Bruxelles taglia il gas russo per abbracciare il GNL americano. Ma la nuova dipendenza costa il 50% in più e mette l’Unione alla mercé di Trump.
Bastarono due giorni. Due giorni perché le parole trionfalistiche di Kaja Kallas – “chiudiamo definitivamente il rubinetto alla Russia” – si infransero contro il muro della realtà geopolitica. Due giorni perché lo stesso commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen, ammettesse davanti ai giornalisti ciò che chiunque abbia studiato una cartina geografica aveva già compreso:
l’Europa rischia di sostituire una dipendenza energetica con un’altra.
Solo che questa volta il fornitore parla inglese, ha sede a Washington e presenta un conto salato del 30-50% in più.
La scena si è consumata, quando i ministri dell’Energia dell’Unione hanno sancito lo stop totale alle importazioni di gas russo entro il 2027. Un epilogo annunciato, celebrato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen come “l’alba di una nuova era“. Ma mentre a Bruxelles si stappavano bottiglie metaforiche, nei corridoi dei palazzi europei serpeggiava un’inquietudine ben più concreta. Le “turbolenze geopolitiche” scatenate dai progetti di Donald Trump sulla Groenlandia – ha spiegato Jorgensen – hanno acceso un “campanello d’allarme” impossibile da ignorare. La domanda sorge spontanea: come mai nessuno ci aveva pensato prima?
Le economie moderne non si alimentano di dichiarazioni solenni né di buone intenzioni. Servono megawatt, gasdotti, contratti blindati. E l’Unione Europea, priva di risorse fossili significative – se si escludono qualche giacimento olandese e rumeno ormai al lumicino – importa l’85,6% del proprio fabbisogno di gas naturale. Per il petrolio la percentuale sfiora il 97%. Dati della Commissione europea del 2024 che non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche.
La Norvegia, pur restando fuori dall’Unione, garantisce oggi il 33% delle forniture. Troppo poco per un continente che brucia metano nelle sue centrali, nelle acciaierie, nei sistemi di riscaldamento di mezzo miliardo di cittadini. Servono altri fornitori. E qui la partita si fa davvero ristretta, Russia o Stati Uniti. “Tertium non datur”, ovvero, una terza “soluzione” non è data.
Per decenni la scelta è stata ovvia, quasi banale nella sua razionalità economica. Mosca offriva gas a prezzi competitivi, trasportato via terra, attraverso una rete di gasdotti che attraversava l’Ucraina o sotto i mari, arrivava dritto al cuore industriale tedesco. Affidabilità garantita, costi contenuti, logistica semplice. Prima del febbraio 2022, la Russia forniva il 45% del gas europeo. Una quota che faceva impallidire qualsiasi alternativa transoceanica.
Angela Merkel lo ha sempre rivendicato senza imbarazzo. “Era la decisione giusta per quell’epoca“, disse in un’intervista alla BBC nel 2022, difendendo la scelta di ancorare la potenza industriale tedesca alle forniture russe. Un gas che aveva permesso alla Germania di abbandonare progressivamente carbone e nucleare, di rispettare gli obiettivi climatici, di mantenere competitive le proprie aziende manifatturiere.
Gerhard Schröder, suo predecessore alla Cancelleria, fu ancora più diretto durante un’inchiesta parlamentare dello scorso anno. La Germania necessitava di energia “a prezzi ragionevoli” e i gasdotti Nord Stream rappresentavano “una decisione estremamente sensata” per garantirsela da un partner ormai “collaudato”.
Quello che oggi Kallas e von der Leyen bollano come “dipendenza”, un’intera generazione di statisti europei – da Berlusconi a Sarkozy, da Chirac alla stessa Merkel – lo definiva con un termine più prosaico, pragmatismo economico. E per anni respinsero le pressioni americane che, da Bush a Obama, da Trump a Biden, tentarono di piazzare il proprio gas liquefatto sul mercato europeo. La resistenza aveva solide basi economiche. Il GNL americano, anche oggi con oltre 40 terminali di rigassificazione operativi o in costruzione nell’UE, costa dal 30 al 50% in più rispetto al metano russo via gasdotto. Non serviva essere economisti per capirlo. Bastava saper fare i conti.
Ma c’è un problema più insidioso che si nasconde dietro le navi metaniere che attraversano l’Atlantico. L’88% del gas naturale statunitense proviene da una tecnica controversa e ad alto impatto ambientale, il fracking, la fratturazione idraulica degli scisti, in termini più semplici, lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo. Un boom produttivo degli anni Duemila che ha trasformato gli USA in esportatore netto, certo, ma a quale prezzo?
