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updated 12:39 PM UTC, May 29, 2020

Aspettando il 3 giugno, Fontana ottimista: "Sono convinto che i lombardi saranno liberi di circolare in tutta Italia". E la Regione querela Gimbe sui numeri del contagio: "Accuse intollerabili e prive di ogni fondamento"

"Gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero". Così la Regione Lombardia commenta, in una nota, le parole del presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che, a Radio 24, parlando della Lombardia, ha sostenuto che "si combinano anche magheggi sui numeri". Nel pomeriggio l'annuncio della querela da parte dell'amministrazione: "Ne risponderà personalmente"


Coronavirus, Attilio Fontana in diretta: «Medici in arrivo. Bene ...

"Sono convinto che dal 3 giugno i lombardi saranno liberi di circolare in tutta Italia". Lo ha detto il presidente della Lombardia Attilio Fontana in diretta Facebook spiegando che i dati sono "tutti positivi e in miglioramento". Per questo crede che "la Lombardia rientrerà sicuramente nel novero delle regioni che avranno libertà di movimento", ha aggiunto. "Abbiamo esaminato i dati relativi alla Regione Lombardia che abbiamo inviato all'istituto superiore di sanità - ha spiegato Fontana - e abbiamo potuto evidenziare come siano tutti estremamente positivi e tutti in miglioramento rispetto alle precedenti settimane questo vuol dire che la situazione sta sostanzialmente migliorando". "Credo quindi - ha aggiunto - che in previsione del provvedimento governativo in cui si stabilirà la riapertura delle singole Regioni, la possibilità di circolazione tra le diverse regioni credo che la Lombardia rientrerà sicuramente nel novero delle regioni che avranno libertà di movimento". Il governatore si è detto "molto confidente sul provvedimento che verrà emanato dal governo". "E sono convinto - ha concluso - che dal 3 i lombardi saranno liberi di circolare in tutta Italia". Così il governatore lombardo risponde indirettamente alla Fondazione Gimbe che aveva posto dei paletti alla riapertura di Lombardia, Piemonte e Liguria

'Gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero'. Così la Regione Lombardia commenta, in una nota, le parole del presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che, a Radio 24, parlando della Lombardia, ha sostenuto che 'si combinano anche magheggi sui numeri'. 'In Lombardia i dati sono pubblicati in modo trasparente. Nessuno, a partire dall'Iss, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro. E' inaccettabile ascoltare simili affermazioni che ci auguriamo siano rettificate da chi le pronunciate', conclude la nota. Poco dopo la decisione di querelare la Fondazione. "Regione Lombardia, attraverso il proprio ufficio legale, ha deciso di presentare una querela contro la fondazione Gimbe e il suo presidente Nino Cartabellotta": lo comunica in una Nota la Regione Lombardia spiegando che si tratta di "un atto inevitabile, il nostro, dopo quanto affermato dal presidente della fondazione che, parlando dei dati sanitari della Lombardia, ha dichiarato, fra l'altro, che 'si combinano anche dei magheggi sui numeri'". Si tratta di "accuse intollerabili e prive di ogni fondamento - si legge nella nota - per le quali il presidente di Gimbe dovra' risponderne personalmente. I nostri dati, come da protocollo condiviso da tutte le Regioni, vengono trasmessi quotidianamente e con la massima trasparenza all'Istituto Superiore Sanita'". 

Durante 24 Mattino Le interviste di Radio 24, alla domanda di Maria Latella e Simone Spetia se in particolare la Lombardia sia tra le Regioni che 'aggiustano i numeri per paura di essere fermate', Cartabellotta ha detto: 'la risposta è affermativa, anche perchè in Lombardia si sono verificate troppe stranezze negli ultimi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti alla Protezione civile e andavano ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti, alternanza e ritardi nella comunicazione e trasmissione dei dati che sarebbe stata giustificata nella prima fase e molto meno ora. Come se ci fosse la necessità - ha detto Cartabellotta - di mantenere sotto un certo livello il numero dei casi diagnosticati'.

