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Socialisti in Movimento: "Non parteciperemo all'assemblea Mdp-Si-Possibile. Sinistra unitaria a rischio". Ecco perché

In un documento diffuso, Socialisti in Movimento, la formazione politica nata da tutti i socialisti che hanno votato NO al referendum del 4 dicembre scorso, ha dichiarato: "Non ci sono ad oggi le condizioni per partecipare all'assemblea nazionale del 3 dicembre indetta dai soli Mdp, Sinistra Italiana e Possibile in quanto, al di la delle buone intenzioni, questa iniziativa, se non è ricondotta nell'ambito di un progetto ampio e unitario, potrebbe persino pregiudicare l'interesse comune per la nascita di una nuova sinistra. L'obiettivo, nello spirito della battaglia per il NO, deve essere quello di costruire un progetto condiviso nel percorso, nelle decisioni e nelle azioni da tutti coloro che hanno intenzione di partecipare. Un progetto da tenere sempre aperto anche nella prospettiva di dare forza alla lista unica della nuova sinistra"

Questa la nota diffusa ieri sulla loro pagina Facebook:

"Si è tenuta ieri (mercoledì 22 novembre, ndr) a Roma la riunione dell’Esecutivo nazionale di Socialisti in Movimento alla presenza dei coordinatori regionali.
Socialisti in Movimento è una organizzazione politica che, dalla battaglia per il NO al Referendum del 4 dicembre scorso, ha posto per prima la necessità di dar vita ad una nuova sinistra italiana ispirata ai contenuti ed ai valori del socialismo e ha da allora evidenziato la necessità di una lista unica della sinistra per le prossime elezioni politiche.
Una lista rappresentativa delle ragioni e delle speranze degli italiani, che si erano espressi il 4 dicembre, non solo e non tanto in opposizione a Renzi e al suo Governo, ma soprattutto contro le politiche economiche, sociali e istituzionali perseguite dai diversi governi nel corso della Seconda repubblica, oltreché per la difesa e attuazione della Costituzione.
Lo abbiamo fatto, e lo ribadiamo oggi, in nome dell'attualità del socialismo, nella convinzione che saranno la cultura e i valori socialisti a costituire il patrimonio essenziale nel futuro dello schieramento della nuova sinistra.
E’ questo il nostro impegno per una nuova politica, per un’Italia eguale e per la democrazia oggi profondamente in crisi e messa ancor più a repentaglio dall’approvazione dell’ultima legge elettorale, che i Socialisti in Movimento sono impegnati a contrastare con ogni mezzo.
Per questo Socialisti in Movimento ha partecipato a livello nazionale e locale alla costruzione di un nuovo progetto, che riteniamo significativo solo se costruito in modo aperto verso tutti coloro che intendano farne parte, come più volte è stato detto e ribadito.
Su questa strada intendiamo continuare perché il progetto sia condiviso nel percorso, nelle decisioni e nelle azioni, da tutti coloro che vi partecipano nell’interesse di una nuova sinistra italiana profondamente rinnovata nei contenuti e nell’interesse dei cittadini e del Paese, oltre che costituire un contributo ad un risorgimento europeo della sinistra.
Per quanto riguarda l’Assemblea indetta per il 3 dicembre da Mdp, Sinistra Italiana e Possibile, si ritiene che, allo stato, non ci siano le condizioni, come Socialisti in Movimento, per partecipare in quanto, al di là delle buone intenzioni, dei vecchi vizi e dei passi avanti fatti nelle ultime settimane, dopo molti mesi persi su obiettivi sbagliati, questa iniziativa se non ricondotta nell’ambito di un progetto largo e unitario possa pregiudicare l’interesse comune e il futuro della sinistra. Con il rischio di favorire la nascita di nuove divisioni nelle quali, volenti o nolenti, saremmo coinvolti tutti.
In gioco, non ci può essere solo il tema della presentazione di una lista che unisce partiti e gruppi parlamentari esistenti alla sinistra del Pd, ma la costruzione di una lista unica veramente espressione di un vero progetto forte e innovativo, primo passo per la riorganizzazione della sinistra e per cambiare il Paese.
E’ questo l’impegno prioritario di Socialisti in Movimento per evitare che una grande opportunità politica per la sinistra vada incontro a una sconfitta storica".

