updated 2:03 PM UTC, Apr 14, 2021

Ue-Russia, è gelo totale. Lavrov: "Non ci sono più rapporti". Mosca rafforza l'asse con la Cina mentre resta alta la tensione con gli Usa

Parla il ministro degli Esteri russo: "L'intera struttura di queste relazioni è stata distrutta da decisioni unilaterali di Bruxelles". Sul fronte dello scontro con la Casa Bianca non c'è stato alcun chiarimento tra Putin e Biden. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov: "Nessuna disponibilità da parte degli Stati Uniti". E sulla valigetta nucleare: "Il presidente ha sempre tutto con sé"


Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha fatto il punto sullo stato delle relazioni con la Ue. "Con l'Unione europea non ci sono rapporti come organizzazione, l'intera struttura di queste relazioni è stata distrutta da decisioni unilaterali di Bruxelles - ha detto -. Se e quando Bruxelles riterrà possibile eliminare questa anomalia, allora la Federazione russa sarà pronta".

La Russia guarda a Oriente - Lavrov ha parlato nel corso di una conferenza stampa congiunta con il suo omologo cinese Wang Yi, al termine dell'incontro di due giorni tenuto a Guilin, nel Guangxi. Il ministro degli Esteri russo ha parlato di Mosca come del "più grande vicino" dell'Europa per cui "se e quando sarà ritenuto opportuno dagli europei eliminare questa anomalia" di rapporti diplomatici, "saremo pronti a costruire queste relazioni sulla base della parità di diritti e della ricerca di un equilibrio di interessi. Non ci sono cambiamenti sul fronte occidentale, a mio avviso, abbiamo un'agenda molto intensa sul fronte orientale, che diventa ogni anno più ricca", ha detto. 

Le tensioni con gli Usa - La Russia deve fare i conti anche con le tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti, dopo le parole poco concilianti che si sono rivolti Putin e Biden. Nella giornata di lunedì, da Mosca non sono arrivati segnali di distensione. Prima il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva spiegato che non era in programma nessun contatto tra Putin e il presidente Usa poiché non vi è "nessuna disponibilità da parte degli Usa". Poi lo stesso Peskov, in riferimento alla "valigetta nucleare", ha ribadito che "Putin ha sempre con sé gli strumenti di comunicazione necessari, compresi quelli strategici, ovunque si trovi". 

 

(Fonte: Tgcom24)

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Putin replica a Biden: "Gli auguro buona salute. Collaborare ancora con gli Usa? Solo alle nostre condizioni"

Il presidente americano aveva risposto affermativamente alla domanda se il capo del Cremlino fosse un "assassino". La crisi diplomatica generata dalle affermazioni del nuovo inquilino della Casa Bianca - e che ha già portato al richiamo dell'ambasciatore russo a Washington per consultazioni - rischia di acuire il divario tra i due Paesi


Joe Biden e Vladimir Putin: torna il gelo tra Usa e Russia

Joe Biden accusa Vladimir Putin e lo definisce un assassino. La risposta? "Stia bene". Rapporti sempre più tesi tra Russia e Stati Uniti dopo che il presidente Biden ha definito ieri Putin "un killer" e ha affermato che la Russia "pagherà un prezzo" per le interferenze nelle elezioni Usa. "Una risposta a Biden? Gli direi, 'stia bene. Le auguro buona salute! Lo dico senza ironia, senza scherzare", ha affermato oggi Putin.

Mentre "molto male" è stato il commento secco del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, a chi gli chiedeva un commento alle parole di Biden. "Mi tratterrò dal rilasciare un commento articolato - ha detto il portavoce secondo quanto riporta il sito della Tass - dirò una sola cosa: queste sono parole molto negative da parte di un presidente degli Stati Uniti".

Il richiamo dell'ambasciatore "per il tempo necessario"

Già ieri Mosca aveva reagito con il richiamo dell'ambasciatore russo a Washington, Anatoly Antonov, per "consultazioni". "Quanto dureranno? Esattamente il tempo necessario per le consultazioni stesse", ha fatto sapere oggi la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova. "Le consultazioni - ha chiarito - non si terranno solo al ministero degli Esteri, ma anche in varie agenzie governative".