Secondo un'analisi della Fondazione Gimbe Lombardia, Piemonte e Liguria, non sono pronte, dal punto di vista epidemiologico, alla riapertura tra Regioni di cui si discute per il 3 giugno. "Le analisi post lockdown della fondazione Gimbe dimostrano che in queste tre Regioni si registra la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi e il maggior incremento di nuovi casi", si legge in una nota, diffusa dopo l'intervento del presidente del Gimbe Nino Cartabellotta a Radio 24, che ha provocato lo scontro con la Regione Lombardia. La Fondazione Gimbe, per arrivare alle sue conclusioni, ha valutato tre elementi nel periodo 4-27 maggio: percentuale di tamponi diagnostici positivi, tamponi diagnostici per 100mila abitanti, incidenza di nuovi casi per 100mila abitanti. Lombardia, Piemonte, Liguria, Puglia ed Emilia-Romagna risultano superiori alla media nazionale per quanto riguarda la percentuale di tamponi diagnostici positivi, ma anche per l'incidenza di nuovi casi per 100.000 abitanti: rispetto alla media nazionale, la Lombardia ne ha 96, la Liguria 76 e il Piemonte 63. "Il governo - commenta Cartabellotta - a seguito delle valutazioni del Comitato Tecnico-Scientifico si troverà di fronte a tre possibili scenari: il primo, più rischioso, di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale; il secondo, un ragionevole compromesso, di mantenere le limitazioni solo nelle 3 Regioni più a rischio, con l'opzione di consentire la mobilità tra di esse; il terzo, più prudente, di prolungare il blocco totale della mobilità interregionale, fatte salve le debite eccezioni attualmente in vigore". Negli ultimi 20 giorni la Lombardia ha avuto il 6% di tamponi diagnostici positivi, termine che indica i tamponi fatti per la diagnosi del Sars-Cov-2 ed esclude quelli eseguiti per confermare la guarigione virologica o per la necessità di ripetere il test. Un numero "particolarmente rilevante", insieme a quello della Liguria, pari al 5,8%. A fronte di una media nazionale del 2,4% di tamponi diagnostici positivi, le altre regioni che ne hanno una percentuale più alta della media sono il Piemonte (con il 3,8%), la Puglia (3,7%) e l'Emilia Romagna (2,7%).

"Da tempo abbiamo denunciato che la Lombardia comunica in un unico dato dimessi e guariti, e se i guariti sono sovrastimati Rt si abbassa": lo afferma il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta dopo la replica della Regione Lombardia alle sue dichiarazioni a Radio 24 sui 'dati aggiustati', invitando la Regione a rendere disponibile tutti i dati in formato open "come fanno altre Regioni". "Per i dimessi non si conosce il loro status di guarigione clinica o virologica e, come 'casi attivi' devono restare in isolamento domiciliare", dice Cartabellotta. "Oltre alla distorsione del quadro epidemiologico nazionale (la Lombardia in alcune fasi dell'epidemia riportava oltre il 50% dei guariti), l'indice Rt utilizzato dal ministero della Salute, è condizionato dai casi chiusi, decessi e guariti. Di conseguenza, se i guariti sono sovrastimati l'Rt si abbassa. A questo va aggiunta - conclude il presidente Gimbe - la mancata disponibilità dei decessi su base provinciale e comunale. Infine, è impossibile verificare i dati come per altre Regioni visto che non sono disponibili in formato open".

Dalla Lombardia vediamo una "smania quasi ossessiva nel riaprire perché è il motore economico d'Italia. Però la nostra grossa preoccupazione è che la Regione Lombardia sarà quella che uscirà per ultima da questa tragedia nazionale perché è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l'epidemia, ma di ripartire al più presto con tutte le attività e questo non lascia tranquilli", ha detto il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, a Mattino 24 l'Intervista di Radio 24, con Maria Latella e Simone Spetia. La Lombardia, ha aggiunto, "ha avuto probabilmente una enorme diffusione del contagio prima del caso di Codogno e probabilmente le misure del lockdown dovevano essere più rigorose e intensive. Avevamo chiesto ad esempio, la chiusura della Lombardia come successo a Wuhan, perché quel livello di estensione dei contagi così alto non poteva che essere la testimonianza che il virus serpeggiava in modo molto diffuso già a febbraio". Questo, ha concluso il presidente Gimbe, "non è stato fatto, sono state prese una serie di non decisioni, come la mancata chiusura di Alzano e Nembro, che ha determinato la diffusione incontrollata nella bergamasca".