Mdp-Articolo 1 lancia la sua sfida: "Un progetto di cambiamento. Partitino? Lo sarebbe quello di Pisapia per una finta copertura di sinistra a Renzi e Alfano"

A margine dell'assemblea di coordinamento del soggetto politico che va verso la sua "costituente", Roberto Speranza e Alfredo D'Attorre tracciano la linea dopo lo strappo con Campo Progressista, rimasto fermo su posizioni di dialogo col Pd, allontanando le polemiche: "Noi siamo alternativi. Basta parlare di nomi, discutiamo di sanità pubblica, di scuola, di ecologia di progressività fiscale nell'interesse del Paese" - (VIDEO)

A sinistra ormai è gara di strappi. Mdp va avanti e prepara la "costituente", Campo progressista: "Non ci interessa l'ennesimo partitino". E il toscano Rossi deride Pisapia: "Pochi si erano accorti che fosse ancora con noi"

Speranza annuncia l'accelerazione verso un nuovo soggetto politico e dice di non voler attendere le mosse dell'ex sindaco di Milano, che non si scompone e gli augura "buon viaggio". Bersani e D'Alema acconsentono tacendo, SI e Civati plaudono alla "chiarezza" che si va delineando. Il Pd osserva e si gode lo scontro tra i compagni della porta accanto. Renzi più "sereno"? - (VIDEO)


Noi andiamo avanti, Pisapia ci ripensi. E' l'appello di Alfredo D'Attorre, esponente di Mdp, all'ex sindaco di Milano,. "Andiamo avanti - ha detto arrivando al coordinamento di Mdp - sulla strada tracciata e si lavora all'assemblea costituente da eleggere il 19 novembre. E' tutto molto in coerenza con le cose dette nei mesi scorsi. Mi auguro ci sia spazio per un ripensamento da parte di Pisapia". 

Ieri la rottura tra Campo ProgressistaArticolo 1. E' il leader di Mdp Roberto Speranza in un'intervista al Corriere della Sera ad imprimere un'accelerata al progetto di un nuovo soggetto politico anche senza Giuliano Pisapia: "Bisogna correre, Pisapia è naturalmente protagonista di questa storia, ma non si può più perdere un solo minuto e neanche stare lì a parlare tutti i giorni di nomi dei big, invece che di proposte. È diventata una soap opera insopportabile".

Non solo, l'esponente di Mdp ha in mente anche una data, il 19 novembre, per celebrare l'assemblea costituente. La replica piccata dell'ex primo cittadino milanese non si fa attendere: "Buon viaggio a Speranza. Non credo nella necessità di un partitino del 3%".

Rottura consumata dunque e senza perdere tempo, i partiti già lavorano al dopo. L'appello lanciato da Speranza riaccende il dibattito tra tutte le anime della sinistra. A rafforzare l'idea di un soggetto alternativo al Pd di Matteo Renzi ci pensa il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: "Mi pare finalmente finita la stagione delle ambiguità - è l'incipit del suo intervento alla direzione nazionale del partito - Basta con la discussione sulle leadership, basta con i tentennamenti". Sulla stessa linea anche Pippo Civati che plaude alle parole del coordinatore di Mdp: "L'intervista di Speranza fa chiarezza sulla lista unica a sinistra. Era ora ed è ora".

Se il progetto a cui lavora Articolo 1 inizia a prendere forma, anche l'ex sindaco di Milano non rinuncia all'idea di un "campo largo" che possa dare un contributo per un "centrosinistra di governo capace di unire le anime diverse del centrosinistra: l'ecologismo, il civismo, il volontariato e l'associazionismo". Un progetto caro anche a Romano Prodi con cui Pisapia si ritroverà a fine ottobre per discutere di Europa e non solo. Appuntamento a cui prenderanno parte tra gli altri anche Enrico Letta, Carlo Calenda ed Emma Bonino.

Il progetto a cui lavora l'ex primo cittadino di Milano viene tenuto sotto osservazione dal Pd. E se i Dem non entrano nella polemica alla loro sinistra, Lorenzo Guerini ci tiene a ribadire "la posizione del Pd espressa dal segretario nell'ultima direzione: noi lavoriamo per un disegno ampio e inclusivo basato sui contenuti e non sui veti personali". Certo la netta spaccatura tra i due partiti inevitabilmente alza il livello dello scontro e le accuse reciproche di aver interrotto il percorso comune: "'Pisapia se n'è ghiuto e soli ci ha lasciato... Pochi si erano accorti che nelle nostre file egli ci fosse ancora", osserva con sarcasmo il presidente della Toscana, Enrico Rossi.

