updated 10:13 PM UTC, Mar 8, 2021

Gli Stati Uniti e la dipendenza dalla Cina nei settori chiave dell'economia

Biden firma un decreto con misure economiche atte a ridurre gli approvvigionamenti nei settori difesa, sanità pubblica, biotecnologie ed energia, provenienti dalla Cina


Gli Stati Uniti vogliono ridurre la dipendenza dalla Cina e da altri concorrenti esterni al loro territorio, rafforzando le catene di fornitura di beni essenziali, che vanno dalle apparecchiature sanitarie ai microchip o ai minerali. La pandemia ha rivelato quanto l'Occidente sia dipendente dalla produzione cinese e il presidente Joe Biden, che vuole incoraggiare l'industria locale, ha firmato mercoledì un ordine esecutivo per garantire, in caso di nuove crisi, una forte autonomia del paese nel rispondere ai bisogni interni. L'interruzione della produzione in diversi stabilimenti automobilistici per mancanza di componenti ha dimostrato l'urgenza del provvedimento.

Il vecchio protezionismo, rivestito da un infiammato populismo economico nazionale, ha portato Biden a utilizzare lo slogan Made in America come mantra durante la campagna elettorale, a sostegno dell'industria locale. Il suo decreto, prevede la completa ristrutturazione in soli 100 giorni, delle filiere dei componenti elettronici, dei principi attivi di farmaci, delle batterie di veicoli elettrici, altra scommessa dell'Amministrazione Democratica, che con loro rinnoverà parte della flotta elettrica circolante sulle strade americane. Particolare attenzione ai minerali estratti da terre rare, che vengono utilizzati nella fabbricazione di automobili o armi, e in cui la dipendenza dalla Cina è enorme. Questi sono i primi quattro obiettivi urgenti.

Ma la riaffermazione degli Usa di Biden contro la Cina va oltre il puramente economico. William Burns, il diplomatico veterano militare, nominato nuovo direttore della CIA, ha sostenuto questo mercoledì al Senato, che il successo nel fermare il gigante asiatico sarà la chiave per la sicurezza strategica degli Stati Uniti contro Pechino, Il regime cinese in risposta, ha dichiarato che le relazioni economiche si potranno bloccare se Washington non revocherà le sanzioni commerciali e smetterà di intromettersi negli affari interni, come la repressione della minoranza uigura o la gestione delle proteste antigovernative a Hong Kong.

L'ordine esecutivo prevede anche la revisione annuale della catena di produzione e fornitura in sei settori: difesa, sanità pubblica e biotecnologia, tecnologie delle telecomunicazioni, energia, trasporti, produzione alimentare e fornitura di materie prime agricole. Sei aree che rappresentano il fulcro della sicurezza strategica a cui Burns alludeva dinanzi al Senato; per evitare non solo un evento "inaccettabile", termine usato dalla Casa Bianca, come la mancanza di dispositivi di protezione individuale e maschere per il personale sanitario all'inizio della pandemia, ma anche "la recente carenza di chip semiconduttori (per industria automobilistica), che ha rallentato il ritmo di produzione degli stabilimenti, un calo che potrebbe finire per colpire i lavoratori ”, secondo la Casa Bianca.

Diversi stabilimenti, compresi quelli gestiti da Ford e General Motors, sono stati recentemente costretti a interrompere la produzione per mancanza di componenti, con una riduzione del 20% del carico di lavoro nel primo trimestre e la chiusura temporanea degli stabilimenti negli USA, Canada e Messico. Un gruppo di produttori di componenti elettronici, all'inizio di questo mese, ha chiesto al governo Biden incentivi per aumentare la produzione, nel contesto dei suoi piani di ripresa economica. Le aziende statunitensi del settore vendono il 47% dei chip nel mondo, ma rappresentano solo il 12% della produzione globale, a seguito del trasferimento in vigore dagli anni '90.

Dopo aver incontrato alla Casa Bianca un gruppo di legislatori, il presidente si è espresso a favore della promozione di una legislazione specifica, che favorisca la produzione e l'adeguata fornitura di questi componenti. 

  • Presidente Joe Biden, questo lunedì alla Casa Bianca.

