updated 10:51 AM UTC, Nov 19, 2019

Il caso Battisti e e quegli anni '70 che non finiscono mai. Comunisti, fascisti, le vittime e la giustizia: perché in Italia è sempre tutti contro tutti, tra storia e farsa

Cesare Battisti in arresto all'aeroporto di Ciampino ilComizio.it Cesare Battisti in arresto all'aeroporto di Ciampino

Una riflessione sulla vicenda dell'arresto e l'estradizione dell'ex terrorista rosso Cesare Battisti e sull'Italia dei nostri giorni, stretta tra un passato che non passa, un futuro che non si vede e un presente inquieto e carico di rancori. Il quadro di una Nazione smarrita in cui nemmeno l'odio è più una cosa seria


Cesare Battisti esibito come un trofeo dal governo gialloverde con lo sceriffo Salvini vestito da poliziotto e il ministro grillino Bonafede attento a non lasciargli troppo la scena. Questa un'istantanea italiana di inizio 2019. Già, 2019. I Fasci di combattimento furono fondati a Milano 100 anni fa, per intenderci. E niente: nel nostro amato Paese il tempo non passa mai. Così, un secolo dopo Piazza San Sepolcro, c'è chi si straccia le vesti denunciando il pericolo di un ritorno del fascismo. E così, 40 anni dopo gli odiosi crimini del terrorista rosso Battisti, Salvini ci dice che abbiamo catturato un "assassino comunista".

Come leggere un tale quadro? Beh, innanzitutto viene da dire che non stiamo bene affatto. Si fa un gran parlare di "memoria" con il relativo tormentone "per non ripetere gli errori del passato". Ecco, il dramma è invece che si continuano a ripetere gli "errori del presente" con tutte le premesse per una loro reiterazione seriale in futuro.

I termini "storia" e "memoria" da noi sono declinati con la clava di chi pretende di scrivere la prima ed essere depositario della seconda. E quando la controparte riesce a svicolare dai dogmi dominanti prova a fare lo stesso, rivoltando accuse e sensi di colpa contro gli avversari. Criminali e vittime, guardie e ladri, giusto e ingiusto. Il manicheismo storiografico non ammette punti d'incontro e soprattutto non prevede la pacificazione. Termine questo che di tanto in tanto compare nelle chiacchiere pubbliche, ma che a nessuno interessa davvero. Ecco perché l'Italia sembra sempre quella della guerra civile, quella della prima metà del '900 o quella degli anni '70. E si conferma pure la teoria che prevede il ripetersi della famosa storia sotto forma di farsa. Oltretutto la farsa ha il limite di essere meno nobile della tragedia senza rivelarsi meno devastante, anzi. La seconda almeno talvolta genera il mito, la prima solo un piccolo grande senso di vergogna, ovviamente non percepito dai protagonisti.

E' ridicolo che i nostalgici dell'antifascismo si scalmanino invocando divieti e persecuzioni giudiziarie verso i nostalgici del fascismo, che, anche qualora siano veramente tali, rivendicano il diritto all'espressione e all'agibilità politica. E' imbarazzante che a Sesto San Giovanni la sinistra raccolga migliaia di firme per impedire a CasaPound di tenere un suo convegno sull'Europa nel chiuso di una sala. Ci si renda conto che non c'è nessun equilibrio né politico, né storico, né morale in una simile agitazione. E' vergognoso poi che due notti fa qualcuno abbia bruciato, sotto quella che fu casa sua, i fiori in ricordo del giovane missino Sergio Ramelli, cui nel 1975 eroici componenti dell'antifascismo militante sfondarono il cranio con chiavi inglesi da tre chili l'una.

E' d'altro canto improprio che si faccia della cattura e della traduzione in carcere di Cesare Battisti una messa in scena del trionfo della giustizia italiana. E - si badi - non perché il soggetto in questione non si sia reso colpevole di gravi delitti e che non abbia condito la sua prolungata latitanza con atteggiamenti insopportabili. Bensì perché, al di là del sacrosanto diritto dello Stato di far rispettare le sue leggi e delle vittime di essere moralmente risarcite, la giustizia, per meritare seriamente il suo nome, deve essere piena, ampia, in una parola, giusta.

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Nemmeno una figura indigeribile come quella del militante omicida dei "Proletari armati per il comunismo", a quarant'anni dai fatti, non può essere esposta come un grosso pesce in riva al fiume. Questo non tanto, o non solo, per l'idea che la giustizia non è vendetta o per ragionamenti sulla dignità della persona in generale ("Deve marcire in galera" non si può sentire), ma perché così facendo si denuncia la mancanza di volontà di fare i conti, una volte per tutte, con il nostro passato recente e meno recente, con la prospettiva di chiuderli serenamente.

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E' davvero così impensabile superare l'isteria del conflitto permanente? Fascisti e comunisti, padroni e proletari, sbirri e sovversivi, Stato e popolo. Vogliamo uscire da questi anni anni '70 cronici? Anche perché allora si moriva a 18 anni per un destino, oggi la suddetta farsa, sotto la cui forma si ripete la suddetta storia, gran parte di certe suggestioni finisce nella cloaca dei social. Ecco, evitiamo, anche perché tra un post su Mussolini o su Che Guevara, eccone un altro sui gattini batuffolosi o sull'inizio della dieta dopo le abbuffate natalizie. Pietà per i morti e anche per noi stessi.

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