"Gli Usa si scusino o non finirà qui"

"Ho il sospetto che non finirà qui se gli Usa non daranno spiegazioni e non si scuseranno", ha scritto in un post su Faceboook il vice presidente del Consiglio della Federazione russa, la camera alta del Parlamento, Konstantin Kosachev. "Simili dichiarazioni non possono essere tollerate in nessuna circostanza e porteranno inevitabilmente a un aumento delle tensioni tra i nostri Paesi. Il richiamo dell'ambasciatore negli Usa per consultazioni - ha scritto Kosachev - è una risposta immediata, adeguata e l'unica ragionevole in una situazione del genere".

Tutto era gelato anche il rumore » Pensalibero.it

L'analista: "Così Biden colpisce la politica estera di Trump"

Le aspre accuse mosse a Vladimir Putin dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, dimostrano la volontà di "marcare il cambio di approccio rispetto a Donald Trump anche nel campo della politica estera, colpendone uno dei tratti più controversi, ovvero l'apertura alla Russia, che era stata pensata anche in chiave anti-cinese", spiega in un'intervista all'Adnkronos Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes. "Biden ha fatto la stessa cosa anche in politica interna", emanando già nella prima settimana del suo mandato decine di ordini esecutivi per smantellare alcune delle misure "meno gradite" varate da Trump, sottolinea Dottori, secondo cui il nuovo capo di Stato americano vuole dimostrare che l'ex presidente è stato "un'anomalia rispetto alla tradizione wilsoniana della politica americana, che è condivisa anche dalla destra neoconservatrice".

Quanto alle conseguenze a breve-medio termine delle dichiarazioni di Biden, "in politica estera le parole sono pietre", sottolinea, ed il presidente "sta negando legittimità politica agli interlocutori esteri che non gradisce. Diventerà più difficile sedersi al tavolo con i russi, questo è praticamente certo - dichiara Dottori - Peraltro, rispetto ad altri conclamati killer si osserva maggiore indulgenza. Il presidente afghano Ghani, ad esempio, viene sollecitato a reintegrare i Talebani nel governo del suo Paese. Si punta anche ad un negoziato con il regime di Teheran, che pure ha soffocato nel sangue le proteste dei giovani che chiedevano più libertà". Secondo il consigliere scientifico di Limes, Biden ha voluto reagire a quanto emerso a proposito del sostegno dato dai russi a Trump lo scorso autunno. "È del tutto legittimo, poiché l'America ha tutto il diritto di proteggere la propria sovranità, se la ritiene minacciata. Ma qui pare esserci anche dell'altro - conclude - Dal momento che Trump non è uscito di scena, ma agisce da capo dell'opposizione, è forte la sensazione che Biden stia attaccando tutti coloro che ritiene vicini al proprio predecessore, circostanza che non mancherà di complicare la gestione della politica estera statunitense".

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"Putin assassino": Biden riapre la Guerra fredda. Mosca furiosa: "Un attacco alla Russia"

Il presidente degli Stati Uniti nel corso di un'intervista si scaglia contro il capo del Cremlino accusato anche di aver cercato di interferire nelle elezioni americane del 2020: "Pagherà un prezzo". La replica arriva dal Presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin: "Ha insultato i cittadini del nostro Paese con la sua dichiarazione"


Il pericoloso delirio di Joe Biden: «Putin è un assassino. Pagherà un  prezzo molto alto» - Secolo d'Italia

Lei pensa che Vladimir Putin sia un assassino? "Sì". Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha risposto così ad una domanda specifica nell'intervista a Good Morning America. E le parole del numero uno Usa scatenano la dura reazione di Mosca, che parla di "attacco alla Russia".

Putin, ha aggiunto Biden, "pagherà un prezzo" per aver cercato di interferire anche nelle elezioni del 2020. Il presidente americano ha commentato il rapporto di intelligence appena declassificato secondo il quale Putin avrebbe diretto la campagna di disinformazione russa tesa a colpire l'allora candidato democratico. Ed alla domanda di George Stephanopoulos su quali saranno le conseguenze, il presidente ha risposto: "lo vedrete a breve".