La scommessa, al mille per cento, è anticipare le crisi e rimediare alla vulnerabilità rivelata dalla tempesta del coronavirus, questo significa anche ritirarsi delle delocalizzazioni, come quelle che negli ultimi decenni hanno portato fuori dal Paese il 70% della produzione di principi attivi dei medicinali, calcolo su cui si basa la Casa Bianca per considerare quel mercato una priorità, della nuova era economica. Non esiste una formula magica che risolva le carenze a breve termine, ma, secondo un alto funzionario della Casa Bianca citato da Reuters, "non si tratta solo di rivedere rapporti internazionali, ma di chiudere i buchi mentre li identifichiamo".

Per tagliare i legami con la Cina e altri concorrenti economici, gli Stati Uniti cercheranno di sviluppare localmente parte di quella produzione attualmente deficitaria e di collaborare con altri paesi in Asia e America Latina, quando non potranno farlo direttamente in casa, ha aggiunto la fonte. La revisione dei settori strategici mira anche a ridurre il numero delle importazioni a quelle strettamente necessarie.

L'ordine esecutivo di Biden si unisce a quello firmato a gennaio per sfruttare il potere d'acquisto del governo statunitense, il più grande acquirente di beni e servizi nel mercato cinese, per incentivare la produzione locale e creare nuovi mercati per le nuove tecnologie, attraverso l'obbligo di ricorrere a società nazionali per i contratti anche con l'estero.

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Riecco Donald Trump: "Ricandidarmi nel 2024? Troppo presto per dirlo, ma abbiamo enorme sostegno". Da Twitter "noioso" a Biden che "mente" sui vaccini, si vede che le armi non le ha mai deposte (VIDEO)

Dopo che la scorsa settimana il Senato lo ha assolto nel secondo processo di impeachment, Trump in un'intervista a Newsmax ha ammesso che gli "manca essere presidente", ma non rivela se si candiderà alla Casa Bianca nel 2024. "E' troppo presto per dirlo, ma vedo grandi sondaggi", ha dichiarato. "Non lo dirò ancora, ma abbiamo un enorme sostegno", ha affermato, aggiungendo che "sono l'unico che viene messo sotto accusa ed i cui consensi salgono". Sulla Cnn, il suo successore aveva detto di non aver "trovato nulla nei frigoriferi", riferendosi alla scarsa quantità di dosi: Trump ha ricordato come Biden in persona sia stato vaccinato il 21 dicembre e come abbia fatto anche il secondo richiamo a gennaio - (VIDEO)


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Donald Trump non si sbilancia sulla sua ricandidatura alla presidenza tra quattro anni ma sottolinea come il suo consenso sia alto. 

"2024? Troppo presto per dirlo", dichiara l'ex presidente in un'intervista all'emittente Newsmax, sottolineando come anche con l'impeachment (da quale è stato assolto per la seconda volta) le sue quotazioni salgano.

"Mi manca essere presidente", ha affermato. Trump ha dichiarato che non tornerà su Twitter da cui è stato bandito, ma sta valutando una piattaforma alternativa al social: "Sappiamo come far sentire la nostra voce". 

L'ex presidente degli Stati Uniti riferisce di aver guardato parte del townhall su Cnn con Joe Biden e accusa il successore di "mentire o essere fuori di testa" per aver detto che non c'era il vaccino contro il Coronavirus prima del suo insediamento alla Casa Bianca lo scorso 20 gennaio. Sulla Cnn, Biden ha detto di non aver "trovato nulla nei frigoriferi", riferendosi alla scarsa quantità di dosi: Trump ha ricordato come Biden in persona sia stato vaccinato il 21 dicembre e come abbia fatto anche il secondo richiamo a gennaio.


"Non tornerò su Twitter". Lo ha annunciato l'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in realtà è stato bandito dalla piattaforma di microblogging dopo l'irruzione dei suoi sostenitori all'interno del Congresso. "Twitter è diventato molto noioso e milioni di persone lo stanno abbandonando perché non è più lo stesso, posso capirli", ha dichiarato Trump in un'intervista a 'Newsmax'.

L'ex presidente ha quindi aperto alla possibilità di creare una propria piattaforma social. "C'è anche l'altra opzione di costruire un nostro sito", ha aggiunto ribadendo il "grande consenso" di cui gode tra l'elettorato repubblicano.

Dopo che la scorsa settimana il Senato lo ha assolto nel secondo processo di impeachment, Trump ha quindi ammesso che gli "manca essere presidente", ma non rivela se si candiderà alla Casa Bianca nel 2024. "E' troppo presto per dirlo, ma vedo grandi sondaggi", ha dichiarato l'ex presidente. "Non lo dirò ancora, ma abbiamo un enorme sostegno", ha detto Trump, aggiungendo che "sono l'unico che viene messo sotto accusa ed i cui consensi salgono".

