updated 1:52 PM UTC, Jan 20, 2019

Mercato auto, 2018 record per il Gruppo Psa: 3,9 milioni di veicoli venduti nel mondo, crescita +6,8%. Il colosso francese che parla anche tedesco è il primo costruttore estero in Italia. In Europa secondo solo a Volkswagen

Psa, il gruppo francese dei marchi Peugeot, Citroen, Ds e che nel 2017 ha acquisito anche il teutonico Opel e l'inglese Vauxhall da General Motors, chiude il 2018 mostrando i muscoli. Un boom arrivato grazie a Opel e al successo dei Suv e dei veicoli commerciali in Europa, dove cresce per il quinto anno consecutivo. Buone prospettive in America Latina, mentre continuano le difficoltà sul complicato mercato cinese. Decisivo lo scatto del gruppo nella sfida green alle emissioni, con la produzione del pluripremiato propulsore Pure Tech che presenta un filtro antiparticolato studiato appositamente per le motorizzazioni a benzina. Mentre è già in corso un'offensiva d'avanguardia anche per quanto riguarda ibrido ed elettrico


 

La Core Model Strategy varata da PSA sotto la guida di Carlos Tavares sta dando ottimi frutti. I dati relativi alle vendite dei diversi marchi - Peugeot, Citroen, DS e Opel - nel 2018 hanno evidenziato volumi in aumento per i quinto anno consecutivo, nonostante il contesto economico e geopolitico contrario. Una crescita che il Gruppo - nel comunicare questa mattina il rendiconto 2018 - definisce 'redditizia' e che ha raggiunto lo scorso 3.878.000 immatricolazioni a livello globale.

In Europa il Gruppo PSA ha approfittato appieno del fatto di essersi preparato per tempo all'attuazione della nuova norma WLTP, così da battere sul tempo la concorrenza nel terzo quadrimestre dello scorso anno. A fine 2018 la quota di mercato di PSA nella Ue ha raggiunto il 17,1% con un aumento di 3,8 punti grazie ai marchi Peugeot e Citroen, che registrano i migliori progressi nelle vendite nel 2018 (+5% ciascuno) e classificandosi nella Top 10 dei brand continentali.

Leader suv in Europa, Peugeot ha confermato la sua dinamica chiudendo al primo posto in Spagna e in Francia nei mercati B2C e B2B autovetture. A sua volta Citroen ha raggiunto un livello di vendite record mai registrato negli ultimi 7 anni e DS Automobile è cresciuta in modo significativo (+6,7%) grazie al lancio di DS7 Crossback. Infine Opel, e il brand Vauxhall con cui opera in Gran Bretagna, hanno proseguito l'offensiva prodotto con la famiglia X. Nel complesso il Gruppo PSA ha fatto meglio del mercato e ha guadagnato quote in tutti i principali Paesi: +4,8 punti in Gran Bretagna, +4,2 in Spagna, +3,9 in Italia, + 3,7 in Germania e +2,6 in Francia. Risultati immagini per psa opel

Elemento forte della strategia che ha permesso di ottenere questo risultato è stata l'ampia offensiva prodotto con oltre 70 lanci regionali. Sono andate molto bene, visto l'ampliamento globale di questo segmento, le vendite dei suv targati PSA: Peugeot 2008, 3008, 5008 (il marchio è leader in Europa), Citroen C3 Aircross, C3-XR e C5 Aircross, ma anche DS7Crossback, e Opel Crossland X (nella foto), Mokka X e Grandland X.

Battuto anche un nuovo record di vendite per i veicoli commerciali leggeri di PSA, con 64.144 immatricolazioni in aumento del 18,3%. Gruppo PSA aveva rinnovato le proprie gamme di furgoni compatti nel 2016 e successivamente delle sue furgonate nel 2018, consolidando la sua posizione di leader in Europa in tutti i sottosegmenti.

Oggi quasi un acquirente di veicoli commerciali leggeri (VCL) su quattro sceglie un modello del Gruppo. L'offensiva VCL di PSA ha gettato le basi della sua crescita internazionale, con il successo del lancio della produzione del Peugeot Expert e del Citroen Jumpy in Eurasia, e gli inizi molto promettenti di una vasta gamma di prodotti e servizi VCL destinati ai clienti dell'America Latina. Questa dinamica globale continuerà nel 2019, con lanci importanti per tutti i marchi e con l'arrivo dei primi modelli PHEV e EV, a cominciare dal marchio DS.