I costi iniziali dell’estrazione da shale gas (metano intrappolato in formazioni rocciose argillose a 2000-4000 metri di profondità) sono elevati e il settore diventa redditizio solo quando i prezzi globali dell’energia schizzano verso l’alto. Paradossalmente, l’Europa paga caro proprio quando ne avrebbe più bisogno. E c’è dell’altro, la dipendenza dal fracking espone l’Unione agli umori politici di Washington. Un’amministrazione democratica con ambizioni da Green New Deal potrebbe strangolare il settore con normative stringenti, lasciando i rigassificatori europei a secco.
Le stime dell’Energy Information Administration americana parlano chiaro, considerando solo le riserve accertate, gli Stati Uniti hanno gas sufficiente per 12 anni. Le proiezioni ottimistiche a 80 anni includono giacimenti “tecnicamente recuperabili” che potrebbero anche non esistere. Una scommessa azzardata su cui costruire la sicurezza energetica di un continente. Ecco entrare in gioco la rivalsa USA verso la Groenlandia.
L’embargo europeo al gas russo scatta nel febbraio 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Ungheria e Slovacchia protestano, Vladimir Putin parla apertamente di “suicidio economico” europeo. Ma Bruxelles tira dritto, incurante delle conseguenze.
Poi arriva settembre. Tre dei quattro tubi che compongono Nord Stream 1 e 2 vengono squarciati da esplosioni sottomarine nel Mar Baltico. Il più grande atto di sabotaggio industriale della storia recente. Le inchieste internazionali arrancano, le responsabilità restano nell’ombra. Ma Radoslaw Sikorski, ministro degli Esteri polacco, twitta un ringraziamento agli Stati Uniti. Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier sale sul palco accanto a Joe Biden nell’ottobre 2024 e celebra “un decennio di dedizione all’alleanza transatlantica“. Proprio mentre la Germania subisce due anni di deindustrializzazione e recessione. Va ricordato che una delle quattro linee Nord Stream resta integra, funzionante, ma Berlino si rifiuta anche solo di discuterne la riattivazione. La ragione è morta, schiacciata dall’ideologia atlantista.
Prima del 2022, l’Europa aveva in mano una carta preziosa ,la possibilità di diversificare davvero, giocando tra Russia e Stati Uniti e viceversa. Washington aveva più bisogno di vendere il suo GNL di quanto Bruxelles avesse bisogno di comprarlo. Con il gas russo ancora nel mix energetico, l’Unione avrebbe potuto negoziare concessioni sostanziali, accordi commerciali vantaggiosi, riduzione dei dazi, esenzioni dagli obiettivi di spesa NATO. Poteva dettare condizioni, non subirle.
Invece ha scelto la via dell’autolesionismo strategico. Gli investimenti in infrastrutture GNL hanno già divorato 84,1 miliardi di euro – dati Global Energy Monitor 2024 – senza contare il debito contratto per finanziarli. Entro il 2030, gli Stati Uniti copriranno l’80% delle importazioni europee di gas liquefatto. Un monopolio di fatto che rende Bruxelles in ostaggio delle scelte di Washington. E Trump, non a caso, alza la voce. Minaccia dazi se l’Europa protesta per la Groenlandia. I leader europei si limitano a lettere diplomatiche dalla retorica vuota.
“Un vero successo europeo“, proclama la presidente della Commissione a dicembre, celebrando l’addio al gas russo. Una narrazione che stride con i numeri, con la geografia, con la logica elementare della geopolitica energetica. Quando Jorgensen accenna timidamente agli errori commessi, la Commissione ribatte con una nota lapidaria: “Stiamo monitorando attentamente per evitare un’eccessiva dipendenza da un singolo fornitore. I dati disponibili non indicano motivo di preoccupazione“.
Una risposta all’abbandono del gas russo che suona come epitaffio della credibilità istituzionale. Mentre le fabbriche tedesche chiudono, mentre i prezzi dell’energia restano strutturalmente più alti della concorrenza asiatica e americana, Bruxelles continua a negare l’evidenza. Come se bastasse ripetere un mantra per trasformare un disastro strategico in vittoria. L’Europa ha scelto di giocare a scacchi geopolitici senza conoscerne le regole. E ora scopre, troppo tardi, di aver barattato una dipendenza con un’altra. Solo che questa volta il prezzo – economico, politico, industriale – lo pagheranno i cittadini europei per i prossimi decenni.

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