Pronta la replica dei dirigenti di Campo Progressista: "Siamo ovviamente spiaciuti dalla scelta di Art.1 di interrompere il nostro percorso comune - osserva il portavoce Alessandro Capelli - Non ci interessa affatto né fare la stampella del renzismo, né la sinistra del quarto polo". In polemica con la scelta di Speranza c'è poi il gruppo di parlamentari di Mdp vicini all'ex sindaco di Milano: "Non ci interessava la costruzione dell'ennesimo partitino, eravamo e siamo per un movimento più largo, in grado di unire e non dividere, che sappia essere un argine credibile alle destre e ai populismi", è la presa di posizione di Ciccio Ferrara, vice presidente di Mpd e tra gli uomini più vicini a Pisapia. Tacciono per ora i "big" di Mdp, come Bersani e D'Alema. Ma è un silenzio assenso alla linea dettata oggi dal coordinatore Speranza.

(Fonte: Ansa)

La delibera del condominio non ti piace? Che cosa si può fare e come. Lo spiega l'avvocato

Le decisioni prese nelle assemblee spesso non soddisfano o trovano apertamente in disaccordo alcuni proprietari di casa. Esiste quella che in termini legali è definita "impugnazione", ovvero la possibilità di far valere le proprie ragioni di dissenso in Tribunale. La questione necessita però di alcuni chiarimenti. La parola all'avvocato Carlo Bortolotti, civilista milanese esperto della materia condominiale


 
 
Impugnazione della delibera assembleare, cosa fare in concreto

Sono frequenti i casi nei quali uno o più condomini, sulla base di ragioni più o meno fondate, ritengono altamente negativa, e persino dannosa, una delibera assunta dall'assemblea del condominio, al punto da desiderarne ed invocarne la revoca o annullamento.
 
Che fare concretamente in questi casi?
 
In primo luogo, occorre sottolineare con molta chiarezza che non è possibile impugnare qualunque delibera assembleare, sul solo presupposto che prescriva qualcosa che risulti poco gradito o che incontri l'aperta ostilità di diversi condomini, poiché, molto semplicemente, è proprio a tal fine che esistono le norme circa l'approvazione delle delibere stesse per votazione comune; l'impugnazione della delibera, di contro, deve avere fondamento in una violazione di legge (anche circa l'iter formativo della delibera stessa e dell'assemblea votante), del regolamento del condominio o nella previsione o avallo di una situazione, di fatto o giuridica, manifestamente dannosa per il condominio o per gli interessi specifici di un condomino.
 
Possono impugnare la delibera i condomini dissenzienti o assenti all'assemblea, a patto che non abbiano conferito delega ad un soggetto che abbia votato a favore, o anche gli astenuti, nel termine perentorio di 30 giorni dalla delibera stessa per i dissenzienti o astenuti presenti e, per gli assenti, dal momento di ricevimento del verbale.
 
Ai fini della valida impugnazione e dell'interruzione dei relativi termini, non è affatto sufficiente una diffida, ancorché per raccomandata o pec: con l'introduzione della mediazione obbligatoria in materia condominiale, l'impugnazione deve essere proposta, prima, con tale mezzo e solo all'eventuale fallimento di tale procedura (che ha un'assai bassa percentuale di definizione, ad onor del vero), sarà possibile adire il Tribunale ordinario, avanti il quale, è bene ricordare, l'onere della prova della violazione di legge, regolamento o lesione grave d'interessi meritevoli di tutela, grava interamente sul condomino.

In ultimo, si rammenta che la delibera rimane valida ed operante anche in caso d'impugnazione proposta nei termini e, questo, sino a sentenza finale, a meno che, insieme all'impugnazione, non si alleghi un'apposita istanza di sospensione della delibera medesima per gravi motivi, inerenti il rischio di un danno irreparabile.

Avv. Carlo Bortolotti

 
 
STUDIO LEGALE BORTOLOTTI
 
C.so Buenos Aires, 45 - 20124 MILANO
tel. 02.39562104 - fax 02.45485345 
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Vita di condominio, che cosa è indispensabile sapere sull'amministratore: l'avvocato ci spiega tutto

Carlo Bortolotti, civilista del Foro di Milano, esperto della complessa materia condominiale, ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno circa la figura professionale che si occupa della gestione del nostro stabile. Quando è obbligatoria la nomina e come deve avvenire, i suoi compiti e limiti, i termini del suo mandato


 
Una della maggiori preoccupazioni della gran parte dei proprietari d'immobili, siti in uno stabile, è la figura professionale cui affidare l'amministrazione dello stabile stesso. Vediamo, per quanto possibile in sintesi, cos'è indispensabile sapere (e spesso non si sa).
 
