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updated 3:29 PM UTC, Sep 24, 2020

Lettere con proiettili al presidente di Confindustria Lombardia Bonometti. Fontana: "Abbassare la violenza di certi toni"

Il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, è sotto scorta dopo che nella sede di Confindustria di Bergamo sono arrivate due lettere indirizzate allo stesso imprenditore e contenenti un proiettile. Secondo il Giornale di Brescia da lunedì scorso è stata disposta la protezione nei confronti di Bonometti che potrebbe essere stato minacciato per le posizioni espresse sull'istituzione della zona rossa nella Bergamasca durante il periodo di piena emergenza Covid


Il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, è finito sotto scorta dopo che nella sede degli industriali di Bergamo sono state recapitate due buste con altrettanti proiettili. Secondo quanto riporta il Giornale di Brescia, la magistratura ha aperto un’inchiesta ed è stata disposta la protezione nei confronti del presidente di Confindustria Lombardia.

"Solidarietà a Marco Bonometti e ferma condanna per queste azioni vili e intimidatorie" ha detto il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana. "Purtroppo, quando tempo fa ho detto che il clima stava diventando pericoloso - ha aggiunto - sono stato facile profeta. Voglio comunque continuare a sperare nel buonsenso delle persone e guardare a un futuro caratterizzato da più serenità e meno astio. Perché ciò avvenga, è necessario innanzitutto abbassare anche la violenza di certi toni".

E mentre Bonometti non commenta, Confindustria lombardia gli esprime solidarietà e spiega in una nota che "si è prodigata fin dal principio dell'emergenza per salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori, sostenendo e promuovendo il protocollo siglato da tutte le parti sociali a livello nazionale affinché le aziende potessero continuare a lavorare garantendo il massimo rispetto delle norme anti-Covid e invitando tutte quelle imprese che non fossero state in grado di rispettare tale regolamentazione a interrompere le attività".

Scuola, Azzolina rimandata a settembre: i presidi bocciano il Piano 2020-2021. Critiche trasversali dalla politica: "Inadeguatezza e caos"

La bozza che circola da ieri fa leva su una serie di ipotizzati strumenti di flessibilità ai quali i singoli istituti possono ricorrere grazie all'Autonomia scolastica. Ma "non contiene indicazioni operative", lamentano i dirigenti scolastici. Reazioni negative alle linee guida del ministero dell'Istruzione da parte dell'opposizione, ma anche dalla maggioranza. Il M5S: "Non è il momento delle polemiche"


Coronavirus, nelle scuole private il nodo delle rette da saldare ...

Il Piano scuola 2020-2021 di cui è stata diffusa ieri una bozza "non contiene indicazioni operative né definisce livelli minimi di servizio ma si limita a elencare le possibilità offerte dalla legge sull'autonomia, senza assegnare risorse ulteriori e senza attribuire ai dirigenti la dovuta libertà gestionale". Lo afferma in una nota il presidente nazionale dell'Anp, Antonello Giannelli. 

Del Piano scuola 2020-2021 che il ministero dell'Istruzione ha consegnato ai presidi, alle parti sociali e agli enti locali affinché lo discutano. Per ora circola una bozza, la versione definitiva è attesa per giovedì. Il Piano fa leva su un ventaglio di strumenti di flessibilità ai quali i singoli istituti possono ricorrere grazie all'Autonomia scolastica, sulla base degli spazi a disposizione e delle esigenze delle famiglie e del territorio.

Valorizzazione della flessibilità

La frequenza scolastica avverrà in turni differenziati, la classe potrà essere differenziata in più gruppi di apprendimento o moduli di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o da diversi anni di corso; l'estensione del tempo scuola settimanale alla giornata di sabato, ove non già prevista, sarà deliberata dagli organi collegiali competenti. L'attività didattica a distanza resterà, ma solo in misura marginale e solo per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado.

Corresponsabilità educativa 

L'offerta formativa per gli studenti sarà ampliata guardando a ciò che c'è nei territori. Ciò significa che Enti locali, istituzioni pubbliche e private, realtà del terzo settore e scuole si impegnano a sottoscrivere specifici accordi per "favorire la messa a disposizione di altre strutture e spazi", oltre le scuole, ad esempio "parchi, teatri, biblioteche, cinema, musei, al fine di potervi svolgere ulteriori attività didattiche o alternative a quelle tradizionali, volte a finalità educative.

Scuola dell'infanzia

L'uso di mascherine non è previsto per i minori di sei anni e i dispositivi di protezione per gli adulti (per i quali sono raccomandabili l'utilizzo di visierine 'leggere' e, quando opportuno, dei guanti di nitrile) non devono far venire meno la possibilità di essere riconosciuti e di mantenere un contatto ravvicinato con i bambini piccoli e tra i bambini stessi".

