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Lavoro, cala la disoccupazione. Ma occhio a questi dati: dipendenti solo a tempo determinato e un lavoratore su 5 riceve meno di 9 euro (lordi) all'ora. Tutti i dettagli di un quadro in chiaroscuro

Nell'andamento tendenziale del mercato del lavoro del 2018, si riscontra una crescita di 87 mila occupati (+0,4% in un anno), dovuta ai dipendenti a termine e agli indipendenti (+200 mila e +12 mila, rispettivamente) mentre calano i dipendenti a tempo indeterminato (-125 mila). Lo rileva l'Isat ,che ha diffuso oggi i dati del IV trimestre 2018 del mercato del lavoro


Il 22% dei lavoratori dipendenti delle aziende private (sono esclusi gli operai agricoli e i domestici) ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi, ovvero alla soglia individuata da uno dei disegni di legge sul salario minimo in discussione al Senato. La stima arriva dall'Inps che oggi è stato audito dalla Commissione Lavoro del Senato. Il 9% dei lavoratori è al di sotto degli 8 euro orari lordi mentre il 40% prende meno di 10 euro lordi l'ora.

Fissando la soglia del salario minimo a 9 euro lordi l'ora - ha spiegato l'Istat in una memoria - ci sarebbero 2,9 milioni di lavoratori che avrebbero un incremento medio annuo di retribuzione di 1.073 euro. L'Istat spiega che sarebbe coinvolto il 21% dei lavoratori dipendenti con un aumento stimato del monte salari complessivo di 3,2 miliardi.

Attenzione ad aumento lavoro nero per domestici - Quasi tutti i livelli di inquadramento del lavoro domestico hanno un salario orario inferiore a 9 euro. Lo rileva l'Inps in una audizione alla Commissione lavoro del Senato sul salario minimo chiedendo nell'eventuale introduzione di una soglia di salario minimo di tenere in considerazione "le oggettive caratteristiche del settore anche allo scopo di evitare il rischio di pericolose involuzioni che possono portare all'espansione del lavoro irregolare". Tra il 2012 e il 2017, rileva l'Inps il numero dei lavoratori regolari nel settore è diminuito del 15% passando da 1,01 milioni a 864.526 unità.

Il tasso di disoccupazione - rileva l'Istat - al Mezzogiorno è del 18,4% nel 2018, quasi tre volte quello del Nord (6,6%) e il doppio di quello del Centro (9,4%). Inoltre solo il Sud deve ancora recuperare i livelli di occupazione del 2008, prima della crisi, superato nel resto d'Italia. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è del 44,5% nel 2018, un punto e mezzo in meno di 10 anni prima, nonostante i progressi dell'ultimo anno, simili a quelli del resto del Paese. Al Nord il tasso di occupazione è al 67,3% e al Centro al 63,2%.

Secondo l'istituto inoltre nel 2018 diminuisce il tasso di disoccupazione dall'11,2% del 2017 al 10,6%. Anche per i giovani c'è un miglioramento di 2,6 punti fino a un tasso di disoccupazione giovanile del 32,2%.

Il numero dei disoccupati complessivamente si riduce di 151 mila unità (-5,2% fino a quota 2 milioni 755 mila), "in misura più intensa rispetto al 2017". Il calo della disoccupazione riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-82 mila, -4,9%) sia disoccupati di breve durata.

L'occupazione nel 2018 cresce per il quinto anno consecutivo. Gli occupati aumentano di 192 mila unità (+0,8%), secondo gli ultimi dati Istat, e il tasso di occupazione sale al 58,5% (+0,6 punti), rimanendo di appena 0,1 punti al di sotto del picco del 2008.

L'aumento tra i lavoratori dipendenti riguarda "esclusivamente quelli a tempo determinato" (+323 mila, +11,9%) mentre dopo quattro anni di crescita cala il tempo indeterminato (-108 mila, -0,7%).

Economia italiana, le fosche previsioni dell'Ocse: Pil 2019 al -0,2%. Confindustria: "Andare oltre il contratto di governo, serve sviluppo". E nel resto del mondo cosa succede?

