Vladimir Putin ha mandato un messaggio che non lascia molto spazio alle illusioni. Il gas russo non tornerà a scorrere verso l’Europa come prima. E non si tratta di una mossa tattica per strappare qualche concessione a Bruxelles. È una svolta strategica, definitiva, rivolta soprattutto al suo stesso paese.
Mercoledì, in un’intervista con Pavel Zarubin, il presidente russo ha detto una cosa che ha fatto sobbalzare più di un analista. La Russia potrebbe interrompere subito le forniture all’Europa occidentale invece di aspettare il mese di preavviso chiesto dall’Unione. Potrebbe farlo domani mattina, senza battere ciglio. E dirottare il gas verso mercati che considera molto più interessanti.
Formalmente non ha ancora firmato nulla. Ha solo chiesto al governo di studiare la questione. Ma chi conosce il modo in cui parla Putin sa che certe parole non le sceglie a caso. Quando ha ripetuto «mercati promettenti» lo ha fatto con un’enfasi che suonava come un avvertimento. E l’avvertimento non era diretto a noi europei. Era diretto agli oligarchi, ai manager di Gazprom, a tutti quelli che in Russia ancora sperano in un ritorno al business di una volta.
In pratica gli stava dicendo, siete davvero convinti che l’Europa rimarrà un cliente affidabile? Perché l’attuale rincorsa europea al petrolio e al gas russi, spinta anche dalle tensioni nel Golfo, potrebbe rivelarsi solo un fuoco di paglia. Scommettere il futuro energetico del paese su una domanda così ballerina sarebbe da ingenui. O da suicidi.
Da qui la spinta verso l’Asia, quella svolta cominciata già all’inizio degli anni 2010, quando in pochi ci credevano. Oggi quella scelta non sembra più una scommessa rischiosa. Sembra lungimiranza pura. La Russia ha capito prima di tutti che l’Europa stava cambiando pelle, che la transizione verde, per quanto costosa e lenta, avrebbe ridotto il suo appetito di idrocarburi. E che gli shock geopolitici, dalla Primavera araba alla guerra in Ucraina, avrebbero chiuso per sempre certi corridoi.
Certo, Mosca continua a ripetere di essere un fornitore affidabile. Non chiuderà i rubinetti per capriccio. Però l’Europa non è più il centro del suo universo energetico. È diventata un mercato di ripiego, un cliente di seconda fascia. Qualcuno a cui vendere il gas che avanza, non il pilastro su cui costruire piani da decenni. E qui viene il punto più scomodo per noi. Anche chi festeggia il ritiro russo dal mercato europeo non ha tutti i conti in ordine. Negli Stati Uniti c’è un consenso bipartisan piuttosto solido, sia con Biden sia con Trump, nel rallentare le nuove esportazioni di Gnl a lungo termine. Washington non sembra avere fretta di riempire tutto lo spazio lasciato libero da Mosca. Il futuro del gas europeo resta sospeso, tra una transizione verde che fa acqua da tutte le parti e fornitori americani che non hanno ancora deciso se vogliono davvero prendersi l’intero rischio.
Ma è sull’Italia che il discorso si fa tagliente. Noi abbiamo già fatto i compiti a casa più dolorosi di tutti. Nel 2021 il gas russo copriva oltre il 40% delle nostre importazioni. Oggi è quasi azzerato. Abbiamo pagato bollette record, abbiamo siglato accordi con l’Algeria, abbiamo trasformato i nostri porti in hub per il Gnl americano. Sembrava fatta. Invece no.
Proprio mentre Putin minaccia di chiudere i rubinetti in anticipo, la crisi iraniana fa schizzare i prezzi globali e l’Europa intera, Italia compresa, si ritrova di nuovo in balia del mercato “spot”. Abbiamo speso miliardi per diversificare, eppure restiamo esposti. Se i nuovi fornitori alzano il prezzo, se gli stoccaggi non si riempiono in tempo, se la transizione verde continua a zoppicare, chi pagherà il conto? Le famiglie con le bollette di nuovo alle stelle? Le imprese che già faticano a competere?
Il governo ha presentato i piani nazionali di diversificazione entro la scadenza Ue del primo marzo. Bravi. Ma ora arriva il momento della verità. Perché l’Italia non è più solo un paese che ha perso un vecchio fornitore. È il paese che ha investito di più per sostituirlo e che rischia di vedersi soffiare via anche la nuova sicurezza energetica da una guerra di prezzi globale.
Alla fine la domanda che resta sul tavolo è brutale. È saggio per l’Europa e soprattutto per l’Italia, costruire la propria sicurezza energetica intorno a partner sempre più incerti e a mercati che cambiano direzione da un giorno all’altro? Il vecchio mondo del gas russo verso ovest sta finendo. Non con un annuncio drammatico, ma con un cambio di rotta silenzioso e irreversibile. E stavolta non basta sperare che Putin cambi idea. Perché non la cambierà.

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