updated 3:05 PM UTC, Jan 23, 2021

Il viceministro all'Economia: "Lavoratori autonomi e professionisti tra i più colpiti dalla crisi pandemica"

"Il mondo del lavoro autonomo e dei professionisti è tra i più colpiti dalla crisi" pandemica, avendo sofferto "le maggiori difficoltà, sia per le misure restrittive che siamo stati costretti ad assumere, a più riprese, sia per una generale crisi economica che ha colpito tutte le economie avanzate, compreso, purtroppo, il nostro Paese". Così si è espresso il viceministro dell'Economia Antonio Misiani, intervistato al forum di ItaliaOggi di questa mattina, aggiungendo che occorre "continuare a sostenere" nell'emergenza le famiglie, i lavoratori e le imprese, "per metterli in condizione di reggere il più possibile i colpi della recessione", ha proseguito.

 

(Fonte: Ansa)

Il lockdown fa male alla famiglia: "Nel 2020 boom di richieste di divorzio, +60%"

Secondo l'Associazione nazionale divorzisti nel 2020, con il lockdown, c'è stato un aumento annuo delle separazioni del 60%. "Sono cresciute tantissimo le richieste dovute principalmente alla convivenza forzata", spiega Matteo Santini, presidente dell'Associazione. "La pandemia ha creato l'emergenza familiare non solo quella economica", afferma l'avvocato matrimonialista, Gian Ettore Gassani, che denuncia un incremento di violenze all'interno della famiglia.

CHI ASSAGGIA? - Lo splendore dei vini friulani oltre due guerre mondiali. Nel cuore del Collio la tenacia vincente della famiglia Muzic

Rubrica a cura di Andrea Sala, Advanced Sommelier – Court of Master Sommelier, dedicata ai piccoli produttori di vini di qualità del meraviglioso territorio italiano


Andrea Sala

Andrea Sala

La tenacia della famiglia Muzic nel territorio del Collio

 Cantina Muzic, vini del Collio

L’azienda vitivinicola Muzic esiste dal 1927, fondata a San Floriano del Collio in Friuli Venezia-Giulia.

La cantina è nata subito dopo la prima guerra mondiale nonostante il Collio fu una delle tante zone devastate; l'agricoltura locale fu molto colpita, ma della grave situazione circostante i bisnonni dell’attuale generazione ne hanno fatto un punto di forza. I Muzic hanno portato la loro esperienza nel campo vinicolo ed hanno aiutato a ricostruire lo splendore dei vini del Collio.

L’attività commerciale è nata in contesto modesto, ovvero in una casa con una piccola cantina dove gli edifici erano fortemente danneggiati dallo scontro bellico che però piano piano vennero ristrutturati. Acquisirono pochi vigneti e fecero un grande lavoro per sistemarli e renderli pronti per produrre uva adatta a essere trasformata in vino. Negli anni ’30 nei vigneti vennero introdotte varietà che oggi sono considerate tra le più celebri del Collio, ovvero il Friulano (ex Tocai) e la Malvasia, parte di queste vigne sono utilizzate al giorno d’oggi.

Sfortunatamente per il genere umano un’altra orribile guerra era in arrivo, la seconda guerra mondiale. Ancora una volta il territorio del Collio venne fortemente colpito, come l’azienda stessa. Dopo la fine della guerra, nel 1963 i nonni Luigi e Jolanda comprarono la vecchia casa in cui la famiglia già abitò precedentemente, con i vigneti annessi.

Da quel momento in poi la famiglia continuò a produrre vino con passione e tenacia, sicuramente una virtù che gli ha contraddistinti fin dal 1927.

L’azienda oggi è seguita da Ivan Muzic, figlio di Luigi e Jolanda, dai quali ha ereditato non solo una bellissima cantina ma anche la grande passione per la natura e le vigne. A sua volta Ivan ha coinvolto la sua famiglia, la moglie Orieta e i due figli.