 

(Fonte: Ansa)

Mercato auto, immatricolazioni stabili in Europa, ma chiusura in calo. I marchi che vendono di più e quelli che vanno di meno

Secondo il Centro Studi Promotor, il bilancio 2018 del mercato auto dell'area Unione Europea e paesi dell'Efta può essere considerato "sostanzialmente positivo", che ricorda "gli elementi che hanno penalizzato le vendite di auto. In primo luogo la congiuntura economica, pur rimanendo positiva, è gradualmente peggiorata. In secondo luogo l'introduzione dal primo settembre del nuovo sistema di omologazione Wltp ha fatto si che diverse case avessero problemi di fornitura. In terzo luogo ha pesato sulle vendite la demonizzazione del diesel per motivazioni più ideologiche che di reale tutela dell'ambiente"


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Contro corrente l'Italia dove a dicembre 2018 le immatricolazioni di nuove auto sono aumentate del 2% rispetto allo stesso mese del 2017 a 124.078, ma nel complesso del 2018 sono diminuite a 1.910.025 unità (-3,1% rispetto al 2017). Complessivamente lo scorso anno le immatricolazioni di nuove auto, sempre considerando i Paesi europei e quelli dell'Efta, sono risultate pari a 15.624.486 unità, pressoché piatte (-0,04%) rispetto alle 15.630.555 del 2017.

Mentre sono calate meno del mercato a dicembre 2018 le immatricolazioni di nuovo auto del gruppo Fiat Chrysler Automobiles: -2,5% rispetto allo stesso mese del 2017 a 60.926, nonostante il balzo del 37% a 12.208 delle immatricolazioni del brand Jeep Suv, con una quota di mercato migliorata al 5,9% dal 5,5% dell'anno precedente. Bene anche il marchio Lancia (+38,3% a 4.358).

Mentre nel 2018 le nuove immatricolazioni di auto della casa automobilistica italoamericana hanno sottoperformato il mercato con una flessione del 2,3% a 1.021.311 unità (1.025.942 nel 2017) con una quota di mercato del 6,5% dal 6,7% del 2017. Guardando ai risultati dei singoli marchi balza agli occhi lo scorso anno la performance del marchio Jeep che ha fatto registrare un aumento del 56,2% delle immatricolazioni a quota 163.623. In calo, invece, il marchio Fiat  (-8,7% a 701.892), Lancia (-19,8%) e Alfa Romeo (-4,1% a 78.944).

In generale, di riflesso all'introduzione dei nuovi test più duri di emissione (Wltp) che continuano a pesare sulla domanda, le vendite di auto sono calate per la maggior parte dei produttori, fatta eccezione per Daimler e Jaguar Land Rover. Segno meno per Volkswagen  (-9,3%) con la richiesta di Audi e Porsche in calo, rispettivamente, del 19,5% e del 16,5%. Peggio di tutti Renault , Honda, Nissan e Toyota.

Secondo il Centro Studi Promotor, il bilancio 2018 è un risultato che può essere considerato "sostanzialmente positivo" dato che nell'anno che si è appena chiuso vi sono stati diversi elementi che hanno penalizzato lo sviluppo delle vendite di autovetture. In primo luogo la congiuntura economica, pur rimanendo positiva, è gradualmente peggiorata. In secondo luogo l'introduzione dal 1 settembre del nuovo sistema di omologazione Wltp ha fatto si che diverse case avessero problemi di fornitura.

In terzo luogo ha pesato sulle vendite la demonizzazione del diesel per motivazioni più ideologiche che di reale tutela dell'ambiente con il risultato che molti proprietari di vetture diesel da sostituire ne hanno rinviato la sostituzione nella speranza che la campagna contro questo tipo di motorizzazione rallentasse o nella speranza di trovare una soluzione efficiente come il diesel sul piano dei costi e della possibilità di impiego.

Dunque il risultato del 2018 può essere considerato non negativo anche perché chiudono in crescita la maggior parte dei mercati nazionali dell'area mentre in sostanziale pareggio (-0,8%) è anche per il gruppo dei cinque maggiori mercati che complessivamente valgono il 71,7% delle immatricolazioni dell'area. All'interno della pattuglia dei primi cinque vi sono però andamenti abbastanza differenziati. Infatti, ha notato Csp, sono cresciuti il mercato spagnolo (+7%) e quello francese (+3%) e ha chiuso sui livelli del 2017 il mercato tedesco (-0,2%), mentre sono scesi il mercato italiano (-3,1%) e quello del Regno Unito (-6,8%).