Nell'intervista Biden ha fatto riferimento al colloquio telefonico avuto con il presidente russo dopo il suo insediamento, durante il quale lo ha confrontato sulla questione delle interferenze elettorali e sulla vice da di Aleskey Navalny. "Abbiamo avuto un lungo colloquio, lo conosco relativamente bene - ha detto Biden, che ha avuto rapporti con Putin quando era vice presidente di Barack Obama - e la nostra conversazione è iniziata così: 'Io ti conosco e tu mi conosci, se stabilisco che questo è successo, allora preparati'".

Biden, comunque, ha sottolineato che Washington può "camminare e masticare il chewing gum" allo stesso tempo, intendendo che pur adottando misure nei confronti di Mosca, manterrà "spazio per lavorare insieme dove ci sono aree di reciproco interesse", come il rinnovo dell'accordo Start sul nucleare.

La conferma delle nuove interferenze elettorali di Mosca è arrivata con il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall'Office of Director of National Intelligence, in cui si afferma che sia la Russia che l'Iran hanno cercato di interferire, anche se non ci sono prove che abbiano cercato di cambiare i risultati elettorali. Anche la Cina aveva valutato un'operazione di disinformazione, ma poi avrebbe rinunciato.

Il rapporto è un diretto atto d'accusa a Putin: "Abbiamo stabilito - si legge nel documento - che il presidente russo ha autorizzato e diverse agenzie governative condotto un'operazione di influenza tesa a minare la candidatura del presidente Biden e il partito democratico, sostenendo l'ex presidente Trump, minando la fiducia pubblica nel processo elettorale ed esacerbando le divisioni negli Stati Uniti".

Il rapporto evidenza poi delle differenze rispetto al 2016, dal momento questa volta "non si è assistito ad un persistente tentativo russo di violare le infrastrutture informatiche elettorali americane". Ma l'operazione ha visto il coinvolgimento di individui legati all'intelligence russa che passato disinformazione a persone vicine a Trump ed ai media.

La replica di Mosca: "Un attacco alla Russia"

Putin e il dubbio della Merkel

Le parole del Presidente degli Stati Uniti Biden costituiscono "un attacco alla Russia", ha dichiarato il Presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin. Il contenuto dell'intervista, ha aggiunto, è frutto di "isteria provocata dalla debolezza". "Biden ha insultato i cittadini del nostro Paese con la sua dichiarazione", ha scritto Volodin sul suo canale Telegram. "Putin è il nostro Presidente e gli attacchi contro di lui sono attacchi contro il nostro Paese", ha aggiunto.

Per il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, le accuse degli Stati Uniti sulla presunta interferenza nelle elezioni presidenziali del 2020, "sono prive di fondamento, di prove e sono sbagliate".

"Non siamo d'accordo con le conclusioni dell'Intelligence nazionale Usa sul nostro Paese. La Russia non ha interferito nelle elezioni precedenti e non lo ha fatto in quelle del 2020 a cui fa riferimento il rapporto. La Russia non è coinvolta in campagne contro alcuno dei candidati", ha aggiunto Peskov.

"In generale, possiamo ancora una volta esprimere rincrescimento per tali accuse, che sono ben lontane dall'essere sostanziali, e sono usate come scusa per introdurre la questione di nuove sanzioni contro il nostro Paese". Queste accuse inoltre "danneggiano le relazioni bilaterali già sofferenti e scoraggiano gli sforzi politici per uscire da questa impasse", ha concluso Peskov prima della diffusione del contenuto dell'intervista di Joe Biden alla Abc.

 

(Fonte: Adnkronos)

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Trump è sempre Trump: ruggisce dalla "sua" Florida e rimane padrone del Partito repubblicano. Con l'astro nascente DeSantis verso il 2024?