Per quanto riguarda l'orario di ingresso dei bambini, si sottolinea che già ora avviene in una "fascia temporale aperta (dalle 7.30 alle 9), fascia che potrà essere adeguata alle nuove condizioni, programmata e concordata con i genitori. Analogamente potrà avvenire per le fasce di uscita, al termine dell'orario scolastico". La refezione scolastica va garantita a tutti gli aventi diritto, con soluzioni differenti per ciascuna scuola. I locali dove i minori mangiano dovranno essere puliti in modo approfondito e si potrà effettuare la refezione "in due o più turni, al fine di non consentire oltre il dovuto l'affollamento dei locali ad essa destinati".

Distanziamento 

In ogni scuola è necessario prevedere la riorganizzazione degli spazi "per evitare raggruppamenti o assembramenti, e garantire ingressi, uscite, deflussi e distanziamenti adeguati in ogni fase della giornata scolastica per alunni, famiglie, personale scolastico e non scolastico". In particolare le istituzioni scolastiche interessate da un servizio di trasporto appositamente erogato per la mobilità della scuola, comunicano all'ente competente gli orari di inizio e fine delle attività scolastiche.

È di un metro il distanziamento da attuare nelle singole istituzioni scolastiche, come indicato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) nel Documento del 28 maggio scorso.

Il Piano scuola consegnato dal ministero non convince i presidi. Per il presidente dell'Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, si tratta di "un documento alquanto generico. Ci aspettavamo maggiore concretezza. Afferma cose condivisibili, come quelle sull'autonomia delle scuole, ma poi non dà gli strumenti per realizzarle".


LE RAZIONI POLITICHE

“Ancora una volta il ministro Azzolina ha dimostrato la sua inadeguatezza gettando la scuola nel caos anche per il prossimo settembre: studenti, insegnanti e famiglie completamente abbandonati. Le modalità di riapertura delle scuole non possono spettare ai presidi ma sono precisa responsabilità del ministro e della sua squadra di presunti esperti. Le linee giuda appena accennate da Azzolina non sono altro che l’ennesima beffa nei confronti di chi, secondo Azzolina, in pochissimo tempo dovrà organizzare il nuovo anno scolastico post Covid". Così in una nota i deputati della Lega in commissione Cultura sulla bozza delle linee guida per la riapertura delle scuole.

"È inaccettabile che i presidi e i direttori degli istituti debbano decidere e organizzare da soli la ripartenza: scuola di sabato, distanza di sicurezza addirittura utilizzando locali esterni che al momento non esistono. Siamo dalla parte dei presidi, degli alunni e delle famiglie che meritano rispetto e indicazioni precise, dettate da senso di responsabilità, da chi ha il preciso dovere di gestire il sistema scolastico soprattutto in questa delicata fase", conclude la nota.

Uno "scarica barile sui presidi" anche secondo Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, che parla di un "caos assoluto che amplia le diseguaglianze sociali e dell’apprendimento emerse in questi 4 mesi". "Azzolina e i suoi esperti hanno studiato e ristudiato per non decidere nulla, lasciando professori, studenti e famiglie senza risposte - continua - Le linee giuda sono infatti l’ennesimo inutile fardello arrivato ai presidi con indicazioni di comportamento e nessuna soluzione. E mentre gli altri Paesi europei si sono organizzati da mesi, il ministro Azzolina dimostra ancora una volta la sua inadeguatezza. La scuola non può rimanere ostaggio di chi non sa cosa fare. Bocciata!”. "

Sulla stessa linea i deputati di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti ed Ella Bucalo, rispettivamente vicepresidente commissione Cultura della Camera e responsabile Fdi istruzione e scuola: “Le modalità per garantire la riapertura delle scuole sono state delegate ai dirigenti scolastici utilizzando come pretesto l’autonomia scolastica. Di fatto i dirigenti sono stati abbandonati a loro stessi. Il tutto senza aggiungere le risorse necessarie per garantire adeguati spazi con il rischio reale che almeno il 40% delle scuole non potrà rispettare queste indicazioni". Lo dichiarano. “Inoltre – aggiungono i deputati di Fdi - ci vorrebbero risorse per aumentare l’organico del personale docente e ATA in quanto risulta insufficiente rispetto alla gestione dell’aumento delle classi, degli orari essendo previsti i turni, e della sopravvenuta necessità di controllo, vigilanza e sanificazione. Non si comprende poi la finalità didattica di modificare orari e gruppi classe”. “Fdi – concludono Frassinetti e Bucalo - considera queste linee guida generiche, tardive e confuse; le vere necessità sarebbero la riduzione del numero degli alunni per classe, per evitare le classi pollaio, l’aumento dell’organico e gli investimenti nell’edilizia scolastica”.