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Impeachment, Trump assolto al Senato. E ora punta al ritorno: cosa faranno i repubblicani? L'analisi dell'Ispi

I "sì" al Senato per l'impeachment di Donald Trump non raggiungono i due terzi necessari. "È la fine di una caccia alle streghe", ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. "Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti", ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena

Al termine di un processo lampo al Senato – durato appena cinque giorni – Donald Trump è stato assolto dall’accusa di incitamento all’insurrezione per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Contro l’ex presidente, cioè dalla parte dei democratici e della richiesta di impeachment, si sono espressi 7 senatori repubblicani. Per far passare la mozione, e raggiungere la maggioranza dei due terzi, ce ne sarebbero voluti dieci in più. Si è concluso così, come ampiamente previsto, il processo per la messa in stato d’accusa all’ex inquilino della Casa Bianca, il primo della storia degli Stati Uniti ad essere sottoposto alla procedura per ben due volte e il primo ad essere processato dopo la fine del suo incarico. Ma se il processo si è concluso in tempi mai così rapidi, le sue conseguenze sono destinate a durare a lungo: nel partito repubblicano c’è già aria di epurazione contro i sette che hanno votato a favore della condanna di Trump: Bill Cassidy (Louisiana), Richard Burr (Nord Carolina), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Pat Toomey (Pennsylvania). In Lousiana, la commissione esecutiva del GOP – Grand old party, come viene chiamato il partito repubblicano –ha presentato una mozione di censura verso Cassidy che in un breve comunicato dopo il voto si era espresso così: “La nostra Costituzione e il nostro paese sono più importanti di una singola persona. Ho votato per condannare il presidente Trump perché è colpevole”.

 
 

Penalmente responsabile?

Una sentenza annunciata, quella di assoluzione, dopo che il potente leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, aveva fatto trapelare una mail ai colleghi di partito in cui annunciava la sua intenzione di votare contro la condanna dell'ex presidente. Una decisione che ha scatenato non poche polemiche: “Non c'è dubbio, nessuno, che il presidente Trump sia praticamente e moralmente responsabile di provocare gli eventi del giorno", ha detto McConnell in un discorso in aula dopo il voto. Ma il leader repubblicano ha sostenuto di non poter avallare la condanna perché non era appropriato tenere un processo di impeachment per un presidente che aveva già lasciato l'incarico. McConnell, tuttavia, ha suggerito che è ancora possibile per Trump essere ritenuto penalmente responsabile dell'insurrezione. “Non è ancora riuscito a farla franca”, ha detto l’attuale leader della minoranza al Senato, molto rispettato dai colleghi di partito e che anche per questo avrebbe forse potuto ribaltare l’esito del voto, decidendo di condannare Trump. Intanto, dalla Casa Bianca, Joe Biden invita a stare attenti: “Anche se il voto finale non ha portato a una condanna – ha dichiarato il presidente – la sostanza dell'accusa non è in discussione. Questo triste capitolo della nostra storia ci ha ricordato che la democrazia è fragile. Che deve essere sempre difesa. Che dobbiamo essere sempre vigili”.

 

Siamo solo all’inizio?

“È la fine di una caccia alle streghe”, ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. “Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti”, ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena. Nell’assalto al Congresso dello scorso 6 gennaio, 5 persone, tra cui un agente di polizia, hanno perso la vita e oltre 140 sono rimaste ferite. L’ex presidente era accusato di aver incoraggiato le violenze con un discorso incendiario pronunciato poche ore prima dell’assalto. Nonostante l’assoluzione, però, altri guai giudiziari incombono sul tycoon, non più protetto dall’immunità, e potrebbero comprometterne le ambizioni politiche: sull'attacco a Capitol Hill c'è un'inchiesta aperta dal procuratore della capitale, come pure sulla telefonata al governatore della Georgia a cui Trump chiese di sovvertire il risultato del voto nello stato in suo favore. Ma a preoccupare l’ex commander in chief sono probabilmente le indagini della procura di New York, su presunte frodi bancarie, assicurative e fiscali. Un filone partito dalle rivelazioni dell'ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, sui pagamenti per comprare il silenzio di due pornostar, effettuati con i fondi della campagna elettorale.

 

 Dilemma repubblicano?