L’azienda ad oggi ha una dimensione di 21 ettari ed ha un grande rispetto per le tradizioni locali, percepibili attraverso i vini che producono. I vigneti sono coltivati con le varietà più tradizionali della zona, nel corso degli anni sono riusciti a preservare anche i vecchi vigneti dei bisnonni che oggi hanno raggiunto più di 80 anni di età.

2019 Valeris Friulano Collio DOC

Tipologia: Vino bianco fermo

Vitigno: Friulano

Produzione: Vinificato in acciaio, Affinato sulle fecce fini

Prezzo: 13 euro

Colore giallo paglierino luminoso con riflessi verdolini. I profumi sono particolarmente intensi e ben definiti, si percepiscono sentori di mela verde, buccia di limone e gelsomino. Al palato il vino ha note di pompelmo giallo, maggiorana. Il finale lascia spazio a sentori rocciosi che evidenziano un’importante mineralità.

 Malvasia Collio Muzic 2019 - in vendita su Callmewine

2019 Malvasia Collio DOC

Tipologia: Vino bianco fermo

Vitigno: Malvasia Istriana

Produzione: Vinificato in acciaio, Affinato sulle fecce fini

Prezzo: 13 euro

Colore giallo paglierino brillante. L’olfatto è fruttato con profumi di melone bianco, pesca tabacchiera e ananas, continua con profumi di erbe aromatiche come il basilico fresco e il timo. Il sorso è di ottima stoffa con un lungo finale sapido e succoso di agrumi freschi e pera bianca.

 

2018 Stare Brajde Collio Bianco DOC

Tipologia: Vino bianco fermo

Vitigno: Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla

Produzione: Fermentazione e affinamento in Tonneaux

Prezzo: 15 euro

Colore paglierino lucente con riflessi dorati. Ottima complessità olfattiva con sentori di pera matura, zest di arancia, pesca gialla, continua con note floreali di acacia e camomilla. Il sorso è ricco, ottima spinta acida e spunto minerale nel finale gustativo. Il palato è gustoso e intenso con mela gialla, miele millefiori, cannella e mandorla tostata.

 Vini Muzic | Bottiglie di vino, Vino

Altri vini da provare: Collio Ribolla Gialla, Collio Sauvignon Pajze, Collio Pinot Grigio, Collio Chardonnay, Collio Picolit, Collio Cabernet Sauvignon, Friuli Isonzo Merlot, Friuli Isonzo Cabernet Franc.

 

Andrea Sala

Advanced Sommelier - Court of Master Sommeliers

Ecco il "decreto di Natale": come ci potremo spostare durante le feste. Tutto sulle concessioni e i divieti voluti dal governo

Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo decreto legge Covid, che disegna la cornice delle misure sul Natale e in particolare delle limitazioni agli spostamenti. Il testo "blinda" Natale e Capodanno all'interno dei confini del Comune, mentre tra il 21 dicembre e il 6 gennaio vengono vietati gli spostamenti tra le Regioni, con il divieto di raggiungere le seconde case. Subito dopo l'ok del Cdm, il decreto è stato firmato da Mattarella


Ok del Cdm al decreto di Natale: vietati gli spostamenti regionali fino alla Befana

Natale e Capodanno in casa nei propri Comuni e, dal 21 dicembre al 6 gennaio, blocco degli spostamenti tra le Regioni e divieto di raggiungere le seconde case. E' questo il cuore del decreto legge di Natale approvato, nella notte, dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento conferma la stretta voluta dal governo per fare scudo a una possibile terza ondata di coronavirus.

Niente spostamenti tra Regioni Dal 21 dicembre al 6 gennaio 2021 saranno vietati gli spostamenti tra le diverse Regioni o Province autonome.

Ponte dell'Immacolata Si potrà viaggiare nel Ponte dell'Immacolata. Il testo conferma che chi vive nelle Regioni in fascia gialla potrà muoversi liberamente dal 4 al 20 dicembre, andando in altre Regioni in fascia gialla. 