"A ciò si aggiunge", ha dichiarato Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, "che neppure nel 2018 l'area UE+Efta complessivamente considerata ha raggiunto il livello ante-crisi del 2007 quando le immatricolazioni furono 16 milioni e l'appuntamento con il livello ante-crisi con ogni probabilità non è rimandato al 2019, ma agli anni successivi in quanto le previsioni per il 2019 non sono positive. Oltre alla demonizzazione del diesel peserà, infatti, sulla domanda il generalizzato peggioramento della congiuntura economica".

Per quello che riguarda il mercato italiano, ha sottolineato ancora il Centro Studi Promotor, il risultato del 2018 segna un battuta d'arresto nella fase di crescita con tassi abbastanza sostenuti delineatasi a partire dal 2015. E le previsioni per il 2019 non sono positive a causa sia dell'andamento dell'economia sia delle misure sulle auto recentemente adottate dal governo.

Per l'economia italiana non si prevede soltanto un rallentamento della crescita, ma è altamente probabile l'entrata in recessione. Il peggioramento dell'economia si rifletterà ovviamente sulla domanda di autovetture che dovrà fare i conti anche con gli incentivi all'acquisto di auto elettriche e ibride e i disincentivi agli acquisti di auto con emissioni di CO2 superiori ai 160 gr per km. Questo sistema di bonus-malus, secondo il Csp, determinerà, infatti, un calo delle immatricolazioni di circa 100.000 unità.

 

(Fonte: Milano Finanza)

 

Lavoro, cala la disoccupazione (soprattutto tra le donne e i giovani). Ma attenzione al tasso di inattività

Il tasso di disoccupazione scende al 10,5% a novembre 2018, secondo i dati provvisori dell'Istat, in calo di 0,1 punti percentuali da ottobre e di 0,5 punti da novembre 2017. "Torna a calare - osserva l'istituto di statistica - dopo due mesi di crescita, la stima delle persone in cerca di occupazione (-0,9%, pari a -25 mila unità). Il calo si concentra prevalentemente tra le donne e le persone da 15 a 34 anni". I disoccupati sono 2 milioni 735 mila. Il calo della disoccupazione è compensato dall'aumento del tasso di inattività, al 34,3% (+0,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione giovanile, a novembre 2018, scende al 31,6%. La flessione, nella fascia di età 15-24 anni, è di 0,6 punti percentuali da ottobre e di 1,5 punti da novembre 2017.

 

Prezzi e tariffe, stangata in arrivo: 842 euro in più a famiglia nel 2019

L'Osservatorio di Federcosumatori: "Rincari dovuti da un lato ad alcune scelte assunte nella manovra di bilancio, dall'altro al forte aumento dei costi energetici. Serve un intervento del governo per evitare di mettere ulteriormente in crisi i cittadini. E urgono provvedimenti su occupazione, sviluppo e crescita di cui non si vede traccia"


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"Il nuovo anno è iniziato da pochi giorni ma già si prospettano aumenti e rincari. La stangata di prezzi e tariffe per il 2019, per una famiglia media, sarà pari a 842,81 euro annui". E' quanto emerge dall'Onf, l'Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha effettuato delle previsioni relative agli aggravi che colpiranno le famiglie nel 2019.

"A determinare gli aumenti sono da un lato alcune scelte assunte nella manovra di bilancio, dall’altro il forte aumento dei costi energetici. Gli aumenti dei pedaggi autostradali - rileva l'associazione dei consumatori- risultano contenuti grazie all’accordo che prevede lo stop dei rincari (solo il 10% delle autostrade italiane non è interessato da tale accordo). Inoltre, gli aumenti relativi alle tariffe applicate dai professionisti subiscono una frenata in parte motivata dalla flat tax". I costi relativi a mutui e servizi bancari e assicurativi, sottolinea Federconsumatori, "risultano in crescita a causa dell’incremento della tassazione e dell’aumento dello spread. Tali aumenti avvengono in un contesto delicato, in cui si prospettano ulteriori tagli del reddito dovuti all’abolizione, operata in manovra, del tetto posto alle aliquote comunali e regionali".
 