L’assoluzione dall’impeachment non può non definirsi una vittoria per Donald Trump: l’ex presidente potrà correre per le presidenziali del 2024, se vorrà farlo, guidando nel frattempo l’opposizione a Joe Biden. All’interno del GOP, infatti, la sua presa è ancora così salda perché la sua base elettorale sembra essere rimasta intatta. Secondo un sondaggio di Axios, dello scorso 14 gennaio – una settimana dopo l’attacco al Congresso – circa il 57% degli elettori repubblicani riteneva che Trump dovesse essere il frontrunner repubblicano per le elezioni del 2024. E non è un caso se dei sette senatori repubblicani che gli hanno votato contro tre – Susan Collins, Ben Sasse e Bill Cassidy – sono stati appena rieletti e non dovranno affrontare gli elettori per altri sei anni, mentre due – Pat Toomey e Richard Burr – stanno andando in pensione.

In quello che sembrava un potenziale slogan per il lancio della campagna di rielezione di Trump nel 2023, Michael van der Veen del team legale dell’ex presidente ha dichiarato: “Questa è cancel culture costituzionale. La storia registrerà questa pagina vergognosa come un tentativo deliberato del partito Democratico di diffamare, censurare e cancellare, non solo il presidente Trump, ma i 75 milioni di americani che lo hanno votato”. Qualunque siano i piani futuri di Trump, i critici temono che sia stato stabilito un precedente. Il risultato del processo – svoltosi proprio sulla scena del delitto – è che un presidente può mentire su un’elezione e incitare una folla di insorti senza doverne pagare le conseguenze. È forse questa la più pericolosa delle eredità lasciate da Trump.

IL COMMENTO

di Mario Del Pero, Senior Associate Research Fellow ISPI e Docente Sciences Po

 

“La leadership repubblicana al Senato si è mossa su un crinale sottile: ha condannato severamente Trump, denunciandone la responsabilità per l’assalto al Congresso; ma non ha votato l’impeachment, nascondendosi dietro il presunto difetto di costituzionalità di una procedura svoltasi a Presidenza terminata. Una ambiguità finalizzata a contenere il malcontento di una base ancora largamente schierata con l’ex Presidente, permettendo al contempo un’opera di sganciamento da Trump che si spera sarà facilitata dall’azione della giustizia ordinaria. E però ha permesso non fosse sanzionato l’atteggiamento eversivo di Trump e deve fare i conti con un lascito, quello di questi quattro anni di Presidenza, dal quale non sarà semplice emancipare il partito e i suoi elettori”.

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Quello che nessuno dice...

Il Parlamento europeo chiede sanzioni più severe contro la Russia dall'UE, il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov afferma che il suo paese deve "prepararsi alla guerra" se vuole relazioni pacifiche con l'Unione europea


Il Parlamento europeo ha chiesto all'UE di adottare misure più severe contro la Russia, come risposta all'arresto di Alexei Navalni, fermato all'arrivo a Mosca dopo aver trascorso diversi mesi in Germania, dove si stava riprendendo dall'attacco chimico subito in estate.

In una risoluzione che ha avuto 581 voti a favore, contro 50 contrari e 44 astensioni, il Parlamento europeo ha chiesto di attivare "una posizione attiva sull'arresto di Navalni" e di "rafforzare in modo significativo le misure restrittive nei confronti della Russia".

I deputati sottolineano che le sanzioni dovrebbero essere estese anche agli oligarchi russi legati al regime, ai membri della cerchia più vicini al presidente, Vladimir Putin, e ai "propagandisti" russi. A tal proposito, chiedono agli Stati membri di considerare l'utilizzo del nuovo sistema di sanzioni contro le violazioni dei diritti umani, un nuovo strumento varato a fine anno che mira ad accelerare l'adozione di misure punitive. 

Un atteggiamento molto discusso e nato subito dopo l'insediamento di Biden come nuovo Presidente degli Stati Uniti D'America. 

La risposta russa non si è fatta attendere e suona come una vera e propria minaccia. Il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, ha dichiarato durante un'intervista che la Russia deve "prepararsi alla guerra" se vuole relazioni pacifiche con l'Unione europea. Lavrov ha affermato che l'UE è il più grande partner commerciale e di investimento della Russia, ma che il suo paese deve essere preparato nel caso in cui "vengano imposte sanzioni in alcune particolari aree, che arrivino a creare rischi per la nostra economia, anche nelle aree più sensibili". "Siamo pronti alla rottura totale di tutti i rapporti, se vuoi la pace prepara la guerra.", ha continuato.