Il novellato art.1129 c.c., stabilisce che è obbligatoria la nomina di un amministratore qualora, lo stabile, sia composto di almeno nove condomini (erano almeno cinque sino al 2012); gli stabili più piccoli, possono limitarsi ad individuare, anche tra i singoli proprietari, un "facente funzioni", con compiti di gestione e cura delle questioni comuni (assai ardui, in verità..). Possono essere amministratori di condominio tanto le persone fisiche, con precisi requisiti legali, quanto le società (art.71 bis disp. att. c.c.), purché i relativi amministratori vantino i medesimi requisiti ed ossia, in sostanza, il pieno godimento dei diritti civili, la fedina penale pulita, il possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado e l'aver frequentato un corso di formazione iniziale presso un organismo abilitato, aggiunto ad attività formativa costante; è di palmare evidenza che, più che i predetti requisiti, per la verità piuttosto generici, il soggetto dovrà garantire un certo grado di provata professionalità, testimoniata, soprattutto, dalla sua pregressa esperienza e dal numero di stabili gestiti e "verificabili", unita, magari,  alla sua iscrizione ad una delle organizzazioni professionali di categoria più rappresentative.
 
La nomina dell'amministratore spetta all'assemblea, con il voto di almeno 500/1000 ed il 50% degli intervenuti più uno, diversamente la nomina non è valida; alla convocazione per la nomina, in mancanza, possono provvedere anche i condomini stessi, in numero di due o più, purché titolari di almeno 166,66/1000; se l'assemblea reiteratamente non provvede, benché convocata, ciascun condomino (anche uno solo) può rivolgersi al Tribunale ordinario perché provveda, d'autorità, alla nomina di un amministratore, che avrà i medesimi poteri di quello di nomina normale.
 
I compiti fondamentali dell'amministratore (artt.1117, 1120, 1129, 1130 e 1135 c.c.) sono senza dubbio delicati ed attengono, sostanzialmente, a tutto ciò che riguarda la corretta salvaguardia, cura e gestione dei beni comuni, delle relative spese (e loro ripartizione) e connesse obbligazioni (in massima parte con i fornitori e dipendenti) oltre all'esecuzione, su delibera assembleare, di ogni determinazione e decisione comune a tale riguardo; questa attività andrà documentata analiticamente nel bilancio condominiale e relativa nota esplicativa che, il professionista, ha l'obbligo di presentare ai condomini, per la discussione e l'approvazione, in occasione della chiusura della gestione annuale, nell'ambito dell'assemblea ordinaria.
 
L'amministratore, nell'ambito del suo agire, ha due fondamentali limitazioni, il dettato normativo ed il regolamento di condominio: ogni atto che violi o contrasti con norme di legge o regolamentari o che sia dannoso per gli interessi comuni è da considerarsi illegittimo, potrà essere impugnato da ogni singolo condomino, tanto avanti l'assemblea quanto avanti il Tribunale, al fine di chiederne l'annullamento e la revoca.
 
In conclusione, applicandosi in generale le norme previste per il contratto di mandato, occorre tenere presente che, l'amministratore, è responsabile nei confronti del condominio in caso d'inadempimento ai doveri derivanti dal suo incarico di gestione, sia in relazione alla tenuta della contabilità ed ai citati rapporti con fornitori e dipendenti, sia per quanto attiene la regolare tenuta dei bilanci, delle scritture e degli adempimenti fiscali in genere; perchè vi sia responsabilità (anche giudiziale), è sufficiente che l'amministratore abbia agito con colpa, cioè con negligenza od imperizia, nell'ambito di uno dei doveri impostigli dalla legge, dal regolamento o da delibera assembleare, con conseguente danno economico per il condominio, del quale potrà essere chiamato a rispondere.
 
Avv. Carlo Bortolotti
 
 
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Liti condominiali: quando l'uso delle parti comuni fa discutere. L'avvocato ci aiuta a fare chiarezza

Il caso di un signore che ha trasformato in autorimessa un vano di sua proprietà al piano terra di un edificio facendo eseguire di sua iniziativa lavori strutturali sui muri dello stabile. Gli altri condomini non erano affatto d'accordo e lo hanno citato in giudizio contestandogli diverse irregolarità. Al termine dell'iter del processo civile che ne è seguito la Corte di Cassazione ha dato sostanzialmente ragione a lui. Il commento dell'avvocato Carlo Bortolotti del Foro di Milano, esperto di dispute condominiali


L'avvocato Carlo Bortolotti

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (n.4437 del 21.02.17) ha riacceso l'attenzione su un tema che si può fondatamente ritenere tra i più rilevanti ed assorbenti nell'ambito della normalità dei rapporti condominiali, ed ossia il corretto uso delle parti comuni, con particolare riguardo alla salvaguardia del cosiddetto "decoro architettonico".