"Vi sono mancato?". Ha aperto così Donald Trump il suo primo discorso da ex presidente. Lo ha fatto dall'amata Florida, al fianco del governatore Ron DeSantis, italo americano, volto nuovo in ascesa nel fronte conservatore. La sfida a Joe Biden ("Il primo mese più disastroso della storia") è lanciata, per le elezioni di medio termine e per la Casa Bianca tra quattro anni, magari con un ticket proprio insieme al quotato leader del Sunshine State. Intanto non molla le redini del Gop, la cui base è sempre con lui. Un bell'articolo dell'Agi sui propositi di rivincita dell'uomo più discusso d'America


Supporters cheer and wave as former president Donald Trump is introduced at the Conservative Political Action Conference (CPAC) Sunday, Feb. 28, 2021, in Orlando, Fla. (AP Photo/John Raoux)

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Fa la lista nera dei nemici del partito, non arretra di un millimetro sulle elezioni truccate. Attacca l'avversario come un ariete, promette la remuntada nel voto del 2022 e la conquista della Casa Bianca per il Grand Old Party nel 2024 ("Mi chiedo chi ci andrà"). Non scende ufficialmente in campo, ma nel partito repubblicano resta l'unico giocatore in grado di vincere ancora. L'aria che tira è tutta riassunta nel sondaggio fatto dagli elettori conservatori presenti a Orlando alla convention Cpac: la stragrande maggioranza sta con lui, e in fondo è una non notizia.

 La notizia, invece, è Trump in grande spolvero, tutt'altro che disposto a sotterrare l'ascia di guerra, disposto a lasciare libero il campo a una nuova leadership, perché ha davanti due opzioni: o il candidato alle elezioni del 2024 è lui o lo sceglierà lui. È la dura legge del consenso, e ancora una volta la prova della piazza (materiale e virtuale) premia Trump. Lo ha ricordato lui stesso quando ha snocciolato i 75 milioni di voti "conquistati dall'incumbent".

Non ha mai concesso davvero la vittoria a Joe Biden, impensabile che lo facesse nella "sua" Florida. Dunque: "Le elezioni sono truccate", e naturalmente "ho vinto io", con urgenza "bisogna riscrivere le leggi elettorali e proteggere il voto perché i dem hanno usato la scusa del Covid per cambiare le regole in corsa" e "la Corte Suprema" é stata codarda.

E' sempre Trump, sempre sotto e sopra le righe. Non lo nasconde, rivendica il suo essere politicamente scorretto ("Oh sentirete molto altro ancora") quando parla della difesa dei record delle donne nello sport minacciati dalla presenza dei transgender, con il benestare di Joe Biden.

Trump tocca tutti i tasti ideali dei conservatori americani, è una cosa che sa fare bene, è la leadership che si esprime nel suo terreno ideale, fa orrore ai democratici, ma questo non sposta di una virgola il copione: folla, applausi, "we love you" e la playlist dei MAGA rally con il siparietto finale sulle note "YMCA".

Sopra e sotto, c'è la battaglia per le elezioni di medio termine che è già iniziata. L'avviso a Biden è che le speranze di dividere i repubblicani sono minime, l'avvertimento agli avversari interni è che la loro rielezione passa per il detto e non detto di The Donald. Quando fa l'elenco dei nemici del Gop, scandisce i nomi con precisione chirurgica, li accusa di tradimento, di intelligenza con il nemico democratico ("bisogna liberarsene"). Sei con me e sei eletto, sei contro di me e vai a casa ("Il mio endorsement è un potente strumento politico").

Tutto il resto è la Santa Barbara del trumpismo: il Green New Deal della sinistra "è ridicolo", i prezzi della benzina "saliranno alle stelle", "America First diventa America Last", l'apertura delle frontiere favorirà il terrorismo, il futuro dei giovani "è stato venduto al sindacato degli insegnanti". Pizzica le corde del Gop sull'amore per l'America e per la bandiera, sulla lotta contro il monopolio del Big Tech e contro la censura delle voci repubblicane, la difesa del Secondo emendamento, il diritto a portare armi.

Il primo mese di Biden nel racconto di Trump è un'impresa da guinness dei fiaschi politici ("Il più disastroso della storia"). Trump, naturalmente, ha l'iperbole incorporata nel ciuffo più giallo che biondo, ma proprio per questo da non sottovalutare. Il suo più grande avversario tra i democratici, il governatore di New York Chris Cuomo, è in difficolta, è rimasto impigliato nelle accuse di sessismo al punto da fare una dichiarazione di scuse proprio durante lo show di Trump, il sindaco di New York Bill De Blasio è contestato dai circoli dem della Grande Mela per la gestione dei lockdown, Chuck Schumer ha una leadership traballante.