Aspettando il 3 giugno, Boccia: "Passaporto sanitario contro la Costituzione". Regioni pronte a riaprire, ma il sardo Solinas: "Dal ministro litania centralista, ci aspettavamo soluzione chiara"

Il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, parla a palazzo San Macuto, durante l'audizione davanti alla Commissione parlamentare sul federalismo fiscale e l'autonomia differenziata regionale, dedicata anche alla gestione dell'emergenza per la pandemia da coronavirus: "Nei prossimi giorni, nelle prossime ore -ricorda il ministro- l'ultimo 'clic' che riporterà il Paese a muoversi dovrà essere quello del buonsenso. Se tutte le Regioni ripartono, ripartono senza distinzione sul profilo dei cittadini residenti in una Regione o in un'altra, se le autorità sanitarie e il Governo decideranno che il Paese è pronto per la ripartenza"


Lombardia, Fontana finisce sotto scorta - Cronaca Il Cittadino di Lodi

"Passaporto sanitario? Rileggete l'articolo 120 della Costituzione: una Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino la libera circolazione delle persone. E poi se gli scienziati dicono che non ci sono passaporti sanitari, non ci sono". Lo ha detto il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia in audizione alla Commissione Federalismo fiscale della Camera. "Nei prossimi giorni con l'ultimo click che riporterà il Paese a muoversi ci dovrà essere anche quello del buonsenso. Se tutte le regioni ripartono senza distinzioni sul profilo dei cittadini di ogni regione, la distinzione tra cittadini di una città rispetto all'altra non è prevista, se siamo sani ci muoviamo. Diverso è prevedere una fase di quarantena, ma non siamo in quella condizione. E anche in quel caso ci vuole un accordo tra le parti", aggiunge Boccia.

"Le province lombarde di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e quella di Piacenza in Emilia Romagna "hanno vissuto un'ecatombe, il resto del Paese un dramma. Non paragonerei quelle province al resto d'Italia", prosegue il ministro parlando di possibili provvedimenti finanziari per sostenere l'economia di quelle zone. 

"Commissariare la sanità lombarda? Mai stato all'ordine del giorno e non ci sono elementi per valutare un provvedimento di questa natura", dichiara Boccia.

"Il sistema di monitoraggio funziona bene, è stato condiviso con tutte le Regioni, ogni settimana ci dà il termometro della pandemia, non è un giudizio, una pagella, non ci sono dei voti, è il tentativo di accendere luci se c'è un piccolo focolaio e se la resilienza della sanità non è piena", osserva. "Il monitoraggio comprende 21 indicatori diversi che compongono un algoritmo condiviso da tecnici del ministero e delle Regioni - sottolinea - mi dispiace per la polemica con l'Umbria, che poi è uscita (dalla fascia di attenzione). La valutazione non deve incidere sulla ripartenza delle regioni, che è già avvenuta e continuerà la prossima settimana per riprenderci tutto il nostro Paese".  "I dati (sul contagio nelle regioni, ndr) arriveranno al ministero della Salute entro domani e si faranno valutazioni in maniera rigorosa, laica, partendo dal presupposto che la protezione della salute e della vita è la priorità assoluta e la difesa e il rilancio dell'economia e dei posti di lavoro è la priorità delle priorità". dice il ministro durante la sua audizione.