Dopo la sua visita a Mosca, Josep Borrell, capo della politica estera dell'UE, ha detto al Parlamento europeo che l'UE deve assumere una posizione ferma nelle sue relazioni con la Russia, indicando i conflitti in corso in Ucraina, Bielorussia e nel Caucaso meridionale.

“Spetterà agli Stati membri decidere il passo successivo, e questo potrebbe includere sanzioni. E presenterò proposte concrete, utilizzando il diritto di iniziativa dell'alto rappresentante ", ha detto Borrell ai legislatori dell'UE.

Secondo portavoce del ministero degli Esteri tedesco, la Germania ha appena firmato un accordo di collaborazione con la Russia e per questo motivo in una nota afferma: "Posso solo dire che dal nostro punto di vista, o per noi, queste dichiarazioni sono davvero sconcertanti e incomprensibili".

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Usa, con Biden la politica estera cambia poco: restano le sanzioni all'Iran e critiche alla Cina senza "un briciolo di democrazia"

Solo toni diversi rispetto al suo predecessore Donald Trump, ma la sua mano con i rivali a livello internazionale non sarà meno dura. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parlando in tv avverte Teheran sul programma nucleare e attacca il presidente cinese Xi Jinping. Saranno questi due i dossier più spinosi e complicati del suo mandato


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Gli Stati Uniti non toglieranno le sanzioni all'Iran fino a che Teheran non rispetterà i suoi impegni: lo afferma il presidente americano Joe Biden in un'intervista nella quale sostiene anche che nel presidente cinese Xi Jinping "non c'è un briciolo di democrazia". Biden, parlando alla Cbs, ha ribadito che la sua amministrazione non è disposta a togliere le sanzioni imposte da Trump per convincere Teheran a tornare al tavolo delle trattative per rinnovare l'accordo sul programma nucleare iraniano.

Una richiesta, quella di togliere le sanzioni, avanzata negli ultimi giorni dalla Repubblica islamica. Ma nei pensieri di Biden negli ultimi giorni c'è anche la Cina, con la sua amministrazione che ha preso una posizione durissima sul fronte della persecuzione degli uiguri e su quello delle minacce a Taiwan. "Conosco bene Xi Jinping, è molto intelligente ma è troppo duro, in lui non c'è un briciolo di democrazia, è la realtà", afferma Biden nell'intervista a Cbs, confermando come non abbia ancora parlato col leader cinese. "Ma non c'è alcuna ragione per non chiamarlo", aggiunge il presidente americano, ricordando come da vice di Obama ha speso molto più tempo con Xi di ogni altro leader mondiale: "Circa 24-25 ore di incontri privati e migliaia di chilometri fatti insieme". Biden assicura quindi come anche l'approccio con Pechino cambierà rispetto all'era Trump: "Siamo pronti a una forte competizione, ma non vogliamo un conflitto".

 

(Fonte: Ansa)

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Israele, comanda sempre Netanyahu. Il premier saldamente in testa nei sondaggi sulle elezioni del 23 marzo

Secondo una rilevazione diffusa da Channel 12, se le elezioni, le quarte in due anni, si tenessero oggi il Likud conquisterebbe 30 seggi. Male il centrista Benny Gantz. A destra "Bibi" stacca i rivali, sinistra nel caos


Netanyahu vince in Israele, ma gli mancherebbe un seggio | laRegione

A poco meno di due mesi dalle elezioni del 23 marzo, la scena politica israeliana è in subbuglio: gli ultimi sondaggi danno il premier Benjamin Netanyahu saldamente in testa, crolla invece il rivale centrista Benny Gantz.
A destra, i partiti alternativi al Likud registrano un calo mentre a sinistra si discute di fusioni tra Meretz e il Labour guidato dalla nuova leader, Merav Michaeli; intanto il leader di Telem, Moshe Ya'alon e l'ex ministro della Giustizia Avi Nissenkorn hanno annunciato che non parteciperanno al voto. C'è tempo fino al 4 febbraio per presentare le liste alla Commissione centrale elettorale. 