Resta salda la navigatissima Nancy Pelosi, ma il gruppo progressista è a dir poco effervescente e ha chiesto alla Casa Bianca spiegazioni sul bombardamento del Pentagono in Siria. L'amministrazione Biden può vantare una campagna di vaccinazione galoppante, ma anche qui Trump sfodera le frecce per il suo arco: "Ho investito miliardi nei vaccini, con quello di Johnson & Johnson ne abbiamo tre e la produzione è merito mio", Biden "sta solo attuando il mio piano".

Segnali dal futuro? Intanto l'emersione ormai chiara dell'italo americano Ron DeSantis, come nuova star dei repubblicani, il governatore della Florida ha tenuto botta durante il Covid, non ha chiuso, con il lockdown duro le attività economiche, ha applicato una ricetta fatta di conservatorismo e pragmatismo, e oggi appare il numero due dopo Trump nel Gop. Tutto questo a molti fa pensare a un ticket Trump-DeSantis per il 2024, e forse dopo la performance di Trump a Orlando non è un'ipotesi non troppo lontana dalla realtà.

Entrambi vengono dal Sunshine State, sono aperturisti, contro l'establishment washingtoniano del partito, amati dalla base che ha in Rush Limbaugh (il conduttore radiofonico scomparso qualche giorno fa) un suo riferimento culturale. Altri bagliori dal domani? Una manovra chiara di Trump per assicurarsi il controllo totale del Gop: "Non farò un nuovo partito, è fake news. C'è il Gop, sarà unito e più forte che mai".

Il solco è già tracciato: elezioni nel 2022 e poi, nel caso di un ribaltone alla Camera e al Senato, la strambata di nuovo verso la Casa Bianca tra quattro anni. Le primarie? Per ora sono una formalità. In fondo, il nuovo inizio dei repubblicani ha un titolo, la frase con cui Trump ha aperto il suo primo discorso da ex presidente: "Vi sono mancato?".

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Riecco Donald Trump: "Ricandidarmi nel 2024? Troppo presto per dirlo, ma abbiamo enorme sostegno". Da Twitter "noioso" a Biden che "mente" sui vaccini, si vede che le armi non le ha mai deposte (VIDEO)

Dopo che la scorsa settimana il Senato lo ha assolto nel secondo processo di impeachment, Trump in un'intervista a Newsmax ha ammesso che gli "manca essere presidente", ma non rivela se si candiderà alla Casa Bianca nel 2024. "E' troppo presto per dirlo, ma vedo grandi sondaggi", ha dichiarato. "Non lo dirò ancora, ma abbiamo un enorme sostegno", ha affermato, aggiungendo che "sono l'unico che viene messo sotto accusa ed i cui consensi salgono". Sulla Cnn, il suo successore aveva detto di non aver "trovato nulla nei frigoriferi", riferendosi alla scarsa quantità di dosi: Trump ha ricordato come Biden in persona sia stato vaccinato il 21 dicembre e come abbia fatto anche il secondo richiamo a gennaio - (VIDEO)


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Donald Trump non si sbilancia sulla sua ricandidatura alla presidenza tra quattro anni ma sottolinea come il suo consenso sia alto. 

"2024? Troppo presto per dirlo", dichiara l'ex presidente in un'intervista all'emittente Newsmax, sottolineando come anche con l'impeachment (da quale è stato assolto per la seconda volta) le sue quotazioni salgano.

"Mi manca essere presidente", ha affermato. Trump ha dichiarato che non tornerà su Twitter da cui è stato bandito, ma sta valutando una piattaforma alternativa al social: "Sappiamo come far sentire la nostra voce". 