Fattore, aggiunge Federconsumatori, "che contribuirà a impoverire ulteriormente le famiglie, che già oggi non dispongono delle risorse economiche sufficienti a sostenere aumenti di questa portata. Si rende pertanto necessario un intervento del Governo per fare in modo che le scelte assunte non si ripercuotano, come è facile prevedere, sui cittadini. Inoltre si rende improrogabile l’avvio di provvedimenti urgenti tesi a rilanciare l'occupazione e rimettere in moto l’intero sistema economico, attraverso investimenti per lo sviluppo e la crescita di cui, nella manovra, non si vede alcuna traccia".
 
(Fonte Adnkronos)
 
 

SALUTE / L'allarme dei medici: nel 2025 emergenza personale in pronto soccorso e pediatria

I preoccupanti risultati di uno studio del sindacato Anaao Assomed sulla carenza di specialisti, destinata ad aggravarsi nei prossimi anni, fotografano la crisi profonda del Servizio sanitario nazionale


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Pronto soccorso del futuro senza medici, con un Ssn "nel pieno di una grave crisi delle proprie risorse professionali, che rischia di accentuarsi nei prossimi anni". A 'fotografare' la situazione è uno studio dell'Anaao Assomed, che torna a puntare il dito sulla mancanza di specialisti all’interno del Ssn e sull'accelerazione del loro pensionamento: realtà "che stanno assumendo i contorni di una vera emergenza nazionale, cui vanno posti correttivi rapidi ed adeguati per evitare il collasso del sistema". L'esodo di medici dagli ospedali italiani, secondo un nuovo studio del sindacato, si tradurrà nel 2025 in una carenza di 16.500 specialisti. E al top delle specialità più sofferenti figurano Medicina d'emergenza-urgenza e Pediatria: le stime indicano un ammanco rispettivamente di 4.180 e 3.323 specialisti.

"Abbiamo calcolato un dato, incrociando la proiezione del numero di specialisti che, a programmazione invariata, potrebbero uscire dalle scuole universitarie nei prossimi otto anni, con una previsione dei possibili pensionamenti di specialisti attivi nel Ssn - spiega l'Anaao - e abbiamo stimato che solo il 75% degli specialisti formati scelga di lavorare per il Ssn". Dall'analisi si evince che la gran parte delle discipline andranno in deficit di specialisti, ma per alcune la carenza sarà drammatica. Dopo Medicina d'emergenza e Pediatria, a soffrire di più saranno Medicina interna (-1828 specialisti nel 2025), Anestesia e rianimazione (-1395), Chirurgia generale (-1274), Psichiatria (-932), Malattie dell'apparato cardiovascolare (-709), Ginecologia e ostetricia (-644), Radiodiagnostica (-604), Ortopedia e traumatologia (-409).

"Gli organici dei reparti ospedalieri e dei servizi territoriali, negli anni precedenti al 2018 considerato per il nostro censimento, hanno già sofferto il mancato turnover conseguente al vincolo nazionale della spesa per il personale a partire dal 2007. Pertanto, le nuove carenze andranno a incidere su una condizione organizzativa fortemente degradata", sottolinea il sindacato.

L’Anaao Assomed ha più volte sollecitato il Governo, anche quello precedente, a porre dei correttivi per far fronte a questa emergenza. "Un primo risultato è stato ottenuto nella Legge di Bilancio per il 2019 con la previsione della partecipazione degli specializzandi dell’ultimo anno a concorsi per dirigenti medici del Ssn". Un'iniziativa "condivisibile, in quanto permetterebbe di anticipare l’entrata nel mondo del lavoro rendendo più rapido il già macchinoso sistema concorsuale previsto per garantire il turnover nei reparti ospedalieri". Sarebbe comunque auspicabile, per il sindacato, una previsione più esplicita di assunzione in servizio a tempo determinato degli specializzandi, anche prima del conseguimento del titolo.