Nello specifico, i supremi Giudici hanno riaffermato un principio a dire il vero risalente, ma, a fronte dell'esperienza comune, raramente compreso appieno nei nostri stabili e nelle assemblee: il singolo condomino, in quanto comproprietario, ha il diritto di usare della cosa comune anche in una misura che, ad un primo esame, potrebbe sembrare eccessiva, purché salvaguardi, nel concreto, due aspetti assolutamente vincolanti, ed ossia la sicurezza e decoro dello stabile e la pari libera fruibilità degli altri condomini della medesima e specifica cosa comune.

In quest'ottica, si comprende come mai, nel caso in esame, la Corte abbia avallato la condotta di un condomino che, per propri fini, aveva apportato rilevanti modifiche ad un muro comune e maestro (ampia apertura), suscitando le immediate ire dei suoi vicini, ma riuscendo a dimostrare, in atti, che in tal modo non ne impediva il libero utilizzo altrui, non poneva in alcun modo a rischio la sicurezza dello stabile ed infine, ma non meno importante, non intaccava il decoro architettonico dello stabile, individuato, dai Giudici medesimi, se non in un canone di "bellezza" oggettiva, in una linea armonica, sia pure estremamente semplice, che caratterizzi la fisionomia dello stesso fabbricato. (C.B.)


 

 

 

Leggi la sentenza della Corte di Cassazione:

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio                             -  Presidente   -

Dott. GIUSTI    Alberto                       -  rel. Consigliere  -

Dott. COSENTINO Antonello                          -  Consigliere  -

Dott. GRASSO    Giuseppe                           -  Consigliere  -

Dott. SCALISI   Antonino                           -  Consigliere  -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.M., e             G.U., rappresentati e difesi, in

forza di procura speciale a margine del ricorso, dall'Avv.

Alessandro Benedetti, con domicilio eletto nel suo studio in Roma,

via Muzio Clementi, n. 70;

- ricorrenti -

contro

S.C.A., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale a margine del controricorso, dall'Avv. Luigi Ragno, con

domicilio eletto nel suo studio in Roma, via della Mercede, n. 11;

- controricorrente -

avverso la sentenza della Corte d'appello di Catania n. 994 in data

16 maggio 2013;

Udita la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica del 24

gennaio 2017 dal Consigliere Alberto Giusti;

udito l'Avvocato Guido Lombardi, per delega dell'Avvocato Alessandro

Benedetti;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso per il rigetto del

 

ricorso.

 

 

FATTI DI CAUSA

  • 1. - Con atto di citazione notificato il 23 settembre 2002, G.M. e G.U. convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Catania, S.C.A..

    Premesso di essere condomini dello stabile sito in (OMISSIS), gli attori deducevano: che lo S. aveva provveduto alla trasformazione in autorimessa di un vano di sua proprietà, sito al piano terra dell'edificio condominiale; che tale innovazione era stata eseguita mediante l'allargamento di una finestra prospiciente la via (OMISSIS), trasformata in porta carraia di accesso al garage; che le opere eseguite avevano determinato il parziale abbattimento del muro condominiale, pregiudicando la stabilità e la sicurezza dell'edificio e ledendo il decoro architettonico dello stabile. Lamentavano, inoltre, l'illegittima appropriazione, da parte dello S., di parte del muro perimetrale.

    Esponendo di aver promosso ricorso ex art. 1172 c.c., accolto in sede di reclamo, chiedevano la condanna del convenuto a ripristinare la situazione preesistente, nonchè al risarcimento dei danni subiti.

    Lo S. si costituiva in giudizio contestando le domande degli attori, di cui chiedeva il rigetto.

    Con sentenza del 19 ottobre 2009 il Tribunale di Catania, ritenuto che le opere eseguite avevano cagionato la lesione del decoroarchitettonico dell'edificio condominiale, dichiarava lo S. tenuto al ripristino dell'originario assetto e del decoro architettonicodella facciata dell'edificio anteriore a tutti i lavori e le opere dallo stesso convenuto realizzate, mentre rigettava la domanda risarcitoria; condannava il convenuto al rimborso delle spese processuali.

    2. - Avverso detta sentenza proponeva appello lo S..

    Si costituivano G.M. e U., resistendo al gravame.

    Con sentenza depositata il 16 maggio 2013, la Corte d'appello di Catania, in accoglimento dell'appello proposto dallo S., in parziale riforma della sentenza impugnata, ha rigettato la domanda formulata dai G. di condanna del convenuto ad eliminare le opere abusivamente realizzate obbligandolo a ripristinare la situazione preesistente all'effettuazione delle opere stesse, e li ha condannati a rifondere allo S. le spese di entrambi i gradi del giudizio.

