updated 5:11 PM UTC, Oct 21, 2021

Guardiamo nel nulla e non abbiamo il senso del limite: così la nostra società ha ucciso bellezza e sacralità

Amore e Psiche, Antonio Canova Amore e Psiche, Antonio Canova

Una riflessione profonda sul nostro tempo, quello di "una civiltà meccanicistica e limitata agli apatici rapporti di causa-effetto" e di un uomo "sterilizzato in fatto di emozioni, privato del suo originario senso umano e artistico". Un invito a pensare e ri-pensare attraverso riferimenti letterari, filosofici e religiosi


Edgar Allan Poe, oggi reputato dalla critica il più grande scrittore e poeta gotico di sempre, scriveva, “mai guardare nell’occhio dell’abisso, perché poi anche l’abisso vorrà guardare te”. E, contrariamente a quanto affermato dal ricciolino di Boston, duecento anni addietro, la società contemporanea, masochista e fortemente egoica, ha fatto di tutto pur di abbandonare i propri occhi vitrei (privi di passione e fede) al vuoto della futilità, delle guerre verso il prossimo, delle furberie, di un perverso e incontrollato impiego della tecnica. Il tutto dettato da smisurati interessi collettivi e individuali i cui effetti reificano l’uomo e i suoi sentimenti: reificazione (privare di anima, materializzare, neutralizzare asetticamente) termine utilizzato da Simone Weil, la quale nel suo famoso scritto “l’Iliade, il poema della forza” sottolinea sconsolata quanto la società occidentale, ben lontana dai limiti derivanti dal rispetto dell’ethos degli antichi Greci, ha perduto il senso di limite, non riconoscendosi più parte di un ordine naturale di cui gli Dèi greci erano garanti, e il Dio cristiano ordinatore.

La puzza dei soldi ha sostituito l’odore vergine del Tempio della natura ispiratrice di canti e sinfonie, gli astrusi rumori della tecnica pro-vocante (cioè, che provoca e reifica la natura) di una civiltà meccanicistica e limitata agli apatici rapporti di causa-effetto (per citare Heidegger nel suo scritto “la questione della tecnica”) ha pienamente rimpiazzato i sacri di momenti di meditazione e di preghiera. Cura, attenzione e rispetto dunque reificati dalla mutevolezza delle cose, dalle impurità del peccato e delle violenze verso di sé e verso gli altri. L’uomo viene così defezionato – o per meglio dire, si auto-defeziona –, sterilizzato in fatto di emozioni, privato del suo originario senso umano e artistico: arte, come unica via che abbraccia l’essere, che comprende la vera natura originaria dell’uomo, per citare Nietzsche.

Nell’universo della reificazione anche la conoscenza di sé e del mondo è stata neutralizzata e resa passiva, sterile e circoscritta ai limiti della società: al posto di un sapere disincantato e inattuale, una parvenza di conoscenza ha preso il posto, soffermandosi sull’apparenza e su valori ambigui e discutibili, tesi unicamente a giustificare l’operato e gli interessi dell’uomo. Ma non è di certo il continuo pessimismo e il crogiolarsi nel ruolo di vittime ad aiutare l’uomo a risollevarsi; se come affermavano la coppia di pensatori Heidegger/Sloterdijk, è nel pericolo che cresce ciò che salva, ovvero, è dal buio più pesto che la luce può ritrovare spazio, sta a noi creare crepe e fessure per farla filtrare e per permettere il ritorno dei tempi in cui si viveva in armonia con gli enti circostanti, armati di empatia, di fede, di amore.

L’augurio più grande è quello di rivedere gli uomini uniti in un abbraccio di grazia, perdono e misericordia come Achille e Priamo sul finire dell’Iliade, dove tutte le violenze che avevano spazzato via bellezza e vite, erano terminate e l’orgoglio smisurato degli eroi messo a nudo, palesato nella sua debolezza e atrocità.

Matteo De Luca

Ultima modifica ilVenerdì, 08 Ottobre 2021 22:51

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