Secondo il sondaggio diffuso da Channel 12, se le elezioni, le quarte in due anni, si tenessero oggi il Likud di Netanyahu conquisterebbe 30 seggi, confermandosi il primo partito, seguito a distanza dalla formazione centrista Yesh Atid di Yair Lapid che si fermerebbe a 17. In calo i due partiti alternativi al Likud a destra: la nuova creatura di Gideon Sa'ar 'Nuova Speranza', che prenderebbe 14 seggi, e Yamina di Naftali Bennett (13); la Lista Unita araba, oggi a 15 seggi, scenderebbe a 10, mentre i partiti ultra-ortodossi Shas e United Torah Judaism ne conquisterebbero otto e il partito Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman sette.

I laburisti guidati da Michaeli sono in salita (5), Meretz a quattro, mentre crolla Blu e Bianco di Gantz a quattro dagli attuali 14. 'Gli Israeliani', la nuova formazione del sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, non riuscirebbe invece a superare la soglia di sbarramento, così come Gesher di Orly Levy e Telem dell'ex capo di Stato maggiore Moshe Ya'alon. Quest'ultimo, alla luce delle proiezioni, ha annunciato che il partito non parteciperà alle elezioni: "Credevo che correre indipendentemente avrebbe potuto aumentare il potere del campo che cerca il cambiamento. Una tesi che si è rivelata erronea" alla luce delle "circostanze politiche che si sono venute a creare". 

Passo indietro dall'arena politica anche da parte dell'ex ministro della Giustizia Avi Nissenkorn, che ha annunciato l'addio al partito di Huldai al quale si era unito solo un mese fa come numero due, dopo aver lasciato Blu e Bianco. La mossa apre la strada a una possibile fusione con i laburisti: entrambe le formazioni vogliono rafforzarsi e, secondo voci, Michaeli avrebbe posto l'uscita di Nissenkorn come condizione per un'unione.

"Quando il campo ha bisogno di fusioni con altri per sopravvivere e ci sono una molteplicità di partiti e candidati, va bene sapere come farsi da parte e prendersi una pausa, che è quello che faccio io oggi", ha spiegato l'ex ministro della Giustizia. Il primo cittadino di Tel Aviv lo ha ringraziato per poi ricordare, alla luce delle voci di fusione, che "l'unico modo per generare un potere significativo è insieme, e tutti dovranno fare concessioni". 

 

(Fonte: Agi)

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Il Congresso conferma la vittoria di Biden dopo la rivolta dei "pro Trump"

Alla fine di una giornata caotica che ha causato quattro morti il presidente Trump si impegna per un "normale" passaggio di potere...


I sondaggi e le istituzioni hanno dato il colpo di grazia all'era Trump, giovedì mattina dopo una giornata sfortunata per la storia degli Stati Uniti, il Congresso ha confermato la vittoria del democratico Joe Biden.

Poche ore prima il Congresso era stato aggredito da una folla di sostenitori del presidente repubblicano, agitati dalle sue accuse di frode elettorale. I gravi disordini, in cui sono morte quattro persone, hanno costretto a sospendere la seduta e a dispiegare la Guardia Nazionale, ma il Campidoglio si è riunito di nuovo nella stessa notte, in una determinata dimostrazione di fermezza e ha rispettato la Costituzione. Alle 3:40 (ora di Washington City), il vicepresidente Mike Pence ha dichiarato Biden vincitore dopo giorni di pressioni. 

Biden entrerà in carica e lancerà un governo con un ampio margine di manovra, poiché i Democratici controlleranno la Casa Bianca, la Camera dei Rappresentanti e, dopo le elezioni di martedì in Georgia, anche il Senato. Inizierà quindi il duro lavoro per chiudere le ferite di quest'ultimo periodo. I leader di tutto il mondo hanno condannato gli ultimi avvenimenti in quello che è orgoglioso essere, un paese di riferimento per la democrazia e la forza istituzionale.

"Finiremo esattamente ciò che abbiamo iniziato e certificheremo il vincitore delle elezioni presidenziali del 2020, il comportamento criminale non dominerà mai il Congresso degli Stati Uniti", ha affermato il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell. L'attuale capo della minoranza conservatrice ha definito la rivolta una “insurrezione fallita” e ha proclamato con orgoglio: “Gli Stati Uniti e questo Congresso hanno affrontato minacce molto più grandi della folle folle di oggi. Non ci hanno scoraggiato prima e non ci scoraggeranno ora. Hanno cercato di rompere la nostra democrazia e hanno fallito ”. Il vicepresidente, Mike Pence, aveva aperto la seduta pochi istanti prima affermando: "Non hai vinto, la violenza non vince mai, vince la libertà". Discorsi che davano l'idea di una terapia di gruppo.