"Soprattutto, manca nella legge appena approvata dal Parlamento una decisa svolta che superi l’anacronistico blocco introdotto con la Legge Finanziaria 2006. Anche l’incremento previsto del numero dei contratti di formazione, circa 900 a partire dal 2019, è largamente insufficiente - si legge nello studio - per ridurre il deficit di specialisti che ci attende nell’immediato futuro". Le condizioni di lavoro nei reparti ospedalieri e nei servizi territoriali stanno rapidamente degradando. Il blocco del turnover, introdotto con la Legge n.296 del 2006, ha determinato, ad oggi, una carenza nelle dotazioni organiche di circa 10 mila medici. "I piani di lavoro, i turni di guardia e di reperibilità vengono coperti con crescenti difficoltà e una volta occupate le varie caselle si incrociano le dita sperando che nessuno si ammali buttando all’aria il complicato puzzle che bisogna comporre ogni mese", ricorda il report, citando "quindici milioni di ore di straordinario non pagate".

Non basta "sbloccare il turnover, ma incrementare anche il finanziamento per le assunzione e attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell’ultimo decennio. Per quanto attiene la formazione post laurea, oltre a incrementare ad almeno 9.500/10.000 i contratti annuali, è arrivato il momento - conclude l'Anaao - di una riforma globale passando a un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l’immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del Ssn". Una riforma "'difficile da fare ma impossibile da non fare', come disse Giovanni Berlinguer riferendosi alla istituzione 40 anni fa del Ssn", conclude l'Anaao.

(Fonte: Adnkronos)

 

L'Europa e le grandi crisi economiche, ma qual è il paese più vicino al baratro?

L’Italia è troppo grande per essere trattata come un paese in perpetuo conflitto economico


Se guardiamo a due secoli di storia, vediamo che un livello di debito elevato nel settore privato costituisce una garanzia di crisi futura. Tutti si preoccupano dell’accumulo del debito. Ma se valutiamo il fenomeno in termini geografici, notiamo come il problema sia concentrato essenzialmente in Cina. L’indebitamento del settore privato negli Stati Uniti è molto inferiore rispetto al picco raggiunto nel 2008, e la situazione nell’area Euro è molto simile. All'interno dell’Europa, tuttavia, c’è un grande Paese in cui il livello di debito sta aumentando costantemente, ed è la Francia, anche se la Banque de France dice che non avere problemi nel corto e medio periodo, perché le imprese stanno investendo in modo massiccio. Purtroppo però non si vedono ancora i risultati, in termini di produttività di questi forti investimenti.  Facciamo alcune riflessioni su quanto sta accadendo in Francia. Pare che in Francia, ogni volta che le condizioni macroeconomiche migliorano, si inneschino proteste di massa perchè queste particolari condizioni, aumentano il divario, in termini di qualità di vita, tra chi può investire e chi può solo arrancare. Non sono paradigmi soggettivi, ma è la storia a parlare. Cominciamo con la madre di tutte queste rivolte, il maggio del 1968: l’economia viaggiava a un tasso del 6% e la disoccupazione era al 2,5%. Questo sembrava far nascere la percezione che il nuovo benessere creato, non fosse equamente distribuito e che solo i ricchi fossero diventati sempre più ricchi. Il 1974, che fu un anno molto buono in termini economici per la Francia, vide grandi manifestazioni e seri disordini a Parigi. I dipendenti delle poste e gli studenti decisero che fosse giunto il momento di ripetere il 1968, anche perché l’economia stava andando meglio e il divario tra le classi sociali aumentava. Proseguiamo nel tempo: nel 1979 i metalmeccanici deciso di manifestare a Parigi contro la chiusura di stabilimenti nell’est del Paese e le automobili bruciavano, proprio come accade ora. Ma ci fu un’altra manifestazione di protesta importante in Europa nel 2011 e non fu in Francia, ma a Tottenham, nei sobborghi di Londra. Questo per dire che eventi di questo genere non sono una esclusività della Francia. Li abbiamo visti ovunque e temo che ne vedremo sempre di più in futuro. Si tratta di un’altra dimensione politica, che potremmo definire “l’elettorato di Trump”, composto da chi si sente disprezzato dalle élite parigine, che si sentono, a torto o a ragione, lasciati indietro dalla globalizzazione e da coloro che hanno ammassato miliardi di euro o dollari. A un certo punto, queste tensioni devono emergere, in un modo o nell’altro, e in Francia è tradizione, direi fin dai tempi dell’Ancien Régime, nel XIV secolo, che sfocino in rivolte, spesso anche violente. Questi movimenti possono avere importanti conseguenze politiche. La Francia oggi è molto vulnerabile a tale riguardo, perché è indietro sulle riforme. E questo aumenta il rischio di una grande crisi dell’Eurozona che potrebbe portare a una dissoluzione dell’euro. Se la Germania perde completamente la fiducia nell’abilità della Francia nell'operare le riforme, a un certo punto le cose prenderanno una via sbagliata. Macron è un politico che è stato eletto per implementare una parte significativa delle riforme, anche se molto è stato fatto per rendere più flessibile il mercato del lavoro e ci sono state importanti riforme nel sistema scolastico, restano da fare cose estremamente importanti: una grande riforma del sistema pensionistico e della pubblica amministrazione, cose che costeranno molto denaro. La domanda è: Macron andrà fino in fondo? Oggi ha ceduto in parte alle rivendicazioni dei gilet gialli. Lo ha fatto solo per salvare la prossime riforme?  Macron ha imparato la lezione da Sarkozy e Hollande e non vuole essere ricordato nei libri di storia come uno dei tanti presidenti francesi che voleva riformare il Paese ma non è riuscito a ottenere nulla. Certamente non sarà facile, soprattutto considerata la gestione sbagliata nel controllare la rivolta dei gilet gialli.