Le giornate "calde": 25 e 26 dicembre, 1 gennaio Il decreto prevede, poi, che nelle giornate del 25 e del 26 dicembre e del 1 gennaio stop a ogni spostamento tra Comuni, tranne per motivi urgenti, come esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. Saranno sempre permessi i rientri alla propria residenza, domicilio o abitazione, ma non gli spostamenti verso le seconde case in altre Regioni e, nelle giornate del 25 e 26 dicembre 2020 e del 1 gennaio 2021, anche le seconde case in altri Comuni. 

Nuovo Dpcm, Salvini al governo: "Non si rubi il Natale ai bambini" (VIDEO)

"I più piccoli devono poterlo passare in famiglia, con la mamma, il papa e i nonni". Il leader della Lega parla dei provvedimenti anti-Covid ipotizzati in vista delle festività natalizie, che non dovrebbero mortificate con "auguri via Zoom o regali via Skype". Per aggiungere che "salute e lavoro non devono essere in alternativa"


Il segretario leghista ha poi chiesto al governo, in una diretta Facebook, di non seminare terrore e depressione, e di permettere invece a tutti gli italiani di festeggiare il Natale senza particolari restrizioni. Salvini ha anche detto di sperare che non venga rubato il Natale ai bambini, e che questi lo possano passare in famiglia, con la mamma, il papa e i nonni.

 

Covid, come salvare il Natale? Ipotesi negozi aperti fino a tardi e spostamenti liberi per i parenti stretti

Dagli acquisti durante le feste alle raccomandazioni sul cenone, la nuova linea temporale di confine sulle nuove disposizioni anti-Covid è il 3 dicembre, giorno in cui scade l'attuale Dpcm


L'ultima di Conte: ora parla direttamente con Babbo Natale – Il Tempo

Negozi per lo shopping aperti a dicembre fino a tardi nelle regioni gialle o arancioni, per "diluire le presenze". Ma anche "tutela degli affetti" con la possibilità di spostarsi da una zona rossa, solo per ricongiungersi con i parenti più stretti a ridosso dei giorni di festa.

Sarà un Natale diverso ma non cancellato, quello che emerge dalle ipotesi che circolano nel Governo in queste ore.
Qualche timido allentamento delle misure ad hoc, dunque, ma solo in previsione di dati più confortanti. E nessuno sconto alle Regioni, con il Paese che si tinge progressivamente verso il rosso. Dagli acquisti durante le feste alle raccomandazioni sul cenone, la nuova linea temporale di confine sulle nuove disposizioni anti-Covid è il 3 dicembre, giorno in cui scade l'attuale Dpcm. Tutto dovrebbero essere deciso comunque non prima dell'inizio di dicembre.

Lo sguardo è soprattutto rivolto alla ripartenza dei consumi, con le dovute cautele. L'unica possibile deroga per chi si trova nelle zone rosse potrebbe essere quella di una "tutela degli affetti", affinché le persone sole non "siano abbandonate": che tradotto significa la possibilità di festeggiare il Natale con i propri parenti spostandosi in una qualsiasi altra regione. Una 'riflessione', quest'ultima, che al momento è al vaglio degli esperti e del Governo.

Impossibile invece stabilire "norme" su chi dovrà stare a tavola per il cenone: in questo caso ci saranno 'raccomandazioni' che terranno conto solo del numero massimo di persone al tavolo (al momento è sei) e di prevedere soltanto la presenza di familiari che si frequentano abitualmente. Restano proibiti feste e balli, così come i cenoni in albergo, mentre le piazze saranno chiuse o a numero ristretto, laddove sarà possibile rispettare le distanze. Tra le novità, l'ipotesi di un allungamento degli orari, con i negozi aperti fino alle 22 o alle 23 e sempre con accessi contingentati dei clienti. Negli ultimi giorni erano anche emerse le ipotesi di 'allungare' il coprifuoco a mezzanotte, almeno nei giorni di festività, e un accesso 'a numero chiuso' nei centri commerciali, per evitare assembramenti.