L'ex presidente degli Stati Uniti riferisce di aver guardato parte del townhall su Cnn con Joe Biden e accusa il successore di "mentire o essere fuori di testa" per aver detto che non c'era il vaccino contro il Coronavirus prima del suo insediamento alla Casa Bianca lo scorso 20 gennaio. Sulla Cnn, Biden ha detto di non aver "trovato nulla nei frigoriferi", riferendosi alla scarsa quantità di dosi: Trump ha ricordato come Biden in persona sia stato vaccinato il 21 dicembre e come abbia fatto anche il secondo richiamo a gennaio.


"Non tornerò su Twitter". Lo ha annunciato l'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in realtà è stato bandito dalla piattaforma di microblogging dopo l'irruzione dei suoi sostenitori all'interno del Congresso. "Twitter è diventato molto noioso e milioni di persone lo stanno abbandonando perché non è più lo stesso, posso capirli", ha dichiarato Trump in un'intervista a 'Newsmax'.

L'ex presidente ha quindi aperto alla possibilità di creare una propria piattaforma social. "C'è anche l'altra opzione di costruire un nostro sito", ha aggiunto ribadendo il "grande consenso" di cui gode tra l'elettorato repubblicano.

Dopo che la scorsa settimana il Senato lo ha assolto nel secondo processo di impeachment, Trump ha quindi ammesso che gli "manca essere presidente", ma non rivela se si candiderà alla Casa Bianca nel 2024. "E' troppo presto per dirlo, ma vedo grandi sondaggi", ha dichiarato l'ex presidente. "Non lo dirò ancora, ma abbiamo un enorme sostegno", ha detto Trump, aggiungendo che "sono l'unico che viene messo sotto accusa ed i cui consensi salgono".

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Impeachment, Trump assolto al Senato. E ora punta al ritorno: cosa faranno i repubblicani? L'analisi dell'Ispi

I "sì" al Senato per l'impeachment di Donald Trump non raggiungono i due terzi necessari. "È la fine di una caccia alle streghe", ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. "Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti", ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena

Al termine di un processo lampo al Senato – durato appena cinque giorni – Donald Trump è stato assolto dall’accusa di incitamento all’insurrezione per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Contro l’ex presidente, cioè dalla parte dei democratici e della richiesta di impeachment, si sono espressi 7 senatori repubblicani. Per far passare la mozione, e raggiungere la maggioranza dei due terzi, ce ne sarebbero voluti dieci in più. Si è concluso così, come ampiamente previsto, il processo per la messa in stato d’accusa all’ex inquilino della Casa Bianca, il primo della storia degli Stati Uniti ad essere sottoposto alla procedura per ben due volte e il primo ad essere processato dopo la fine del suo incarico. Ma se il processo si è concluso in tempi mai così rapidi, le sue conseguenze sono destinate a durare a lungo: nel partito repubblicano c’è già aria di epurazione contro i sette che hanno votato a favore della condanna di Trump: Bill Cassidy (Louisiana), Richard Burr (Nord Carolina), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Pat Toomey (Pennsylvania). In Lousiana, la commissione esecutiva del GOP – Grand old party, come viene chiamato il partito repubblicano –ha presentato una mozione di censura verso Cassidy che in un breve comunicato dopo il voto si era espresso così: “La nostra Costituzione e il nostro paese sono più importanti di una singola persona. Ho votato per condannare il presidente Trump perché è colpevole”.

 
 

Penalmente responsabile?

Una sentenza annunciata, quella di assoluzione, dopo che il potente leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, aveva fatto trapelare una mail ai colleghi di partito in cui annunciava la sua intenzione di votare contro la condanna dell'ex presidente. Una decisione che ha scatenato non poche polemiche: “Non c'è dubbio, nessuno, che il presidente Trump sia praticamente e moralmente responsabile di provocare gli eventi del giorno", ha detto McConnell in un discorso in aula dopo il voto. Ma il leader repubblicano ha sostenuto di non poter avallare la condanna perché non era appropriato tenere un processo di impeachment per un presidente che aveva già lasciato l'incarico. McConnell, tuttavia, ha suggerito che è ancora possibile per Trump essere ritenuto penalmente responsabile dell'insurrezione. “Non è ancora riuscito a farla franca”, ha detto l’attuale leader della minoranza al Senato, molto rispettato dai colleghi di partito e che anche per questo avrebbe forse potuto ribaltare l’esito del voto, decidendo di condannare Trump. Intanto, dalla Casa Bianca, Joe Biden invita a stare attenti: “Anche se il voto finale non ha portato a una condanna – ha dichiarato il presidente – la sostanza dell'accusa non è in discussione. Questo triste capitolo della nostra storia ci ha ricordato che la democrazia è fragile. Che deve essere sempre difesa. Che dobbiamo essere sempre vigili”.