Anche secondo Gabriele Toccafondi, Daniela Sbrollini e Michele Anzaldi, componenti di Italia Viva in Commissione Cultura alla Camera e al Senato, "il Ministero dell’istruzione non decide e lascia che le regole sulla riapertura delle scuole le decida il Comitato Tecnico Scientifico”. “Nel documento sulle Linee guida del ministero – continuano - si ribadisce e sottolinea che per la riapertura della scuola, tutte le decisioni saranno attuate ‘con esclusivo rinvio al documento del CTS’. Le linee guida scritte il 28 maggio dal CTS prevedono almeno 1 metro di distanza dal 14 settembre. Chi conosce le scuole sa che così o raddoppiamo spazi, docenti - e quindi risorse economiche - oppure si dividono le classi e si fa lezione a turni o in didattica a distanza, oppure, ed è un rischio vero, non si riapre. Vincoli, raddoppi, interventi che costerebbero miliardi e che in tanti casi sarebbero irrealizzabili comunque”. “La politica ha il diritto e il dovere di decidere, ascoltando tutti gli esperti, CTS compreso. Ma solo la politica ha il dovere di prendere delle decisioni, perché chi fa politica è scelto democraticamente dai cittadini, chi siede in un comitato no”, concludono.

Nel documento si legge: 'Per ciò che concerne le misure contenitive e organizzative e di prevenzione e protezione da attuare nelle singole istituzioni scolastiche per la ripartenza, si fa esclusivo rinvio al Documento tecnico del Cts del 28 maggio 2020 e al successivo aggiornamento'. Toccafondi replica: "Attenzione: il metro di distanza fra i ragazzi significa rischiare di non riaprire perché presuppone il raddoppio di spazi, docenti, spese e anche lo smembramento di classi con logistiche complicate. Noi diciamo: da qui a settembre ci sono tre mesi. Speriamo che il dato clinico vada a migliorare. A che pro impegnare adesso risorse in qualcosa che potrebbe cambiare? Si riapra con buon senso ed attenda fine luglio per valutare l'andamento".

Di diverso avviso il M5S. "Le linee guida del ministero dell’Istruzione per la ripresa delle attività didattiche in presenza a settembre, le cui bozze sono state riportate dai media, forniscono un ampio ed efficace ventaglio di possibilità operative ai dirigenti scolastici in primis, e insieme al miliardo di euro che il decreto Rilancio stanzia proprio per il rientro in classe e che intendiamo incrementare, consentiranno di individuare le modalità più adeguate per riorganizzare spazi e attività in base alle caratteristiche di ciascuna scuola. Non si comprende dunque la nota polemica che arriva dall’Associazione nazionale presidi rispetto alle risorse e mancata attribuzione di 'libertà gestionale', mentre sono loro stessi a far riferimento alla legge sull’autonomia". "Da parte della maggioranza e del Governo c’è la massima disponibilità a mettere a disposizione ulteriori risorse in base al fabbisogno che emergerà dai territori e dai dirigenti scolastici in primis. Il Governo e il ministero dell’Istruzione supporteranno il lavoro dei dirigenti e delle scuole, come ha sempre fatto nella fase di emergenza la ministra Azzolina. Non è il momento delle polemiche: dobbiamo lavorare tutti insieme per gestire al meglio questa fase di riorganizzazione, in modo da ripartire in sicurezza a settembre e cogliere l’opportunità di trasformare una criticità in occasione di innovazione della didattica e garanzia effettiva del diritto all’istruzione a tutti gli studenti e le studentesse", conclude.

"Taglio delle tasse non più rinviabile, agire su lavoro e pensioni". La Corte dei Conti incalza il governo. Bocciati reddito di cittadinanza e "quota 100"

L'Italia mostra un "quadro particolarmente gravoso che impone una rapida definizione di una strategia per recuperare livelli di crescita più sostenuti" e deve affrontare "una sfida impegnativa che riguarda il quadro economico e quello della finanza pubblica ma che, per quest'ultima, non può non considerare i segnali positivi ereditati dall'esercizio appena concluso"


"Nell’attuale contesto di emergenza la politica di bilancio è chiamata a giocare un ruolo fondamentale. Le risorse disponibili vanno infatti destinate a contrastare le fragilità e il disorientamento portati dagli effetti economici della crisi, avendo considerazione soprattutto di quanti sono risultati più danneggiati da questa emergenza epidemiologica". Lo afferma il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema nella sua introduzione alla Cerimonia di parificazione del Rendiconto generale dello Stato.