L'Outlook dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ci mette dietro la lavagna, anche se in "buona" compagnia. Rallentano Europa e Cina, i motivi dell'indebolimento della crescita globale


L'Ocse rivede al ribasso la stima del Pil 2019 per l'Italia (-0,2%) mentre indica allo 0,5% il Pil 2020. E' quanto emerge dall'ultimo Economic Outlook che rispetto a quello di novembre taglia di 1,1 punti percentuali la crescita del Pil per l'anno in corso e di 0,4 p.p. quella prevista per il 2020.

Quanto all'economia mondiale, l'Ocse prevede che crescerà del 3,3% nel 2019 e del 3,4% nel 2020. Le prospettive e le proiezioni dell'Organizzazione con sede a Parigi coprono tutte le economie del G20. Le revisioni al ribasso delle precedenti previsioni economiche diffuse nel novembre 2018 sono particolarmente significative per l'area dell'euro, in particolare la Germania e l'Italia, nonché per il Regno Unito, il Canada e la Turchia. Il nuovo Interim Economic Outlook dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico identifica il rallentamento cinese ed europeo, nonché l'indebolimento della crescita del commercio mondiale, come i principali fattori che pesano sull'economia mondiale. Sottolinea che ulteriori restrizioni commerciali e l'incertezza delle politiche potrebbero portare ulteriori effetti negativi sulla crescita globale. Mentre si prevede che lo stimolo delle politiche contribuirà a compensare gli sviluppi commerciali deboli in Cina, permangono rischi di un rallentamento più accentuato che colpirebbe la crescita globale e le prospettive commerciali.

 
 

Il taglio delle stime del Pil dell'Italia nel 2019 da parte dell'Ocse sono un "motivo in più per reagire", secondo il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.  "Bisogna prendere atto- afferma - di questa situazione e costruire una stagione che va al di là del contratto di Governo". E dal contratto "si evolva in una sorta di stagione di sviluppo del Paese".  Secondo l'imprenditore, "ci sono da fare passi importantissimi. Il primo è reagire a questa situazione è il secondo è affrontare la manovra dell'anno prossimo che non è un fatto marginale per i numeri che avrà. Prima lo facciamo meglio è", conclude.

A constatare ''le difficoltà dell'attuale fase ciclica dell'economia italiana'' anche l'Istat nella nota mensile sull'economia a febbraio, sottolineando che nel quarto trimestre 2018, il Pil italiano ha segnato una lieve diminuzione, la seconda consecutiva.

(Fonte: Adnkronos)

Lavoro, cala la disoccupazione (soprattutto tra le donne e i giovani). Ma attenzione al tasso di inattività

Il tasso di disoccupazione scende al 10,5% a novembre 2018, secondo i dati provvisori dell'Istat, in calo di 0,1 punti percentuali da ottobre e di 0,5 punti da novembre 2017. "Torna a calare - osserva l'istituto di statistica - dopo due mesi di crescita, la stima delle persone in cerca di occupazione (-0,9%, pari a -25 mila unità). Il calo si concentra prevalentemente tra le donne e le persone da 15 a 34 anni". I disoccupati sono 2 milioni 735 mila. Il calo della disoccupazione è compensato dall'aumento del tasso di inattività, al 34,3% (+0,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione giovanile, a novembre 2018, scende al 31,6%. La flessione, nella fascia di età 15-24 anni, è di 0,6 punti percentuali da ottobre e di 1,5 punti da novembre 2017.

 

L'economia frena, Salvini no: "Avanti come treni". Di Maio: "Il Pil fermo dipende dalla manovra 2017 del Pd"

 

Nel terzo trimestre del 2018 l'Istat stima che il prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%. Il governo va avanti. Conte dal Tech Summit di New Delhi: "Lo avevamo previsto, proprio per questo faremo una manovra espansiva". I due vicepremier: "Colpa di chi c'era prima"


Risultati immagini per imprese

Pil invariato nel terzo trimestre del 2018 rispetto al trimestre precedente: è la stima provvisoria comunicata dall'Istat. Il dato, si sottolinea, va a interrompere una sequenza di segni positiviregistrata ininterrottamente dal quarto trimestre 2014. Come spiega l'istituto "giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall'1,2% del secondo trimestre".