 

Siamo solo all’inizio?

“È la fine di una caccia alle streghe”, ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. “Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti”, ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena. Nell’assalto al Congresso dello scorso 6 gennaio, 5 persone, tra cui un agente di polizia, hanno perso la vita e oltre 140 sono rimaste ferite. L’ex presidente era accusato di aver incoraggiato le violenze con un discorso incendiario pronunciato poche ore prima dell’assalto. Nonostante l’assoluzione, però, altri guai giudiziari incombono sul tycoon, non più protetto dall’immunità, e potrebbero comprometterne le ambizioni politiche: sull'attacco a Capitol Hill c'è un'inchiesta aperta dal procuratore della capitale, come pure sulla telefonata al governatore della Georgia a cui Trump chiese di sovvertire il risultato del voto nello stato in suo favore. Ma a preoccupare l’ex commander in chief sono probabilmente le indagini della procura di New York, su presunte frodi bancarie, assicurative e fiscali. Un filone partito dalle rivelazioni dell'ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, sui pagamenti per comprare il silenzio di due pornostar, effettuati con i fondi della campagna elettorale.

 

 Dilemma repubblicano?

L’assoluzione dall’impeachment non può non definirsi una vittoria per Donald Trump: l’ex presidente potrà correre per le presidenziali del 2024, se vorrà farlo, guidando nel frattempo l’opposizione a Joe Biden. All’interno del GOP, infatti, la sua presa è ancora così salda perché la sua base elettorale sembra essere rimasta intatta. Secondo un sondaggio di Axios, dello scorso 14 gennaio – una settimana dopo l’attacco al Congresso – circa il 57% degli elettori repubblicani riteneva che Trump dovesse essere il frontrunner repubblicano per le elezioni del 2024. E non è un caso se dei sette senatori repubblicani che gli hanno votato contro tre – Susan Collins, Ben Sasse e Bill Cassidy – sono stati appena rieletti e non dovranno affrontare gli elettori per altri sei anni, mentre due – Pat Toomey e Richard Burr – stanno andando in pensione.

In quello che sembrava un potenziale slogan per il lancio della campagna di rielezione di Trump nel 2023, Michael van der Veen del team legale dell’ex presidente ha dichiarato: “Questa è cancel culture costituzionale. La storia registrerà questa pagina vergognosa come un tentativo deliberato del partito Democratico di diffamare, censurare e cancellare, non solo il presidente Trump, ma i 75 milioni di americani che lo hanno votato”. Qualunque siano i piani futuri di Trump, i critici temono che sia stato stabilito un precedente. Il risultato del processo – svoltosi proprio sulla scena del delitto – è che un presidente può mentire su un’elezione e incitare una folla di insorti senza doverne pagare le conseguenze. È forse questa la più pericolosa delle eredità lasciate da Trump.

IL COMMENTO

di Mario Del Pero, Senior Associate Research Fellow ISPI e Docente Sciences Po

 

“La leadership repubblicana al Senato si è mossa su un crinale sottile: ha condannato severamente Trump, denunciandone la responsabilità per l’assalto al Congresso; ma non ha votato l’impeachment, nascondendosi dietro il presunto difetto di costituzionalità di una procedura svoltasi a Presidenza terminata. Una ambiguità finalizzata a contenere il malcontento di una base ancora largamente schierata con l’ex Presidente, permettendo al contempo un’opera di sganciamento da Trump che si spera sarà facilitata dall’azione della giustizia ordinaria. E però ha permesso non fosse sanzionato l’atteggiamento eversivo di Trump e deve fare i conti con un lascito, quello di questi quattro anni di Presidenza, dal quale non sarà semplice emancipare il partito e i suoi elettori”.