Tutto resterà comunque legato ai territori con le diverse disposizioni per le varie zone - rossa, arancione o gialla - e non tutti festeggeranno dunque allo stesso modo. "Le regole si rispettano sempre e in ogni occasione, nella speranza che in quei giorni di fine dicembre le misure siano meno restrittive e la situazione meno drammatica di quanto non lo sia oggi", spiega la sottosegretaria al ministero della Salute, Sandra Zampa. A chiedere "cautela" è anche il direttore aggiunto dell'Oms, Ranieri Guerra. E il virologo dell'Università Statale di Milano, Fabrizio Pregliasco, commenta: "è chiaro che si dovrà attuare un allargamento delle possibilità di movimento per il Natale, ma dovrà essere un Natale abbastanza sobrio, perché un liberi tutti ci porterebbe, appunto, a una terza ondata".

Adesso, tra i governatori, c'è chi spera di poter recuperare in vista dei giorni clou di fine anno: riportare la Toscana in zona gialla entro Natale "è l'obiettivo che io mi propongo", ma "risalire è dura", annuncia Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, ricordando che risalire dalla zona rossa o arancione "è dura, perché devi avere dati migliori per 14 giorni in continuità: basta che sballi qualcosa e riparti nel conteggio". 

 

(Fonte: Ansa)

Separazione dei coniugi, chi paga le spese condominiali? L'avvocato risponde e ci spiega tutto (VIDEO)

Sono numerose le questioni da risolvere quando marito e moglie decidono di interrompere legalmente il proprio vincolo familiare. Gli aspetti economici sono spesso al centro di dispute e gli adempimenti dovuti per la proprietà di un immobile. Ci aiuta a fare chiarezza l'avvocato Carlo Bortolotti, civilista del Foro di Milano, esperto di entrambe le materie - (VIDEO)


L'avvocato Carlo Bortolotti nel suo studio

Regime spese condominiali a seguito di separazione dei coniugi

In caso di separazione dei coniugi, sia consensuale che giudiziale, la cosiddetta "casa coniugale" verrà assegnata, a prescindere dall'intestazione e dall'effettiva proprietà, al coniuge convivente con la prole, il quale, godendo di un diritto reale di abitazione, dovrà pagare le spese relative all'ordinaria amministrazione dell'immobile, gravando, invece, le straordinarie sull'effettivo intestatario della casa; questo regime andrà previsto nelle condizioni di separazione e ne dovrà essere adeguatamente informato l'amministratore che, diversamente, continuerà legittimamente a chiedere i versamenti al solo intestatario dell'immobile (che magari non vi abita più). 

STUDIO LEGALE BORTOLOTTI

C.so Buenos Aires, 45 - 20124 MILANO
tel. 02.39562104 - fax 02.45485345 
Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Smart working, i numeri di un fenomeno ancora controverso. Sarà davvero il futuro del lavoro oltre l'emergenza?

Durante la fase più acuta dell’emergenza lo smart working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle pmi, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, oltre dieci volte più dei 570mila censiti nel 2019. Il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni, 1,13 milioni nelle pmi, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle Pa.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio smart working della school of management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno online 'Smart working il futuro del lavoro oltre l’emergenza'.

A settembre 2020, tra rientri consigliati e obbligatori, difficoltà e incertezze nell’apertura delle sedi di lavoro, gli smart worker (che hanno lavorato anche da remoto) sono scesi a 5,06 milioni, suddivisi in 1,67 milioni nelle grandi imprese, 890 mila nelle pmi, 1,18 milioni nelle microimprese, 1,32 milioni nella Pa: in media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

Ma lo smart working è ormai entrato nella quotidianità degli italiani e destinato a rimanerci: al termine dell’emergenza si stima che i lavoratori agili, che lavoreranno almeno in parte da remoto, saranno complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi imprese, 920mila nelle pmi, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle Pa. Per adattarsi a questa 'nuova normalità' del lavoro il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle Pa saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale.