"TAGLIO TASSE NON PIÙ RINVIABILE" - Nella requisitoria orale il procuratore generale facente funzioni della Corte dei Conti, Fausta Di Grazia, afferma che "appare non più rinviabile un intervento in materia fiscale che riduca, per quanto possibile, le aliquote sui redditi dei dipendenti ed anche dei pensionati che, pur essendo fuori dal circuito produttivo, frequentemente sostengono le generazioni più giovani, oltreché le imposizioni gravanti sulle imprese alle quali sono affidate le concrete speranze di un rilancio del Paese".

"L’alleggerimento della fiscalità potrebbe evitare, soprattutto in un momento di crisi globale, la costante erosione del potere d’acquisto delle famiglie e un’ulteriore contrazione del mercato interno, che non favorisce il gettito erariale" spiega nella cerimonia di parificazione del Rendiconto generale dello Stato.

"QUOTA 100 E RDC RISULTATI SOTTO LE ATTESE" - Per quanto riguarda la “quota 100” alla data del 31 dicembre 2019 "risultano essere state approvate 155.897 richieste di collocamento in quiescenza, pari a circa il 69% delle domande presentate. Delle istanze accolte circa il 49% riguarda soggetti con oltre 41 anni di contribuzione, a fronte di un’anzianità lavorativa media di 40 anni. I risultati sono stati al di sotto degli obiettivi illustrati nella Relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, avente anche finalità di ricambio generazionale della forza lavoro" dice Di Grazia.

Sul fronte assistenziale, l’attuazione del “reddito di cittadinanza” "con uno stanziamento definitivo di 5.728,6 milioni di euro, dei quali ne sono stati impegnati 3.878,7 milioni. Dai dati degli uffici di controllo risultano essere state accolte circa 1 milione di domande, a fronte di quasi 2,4 milioni di richieste, delle quali, secondo elaborazioni di questo Istituto, soltanto il 2% ha poi dato luogo ad un rapporto di lavoro tramite i Centri per l’impiego" aggiunge.

"STRATEGIA PER CRESCITA PIÙ FORTE" - Quello aperto dal coronavirus è “un quadro particolarmente gravoso che impone una rapida definizione di una strategia per recuperare livelli di crescita più sostenuti, annullando i ritardi che negli ultimi anni hanno impedito il superamento degli squilibri strutturali della nostra economia” sottolinea il presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo Ermanno Granelli. Il magistrato contabile segnala come le stime sull’impatto economico della pandemia sono “ancora soggette ad aggiornamenti continui” e con “non meno repentini e rilevanti cambiamenti registrati nei conti pubblici”.

ENTRATE E INDEBITAMENTO - Granelli rileva poi che nella gestione dei conti pubblici nel 2019 si registra un “miglioramento” evidenziato dal “Conto dello Stato che consente di rilevare andamenti molto positivi: l’indebitamento netto, pari a circa 30 miliardi, si è ridotto nell’anno in misura significativa (di oltre 13 miliardi rispetto al 2018) e assai di più di quanto previsto nei documenti programmatici”. E parla per l’andamento sia delle entrate che delle spese di “una virtuosa inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti”.

Infatti, le entrate, nel complesso, sono cresciute del 2,8 per cento (0,17 per cento nel 2018), ma con una forte accelerazione, in particolare, delle imposte dirette su cui ha inciso l’obbligatorietà della fatturazione elettronica e l’avvio dell’applicazione degli indicatori di affidabilità in sostituzione degli studi di settore.

Lavoro dipendente, il Covid fa strage di contratti: a marzo -239mila rispetto al 2019. Crollano soprattutto i rapporti a tempo determinato

Nel primo trimestre del 2020 le attivazioni di rapporti di lavoro dipendente hanno registrato un calo di 239mila unità rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. A pesare sono soprattutto i contratti a termine (-195mila); più contenuto il calo di quelli a tempo indeterminato (-44mila). E' quanto emerge dalla nota congiunta sulle tendenze dell'occupazione pubblicata da Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal


Al 31 marzo 2020, in confronto allo stesso periodo dell'anno precedente, si registra una diminuzione di 239mila attivazioni di rapporti di lavoro dipendente (-44mila a tempo indeterminato e -195mila a termine). E' quanto emerge dalla Nota congiunta sulle tendenze dell'occupazione pubblicata da Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal, relativa al primo trimestre dell'anno, caratterizzato a partire dalla fine di febbraio e per tutto il mese di marzo dall'emergenza sanitaria Covid.