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Usa, con Biden la politica estera cambia poco: restano le sanzioni all'Iran e critiche alla Cina senza "un briciolo di democrazia"

Solo toni diversi rispetto al suo predecessore Donald Trump, ma la sua mano con i rivali a livello internazionale non sarà meno dura. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parlando in tv avverte Teheran sul programma nucleare e attacca il presidente cinese Xi Jinping. Saranno questi due i dossier più spinosi e complicati del suo mandato


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Gli Stati Uniti non toglieranno le sanzioni all'Iran fino a che Teheran non rispetterà i suoi impegni: lo afferma il presidente americano Joe Biden in un'intervista nella quale sostiene anche che nel presidente cinese Xi Jinping "non c'è un briciolo di democrazia". Biden, parlando alla Cbs, ha ribadito che la sua amministrazione non è disposta a togliere le sanzioni imposte da Trump per convincere Teheran a tornare al tavolo delle trattative per rinnovare l'accordo sul programma nucleare iraniano.

Una richiesta, quella di togliere le sanzioni, avanzata negli ultimi giorni dalla Repubblica islamica. Ma nei pensieri di Biden negli ultimi giorni c'è anche la Cina, con la sua amministrazione che ha preso una posizione durissima sul fronte della persecuzione degli uiguri e su quello delle minacce a Taiwan. "Conosco bene Xi Jinping, è molto intelligente ma è troppo duro, in lui non c'è un briciolo di democrazia, è la realtà", afferma Biden nell'intervista a Cbs, confermando come non abbia ancora parlato col leader cinese. "Ma non c'è alcuna ragione per non chiamarlo", aggiunge il presidente americano, ricordando come da vice di Obama ha speso molto più tempo con Xi di ogni altro leader mondiale: "Circa 24-25 ore di incontri privati e migliaia di chilometri fatti insieme". Biden assicura quindi come anche l'approccio con Pechino cambierà rispetto all'era Trump: "Siamo pronti a una forte competizione, ma non vogliamo un conflitto".

 

(Fonte: Ansa)

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Usa, non ci sono i numeri per l'impeachment contro Trump. E l'America di Biden rimane spaccata in due

Il processo nei confronti dell'ex presidente potrebbe non iniziare prima del 9 febbraio e, come riporta il Washington Post, ci sarebbero 45 senatori repubblicani, quindi oltre un terzo dell'assemblea, pronti a bocciare il procedimento. A meno di ulteriori defezioni interne (servirebbe il "tradimento" di 17 rappresentanti del Gop) per "The Don" sembra quindi profilarsi l'assoluzione, una carta che potrebbe investire nel suo immediato futuro politico


Donald Trump potrebbe evitare la condanna per aver incitato all'attacco del Campidoglio, poiché più di un terzo dei senatori fa sapere di opporsi all'impeachment. Lo riporta il Washington Post, secondo cui molti senatori repubblicani - sarebbero 45 in totale - sono pronti a sostenere l'ex presidente in un voto chiave martedì prima del suo imminente processo di impeachment. 

Questo potrebbe segnalare che il procedimento probabilmente si concluderà con l'assoluzione di Trump dall'accusa di aver incitato la rivolta del Campidoglio del 6 gennaio. Il processo a Trump non dovrebbe iniziare fino al 9 febbraio, ma i senatori prestano giuramento per il procedimento il 26 gennaio.

I 45 senatori sono quelli che hanno votato oggi a favore dell'incostituzionalità del processo di impeachment, presentata in una mozione del repubblicano Rand Paul convinto che non si possa mettere in stato di accusa un ex presidente.

La mozione è stata però respinta, perché altri 55 senatori, di cui cinque del Gop, l'hanno contrastata. Si va avanti con l'impeachment, ma il risultato in aula sulla votazione odierna è stato letto come un buon segnale per Trump: con 45 senatori contrari all'impeachment, vuol dire che ha i numeri 'salvarsi'. Perché Trump venga 'condannato' serve che almeno 17 senatori Gop votino con i dem per l'impeachment.

 

(Fonte: Agi)

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