    La Corte territoriale ha rilevato che, pur ampliata l'originaria finestra (della larghezza di ml. 1,80) in passo carraio (della larghezza di ml. 2,80), leggermente più ampio rispetto al portone recante civico 193, e pur apparentemente modificata la sequenza "finestra-portone-finestra", non sussiste alcuna significativa alterazione del decoro architettonico. La Corte territoriale ha evidenziato che la nuova apertura è stata munita di una porta con caratteristiche del tutto simili al vicino portone (con bugne, riquadri e colore del tutto simili) che, all'evidenza, richiama sotto il profilo estetico; che nessun deprezzamento può ritenersi sussistente, con riferimento all'intero fabbricato e alle singole unità immobiliari, avuto riguardo all'aspetto architettonico complessivo dello stabile (edificato nel 1947, e dotato di non particolare pregio) e al contesto nel quale esso è inserito (presenza di altri palazzi costruiti in aderenza, secondo lo stile di quello oggetto di causa, sede stradale di ordinarie dimensioni, zona estremamente appetibile per la strategica posizione centrale nella città di Catania), sicchè non è dato notare in maniera significativa l'alterazione eseguita, e comunque essa non provoca un risultato esteticamente sgradevole, apparendo anzi immutato lo stile architettonico della facciata.

    Infine, la Corte di Catania ha rilevato come tale alterazione si accompagni ad una utilità estremamente rilevante per lo S., costituita dalla possibilità di usufruire di un garage in una zona trafficatissima, caratterizzata notoriamente da enormi difficoltà di parcheggio.

    3. - Per la cassazione della sentenza della Corte d'appello hanno proposto ricorso G.M. e U., sulla base di tre motivi.

    S.C.A. ha resistito con controricorso.

    I ricorrenti hanno depositato una memoria illustrativa in prossimità dell'udienza.

    Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. - Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti si dolgono della violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1117 e 1120 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè dell'omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Ad avviso dei ricorrenti, lo S., appropriandosi illegittimamente del muro perimetrale di natura portante, di proprietà comune ex art. 1117 c.c., e che era stato parzialmente abbattuto allo scopo di eseguire la trasformazione dell'originaria finestra in un portone, avrebbe agito senza alcun rispetto delle regole di cui all'art. 1120 c.c., attesa la conclamata illiceità della condotta posta in essere. Si deduce, inoltre, un vizio di motivazione, avendo la Corte d'appello ignorato la circostanza che la demolizione di una parte del muro portante dell'edificio era stata realizzata con pregiudizio alla stabilità e alla sicurezza dell'edificio.

    1.1. - Il motivo è infondato.

    Secondo la giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, Cass., Sez. 2^, 25 settembre 1991, n. 10008Cass., Sez. 2^, 26 gennaio 1987, n. 703Cass., Sez. 2^, 27 ottobre 2003, n. 16097Cass., Sez. 6^-2, 14 novembre 2014, n. 24295), in tema di condominio, il principio della comproprietà dell'intero muro perimetrale comune di un edificio legittima il singolo condomino ad apportare ad esso (anche se muro maestro) tutte le modificazioni che gli consentano di trarre, dal bene in comunione, una peculiare utilità aggiuntiva rispetto a quella goduta dagli altri condomini (e, quindi, a procedere anche all'apertura, nel muro, di un varco di accesso ai locali di sua proprietà esclusiva), a condizione di non impedire agli altri condomini la prosecuzione dell'esercizio dell'uso del muro - ovvero la facoltà di utilizzarlo in modo e misura analoghi - e di non alterarne la normale destinazione e sempre che tali modificazioni non pregiudichino la stabilità ed il decoro architettonico del fabbricato condominiale.

    Si è anche precisato (Cass., Sez. 2^, 29 aprile 1994, n. 4155Cass., Sez. 2^, 26 marzo 2002, n. 4314) che l'apertura di varchi e l'installazione di porte o cancellate in un muro ricadente fra le parti comuni dell'edificio condominiale, eseguite da uno dei condomini per creare un nuovo ingresso all'unità immobiliare di sua proprietà esclusiva, non integrano, di massima, abuso della cosa comune suscettibile di ledere i diritti degli altri condomini, non comportando per costoro una qualche impossibilità di far parimenti uso del muro stesso ai sensi dell'art. 1102 c.c., comma 1, e rimanendo irrilevante la circostanza che tale utilizzazione del muro si correli non già alla necessità di ovviare ad una interclusione dell'unità immobiliare al cui servizio il detto accesso è stato creato, ma all'intento di conseguire una più comoda fruizione di tale unità immobiliare da parte del suo proprietario. Negli edifici in condominio, i proprietari esclusivi delle singole unità immobiliari possono utilizzare i muri comuni, nelle parti ad esse corrispondenti, sempre che l'esercizio di tale facoltà, disciplinata dagli artt. 1102 e 1122 c.c., non pregiudichi la stabilità e il decoro architettonico del fabbricato.