Anche l‘Italia rappresenta un anello molto debole della catena. Abbiamo avuto buone notizie sulla possibilità di un compromesso tra il governo italiano e la Commissione UE. Sappiamo anche come vanno queste cose in Europa: si comincia con grandi scontri e, alla fine, si trova un compromesso e un compromesso ci sarà. Nel caso dell’Italia, il motivo è molto semplice, il Paese è troppo grande per essere trattato in modalità di un perpetuo conflitto. In tutto quest’ultimo anno, gli spread sulle scadenze a breve e le condizioni di accesso al credito per le imprese sono diventate più restrittive e l’economia ha rallentato. E dato che le banche hanno acquistato molti titoli governativi da non residenti, sono particolarmente colpite dalle variazioni di prezzo e al tempo stesso potrebbero incontrare maggiori difficoltà in termini di qualità del credito tra i propri clienti. Le sofferenze sono in calo, ma sono ancora a livelli molto alti. Purtroppo se le tensioni riprenderanno a crescere nel 2019, i rischi saranno notevoli, anche perché l’Europa non è stata in grado di completare l’unione bancaria comune, non essendoci stato alcun accordo sul piano di assicurazione depositi. E questa non è l’unica bomba politica. Il sistema TARGET2, che viene ora pubblicato mensilmente dalla BCE, mostra che il livello del credito vantato dalla Germania ha raggiunto i 960 miliardi di euro. Il motivo di tali squilibri è ben noto, ma queste cifre potrebbero alimentare molte tensioni politiche nei prossimi trimestri. Il che ci porta a parlare della Germania. L’economia tedesca è chiaramente in via di surriscaldamento. Le imprese tedesche non erano mai state così ottimiste sull’andamento degli affari, neppure nel 1989, prima della riunificazione. Ora la fiducia sta ora calando, nel settore manifatturiero in particolare, e naturalmente questa non è una sorpresa, considerato che le imprese di questo comparto sono quelle che più risentono dei problemi derivanti dalla “guerra commerciale”. In ogni caso, la fiducia è ancora al di sopra della media di lungo termine e le attese a sei mesi si stanno stabilizzando, questo non segnala una imminente catastrofe. 

Non ci resta che attendere, sicuri che il 2019 sarà un anno davvero difficile per il mercato azionario.

 

TRATTO DA: World Economic scenario di Eric Chaney

Fatturazione elettronica, il no di Fratelli d'Italia. Giorgia Meloni: "Il governo la ritiri subito. Non metta i bastoni tra le ruote a chi lavora" (VIDEO)

"Fratelli d’Italia è sceso oggi in piazza al fianco degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti, delle partite iva e degli imprenditori che dicono no all’obbligo della fatturazione elettronica". Chiediamo al governo di ritirare l’obbligo da gennaio 2019 tagliando la spesa pubblica e di schierarsi a fianco delle imprese invece di fare di tutto per mettere i bastoni fra le ruote a chi vuole semplicemente lavorare". Queste le parole di Giorgia Meloni dopo la manifestazione del suo partito a Roma per contestare una recenti delle scelte del governo che preoccupano diverse categorie.

