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Il mese scorso, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha raggiunto in fretta il resort di golf di Donald Trump a Turnberry per firmare un accordo commerciale profondamente sbilanciato, scatenando critiche e timori tra analisti e governi, dazi al 15%. secolo dell’umiliazione Il “secolo dell’umiliazione” dell’Europa potrebbe essere appena iniziato? Il secolo dellumiliazione europea e appena iniziato 1024x683

Il “secolo dell’umiliazione” dell’Europa potrebbe essere appena iniziato?

secolo dell’umiliazione premessa:

Dopo la sconfitta subita nella prima guerra dell’oppio, nel 1842 la dinastia Qing firmò il Trattato di Nanchino, dando avvio a quello che in Cina è ricordato come il “ secolo dell’umiliazione ”: oltre cent’anni di dominio straniero, accordi imposti e perdita di sovranità commerciale.

Oggi, a quasi due secoli di distanza, l’Unione Europea si ritrova in una condizione che molti osservatori paragonano a quel buio periodo storico. Il mese scorso, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha raggiunto in fretta il resort di golf di Donald Trump a Turnberry per firmare un accordo commerciale profondamente sbilanciato, scatenando critiche e timori tra analisti e governi, dazi al 15%.

Accettare dazi del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti è stato letto da molti come un atto di sottomissione. Se l’obiettivo era guadagnare tempo e placare Washington, l’effetto è stato l’opposto, con quest’intesa ancora fresca, Trump ha già minacciato nuovi dazi in risposta alle normative digitali UE, avvertendo che senza un allineamento immediato gli USA interromperanno la fornitura di tecnologie cruciali per la produzione di microchip. Il tutto a meno di una settimana da quelle che Bruxelles credeva garanzie sulla propria sovranità digitale.

Il parallelo con il Trattato di Nanchino è perfetto, in quel tempo gli imperialisti britannici sfruttarono la supremazia militare e tecnologica per dettare condizioni alla Cina, oggi gli Stati Uniti godono dello stesso vantaggio sull’Europa. Decenni di tagli alla difesa e ritardi negli investimenti hanno reso l’UE dipendente dallo scudo militare americano e dalla tecnologia statunitense nei settori chiave. Maroš Šefčovič Commissario europeo per il commercio, la sicurezza economica, le relazioni interistituzionali e la trasparenza nella Commissione von der Leyen ,lo ha detto chiaramente: “non si tratta solo di commercio, ma di sicurezza e stabilità geopolitica”. Thorsten Benner del Global Public Policy Institute ha parlato di “vent’anni di inerzia strategica”, mentre Sabine Weyandalta funzionaria dell’Unione europea ha ammonito a non ignorare il campanello d’allarme già suonato durante la prima amministrazione Trump. La natura vaga dell’accordo “quattro paginette non vincolanti per gli USA”, lasciano a Trump un ampio margine per nuove richieste e pressioni. Niclas Poitiers, ricercatore presso il think tank economico Bruegel di Bruxelles, avverte che le questioni sono ancora aperte, come le quote per acciaio e alluminio o le esenzioni settoriali, che possono trasformarsi facilmente in nuove trappole negoziali. Il presidente USA ha già ipotizzato dazi al 35% se i 600 miliardi di dollari di investimenti promessi dall’Europa negli Stati Uniti non si concretizzeranno. Bruxelles sostiene che si tratti soltanto di previsioni del settore privato, ma sa bene quanto questa minaccia possa pesare ed essere concretizzata.

Come è facile capire, accettare l’accordo come male minore sta dimostrando che la pressione funziona, mentre Pechino osserva dalla finestra, consapevole che il proprio dominio sui minerali critici per la transizione verde e digitale europea continua e continuerà a garantirle un potere di contrattazione enorme, sicura di un nuovo secolo dell’umiliazione.

Per uscire dal “secolo dell’umiliazione”, l’UE dovrà agire in più direzioni, predisporre misure di ritorsione credibili, ampliare il portafoglio diversificato di partner commerciali  e completare davvero il mercato unico. Ma per ora il blocco imposto verso l’Est, il mercato russo e i BRICS, la tengono ancora lontana da questo obietivo. Le proposte di Mario Draghi al Meeting di Rimini ed Enrico Letta, indicano la strada, riforme istituzionali, investimenti in tecnologie strategiche e una politica di difesa comune. Draghi è stato netto: “L’Europa è mal equipaggiata in un mondo in cui contano geoeconomia, sicurezza e stabilità delle forniture più che la pura efficienza”.

Trasformare il contesto imprenditoriale europeo in una risorsa geopolitica, con investimenti mirati, riduzione dei costi energetici e completamento dell’unione dei capitali. Benjamin Haddad, ministro francese per gli Affari europei, basandosi sul modello statunitense, spinge per investimenti massicci in intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e verdi, proteggendo le industrie strategiche europee.

Sul fronte commerciale, Bruxelles deve ora accellerare le trattative con Indonesia e India e valutare un maggiore interesse per il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), un accordo di libero scambio che coinvolge 12 economie, di cui molte sono nella regione Asia-Pacifico, come Australia, Brunei, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam. In virtù di queste considerazioni, Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, invita a rafforzare le relazioni con democrazie affidabili e a modernizzare l’Organizzazione mondiale del commercio.

Oggi l’Europa è davanti a un bivio cruciale, consolidarsi come polo attivo e autonomo del libero scambio o restare meramente un campo di gioco per le superpotenze. L’autunno porterà nuove sfide speriano non un nuovo secolo dell’umiliazione, ma anche la possibilità di trasformare vulnerabilità e dipendenza in una strategia di sovranità. Per riuscirci, serviranno lucidità, unità politica e la determinazione di volertornare protagonisti all’interno di un nuovo ordine “mondiale globale” che è in un continuo e rapido cambiamento.