L’applicazione dello smart working durante la pandemia, seppure forzata e emergenziale, ha dimostrato come un modo diverso di lavorare sia possibile anche per figure professionali prima ritenute incompatibili, ma ha anche messo a nudo l’impreparazione tecnologica di molte organizzazioni. Più di due grandi imprese su tre hanno dovuto aumentare la dotazione di pc portatili e altri strumenti hardware (69%) e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali (65%); tre Pa su quattro hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali; il 50% delle pmi non ha potuto operare da remoto.

A livello organizzativo, invece, è stato difficile mantenere un equilibrio fra lavoro e vita privata per il 58% delle grandi aziende e il 28% dei lavoratori, e per il 33% delle organizzazioni i manager non erano preparati a gestire il lavoro da remoto. Nonostante le difficoltà, questo smart working atipico ha contribuito a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle Pa), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

“Nell’emergenza - dice Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio smart working - abbiamo acquisito rapidamente consapevolezza dei vantaggi del lavoro agile e abbiamo avuto l’opportunità di sperimentarlo su vasta scala, pur se in una forma atipica Il rischio, però, è di trattarlo come un obbligo normativo o una misura temporanea ed emergenziale: si tratta invece di un’occasione storica che ci porterà verso un “New Normal”, con benefici non soltanto nel lavoro, ma sull’intero ecosistema di servizi, città e territori".

"L’emergenza Covid19 - commenta Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working - ha accelerato una trasformazione del modello di organizzazione del lavoro che in tempi normali avrebbe richiesto anni, dimostrando che lo smart working può riguardare una platea potenzialmente molto ampia di lavoratori, a patto di digitalizzare i processi e dotare il personale di strumenti e competenze adeguate".

"Ora - auspica - è necessario ripensare il lavoro per non disperdere l’esperienza di questi mesi e per passare al vero e proprio smart working, che deve prevedere maggiore flessibilità e autonomia nella scelta di luogo e orario di lavoro, elementi fondamentali a spingere una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Bisogna mettere al centro le persone con le loro esigenze, i loro talenti e singolarità, strutturando piani di formazione, coinvolgimento e welfare che aiutino le persone ad esprimere al meglio il proprio potenziale".

Il numero di lavoratori che hanno sperimentato il lavoro agile cambia a seconda della dimensione e della tipologia di organizzazione. Sono stati 2,11 milioni (il 54% dei dipendenti) nelle grandi imprese, che nel 97% dei casi hanno dato questa possibilità a una parte dei propri collaboratori, significativa l’adozione soprattutto nei settori finance e ict e un po’ meno nel retail e nel manifatturiero. E sono state coinvolte professionalità prima ritenute incompatibili con questo modello di lavoro: nel 33% delle grandi imprese hanno lavorato da remoto per la prima volta gli operatori di call center, nel 21% gli addetti allo sportello hanno lavorato da casa riconvertendo una parte delle attività e comunicando digitalmente con i clienti, nel 17% è stato applicato il lavoro da remoto anche a operai specializzati digitalizzando l’accesso ai macchinari.

La presenza di iniziative di smart working prima dell’emergenza ha inciso sul numero di lavoratori da remoto: se per le imprese che avevano progetti in atto mediamente è stato pari al 59% dei dipendenti, nelle altre si è fermato al 36%. Nelle pubbliche amministrazioni in media ha potuto lavorare da remoto il 58% del personale, pari a 1,85 milioni di dipendenti pubblici. Anche in questo caso, le Pa che avevano già progetti in corso hanno potuto coinvolgere un numero maggiore di persone (70%) rispetto alle amministrazioni che hanno dovuto cominciare da zero (55%).

Il ricorso al lavoro da casa forzato ha rivelato la fragilità tecnologica delle organizzazioni, anche delle imprese più grandi e strutturate. Il 69% di queste ha dovuto aumentare la disponibilità di pc portatili e altri strumenti hardware, il 65% di sistemi per accedere da remoto e in sicurezza agli applicativi aziendali e il 45% di strumenti per la collaborazione e comunicazione. Gli strumenti più introdotti sono stati pc portatili (nel 26% del campione) e tool per le videoconferenze (16%). Il 38% ha dato ai lavoratori la possibilità di utilizzare i dispositivi personali.