    A tale principio si è correttamente attenuta la Corte di merito.

    Invero, la Corte di Catania - nel giungere alla conclusione che l'allargamento dell'apertura da parte dello S. al fine di trasformare la finestra in accesso carraio ha semplicemente comportato un uso più intenso della cosa comune, come tale consentito dall'art. 1102 c.c., senza con questo alterare il rapporto di equilibrio con gli altri comproprietari - ha per un verso rilevato che lo S. era l'unico fra i condomini a poter usufruire, per le proprie esigenze, del varco in questione, siccome proprietario esclusivo dell'unità immobiliare comunicante con l'esterno; per l'altro ha sottolineato che il realizzato allargamento ha lasciato immutato lo stile architettonico della facciata, non comportando alcuna significativa alterazione del relativo decoro, e ciò considerando in concreto le linee e le strutture che connotano il fabbricato stesso.

    La Corte territoriale ha compiuto un congruo accertamento di fatto nel quadro dei principi dettati da questa Corte regolatrice.

    I ricorrenti finiscono con il sollecitare un diverso esame delle risultanze di causa e un differente apprezzamento di merito, il che fuoriesce dai limiti del sindacato devoluto alla Corte di cassazione.

    Essi muovono dal presupposto che nella specie vi sia stato "l'abbattimento di un muro portante" dell'edificio, ma non considerano che nella specie si è avuta soltanto una riduzione del "maschio murario" (pilatro) in corrispondenza dell'allargamento della precedente apertura.

    E prospettano l'esistenza di un pregiudizio attuale alla stabilità e alla sicurezza del fabbricato, ma non tengono conto della circostanza che già il Tribunale di Catania, definendo il primo grado di giudizio con la sentenza n. 4671 del 2009, ha affermato che il pregiudizio sismico - pur inizialmente sussistente per effetto dell'intervento effettuato dallo S. - era stato eliminato a seguito dell'effettuazione, da parte dello stesso convenuto, delle opere disposte in sede di reclamo cautelare; nè dal testo del ricorso si ricava come la questione dell'attualità del rischio per la stabilità del fabbricato (pur dopo che lo S. aveva realizzato, ottemperando all'ordinanza resa in rese di reclamo cautelare, tutti gli interventi diretti all'eliminazione del pregiudizio sismico) sia stata riproposta dai G. in appello.

    2. - Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione degli artt. 1102, 1120 e 2909 c.c., artt. 324 e 342, nel testo applicabile ratione temporis, artt. 346 e 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4. Secondo i ricorrenti, sarebbe rimasta priva di censura la decisione del Tribunale avente a oggetto l'accertamento che l'intervento edilizio realizzato dallo S., attraverso le opere di demolizione e di trasformazione, aveva causato un pregiudizio grave e prossimo alla sicurezza e stabilità del fabbricato, rimosso dal medesimo S. soltanto in attuazione dell'ordine emesso dal medesimo Tribunale in sede cautelare. Si sarebbe in questo modo formato il giudicato quanto alla fondatezza dell'azione nunciatoria proposta dai fratelli G., riguardante il pericolo di danno grave per la stabilità dell'edificio. Al giudicato conseguirebbe l'irretrattabilità delle pronunce di condanna a ripristinare la stabilità e la sicurezza del fabbricato emesse dal Collegio in sede cautelare e confermate dal Tribunale in sede di decisione sul merito.

    2.1. - Il motivo è infondato, per l'assorbente ragione che, nel giudizio di merito promosso una volta esaurito il procedimento cautelare, il Tribunale di Catania ha escluso il denunciato pregiudizio attuale alla stabilità dell'edificio, avendo dato atto della eliminazione della situazione di pericolo a seguito della effettuazione delle opere disposte in sede cautelare. Va ribadito che dal testo del ricorso per cassazione non risulta come - una volta che lo S. ha provveduto, mediante l'esecuzione degli opportuni interventi, a rimuovere l'originaria situazione di non conformità alle prescrizioni della normativa antisismica - la questione del pregiudizio attuale alla stabilità sia stata riproposta in appello dai G..

