updated 2:31 PM UTC, Mar 21, 2019

L'Europa e le grandi crisi economiche, ma qual è il paese più vicino al baratro?

L’Italia è troppo grande per essere trattata come un paese in perpetuo conflitto economico


Se guardiamo a due secoli di storia, vediamo che un livello di debito elevato nel settore privato costituisce una garanzia di crisi futura. Tutti si preoccupano dell’accumulo del debito. Ma se valutiamo il fenomeno in termini geografici, notiamo come il problema sia concentrato essenzialmente in Cina. L’indebitamento del settore privato negli Stati Uniti è molto inferiore rispetto al picco raggiunto nel 2008, e la situazione nell’area Euro è molto simile. All'interno dell’Europa, tuttavia, c’è un grande Paese in cui il livello di debito sta aumentando costantemente, ed è la Francia, anche se la Banque de France dice che non avere problemi nel corto e medio periodo, perché le imprese stanno investendo in modo massiccio. Purtroppo però non si vedono ancora i risultati, in termini di produttività di questi forti investimenti.  Facciamo alcune riflessioni su quanto sta accadendo in Francia. Pare che in Francia, ogni volta che le condizioni macroeconomiche migliorano, si inneschino proteste di massa perchè queste particolari condizioni, aumentano il divario, in termini di qualità di vita, tra chi può investire e chi può solo arrancare. Non sono paradigmi soggettivi, ma è la storia a parlare. Cominciamo con la madre di tutte queste rivolte, il maggio del 1968: l’economia viaggiava a un tasso del 6% e la disoccupazione era al 2,5%. Questo sembrava far nascere la percezione che il nuovo benessere creato, non fosse equamente distribuito e che solo i ricchi fossero diventati sempre più ricchi. Il 1974, che fu un anno molto buono in termini economici per la Francia, vide grandi manifestazioni e seri disordini a Parigi. I dipendenti delle poste e gli studenti decisero che fosse giunto il momento di ripetere il 1968, anche perché l’economia stava andando meglio e il divario tra le classi sociali aumentava. Proseguiamo nel tempo: nel 1979 i metalmeccanici deciso di manifestare a Parigi contro la chiusura di stabilimenti nell’est del Paese e le automobili bruciavano, proprio come accade ora. Ma ci fu un’altra manifestazione di protesta importante in Europa nel 2011 e non fu in Francia, ma a Tottenham, nei sobborghi di Londra. Questo per dire che eventi di questo genere non sono una esclusività della Francia. Li abbiamo visti ovunque e temo che ne vedremo sempre di più in futuro. Si tratta di un’altra dimensione politica, che potremmo definire “l’elettorato di Trump”, composto da chi si sente disprezzato dalle élite parigine, che si sentono, a torto o a ragione, lasciati indietro dalla globalizzazione e da coloro che hanno ammassato miliardi di euro o dollari. A un certo punto, queste tensioni devono emergere, in un modo o nell’altro, e in Francia è tradizione, direi fin dai tempi dell’Ancien Régime, nel XIV secolo, che sfocino in rivolte, spesso anche violente. Questi movimenti possono avere importanti conseguenze politiche. La Francia oggi è molto vulnerabile a tale riguardo, perché è indietro sulle riforme. E questo aumenta il rischio di una grande crisi dell’Eurozona che potrebbe portare a una dissoluzione dell’euro. Se la Germania perde completamente la fiducia nell’abilità della Francia nell'operare le riforme, a un certo punto le cose prenderanno una via sbagliata. Macron è un politico che è stato eletto per implementare una parte significativa delle riforme, anche se molto è stato fatto per rendere più flessibile il mercato del lavoro e ci sono state importanti riforme nel sistema scolastico, restano da fare cose estremamente importanti: una grande riforma del sistema pensionistico e della pubblica amministrazione, cose che costeranno molto denaro. La domanda è: Macron andrà fino in fondo? Oggi ha ceduto in parte alle rivendicazioni dei gilet gialli. Lo ha fatto solo per salvare la prossime riforme?  Macron ha imparato la lezione da Sarkozy e Hollande e non vuole essere ricordato nei libri di storia come uno dei tanti presidenti francesi che voleva riformare il Paese ma non è riuscito a ottenere nulla. Certamente non sarà facile, soprattutto considerata la gestione sbagliata nel controllare la rivolta dei gilet gialli.

Anche l‘Italia rappresenta un anello molto debole della catena. Abbiamo avuto buone notizie sulla possibilità di un compromesso tra il governo italiano e la Commissione UE. Sappiamo anche come vanno queste cose in Europa: si comincia con grandi scontri e, alla fine, si trova un compromesso e un compromesso ci sarà. Nel caso dell’Italia, il motivo è molto semplice, il Paese è troppo grande per essere trattato in modalità di un perpetuo conflitto. In tutto quest’ultimo anno, gli spread sulle scadenze a breve e le condizioni di accesso al credito per le imprese sono diventate più restrittive e l’economia ha rallentato. E dato che le banche hanno acquistato molti titoli governativi da non residenti, sono particolarmente colpite dalle variazioni di prezzo e al tempo stesso potrebbero incontrare maggiori difficoltà in termini di qualità del credito tra i propri clienti. Le sofferenze sono in calo, ma sono ancora a livelli molto alti. Purtroppo se le tensioni riprenderanno a crescere nel 2019, i rischi saranno notevoli, anche perché l’Europa non è stata in grado di completare l’unione bancaria comune, non essendoci stato alcun accordo sul piano di assicurazione depositi. E questa non è l’unica bomba politica. Il sistema TARGET2, che viene ora pubblicato mensilmente dalla BCE, mostra che il livello del credito vantato dalla Germania ha raggiunto i 960 miliardi di euro. Il motivo di tali squilibri è ben noto, ma queste cifre potrebbero alimentare molte tensioni politiche nei prossimi trimestri. Il che ci porta a parlare della Germania. L’economia tedesca è chiaramente in via di surriscaldamento. Le imprese tedesche non erano mai state così ottimiste sull’andamento degli affari, neppure nel 1989, prima della riunificazione. Ora la fiducia sta ora calando, nel settore manifatturiero in particolare, e naturalmente questa non è una sorpresa, considerato che le imprese di questo comparto sono quelle che più risentono dei problemi derivanti dalla “guerra commerciale”. In ogni caso, la fiducia è ancora al di sopra della media di lungo termine e le attese a sei mesi si stanno stabilizzando, questo non segnala una imminente catastrofe. 

Non ci resta che attendere, sicuri che il 2019 sarà un anno davvero difficile per il mercato azionario.

 

TRATTO DA: World Economic scenario di Eric Chaney

Ultima modifica ilVenerdì, 21 Dicembre 2018 11:53

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