LA SARDEGNA-  "Dal ministro Boccia non ci saremmo aspettati l'inutile litania neocentralista che vuole riaffermare una supremazia prepotente dello Stato rispetto alle Regioni nell'architettura della Repubblica come definita da novellato titolo V". Così il governatore della Sardegna Christian Solinas commenta le dichiarazioni del ministro sull'incostituzionalità del passaporto sanitario. "Dal ministro ci saremmo aspettati, a pochi giorni dal 3 giugno, una proposta di soluzione chiara sulle riaperture tra Regioni".

IL VENETO - "Spero che si possa viaggiare dal 3 giugno. Ormai ci sono le condizioni epidemiologiche e la situazione sanitaria è tranquilla, io tifo perché tutte le regioni possano aprire e ci sia libera circolazione". Lo ha affermato il presidente del veneto Luca Zaia, intervistato a "Mattino cinque". "E' difficile immaginare - ha precisato Zaia - che il virus si fermi a Sirmione e non vada a Peschiera, che è il nostro confine con la Lombardia. Penso che sia ragionevole pensare che si debba aprire tutti, nel rispetto delle linee guida, nel rispetto degli indicatori che ci verranno dati dall'Iss. La responsabilità prima di tutto". A livello continentale Zaia ha auspicato che "ci sia un minimo di coordinamento e si dia vita a una 'Schengen sanitaria', visto che stiamo assistendo a dibattiti su corridoi privilegiati rispetto ad alcune realtà", ha concluso.

LA LIGURIA - "I dati del Ministero della Salute mostrano un trend positivo in Liguria per tutti gli indicatori dell'epidemia di coronavirus. È il risultato del monitoraggio della fase 2. L'R(t), l'indice di contagio, è compreso tra 0,41 e 0,58, ben al di sotto della soglia di allarme". E' l'aggiornamento sull'indice di contagio di Covid-19 in Liguria illustrato dal presidente della Regione Giovanni Toti alla vigilia della possibile riapertura dei confini regionali. "I dati del Ministero ci dicono che per tutti gli indicatori non ci sono allarmi. Sono ottimi gli indicatori che valutano la qualità del monitoraggio, la circolazione e la pressione sul sistema sanitario regionale. Questi sono i fatti. Agli altri lasciamo l'allarmismo, il terrorismo, le gufate e il tifo politico che acceca a tal punto da sperare che le cose vadano male. Qui siamo ripartiti, in sicurezza e andremo avanti così, senza abbassare la guardia! Forza liguri che ce la facciamo!".

Festa della Repubblica, Mattarella a Codogno: l'omaggio del capo dello Stato al comune simbolo dell'emergenza Covid

L'annuncio del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana: "Questa mattina ho ricevuto la telefonata del presidente della Repubblica durante la quale mi ha comunicato che il 2 giugno verrà a Codogno per incontrare la comunità della città simbolo della pandemia. L'ho ringraziato per la decisione e per l'invito a essere al suo fianco in quella occasione. Un segno d'attenzione verso la nostra terra e verso tutti i lombardi particolarmente importante e davvero molto gradito"


Al mattino del prossimo 2 Giugno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prenderà parte alla consueta cerimonia di deposizione di una corona all’Altare della Patria,e non sarà da solo, infatti sarà accompagnato, a rigorosa distanza, dalle alte cariche dello Stato normalmente presenti a questo momento celebrativo: il premier Giuseppe Conte, il presidente della Camera, Roberto Fico, e quello del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati oltre ai ministri competenti tra cui il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini, e il presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia. La cerimonia si chiuderà con il sorvolo delle Frecce Tricolori.

Nel pomeriggio il capo dello Stato si sposterà a Codgno, il comune del Lodigiano primo luogo simbolo della Lombardia dove ha avuto inizio la pandemia, lanciando un messaggio di incoraggiamento per il ritorno alla normalità accompagnato da un doveroso omaggio alle decine di migliaia di vittime del Coronavirus; lì incontrerà in forma del tutto privata, in municipio, le autorità locali, come afferma il sindaco di Codogno, Francesco Passerini: “Non ci sarà niente di ufficiale e aperto al pubblico per evitare assembramenti. Il gesto di Mattarella - commenta Passerini - premia la responsabilità e il sacrificio che l'intera nostra comunità ha saputo mettere nel combattere l’emergenza, e penso che il Presidente abbia deciso di venire a trovarci nel giorno della Festa della Repubblica anche per testimoniare che noi italiani nei momenti di difficoltà sappiamo ritrovarci".