Nel rapporto trimestrale sono state calcolate le differenze tra i dati giornalieri cumulati dei primi tre mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. E dopo "una sostanziale stabilità" delle posizioni lavorative dipendenti nei primi due mesi dell'anno 2020, se ne registra "la progressiva perdita" a inizio marzo "fino a circa 220mila in meno in confronto alla dinamica dei flussi dei primi tre mesi del 2019". A pesare sulla riduzione, viene sottolineato, è in misura maggiore la contrazione delle nuove attivazioni cui si somma, con il perdurare dell'emergenza sanitaria, la mancata proroga o il mancato rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza nel periodo.

Stati Generali, Confindustria attacca il governo: "Gravi ritardi sulla Cassa integrazione. Ora si onorino contratti e debiti con le imprese". Duri anche i costruttori: "Basta tavoli, bisogna agire!". Conte rassicura: "Il sostegno è una priorità"

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha sintetizzato via social le richieste al tavolo in corso a Villa Pamphili per gli Stati generali. "La Cassa integrazione è stata anticipata in vasta misura dalle imprese e così sarà per le ulteriori 4 settimane. Gravi ritardi anche per le procedure annunciate a sostegno liquidità. Le misure economiche si sono rivelate più problematiche di quelle Bandiera dell'Unione Europea", ha twittato ancora Bonomi, che rinnova al tavolo con il governo le critiche per la farraginosità degli interventi di sostegno. "Chiedo l'immediato rispetto per la sentenza della magistratura che impone la restituzione di 3,4 mld di euro di accise energia, impropriamente pagate dalle imprese e trattenute dallo Stato nonostante la sentenza della Corte di Cassazione che ne impone la restituzione", ha quindi scritto ancora il presidente di Confindustria. Il presidente dell'Ance, Gabriele Buia: "Altre 60mila imprese e 300mila lavoratori a rischio nei prossimi mesi" - (LEGGI TUTTO)


Bonomi vede Conte e subito gli chiede 3,4 miliardi

Al via la quarta giornata degli Stati Generali a Villa Pamphilj. La sessione vede al tavolo del Casino del Bel Respiro Confindustria, Ance, Anfia, Confapi, Confimi, Unimpresa, Confimpreseitalia, Confetra, Confservizi, Conflavoro Pmi Ucid, Finco, Cepi. Ad introdurre la sessione l'indirizzo di apertura del premier Giuseppe Conte. E' in corso l'intervento del numero uno di Confinfustria, Carlo Bonomi.

 "La cassa integrazione è stata anticipata in vasta misura dalle imprese e così sarà per ulteriori 4 settimane", e ci sono stati "gravi ritardi anche per le procedure annunciate a sostegno della liquidità". Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, lo scrive su Twitter dopo aver partecipato agli Stati generali a Villa Pamphili: "Le misure economiche italiane si sono rivelate più problematiche di quelle europee", sottolinea.

"L'impegno contro una nuova dolorosa recessione può avere successo solo se non nascondiamo colpe ed errori commessi da tutti negli ultimi 25 anni" scrive su twitter il presidente di Confindustria. E sottolinea: "Ora si onorino i contratti-debiti verso le imprese".

"Chiedo immediato rispetto per la sentenza della Magistratura che impone restituzione di 3,4 miliardi di accise energia, impropriamente pagate dalle imprese e trattenute dallo Stato nonostante la sentenza della Corte di Cassazione che ne impone la restituzione", aggiunge Bonomi.

"Qualcuno crede che questo governo abbia un pregiudizio nei confronti della libera iniziativa economica. Voglio precisarlo molto chiaramente: le misure che abbiamo elaborato e inserito nei nostri provvedimenti sono dedicate al sostegno delle imprese. Da parte di questo governo c'è una costante attenzione per il sostegno alle imprese. Per noi l'impresa è un pilastro della nostra società". Lo ha detto il premier Giuseppe Conte incontrando Confindustria agli Stati Generali.

Ance: "Basta tavoli, bisogna agire. A rischio 60mila imprese"

"Negli  ultimi 18 mesi ho partecipato a ben 8 tavoli di matrice governativa e uno di questi l'anno scorso a luglio lo presiedeva Lei esattamente come oggi. Però questo deve essere l'ultimo!". Così il presidente dei costruttori,  Gabriele Buia, nel corso del suo intervento, rivolgendosi al  presidente del Consiglio. "Non possiamo  ricominciare da capo", ha aggiunto  ricordando che le proposte dell'associazione sono  state inviate al governo in più occasioni. Buia ha chiesto di conoscere "come tutti questi programmi si traducono in azioni concrete in tempi definiti e controllabili". La "grande  occasione" costituita dalle risorse del recovery fund  andrebbe sfruttata "per promuovere una vera rigenerazione urbana, orientata a sostenibilità e innovazione" ha continuato Buia. "La città - ha rimarcato il presidente dei costruttori edili - è la grande sconosciuta: nessun accenno  nei programmi di rilancio, nessuno nel Piano Colao, pochi cenni nelle proposte del Governo. Eppure è lì che si giocano le vere sfide del futuro". "O forse - ha aggiunto -  pensiamo di tornare a crescere e a giocare un ruolo chiave in termini di competizione dei territori con città degradate,  inquinanti e obsolete?".

