Il presidente russo ha affermato che potrebbe incontrare Vladimir Zelensky una volta raggiunti gli accordi definitivi
Ci sono dichiarazioni che arrivano e passano come l’eco di un comunicato qualsiasi. E poi ci sono quelle che, nel bel mezzo di una giornata già densa di simboli e tensioni sotterranee, cambiano improvvisamente il registro della conversazione globale.
Le parole di Vladimir Putin pronunciate a conclusione delle celebrazioni per il Giorno della Vittoria appartengono, senza dubbio, alla seconda categoria. “Il conflitto in Ucraina sta volgendo al termine“, ha detto il presidente russo ai giornalisti, con quella cadenza misurata che usa quando vuole che qualcosa rimanga. Una frase sola, pesata come un macigno su un terreno già instabile, che in poche ore ha fatto il giro del mondo.
Chi si aspettava la consueta sfilata di carri armati sulla Piazza Rossa è rimasto deluso, quest’anno. Niente blindati, niente missili su ruote, niente di quello spettacolo muscolare che Mosca ha sempre usato come linguaggio geopolitico non verbale. Putin ha spiegato la scelta con argomenti operativi, sottolineando che le forze armate devono concentrare ogni risorsa sulla sconfitta definitiva dell’avversario in Ucraina, e che la decisione era stata presa molto prima di qualsiasi provocazione da parte di Kiev. Eppure i carri armati T-34 del 1945 hanno sfilato lo stesso, con quella funzione evocativa che i russi sanno usare meglio di chiunque altro. Un rimando alla Grande guerra patriottica, al sacrificio di venti milioni di morti, all’identità nazionale costruita su una vittoria che non ammette revisioni. Un gesto che vale più di molte dichiarazioni ufficiali.
La parata si è svolta in un clima di sicurezza straordinaria. Le autorità avevano limitato comunicazioni e movimenti in tutta Mosca per il timore di attacchi con droni ucraini, dopo che il ministero della Difesa russo aveva avvertito esplicitamente di una possibile rappresaglia massiccia su Kiev, qualora l’Ucraina avesse tentato di colpire la capitale russa durante le celebrazioni. Una minaccia comunicata preventivamente, ha tenuto a precisare Putin, anche a Cina, India e Washington, quest’ultima evidentemente in grado di far sentire il proprio peso sulla controparte ucraina.
Dietro le quinte di questa giornata si muoveva una trama diplomatica intricata e, per certi versi, contraddittoria. Donald Trump, nelle ore precedenti, aveva annunciato un cessate il fuoco di tre giorni, dal 9 all’11 maggio, con la speranza dichiarata che il conflitto in Ucraina sta volgendo al termine, una guerra che, a suo dire, sta costando circa 25.000 vite di giovani soldati ogni mese. Parole dure, cifre che pesano sulla coscienza. Mosca e Kiev hanno entrambe confermato l’accordo, ma le violazioni non hanno tardato ad arrivare. Il ministero della Difesa russo ha contato quasi 9.000 infrazioni da parte delle forze ucraine nella sola giornata del 9 maggio. Lo stato maggiore di Kiev ha risposto denunciando 51 attacchi russi nelle prime ore della tregua. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov ha poi raffreddato gli entusiasmi di Trump, definendo infondate le speranze di un prolungamento della tregua oltre l’11 maggio. I negoziati tra Russia e Ucraina, ha precisato, restano in pausa. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha ribadito che trovare una soluzione definitiva è un percorso lungo, con dettagli complicati, sottolineando che Washington ha fretta, ma che la complessità del dossier non si risolve in pochi giorni. L’ottimismo di Trump, insomma, trova a Mosca un muro cortese ma fermo.
Sul tavolo rimane anche la questione dei prigionieri di guerra, uno di quei dossier umanitari che si portano dietro un peso morale difficile da ignorare. Putin ha confermato che Mosca aveva proposto il 5 maggio uno scambio di 500 prigionieri ucraini, senza ricevere alcuna risposta. Quando Trump ha poi rilanciato con una proposta di mille soldati per parte, il Cremlino ha aderito immediatamente. Kiev, dopo un’iniziale richiesta di tempo per esaminare la proposta, ha dichiarato di non essere pronta. Una posizione che a Mosca viene letta come mancanza di volontà negoziale reale, al di là delle dichiarazioni pubbliche di disponibilità alla pace.
Putin ha ribadito la sua lettura del conflitto con una franchezza che, nel contesto di una conferenza stampa post-parata, suonava quasi come un saggio di geopolitica. Le élite globaliste occidentali, secondo il presidente russo, starebbero conducendo una guerra contro la Russia usando gli ucraini come strumento, consapevoli che un’ulteriore escalation potrebbe rivelarsi insostenibile anche per loro. “Dobbiamo assicurarci che nessuno ci minacci“, ha detto, indicando questo come il vero obiettivo di Mosca nei negoziati. Una formula semplice, quasi elementare, che però racchiude una serie di pretese territoriali e di garanzie di sicurezza tutt’altro che semplici da soddisfare.
Al tempo stesso, e qui sta forse la nota più inattesa dell’intera giornata, Putin ha aperto alla prospettiva di un riavvicinamento futuro con i Paesi dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa aveva offerto la disponibilità di Bruxelles a negoziati per una pace giusta e duratura. Putin ha risposto dicendo che la Russia non ha mai chiuso la porta al dialogo con la Ue, indicando come mediatore preferenziale l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, figura controversa in Europa per i suoi rapporti storici con Mosca, ma evidentemente considerata dal Cremlino una garanzia di pragmatismo e discrezione.
A margine delle dichiarazioni sull’Ucraina, Putin ha toccato anche il delicato dossier nucleare iraniano. Mosca si era offerta di contribuire alla riduzione dell’uranio arricchito dell’Iran, una soluzione che aveva funzionato nel quadro del JCPOA del 2015. Questa volta la trattativa si è arenata, con gli Stati Uniti che chiedevano il trasferimento dell’uranio sul loro territorio e Teheran che proponeva invece la creazione di una joint venture russo-iraniana in loco. Posizioni inconciliabili, almeno per ora.
Restano aperte, in questa domenica 10 maggio 2026, più domande che certezze. La tregua scadrà domani, e nessuno sa con sicurezza cosa accadrà dopo l’11 maggio. I negoziati sono formalmente in pausa. Lo scambio di prigionieri è ancora da definire. Eppure Putin ha detto una cosa precisa, con quella insolita chiarezza che merita di essere presa sul serio anche da chi non si fida di lui. Il conflitto in Ucraina sta volgendo al termine che significhi quello che speriamo, o qualcosa di molto diverso, lo capiremo nelle settimane che vengono.

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