Insulti e minacce, Fontana sotto scorta: "Clima incandescente". Ecco perché l'aggressione al governatore è una vergogna

La Prefettura di Varese ha messo sotto scorta il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, dopo che contro di lui è stato creato un clima d'odio e di tensione. Nei giorni scorsi Fontana è stato preso di mira anche con delle scritte sui muri di Milano, una in particolare firmata dai Carc, i "Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo". La campagna di cieco risentimento montata contro la Regione Lombardia e il suo presidente ha prodotto una situazione di grande tensione che questo territorio generoso e laborioso non meritava. E non meritava un simile trattamento nemmeno lo stesso Fontana che, lungi dall'essere immune da possibili errori, è riconosciuto da tutti gli addetti ai lavori e da milioni di cittadini lombardi come una persona per bene, corretta e disponibile. Per molti è anche un bravo amministratore, ma questa è un'altra materia - (LEGGI IL COMMENTO)


Le convinzioni politiche c'entrano poco e poco rilevano anche le valutazioni sulla gestione dell'emergenza Covid. Qui si tratta di altro. Chi ha avuto modo di conoscere il presidente Fontana, chi si è trovato a lavorare nel contesto della Regione Lombardia, sa bene di cosa parliamo. Agli altri proviamo a spiegarlo.

Attilio Fontana è certo un uomo di parte, leghista da sempre, alla guida di una giunta di centrodestra, che porta avanti le proprie posizioni politiche. Può piacere o meno quello che pensa, dice e fa insieme alla sua compagine amministrativa. Ciò che è evidente, e riconosciuto anche dai suoi avversari, è il valore umano e morale che il governatore ha sempre dimostrato. Persona seria, gentile nei modi e corretto nell'agire. Con tutti: collaboratori, oppositori, gente comune e pure con i giornalisti, che parlino bene o male di lui. Lo diciamo per testimonianza diretta: mai ci è capitato di sentire da lui una risposta risentita, un'imposizione arrogante, un atteggiamento sgradevole. Insomma, a nessun cronista, nemmeno il più fastidioso e pungente, il governatore lombardo ha mai replicato: "Quando diventerà presidente, le scelte le farà Lei". Questi toni li abbiamo registrati, al contrario, dall'intoccabile premier Conte, senza che nessuno abbia trovato disdicevole la cosa, tanto meno l'Ordine dei giornalisti. Ma qui si aprirebbe un'altra storia.

Noi siamo convinti che la gestione dell'emergenza sanitaria, che ha investito la Lombardia in modo devastante, sia stata complicata, non priva di pecche e di scelte su cui sarà giusto fare luce, ma sostanzialmente adeguata. Abbiamo argomentato questa tesi approfondendo il tema in molti articoli e non è ora il caso di tornarci. Il rispetto per quanti sono morti, per quanti hanno sofferto per la maledizione del Covid-19, ci impone di seguire con attenzione tutte le eventuali responsabilità in possibili mancanze, a tutti i livelli. Che si tratti della Regione, dell'incriticabile governo Pd-5s, di politici, di amministratori, dirigenti o quant'altri. Ma "Fontana assassino" da parte di chi si dichiara erede di un'ideologia, quella sì responsabile di genocidi, soprusi e orribili violenze, è inaccettabile. Lo è e lo deve essere per tutti. Poco ci interessa di come si muoverà l'autorità giudiziaria nei confronti di questi esagitati, "comunisti" fuori tempo massimo, anzi speriamo che non passino altri guai, oltre a dover convivere con la propria infelicità storica. A questi e ai tanti haters che hanno dato il peggio di loro stessi in questi mesi, però, non perdoniamo che al presidente della Lombardia debba essere attribuita una scorta. Passi per il fatto che sarà meno agevole avvicinarlo con un microfono, ma che i cittadini lombardi, che sono brava gente, debbano ora fare fatica per scambiare due parole e un sorriso col sciur Attilio, sempre umile e disponibile, - beh - questo ci fa proprio "girà i ball".