"Il nostro settore è in crisi da 12 anni. Siamo l'unico settore che ancora non è uscito dalla crisi del 2008: perché? Questo arresto della produzione dovuto al lockdown rischia di dare la mazzata finale alle nostre imprese". E' l'allarme lanciato dal presidente dell'Ance Gabriele Buia nel suo intervento agli Stati generali dell'economia. "Altre 60.000 imprese del settore (Cerved) e 300.000 lavoratori a rischio nei prossimi mesi (oltre alle 130.000 già perse in 10 anni di crisi)", ha detto Buia, sottolineando che "per farlo bisogna aver la forza di dire basta!"

(Fonte: Ansa)

La burocrazia affossa le aziende italiane: ogni anno il malfunzionamento della Pubblica amministrazione costa 100 miliardi a chi produce

Il costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la gestione dei rapporti con la Pa ammonta a 57,2 miliardi di euro. Se a questi aggiungiamo anche i mancati pagamenti da parte dello Stato centrale e delle Autonomie locali nei confronti dei propri fornitori – che nonostante i 12 miliardi messi a disposizione con il decreto Rilancio dovrebbero abbassare lo stock del debito commerciale a 42 miliardi circa – il cattivo funzionamento del nostro settore pubblico grava sul sistema produttivo italiano per quasi 100 miliardi di euro all'anno. E' quanto stima la Cgia di Mestre. "Tra moduli da compilare, certificati da produrre e adempimenti da espletare, la nostra Pubblica Amministrazione continua ad alimentare la 'malaburocrazia' che nel nostro Paese ha ormai raggiunto una dimensione non più accettabile", dichiara il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.


Burocrazia, il male che fa danni all'Italia - EcoDiBergamo.it - L ...
In queste settimane di richiesta di cassa integrazione, moduli per ottenere liquidità e bonus da qualche centinaia di euro, domande per permessi o sostegni economici alla famiglia gran parte degli italiani si sta rendendo conto di quanto l'aspetto burocratico sia una montagna da scalare tra sé e i propri diritti.

Ebbene, secondo un calcolo della Cgia di Mestre questa montagna ha un peso quantificabile in decine di miliardi l'anno, sui soli imprenditori: "La stima del costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la gestione dei rapporti con la Pubblica amministrazione ammonta a 57,2 miliardi di euro (cifra mutuata da uno studio dell'Istituto Ambrosetti, ndr). Se a questi aggiungiamo anche i mancati pagamenti da parte dello Stato centrale e delle Autonomie locali nei confronti dei propri fornitori  - che nonostante i 12 miliardi messi a disposizione con il decreto Rilancio dovrebbero abbassare lo stock del debito commerciale a 42 miliardi circa - il cattivo funzionamento del nostro settore pubblico grava sul sistema produttivo italiano per quasi 100 miliardi di euro all'anno", dice il coordinatore dell'Ufficio studi degli artigiani di Mestre, Paolo Zabeo.

 
A livello europeo, gli imprenditori italiani sono quelli che denunciano maggiormente "la complessità delle procedure amministrative a cui sono sottoposti: su dieci intervistati, nove hanno affermato di essersi trovati in grave difficoltà ogni qual volta hanno dovuto applicare le disposizioni richieste dai nostri uffici pubblici".

Cgia, il peso della burocrazia e dei ritardi della Pa sulle imprese arriva a 100 miliardi

Secondo l'associazione, gli ultimi decreti - dal Cura Italia in avanti - pur armati delle migliori intenzioni non hanno fatto altro che accentuare questa mole di burocrazia per le attività economiche. E anche lo smart working adottato negli uffici pubblici, per quanto abbia incontrato i favori dei dipendenti e dato un'accelerazione importante alla digitalizzazione dei processi, pare essersi portato (secondo un'indagine di Promo Pa Fondazione) con sé una riduzione della produttività dei dipendenti nell'ordine del 30%.