Questa stima, che - ricorda l'Istat - "ha natura provvisoria", riflette "dal lato dell'offerta la perdurante debolezza dell'attività industriale - manifestatasi nel corso dell'anno dopo una fase di intensa espansione - appena controbilanciata dalla debole crescita degli altri settori". Il dato invariato, spiega ancora l'Istat, è corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato ed è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dell'agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi e di una diminuzione in quello dell'industria. Dal lato della domanda, la stima provvisoria indica un contributo nullo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta. La variazione acquisita per il 2018 è pari a +1,0%.

DI MAIO: "COLPA DELLA MANOVRA PD" - "È bene che tutti sappiate che il risultato del 2018 dipende dalla Manovra approvata a dicembre 2017, che è targata Partito Democratico. Tutti sanno che la nostra Manovra deve ancora essere approvata e non può aver avuto nessun effetto sul rallentamento in atto". Lo scrive su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio. "Con la Manovra del popolo - aggiunge il ministro - vedrete che non solo il Pil si riprenderà, ma anche la felicità degli italiani".

La frenata della crescita non fa cambiare idea al vicepremier Matteo salvini: "Se il pil rallenta, perché quelli che c'erano prima avevano il braccino e ubbidivano alle richieste di Bruxelles, è un motivo in più per tirare avanti dritti come treni con una manovra che vuole crescita, meno tasse, più lavoro, più pensioni, più diritto alla salute e allo studio". Salvini, in diretta Facebook dal Qatar, dove è impegnato per una serie di incontri con autorità politiche locali e aziende italiane, aggiunge: "Lo dico anche da Doha agli amici di Bruxelles, scrivete letterine, siamo educati e rispondiamo ma c'è voglia di crescere, voglia di Italia, voglia di lavoro e di sicurezza".

(Fonti: agenzie)

In Italia 5 milioni di poveri, il dato peggiore dal 2005. Quasi la metà sono al Sud. Indigente uno straniero su tre (irregolari esclusi ovviamente)

In Italia nel 2017 c'erano 5 milioni di persone in condizione di povertà assoluta. Si tratta del dato più alto dal 2005 sia in termini di famiglie (1,778 milioni, pari al 6,9% delle famiglie residenti) che in termini di singole persone (8,4% dell'intera popolazione). Lo riferisce il presidente facente funzione dell'Istat, Maurizio Franzini, nell'audizione sulla Nadef davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. La povertà colpisce nel dettaglio il 6,2% dei cittadini italiani (3 milioni 349mila) e il 32,3% degli stranieri (pari a 1 milione e 609mila individui). Inoltre, l'analisi territoriale mostra che quasi la metà degli individui in povertà assoluta sono residenti nel Mezzogiorno, con un’incidenza del 11,4% sulla popolazione; al Centro e nel Nord l’incidenza è simile, pari rispettivamente al 5,1 e 5,4%. Nel Mezzogiorno il fenomeno interessa il 10,2% degli italiani e il 40% degli stranieri, la cui consistenza numerica è tuttavia estremamente ridotta.

(Fonte: Adnkronos)

La lotta non è più di classe, addio operai e borghesi. Comunisti e padroni uniti per i "diritti civili", ma qualcuno non ci sta

Riceviamo e pubblichiamo il commento di un lettore che prende spunto da un'analisi statistica che traccia una mappa socio-economica dell'Italia che può suggerire diverse riflessioni. Un contributo di parte e certamente provocatorio, ma non per questo privo di interesse


E' impietoso il quadro che emerge dal Rapporto Annuale dell'Istat: un milione e 600 mila famiglie in stato di povertà assoluta, il 28,7% a rischio, il 70% degli under 35 vive con i genitori in un Paese dove resiste un ceto impiegatizio che fa da maggioranza insieme ai pensionati. In ogni caso crescono le diseguaglianze.

Poco di cui rallegrarsi dunque. Eppure le vecchie battaglie, le rivendicazioni "proletarie" da un lato e la difesa di un rigore capitalistico votato allo sviluppo dall'altro, si sono pressoché esaurite. A fargli spazio multinazionali straripanti che condividono campagne culturali e ideologiche con le truppe che dicevano di volerle combattere, cioè i progressisti eredi del socialismo e del comunismo.

