Čaputová si rivolse alla Corte costituzionale contro la riforma del codice penale voluta dal governo di Robert Fico. La riforma prevedeva, tra l’altro, l’abolizione dell’Ufficio del procuratore speciale e modifiche a pene e termini di prescrizione.

La Corte costituzionale sospese temporaneamente una parte della riforma e successivamente, il 3 luglio 2024, dichiarò incostituzionali soltanto alcune disposizioni. L’ufficio del procuratore speciale venne invece abolito.

Anche questo è un elemento interessante per il caso Meloni-Mattarella: il Capo dello Stato può diventare un punto di passaggio verso il controllo di costituzionalità senza trasformarsi, per questo, nel titolare dell’indirizzo politico del governo.

Il quinto schema: quando il conflitto diventa istituzionale. I casi polacco, croato, georgiano e slovacco mostrano quattro strumenti differenti: veto legislativo, competenze condivise in politica estera e difesa, rinvio delle leggi e ricorso alla Corte costituzionale. Il precedente italiano aggiunge un quinto elemento: il ruolo del presidente nella gestione delle crisi parlamentari.

È questa la chiave per leggere il caso Meloni-Mattarella senza sovrapporre ordinamenti diversi. Il presidente italiano può incidere molto, ma attraverso strumenti di garanzia, controllo e mediazione costituzionale. Non può sostituirsi al governo nella definizione dell’indirizzo politico né bloccare definitivamente una legge approvata dal Parlamento. L’articolo 89, inoltre, stabilisce in via generale la controfirma ministeriale degli atti presidenziali, pur distinguendo le diverse categorie di atti.

Cosa insegna il caso Meloni-Mattarella

Il confronto Meloni-Mattarella è quindi ancora in una fase diversa rispetto alle crisi più dure del passato. Per ora riguarda soprattutto il confine tra indirizzo politico del governo e funzione di garanzia del Quirinale.

La vicenda Meloni-Mattarella riguardante la scuola rende però visibile un meccanismo ricorrente: quando il Presidente interviene pubblicamente su un tema politicamente sensibile, il governo può scegliere di rispondere sul terreno delle politiche concrete, oppure ricordare precedenti e competenze del Capo dello Stato. È ciò che è avvenuto tra il 21 e il 22 settembre 2026, mentre Palazzo Chigi prepara il decreto sul tetto degli studenti stranieri nelle classi.

La domanda più ampia posta dal caso Meloni-Mattarella non è dunque soltanto chi abbia detto o fatto cosa. È quanto spazio abbia il Capo dello Stato per frenare, richiamare o rinviare una scelta del governo. La risposta, guardando ai precedenti, dipende soprattutto da quale costituzione si applica: in Italia il Presidente dispone di poteri di garanzia e di moral suasion; in Polonia il veto legislativo è molto più incisivo; in Croazia il terreno dello scontro è soprattutto quello della difesa e della politica estera; in Georgia e Slovacchia il conflitto ha coinvolto direttamente il controllo parlamentare e costituzionale.

Per questo il caso Meloni-Mattarella va letto meno come una partita personale e più come una verifica concreta dei confini tra governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica.

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