Le soluzioni a questa situazione partono, dice la Cgia, dal disboscare le norme presenti nell'ordinamento. Bisogna poi scriverle meglio, eliminando le sovrapposizioni tra le diverse fonti normative e i livelli di governo. Torna poi il tema della "burocrazia difensiva" sul quale si sta concentrando buona parte del ragionamento in vista dei provvedimenti per le semplificazioni. Per la Cgia, bisognerebbe arrivare a "depenalizzare il reato di abuso di ufficio che, purtroppo, "dissuade" tanti dirigenti pubblici ad apporre la firma, rallentando enormemente lo smaltimento delle pratiche nell'edilizia, nell'urbanistica e nel settore degli appalti. Per contro, vanno premiati i dirigenti/funzionari che si comportano correttamente e rendono efficienti le proprie aree di influenza: l'aumento della produttività, anche nel pubblico, va riconosciuto economicamente".
 
(Fonte: repubblica.it)
 

Economia, pil, consumi e occupazione, il 2020 sarà un disastro. Si confida nella parziale ripresa del prossimo anno

Pil 2020 in frenata con una parziale ripresa nel 2021, consumi delle famiglie in caduta e boom degli inattivi, coloro, cioè, che hanno smesso di cercare lavoro (con una conseguente diminuzione dell'occupazione). E' il quadro disegnato dall'Istat nelle "Prospettive per l'economia italiana"


PIL 2017: l'Umbria è ancora la peggiore d'Italia « ilTamTam.it il ...

L'Istat prevede una marcata contrazione del Pil nel 2020 (-8,3%) e una ripresa parziale nel 2021 (+4,6%). In media d’anno il Pil è previsto segnare un calo significativo rispetto al 2019 (-8,3%), influenzato dalla caduta della domanda interna che, al netto delle scorte, contribuirebbe negativamente per 7,2 punti percentuali. Anche la domanda estera netta e le scorte fornirebbero un contributo negativo ma di intensità decisamente ridotta (-0,3 e -0,8 punti percentuali rispettivamente).

Il percorso di ripresa, previsto rafforzarsi nei prossimi mesi, produrrà effetti positivi, in media d’anno, nel 2021, quando il Pil è previsto tornare ad aumentare (+4,6%) sostenuto dal contributo della domanda interna al netto delle scorte (4,2 punti percentuali) e in misura più contenuta dalla domanda estera netta (0,3 punti percentuali) e dalle scorte (0,1 punti percentuali). Nonostante la ripresa, alla fine del 2021 i livelli dei principali aggregati del quadro macroeconomico risulterebbero inferiori a quelli del 2019. Lo indica l'Istat nelle prospettive economiche per l'economia italiana 2020-2021.

Alla fine del 2019, l’economia italiana presentava evidenti segnali di stagnazione, solo in parte mitigati, a inizio 2020, da alcuni segnali positivi sulla produzione industriale e il commercio estero. A partire da fine febbraio, il dilagare dell’epidemia di Covid-19 e i conseguenti provvedimenti di contenimento decisi dal Governo hanno determinato un impatto profondo sull’economia, alterando le scelte e le possibilità di produzione, investimento e consumo ed il funzionamento del mercato del lavoro. Inoltre, la rapida diffusione dell’epidemia a livello globale ha drasticamente ridotto gli scambi internazionali e quindi la domanda estera rivolta alle nostre imprese. E' lo scenario che tratteggia l'Istat nelle prospettive per l'economia italiana per il 2020 e il 2021.

L’evoluzione dell’occupazione, misurata in termini di Ula, è prevista evolversi in linea con il Pil, con una brusca riduzione nel 2020 (-9,3%) e una ripresa nel 2021 (+4,1%). Diversa appare la lettura della crisi del mercato del lavoro attraverso il tasso di disoccupazione, il cui andamento rifletterebbe anche la decisa ricomposizione tra disoccupati e inattivi e la riduzione del numero di ore lavorate.

Il Covid-19 si è manifestato in una fase del ciclo economico italiano caratterizzata da segnali di debolezza (-0,2% la variazione congiunturale del Pil nel quarto trimestre 2019). Nei primi mesi del 2020 gli indici di fiducia delle imprese mostravano una sostanziale stabilità mentre quelli delle famiglie evidenziavano una limitata flessione. Inoltre la produzione industriale aveva registrato un deciso rimbalzo congiunturale a gennaio.

In questo quadro le misure di contenimento adottate dal Governo hanno determinato a marzo la sospensione delle attività di settori in cui sono presenti 2,1 milioni di imprese (poco meno del 48% del totale), con un’occupazione di 7,1 milioni di addetti di cui 4,8 milioni di dipendenti. Sulla base dei dati riferiti al 2017 tali imprese generano il 41,4% per cento del fatturato complessivo, il 39,5% del valore aggiunto e rappresentano il 63,9% per cento delle esportazioni di beni. Il blocco delle attività ha avuto effetti immediati sulla produzione.