Aiuto, ci tassano (ancora) la macchina. La marcia indietro del governo sull'ecotassa non convince. La follia del M5S imbarazza Salvini. Di Maio: "Incentiviamo solo a comprare auto non inquinanti" (VIDEO)

Una stangata sull'acquisto delle auto 'tradizionali'. Dal 1° gennaio 2019 arriva infatti l'ecotassa a pesare sulle tasche di quanti vorranno comprare automobili alimentate con carburante più inquinante. Incentivi, invece, per le auto più ecologiche. Ad annunciare ieri le nuove norme contenute nella manovra, una nota congiunta del sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Michele Dell'Orco, e il sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa. Reazioni dure da tutti i fronti, i politici provano a metterci una pezza. Ma cresce la preoccupazione - (VIDEO)


Marcia indietro sull'ecotassa per le auto a benzina e diesel, contenuta in un emendamento del governo alla legge di Bilancio approvato ieri. Matteo Salvini si è detto questa mattina contrario alla misura che ha l'obiettivo di favorire le auto elettriche. Mentre Luigi Di Maio ha chiarito che non ci sarà nessuna nuova tassa per le auto già in circolazione, precisando che chi ha un Euro3 o qualsiasi altra macchina non pagherà un centesimo in più.

SALVINI- Ospite di 'Mattino 5', il ministro dell'Interno ha spiegato che la proposta di modifica, che ora passerà al Senato e poi tornerà alla Camera, "si può cambiare". Salvini, intervenendo a Radio Anch'io, si è detto "assolutamente contrario a ogni ipotesi di nuova tassa su un bene in Italia già iper tassato come l'auto". "Benissimo a bonus per chi vuole cambiare ma non credo - ha aggiunto - che ci sia qualcuno che ha un Euro3 diesel per il gusto di avere una macchina vecchia. Ce l'ha - ha osservata - perché non ha soldi per comprarsi una macchina nuova".

DI MAIO - Di Maio in un intervento pubblicato sul Blog delle Stelle e su Facebook ha chiarito innanzitutto che non ci sarà nessuna nuova tassa per le auto in circolazione. "Chi ha un Euro3 o qualsiasi altra macchina - ha spiegato - non pagherà un centesimo in più. Abbiamo pensato una norma - ha continuato - per aiutare chi decide di comprare un’auto ibrida, elettrica o a metano. Visto che - ha osservato - i livelli di inquinamento, soprattutto al Nord, sono spaventosi, perché non premiare chi decide di comprare un’auto nuova meno inquinante, dandogli un incentivo fino a 6000 euro? Questa è l’idea della norma pensata dal governo, che disincentiva chi sceglie un’auto più inquinante".

Di Maio ha detto di capire "le preoccupazioni di costruttori e dei cittadini che magari vorrebbero comprare un’auto ecologica, ma non se lo possono permettere perché costa di più". "Per questo la norma - ha sottolineato - va migliorata subito per non penalizzare nessuno, in particolare chi ha bisogno di acquistare un’utilitaria. Infatti il 60% dei modelli per cui è previsto un incentivo sono diesel: Punto diesel, Panda diesel, Clio diesel, Golf diesel, Megane diesel, Polo diesel, Classe A diesel. Per questo motivo - ha annunciato Di Maio - ho deciso di convocare un tavolo tecnico al Ministero dello Sviluppo economico, per migliorare gli incentivi per l’auto elettrica, ibrida e a metano, con i costruttori, a partire da FCA, e con le associazioni dei consumatori. Insieme - ha concluso - troveremo la soluzione giusta per centrare due obiettivi: proteggere noi e i nostri figli dall’inquinamento, senza pesare sul portafogli".

LE PROTESTE - Metalmeccanici e concessionari auto, con Fim Fiom, Uilm e Federauto si sono schierati subito insieme contro la misura dicendosi preoccupati dall'impatto che un meccanismo di bonus-malus così architettato possa avere sull'economia del Paese e sull'occupazione di un settore già esposto agli alti e bassi della crescita. Anche la Cgia di Mestre ha espresso un secco no all'ipotesi di una ulteriore tassazione sulle nuove auto a benzina e diesel. ''Già oggi in Italia sul settore dell'auto grava un carico fiscale di oltre 70 miliardi di euro all'anno - ha dichiarato Paolo Zabeo della Cgia - un record negativo che nessun altro Paese ci invidia".

 

(Fonte: Adnkronos)

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