Il 50% delle pmi ha dovuto sospendere l’attività e non si è quindi attivata sulle tecnologie. Le aziende che hanno aumentato la dotazione tecnologica hanno puntato su strumenti hardware (15%), su software per la collaborazione a distanza (14%), su sistemi per l’accesso sicuro ai dati da remoto (14%) o ha incoraggiato l’uso dei dispositivi personali (14%).

Più di quattro amministrazioni pubbliche su dieci hanno dovuto incrementare gli strumenti hardware a disposizione del personale (42%), quasi la metà è intervenuta sui software (49%), soprattutto applicazioni per le videoconferenze (60%), sistemi per l’accesso ai dati da remoto in sicurezza (come le vpn, 46%) e i pc portatili (29%). Tre quarti delle amministrazioni hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali, a causa delle limitazioni di spesa e dell’arretratezza tecnologia. Il 43% di queste non ha integrato la dotazione personale dei dipendenti, che hanno dovuto attrezzarsi con proprie risorse, e solo il 38% si è attivata per garantire l’accesso sicuro ai dati da remoto.

Le modalità di lavoro sperimentate durante l’emergenza sono state per certi versi più vicine al telelavoro che a un vero smart working. Il 29% dei lavoratori ha incontrato difficoltà a separare il tempo del lavoro e quello privato (29%) e a mantenere un equilibrio fra i due aspetti (28%), oltre a sperimentare una sensazione di isolamento nei confronti dell’organizzazione nel suo insieme (29%). Il difficile work-life balance è stata anche la prima barriera da superare per le grandi imprese (58%), seguita dalla disparità del carico di lavoro fra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%), dall’impreparazione dei manager a gestire il lavoro da remoto (33%) e limitate competenze digitali del personale (31%). Nelle Pa, invece, le difficoltà maggiori hanno riguardato l’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione (46%) e la disparità nel carico di lavoro (39%), poi l’equilibrio fra vita privata e professionale (33%) e le scarse competenze digitali (31%).

Nonostante queste forzature e difficoltà, le organizzazioni riconoscono anche evidenti benefici. Nelle grandi imprese sono migliorate le digital skills dei dipendenti (71%), sono stati accantonati pregiudizi sul lavoro agile (65%), ripensati i processi aziendali (59%) ed è aumentata la consapevolezza sulla capacità di resilienza della propria organizzazione (60%). Nelle Pa il beneficio più evidente è l’opportunità di sperimentare nuovi strumenti digitali (56%), seguita dal miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori (53%), e dal ripensamento dei processi aziendali (42%).

Analizzando l’impatto sull’insieme dei lavoratori, la grande maggioranza degli smart worker rileva un effetto positivo del lavoro da remoto sulle performance dell’organizzazione: il 73% ritiene buona o ottima la propria concentrazione nelle attività lavorative, per il 76% è aumentata l’efficacia, per il 72% l’efficienza e per il 65% ha portato innovazione nel lavoro.

Con la fine del lockdown e l’inizio della fase 2 della gestione dell’emergenza aziende e Pa hanno gradualmente iniziato a riaprire gli uffici, riadattando spazi e orari per mantenere il distanziamento, integrando il lavoro in sede con il lavoro da remoto. Il 66% delle grandi imprese e l’81% delle Pa ha permesso al personale di rientrare in sede già fra maggio e giugno, il 7% delle grandi aziende e 13% delle Pa ha preferito riaprire durante l’estate, mentre il 20% delle grandi imprese e il 4% ha atteso fino a settembre e solo il 7% delle imprese e l’1% delle Pa a fine settembre continuava ancora a privilegiare il lavoro da remoto. A settembre, di conseguenza, il numero complessivo di smart worker è sceso a quota 5,06 milioni. In media, nelle grandi aziende i dipendenti hanno lavorato da remoto 2,7 giorni a settimana, 1,2 giorno nel settore pubblico.