Fabio Pasini

Minacce a Fontana, un dossier in Procura. Intanto l'antiterrorismo indaga sulla scritta dei Carc. Possibile la scorta, ma il presidente non la vuole

Sono decine le minacce che, negli ultimi giorni, sta ricevendo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana relative alla gestione dell'emergenza sanitaria dettata dal coronavirus. Per la scritta "Fontana assassino" apparsa a Milano, in via Crescenzago, firmata dai Carc (Comitati di appoggio alla Resistenza per il Comunismo) il pm Alberto Nobili, che coordina il pool antiterrorismo, indaga per minacce aggravate e diffamazione. La parola "assassino" non è proprio una minaccia, ma viene ritenuto che la scritta a caratteri cubitali e il suo contenuto abbiano una portata intimidatoria. Fontana, tramite il suo legale Jacopo Pensa, sta raccogliendo tutti gli "avvertimenti" ricevuti soprattutto da singoli sui social, con nomi veri o fasulli, poi valuterà il da farsi. Con ogni probabilità il dossier della difesa confluirà nel fascicolo già aperto in Procura. In caso di allarmi di particolare entità, il pm potrebbe anche avvertire la Prefettura per un'eventuale scorta che, al momento, il presidente non ha intenzione di chiedere.

Minacce di morte a Fontana: chiesta la scorta, la Procura indaga

Fase 2, Fontana e il pragmatismo lombardo: "I contagi aumenteranno, dovremo evitare nuovi focolai. Il virus si tiene lontano rispettando le regole"

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, parla nel primo giorno di riapertura dopo il lockdown: "Abbiamo bisogno della massima collaborazione di prefetti, questori e sindaci con la polizia locale, ma il controllo maggiore deve arrivare da parte dei cittadini"


"Questo è un momento delicato, il lavoro più importante sarà il monitoraggio, tenere sotto controllo il territorio il più possibile, tutte le persone che sono toccate da questo virus". Lo dice il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, in diretta su Mattino Cinque, parlando della fase che inizia oggi, con le riaperture in tutte le regioni.

"Dobbiamo impedire che il virus torni a correre. Non ci sono dubbi che le infezioni aumenteranno, ma - afferma - noi dovremmo tenerle sotto controllo, evitare che si diffondano in maniera incontrollata, che nascano nuovi focolai, questo è la cosa che dovremo fare con grande attenzione".

"Abbiamo bisogno della massima collaborazione di prefetti, questori e sindaci con la polizia locale", continua rispondendo alla domanda su chi controllasse il rispetto delle nuove norme con la Fase 2. "Chi controlla è una bellissima domanda. Ci deve essere dato un grande aiuto da parte dei sindaci che in queste settimane si sono dimostrati collaborativi e assolutamente disposti: noi non abbiamo forze dell'ordine a disposizione". Fontana è convinto che il maggior controllo "debba arrivare dai cittadini".

I passi avanti "sono dovuti alla disponibilità dei cittadini di rinunciare a una parte di libertà, oggi hanno riconquistato libertà e se vogliono mantenerla devono continuare a rispettare le regole che consentono di tenere lontano il virus".

Dati che migliorano lentamente, giorno dopo giorno, anche se il coronavirus continua a mietere vittime in Lombardia. Segnali positivi come il raddoppio registrato ieri del numero dei guariti rispetto a sabato, e "un trend dei contagi sostanzialmente soddisfacente" nonostante una nuova crescita a Milano. Sono stati effettuati 11.809 tamponi in più e, spiega l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, "il rapporto con i casi positivi è nel complesso favorevole". Induce all’ottimismo "anche il numero dei pazienti in terapia intensiva e non in terapia intensiva, entrambi in costante diminuzione". 