Secondo i dati di contabilità nazionale, nel primo trimestre dell’anno il Pil ha registrato una contrazione del 5,3% segnando arretramenti del valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi, con agricoltura, industria e servizi diminuiti rispettivamente dell’1,9%, dell’8,1% e del 4,4%.

Pandemia lavoro, ad aprile crollo degli occupati: in due mesi persi 400mila posti. Forte crescita degli inattivi

Ad aprile 2020, mese di lockdown, si contano 274 mila occupati in meno rispetto a marzo. Lo rileva l'Istat, parlando di una "marcata diminuzione". L'effetto dell'emergenza Covid-19 sul mercato del lavoro "appare decisamente più marcato rispetto a marzo", spiega l'Istituto. "L'occupazione ha registrato una diminuzione di quasi 300 mila unità, che ha portato nei due mesi a un calo complessivo di 400 mila occupati e di un punto percentuale nel tasso di occupazione", viene sottolineato nel commento che accompagna le stime. Gli inattivi, coloro che né hanno né cercano un lavoro, salgono di 746mila unità. L'istituto parla di "un'ulteriore forte crescita dell'inattività"


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Ad aprile si sono registrati 274mila occupati in meno rispetto a marzo. Lo rileva l'Istat, sottolineando che l'effetto dell'emergenza coronavirus sul mercato del lavoro "appare decisamente più marcato". Il crollo dell'occupazione è generalizzato, anche se il calo più forte in proporzione interessa i dipendenti a tempo determinato: -129mila, con una discesa del 4,6% su marzo. In un anno sono quasi mezzo milione gli occupati in meno.

Disoccupazione giù del 6,3% - Ad aprile il tasso di disoccupazione è sceso al 6,3% dall'8,0% di marzo. Si tratta del minimo dal novembre del 2007 su cui pesa l'effetto del lockdown, con 484 mila persone in meno che cercano lavoro (-23,9% rispetto a marzo). Il numero dei disoccupati, appunto di coloro che sono a caccia di un impiego, cala a 1 milione e 543 mila. Gli inattivi, cioè coloro che non hanno e non cercano lavoro sono saliti ad aprile, mese di lockdown, a 746mila unità. 

Il calo più forte almeno dal 2004 - Una perdita di 274 mila posti di lavoro in un solo mese non si era mai vista. Almeno da quando sono disponibile le serie congiunturali, ovvero dal 2004. Stando ai dati dell'Istat finora la riduzione maggiore era stata, appunto, quella del settembre del 2009, quando però l'emorragia si fermò a 125mila occupati. 

 Crollo generalizzato - Il crollo dell'occupazione nel mese di aprile è generalizzato "coinvolge donne (-1,5%, pari a -143mila), uomini (-1,0%, pari a -131mila), dipendenti (-1,1% pari a -205mila), indipendenti (-1,3% pari a -69mila) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali)". Così l'Istat. Il calo più forte in proporzione, però, interessa i dipendenti a tempo determinato: -129 mila, con una discesa del 4,6% rispetto a marzo. 

 Mezzo milione di posti in meno in un anno - In sostanza abbiamo quasi mezzo milione di posti in meno in un anno. "Il netto calo congiunturale dell'occupazione determina una flessione rilevante anche rispetto al mese di aprile 2019 (-2,1% pari a -497mila unità)", spiega l'Istat. Una riduzione verificata "per i dipendenti temporanei (-480mila), per gli autonomi (-192mila) e per tutte le classi d'età, con le uniche eccezioni degli over 50 e dei dipendenti permanenti (+175mila)".  Nel confronto annuo anche le persone in cerca di lavoro, i disoccupati, "calano in misura consistente" (-41,9%, pari a 1 milione 112mila unita'), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+11,1%, pari a +1 milione 462mila).

 I dati in Europa - Oltre 200mila disoccupati in più nell'area euro ad aprile e quasi 400mila in più guardando a tutta l'Unione europea, a causa della pandemia di Covid e dei lockdown imposti nei vcari Paesi per conternerla. Il tasso di disoccupazione nell'area euro è salito al 7,3%, secondo i dati pubblicati da Eurostat, a fronte del 7,1% cui era già salito ad aprile. L'ente di statistica comunitario ha contato 11 milioni e 919mila disoccupati nell'area valutaria, 211mila in più rispetto al mese precedente. In tutta l'Ue a 27 i disoccupati sono 14 milioni e 79mila, e in questo caso l'aumento è di 397mila unità.

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