Per facilitare il rientro in sicurezza le principali iniziative sono state l’introduzione di regole e linee guida sull’utilizzo degli ambienti (per il 91% delle grandi imprese e il 78% delle Pa), la definizione di un piano di rientro delle persone con turni per i team di lavoro (88% e 69%), e l’introduzione di segnaletica per orientare i flussi e incentivare comportamenti sicuri (81% e 64%). Il 72% delle grandi aziende e il 46% delle Pa ha lasciato autonomia riguardo al numero di giornate di lavoro agile, ma con procedure per non superare il limite di persone imposto dalla necessità di distanziamento. Questa esigenza in particolare ha portato a interventi sugli ambienti di lavoro, come postazioni più distanziate o separate (52% grandi imprese e 50% Pa) o la chiusura di alcune aree della sede (45% e 13%). Per evitare assembramenti sono stati rimodulati gli orari di ingresso e uscita (34% e 25%).

Solo una minoranza di pmi ha previsto azioni per il rientro in ufficio. Il 24% ha introdotto regole o linee guida sull’utilizzo degli ambienti, il 23% segnaletica o cartellonistica per orientare i flussi di persone e per la promozione di comportamenti sicuri, il 21% ha concesso maggiore flessibilità in entrata e in uscita e ha definito un piano di rientro dei lavoratori, il 16% ha dovuto chiudere alcune aree della sede e il 15% ha modificato l’ambiente di lavoro.

Le organizzazioni si stanno attrezzando per tradurre le nuove abitudini e aspettative dei lavoratori in un nuovo approccio al lavoro. Una grande impresa su due interverrà sugli spazi fisici al termine dell’emergenza (51%), differenziandoli (29%), ampliandoli (12%) o riducendoli (10%); il 38% non prevede riprogettazioni ma cambierà le modalità d’uso; solo l’11% tornerà a lavorare come prima. Il 36% delle grandi imprese modificherà i progetti di smart working in corso e digitalizzerà i processi. Ben il 70% di chi ha un progetto di lavoro agile aumenterà le giornate in cui è possibile lavorare da remoto, passando da un solo giorno alla settimana prima della pandemia a una media di 2,7 giornate a emergenza conclusa. Il 65% coinvolgerà più persone nelle iniziative, il 42% includerà profili prima esclusi, il 17% agirà sull’orario di lavoro.

Per la Pa la prima misura sarà introdurre progetti di smart working (48%), seguita dalla digitalizzazione di processi e attività (42%) e dall’incremento delle tecnologie in uso (35%). Anche le pubbliche amministrazioni aumenteranno il personale coinvolto nei progetti di smart working (72%), che prima dell’emergenza era solo il 12%, e le giornate di lavoro agile (47%), passando da una media settimanale inferiore a un giorno a circa 1,4 giorni a settimana.

In occasione del convegno, sono stati assegnati gli 'Smart working award' 2020, il riconoscimento dell'Osservatorio alle organizzazioni che si sono distinte per capacità di innovare le modalità di lavoro grazie ai loro progetti di smart working. Credem Banca (Credito Emiliano) vince lo 'Smart working award 2020' fra le grandi imprese per un progetto di smart working che durante l’emergenza ha esteso il lavoro completamente da remoto a tutti i dipendenti, per un totale di 5mila lavoratori, e ha previsto una giornata agile anche per il front office, escluso dalle precedenti iniziative.

Cerence ritira il premio fra le pmi per aver favorito fin dalla nascita, nel 2019, un’organizzazione del lavoro fondata sul raggiungimento di obiettivi e su un clima di fiducia fra manager e collaboratori, facendo dello smart working un punto di forza del proprio business.

Regione Lazio riceve il riconoscimento nella categoria Pa per un progetto che ha permesso di affrontare l’emergenza senza eccessive criticità, grazie a razionalizzazione degli spazi, percorsi di formazione e change management, revisione del sistema di valutazione e monitoraggio delle performance.

 

(Fonte: Adnkronos)

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