Questi, evidentemente, condizionati dai loro geni internazionalisti, non hanno retto più di tanto nel contrastare la globalizzazione. Troppo simili per essere nemici per davvero; allora eccoli tutti insieme a glorificare migrazioni di massa e perseguire sostituzioni di popoli, a imporre incontestabili campagne in difesa di questa o quella categoria di temporanea minoranza, minacciata sempre da una qualche "fobia".

Così ci ritroviamo a non poter comprare una casa ma possiamo sposarci con chiunque, i bambini non hanno un futuro ma possono fare a meno del logoro schema familiare che partiva da mamma e papà. Un giorno ci diranno che due-tre pasti al giorno sono troppi, ma ci spiegheranno che mezzo e multietnico è una grande conquista.

"Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento tanto bene" (cit.). Nemmeno io, ma proprio per niente, "mortacci vostri!" (cit.).

Franco Bertarelli


Che cosa dice l'Istat

In stato di povertà assoluta 1,6 milioni di famiglie, il 28,7% a rischio di povertà o esclusione sociale. Il 70% degli under35 vive ancora con i genitori

Italia Paese di impiegati e pensionati con sette giovani su dieci ancora a casa con i genitori e con la classi sociali che 'esplodono'. E' l'impietoso ritratto del Belpaese fatto dall'Istat nel Rapporto annuale.

L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle 'famiglie di impiegati', appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle 'famiglie degli operai in pensione', fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l'Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle 'famiglie a basso reddito con stranieri' (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le 'famiglie a basso reddito di soli italiani' (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose 'famiglie tradizionali della provincia' e il gruppo che riunisce 'anziane sole e giovani disoccupati'. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di 'giovani blu collar' (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell'area dei benestanti, l'Istat inserisce oltre alle 'famiglie di impiegati', quelle etichettate 'pensioni d'argento' (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

L'Istat fa notare come nel gruppo leader dal punto di vista numerico, quello degli impiegati, il capofamiglia, la persona di riferimento, sia donna in quattro casi su dieci. La nuova mappa nasce dall'esigenza di tenere conto anche della popolazione non occupata, a differenza delle classiche tassonomie che prendono in considerazione solo i lavoratori, e soprattutto dalla necessità di ricalibrare le stratificazioni socio-economiche, viste le frammentazioni in atto. Oggi infatti, fa notare l'Istituto, la "classe operaia ha perso il suo connotato univoco" e "la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali.

Più disuguaglianze, classi sociali 'esplodono' - "La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi". E' questa l'analisi contenuta nel Rapporto dell'Istat. Per l'Istat "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse".

Giovani tanguy - Quasi sette giovani under35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. L'Istituto spiega che nel 2016 i 15-34enni che stanno a casa dei genitori sono precisamente il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di individui.

Crescono le famiglie senza lavoro - In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei 'jobless' dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.

Non è un Paese per giovani - L'Italia è un Paese sempre più vecchio: al 1 gennaio 2017 la quota di individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto nell'Unione Europea e "tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo". Con questo dato l'Italia supera anche la Germania che per anni si è collocata ai vertici della classifica europea per quota di over-65 sulla popolazione complessiva. Sono in 13,5 milioni gli italiani che hanno più di 65 anni; gli ultraottantenni sono 4,1 milioni.

Quanto pesa il carrello della spesa - La spesa per consumi delle famiglie ricche, della 'classe dirigente', è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all'ultimo gradino della piramide disegnata dall'Istat, ovvero 'le famiglie a basso reddito con stranieri'. L'Istituto per le prime rileva esborsi mensili pari a 3.810 euro, contro i 1.697 delle fascia più svantaggiata economicamente. Una capacità di spesa ridotta significa anche meno opportunità. "Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative", fa notare l'Istat. Ecco che "i giovani con professioni qualificate sono il 7,4% nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% nella classe dirigente". Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: "persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati". D'altra parte, spiega il Rapporto, "la capacità redistributiva dell'intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa".

Gli stranieri - Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono al Centro-nord. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). Nel 2016 l'incremento degli stranieri residenti è stato però molto modesto, 2.500 in più rispetto all'anno precedente: ciò - spiega l'istituto di statistica - si deve soprattutto all'aumento delle acquisizioni di cittadinanza (178mila nel 2015). Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. I permessi per asilo e motivi umanitari attualmente rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza (esclusi quindi quelli di lungo periodo), il doppio rispetto al 2013.