Nell’arco di 24 ore si sono però registrati altri 69 decessi in Lombardia, che portano l’impressionante bilancio a quota 15.519. Più di sabato, quando i morti erano stati 39, ma meno rispetto ai 115 di venerdì. I nuovi casi positivi sono 326, più o meno in linea rispetto ai giorni scorsi. Ma il numero è quasi la metà di tutti i casi che si sono registrati in Italia, ovvero 675 (il 48,2% dei nuovi contagi). E' raddoppiato il numero dei nuovi guariti: ieri 823, rispetto ai 402 registrati il giorno precedente. Un totale di 35.042 lombardi che hanno superato la malattia: un numero sottostimato, perché riguarda solo i casi certificati dal tampone. Restano 255 contagiati ricoverati in terapia intensiva negli ospedali del territorio. Tredici in meno rispetto a sabato. Cala anche il numero dei ricoverati non in terapia intensiva 4.480 nelle ultime 24 ore rispetto ai 4.521 di sabato. Ma la battaglia non è ancora vinta, e il coronavirus resta per molti aspetti ancora uno sconosciuto.

Fase 2, ma non per tutti: "Riapriranno solo 6 attività su 10". Il rischio di lavorare in perdita e i timori sulle responsabilità legali

L'allarme di Confesercenti: "Gli imprenditori temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza"


Circa 6 imprese su 10, tra negozi, bar e ristoranti, sono intenzionati a riaprire lunedì 18 maggio, data prevista della ripartenza. A trattenere le imprese dalla riapertura è "soprattutto il timore di lavorare in perdita, ma anche il rebus delle regole di sicurezza e la paura del coronavirus". È quanto emerge da un sondaggio condotto da Swg per Confesercenti su un campione di imprenditori del commercio al dettaglio e della somministrazione. Gli imprenditori intenzionati ad aprire il 18 maggio sono il 62%, contro un 27% che ha invece già deciso di rimanere chiuso. È ancora incerto l’11%, e deciderà durante il fine settimana.

''Per le imprese la riapertura è una corsa ad ostacoli e contro il tempo. L'accordo di questa notte tra Conferenza Stato-Regioni e Governo apre uno spiraglio importante, forse decisivo per uscire dall'incertezza che ha caratterizzato il tema delle riaperture fino ad oggi'', afferma Confesercenti aggiungendo: 'Più di tutti è pesata la previsione di essere costretti a lavorare in condizioni antieconomiche". "Gli imprenditori - prosegue la nota - temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali". "Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza''.

Tra chi rimarrà sicuramente chiuso, il 68% indica come motivazione la mancata convenienza dell'apertura. Ma c'è anche un 13% che comunque continua ad avere timori legati alla sicurezza, anche per la lunga incertezza sulla normativa relativa. Un caso emblematico è quello dei mercati: ogni comune sta provvedendo al proprio protocollo, spesso contrastante con gli altri, gettando nell'incertezza gli imprenditori. La poca chiarezza incide anche per il 13% di operatori che non ha ancora adeguato il locale e/o l'organizzazione del lavoro alle nuove disposizioni. Un compito aggravato dall'onerosità dell'adeguamento, tra sanificazione e DPI per i lavoratori ed i clienti: 8 negozi e pubblici esercizi su 10 certificano di non essere riusciti a procurarsi le mascherine a prezzo calmierato.

Cresce, in generale, la paura di non riuscire a superare la fase difficile: il 36% degli imprenditori teme di chiudere l'attività, ed un ulteriore 41% ritiene di essere a rischio in caso di inattesi prolungamenti dell'emergenza. Entrambi i dati sono in crescita, rispettivamente del 4 e del 6%, in confronto alla rilevazione precedente, condotta lo scorso 14 aprile. Quasi tutti (l'82%) sono comunque preoccupati per il futuro.

La Lombardia pronta a ripartire lunedì. Ristoranti, bar, parrucchieri, negozi: ecco cosa succederà, tra regole e buon senso

Recepite dal governo le linee guida delle Regioni, secondo il protocollo unitario voluto dal governatore lombardo, Attilio Fontana. Sei le regole per la ripartenza delle attività


Parrucchieri ed estetisti in Lombardia Verso la riapertura per chi ...