    3. - Con il terzo motivo di ricorso si contesta la violazione dell'art. 2909 c.c., artt. 324, 91 e 92 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e dell'art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Secondo quanto dedotto dai ricorrenti, ove la Corte d'appello avesse fatto corretta applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., e delle disposizioni sul giudicato, i fratelli G. avrebbero comunque dovuto beneficiare della rifusione delle spese del giudizio o della loro compensazione. L'incongruenza delle argomentazioni poste a fondamento della decisione sulle spese avrebbe altresì determinato un vizio di sostanziale mancanza di motivazione, essendo quella fornita talmente incomprensibile da non poter essere in alcun modo riconosciuta come giustificazione della pronuncia.

    3.1. - Il motivo - scrutinabile nel merito, in quanto formulato nel rispetto delle prescrizioni dettate dall'art. 366 c.p.c. - è fondata, nei termini di seguito precisati.

    La Corte d'appello ha condannato i G. al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio, comprese quella per la fase cautelare. A tale esito la Corte di Catania è giunta sul rilievo che "la riforma della sentenza di primo grado impone... una diversa regolamentazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio, in base al principio della soccombenza".

    Questa statuizione sulle spese non dà conto dell'esito complessivo della controversia.

    Invero, occorre sottolineare che il giudizio di merito a cognizione piena è stato iniziato dai G. a seguito dell'ordinanza del Tribunale di Catania in data 20 giugno 2002, con la quale è stata accolta, in sede cautelare, la denuncia di danno temuto, riconoscendosi la compiuta sussistenza di quella situazione di pericolo grave e prossimo che legittima l'erogazione della chiesta tutela cautelare nunciatoria ex art. 1172 c.c., e impartendosi l'ordine, rivolto allo S., di eseguire tutte le opere indicate dal c.t.u. ing. D.B. nella relazione depositata il 7 maggio 2002, dirette ad ovviare alla situazione di pericolo da lui creata.

    Nel giudizio di merito introdotto in esito alla disposta tutela cautelare, il Tribunale di Catania, definendo il giudizio di primo grado con la sentenza n. 4671 del 2009, ha confermato le valutazioni espresse dal Collegio cautelare "in ordine alla sussistenza del pregiudizio sismico alla stregua dell'intervento effettuato dallo S.".

    E' esatto che il Tribunale di Catania non ha ordinato la riduzione in pristino per il denunciato pregiudizio alla stabilità del fabbricato, ma solo perchè, nel corso del giudizio, "giusta dichiarazione resa dal c.t.u. incaricato della vigilanza sulla esecuzione delle opere con relazione depositata in data 8 luglio 2003", è sopraggiunta la rimozione della situazione di pregiudizio sismico mediante l'eliminazione, attraverso l'esecuzione degli impartiti interventi di consolidamento, della originaria situazione contra ius realizzata dallo S..

    Ora, gli attori G. sono senz'altro soccombenti sulla domanda di riduzione in pristino per l'alterazione del decoro architettonico, come pure sull'accessoria domanda di risarcimento del danno, ma non lo sono in ordine alla denuncia di situazione di pericolo creato dall'opera, avendo il Tribunale, nell'ordinario giudizio di merito successivo alla fase cautelare, effettivamente accertato la sussistenza del pregiudizio sismico alla stregua dell'intervento effettuato dallo S., e così confermato l'individuazione dell'intervento idoneo ad eliminarlo e proceduto alla definitiva identificazione del soggetto (lo S.) onerato dell'intervento riparatore.

    In questo quadro, la soccombenza - misurata ed apprezzata dalla Corte d'appello esclusivamente sul rigetto delle altre pretese avanzate - non dà conto degli esiti complessivi della controversia, e quindi non si sottrae alla denuncia articolata con il motivo.

    4. - Il primo ed il secondo motivo del ricorso sono rigettati, mentre il terzo è accolto, nei sensi di cui in motivazione.

    La sentenza impugnata è cassata limitatamente al capo relativo alle spese.

    Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito con la compensazione tra le parti delle spese dell'intero giudizio di merito, inclusa la fase cautelare, sussistendo giustificati motivi in tal senso in relazione all'esito complessivo e agli sviluppi della controversia.

    Anche le spese del giudizio di cassazione devono essere compensate, essendo il ricorso accolto solo in parte.

    PQM

    P.Q.M.

    La Corte rigetta il primo ed il secondo motivo di ricorso, accoglie il terzo motivo, nei termini di cui in motivazione; cassa la sentenza impugnata limitatamente al capo relativo alle spese e, decidendo nel merito, dichiara interamente compensate tra le parti le spese dei gradi di merito, compresa la fase cautelare; dichiara altresì compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

    Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 24 gennaio 2017.

    Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017

     

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