Lavori di casa - Le casalinghe "con il loro lavoro producono beni e servizi per 49 ore a settimana". Guardando agli occupati, ovvero a quanti svolgono sia il lavoro retribuito che familiare, le donne superano le 57 ore mentre gli uomini le 51. Tra casa e lavoro è quindi evidente il carico in più per le donne.

(Fonte: Ansa)

Italiani verso l'estinzione. Gioco facile per chi ci vuole sostituire con gli immigrati. Dall'Istat i numeri del disastro

Nel 2016 siamo 86 mila in meno. Il saldo tra nascite e decessi (-134mila) fu peggiore solo nel 2015 (-162mila); ma attenzione: il valore non incide sul numero dei residenti perché equivale al saldo opposto, positivo, nei flussi migratori da paesi stranieri: +135mila persone. Capito, dunque? Loro aumentano nella stessa misura in cui noi diminuiamo. Fatevi due conti per il futuro...


Solo nell'ultimo anno si contano 86mila italiani in meno. Secondo i dati Istat pubblicati stamattina sulle "stime 2016 degli indicatori demografici", i residenti in Italia al primo gennaio 2017 erano 60 milioni e 579mila, 86mila in meno rispetto al primo gennaio del 2016 (-0,14 per cento).

Il problema vero, il più serio, è l'inarrestabile calo delle nascite: nel corso del 2016 è stato battuto il record negativo che risaliva all'anno precedente, il 2015, quando le nuove vite erano state 486mila; siamo scesi a 474mila.

Vero che sono diminuiti i morti, 608mila contro i 648mila del 2015, un dato in linea con la tendenza all'aumento dell'invecchiamento della popolazione. Il saldo naturale, dunque, costituito sottraendo i decessi dal bilancio delle nascite, registra nel 2016 un valore negativo per 134mila persone: è il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila), ma il valore non incide sul numero di residenti perché equivale al saldo opposto, positivo, nei flussi migratori con l'estero: +135mila persone.

La riduzione delle nascite è stata del 2,4%: interessa tutto il territorio nazionale con l'eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna, in calo per il sesto anno consecutivo, si assesta a 1,34.

Rispetto all'anno precedente, spiega l'Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età della madre sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l'incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille). Nel complesso, a fronte di un'età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

Il lavoro non c'è: disoccupazione giovanile al 40%. L'Italia e gli italiani avranno un futuro?

Preoccupano gli ultimi dati dell'Istat. Il dato generale rimane stabile al 12% ma aumenta la percentuale dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni senza un'attività remunerata


 

Rimane stabile a dicembre il tasso di disoccupazione che si attesta al 12% mentre quello dei 15-24enni - cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) - è pari al 40,1% in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente. E' quanto emerge dalle rilevazioni diffuse oggi dall'Istat.

 

La stima dei disoccupati a dicembre è in aumento su base mensile (+0,3%, pari a +9mila); crescita attribuibile alla componente femminile a fronte di un calo per quella maschile e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione dei 25-34enni.

Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione dei giovani, invece, dal calcolo sono per definizione esclusi gli inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è in diminuzione nell’ultimo mese (-0,1%, pari a -15mila). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di inattività è stabile al 34,8%.

Nel periodo ottobre-dicembre alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,6%, pari a +78mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78mila).

GLI OCCUPATI - A dicembre la stima degli occupati è stabile rispetto a novembre, sintesi di un aumento per la componente maschile e di un equivalente calo per quella femminile. Aumentano gli occupati di 25-34 anni, mentre calano gli over 35. A crescere, in questo mese, è l’occupazione dipendente a termine mentre calano gli indipendenti. Il tasso di occupazione è stabile al 57,3%.

Nell’arco del trimestre ottobre-dicembre si registra una sostanziale stabilità nella stima degli occupati rispetto al periodo precedente, sia tra gli uomini sia tra le donne. Segnali di crescita si rilevano per ultracinquantenni, dipendenti a termine e indipendenti, mentre si registra un calo per i 15-49enni e i dipendenti permanenti.

(Fonte: Adnkronos)

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