La Lombardia scalda i motori in vista del 18 maggio quando potranno riaprire le attività commerciali rimaste finora chiuse. L'atteso via libera è arrivato ieri dal governo, che ha recepito le linee guida delle Regioni. Soddisfatto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana che oggi adotterà i provvedimenti necessari a garantire la ripartenza in sicurezza di ristoranti, bar, parrucchieri e altre attività. Tra poco più di 48 ore potranno rialzare la serranda i titolari di quei negozi,  bar, ristoranti, parrucchieri e  centri estetici che riusciranno a garantire il rispetto delle regole anti-contagio. Imperativo categorico dal Pirellone: utilizzare buon senso e rispettare le regole per garantire la salute pubblica, anche perché i dati lombardi sul contagio rivelano ancora molte ombre accanto a primi spiragli. Ma c'è il via libera del governo e del comitato tecnico-scientifico e allora la Lombardia si piazza ai nastri di partenza di quella che è forse la sua gara più importante.  

Sei regole per ripartire

Palazzo Lombardia ha stabilito con propria ordinanza l’obbligo di misurare la temperatura ai dipendenti e di segnalare all’Ats chi dovesse avere una temperatura superiore ai 37.5. Poi ci sono le regole stabilite da Governo e Inail per le singole attività. Ecco le sei regole per la ripartenza in Lombardia: 

1 Mascherina obbligatoria - distanze, guanti, igiene

2 Obbligo di misurazione della temperatura per i lavoratori 

3 Seguire le linee guida dell’Inail o del nuovo Dpcm

4 Fortemente raccomandata la misurazione della temperatura ai clienti 

5 Fortemente raccomandata la App AllertaLOM 

6 Fortemente raccomandato lo smart-working  

Rivista la distanza di sicurezza

Da lunedì torneranno fisicamente al lavoro 700mila lombardi, per un totale di 2,7 milioni. Resta ancora in attesa di risposta la richiesta della Regione di scaglionare gli orari di apertura delle attività per evitare assembramenti sui mezzi pubblici. La soddisfazione di Fontana è dettata da tre motivi. Il primo: l’approdo delle Regioni ad un unico documento nel quale sono elencate al Governo le misure che le stesse Regioni ritengono effettivamente percorribili per consentire la riapertura delle attività commerciali a partire da lunedì. Il secondo motivo di soddisfazione: tra le misure indicate dalle Regioni al Governo c’è anche la riduzione della distanza di sicurezza in ristoranti e bar. Confcommercio Lombardia aveva fatto sapere di non ritenere economicamente sostenibile l’isola di libertà di 4 metri quadrati richiesta dal Governo intorno ad ogni tavolo. Infine, il terzo motivo: ieri si è fatta concreta la possibilità che il documento delle Regioni sia recepito dal Governo nel decreto con il quale sarà normata la riapertura di ulteriori attività a partire da lunedì.

Spostamenti tra regioni

Uno dei temi ancora sul tavolo è lo spostamento da regione a regione, che nelle intenzioni del Governo sarà consentito a partire dal 3 giugno. "Sulle apertura noi seguiamo quello che dice il Governo - ha detto Fontana - se ne parlerà a inizio giugno, è un limite che possiamo accettare". Su questo specifico punto, però, il governatore lombardo ha proposto una piccola modifica alla linea dell'Esecutivo: "Abbiamo già proposto da tempo a iniziare almeno ad aprire i confini per i comuni limitrofi. Ci sono situazioni incredibili di parenti che abitano a 5 chilometri di distanza e non possono vedersi". E' il caso, ad esempio, di San Rocco al Porto, comune del Lodigiano lungo il Po, dove sull'altra sponda comincia la provincia di Piacenza e dunque l'Emilia Romagna. Il sindaco ha chiesto che i propri concittadini possano recarsi dall'altra parte del fiume almeno per andare a trovare i congiunti.

 

(Fonte: il Giorno)

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