Sostenitori di Trump all'interno del Campidoglio.

In questa giornata nuvolosa del 2021 gli americani si sono imbattuti in un mostro dall'aspetto inquietante, una folla che ha rotto le finestre del suo grande tempio democratico, ne ha scalato le mura, ha fatto irruzione nelle sale plenarie e ha presieduto la presidenza del Senato. La democrazia ha prevalso, ma il sistema, forse non così perfetto, è stato danneggiato.

La miccia si era accesa in mattinata, dopo un comizio convocato da Trump davanti alla Casa Bianca, proprio in occasione della seduta per certificare la vittoria democratica alle elezioni presidenziali. "Dopo questo, andremo a piedi in Campidoglio e faremo il tifo per i nostri coraggiosi senatori e membri del Congresso", ha detto a una folla di migliaia di persone venute da tutto il paese. "Non recupererai mai il tuo paese con la debolezza, devi mostrare forza", ha aggiunto. Alla fine i Trumpisti hanno marciato verso il Campidoglio e, dopo aver rotto il cordone di polizia, sono scoppiate le violenze.

I manifestanti si scontrano con gli agenti di polizia davanti al Campidoglio di Washington.
I legislatori sono corsi in cerca di rifugio e Pence è stato evacuato, mentre i manifestanti hanno marciato all'interno dell'edificio, alcuni con bandiere confederate e altri sotto mentite spoglie, lasciando una nota tragicomica alla giornata. Uno sedeva sulla sedia occupata dal presidente del Senato; un altro, nell'ufficio della presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, alla quale, secondo l'Associated Press, avrebbe lasciato un messaggio con la scritta: "Non ci tireremo indietro". Quattro persone sono state uccise.
Il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence annuncia l'elezione del presidente e del vicepresidente.
I membri del Congresso corrono in salvo, dopo che i manifestanti hanno preso d'assalto il Campidoglio.

 

In totale, il dramma è durato quasi 15 ore, non era la prima volta che il Campidoglio veniva attaccato, nel 1954 un gruppo di nazionalisti portoricani sparò alla Camera dei Rappresentanti e ferì diversi membri del Congresso e nel 1998 un uomo uccise due poliziotti, ma non c'era mai stata una folla che assediava il Chambers dall'attacco britannico, guidato dal generale Robert Ross nel 1814, dopo la battaglia di Bladensburg. 

Che quello che stava accadendo non fosse un colpo di stato lo ha intuito la Borsa di New York, che è salita dell'1,4% ed era più consapevole degli stimoli economici che hanno portato a un nuovo Senato controllato dai Democratici, che del tumulto che gli investitori hanno guardato in televisione. Ma le persone sono morte, hanno avuto paura, Washington ha guardato nell'abisso. 

 
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L'UE conclude nuovi accordi commerciali con la Cina

Il controverso accordo mira a migliorare l'accesso delle aziende europee al mercato cinese


L'Unione europea ha finalmente chiuso un accordo di investimento con la Cina, un accordo tanto atteso e controverso. Dopo sette anni di trattative, Bruxelles è riuscita a convincere Pechino ad impegnarsi nel porre fine ai divieti per le aziende europee di accedere al suo mercato o ad introdurre pratiche discriminatorie per escluderle. Il patto, tuttavia, non genera solo timori a Washington. Il presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Cina, Reinhard Bütikofer (Verdi), ha definito l'accordo un "errore strategico" dell'Ue. 

Non c'erano grandi atti. Solo una conferenza stampa in videoconferenza, come imposto dai tempi di pandemia. Il patto di investimenti tra UE e Cina è stato chiuso a mezzogiorno, a seguito di una videoconferenza tra il presidente Xi Jinping e le controparti europee. I capi del Consiglio europeo, Charles Michel, e della Commissione, Ursula von der Leyen, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, a sua volta presidente dell'Ue, sono stati raggiunti dal presidente francese Emmanuel Macron, una delle voci più popolari e critiche nei confronti dell'accordo.

L'accordo ha tre temi principali; una maggiore trasparenza nel sistema di sussidi stabilito da Pechino per le sue aziende, una maggiore parità di condizioni tra le imprese cinesi ed europee e il rallentamento del trasferimento tecnologico. “Dobbiamo essere realistici: questo accordo non risolverà tutte le sfide legate alla Cina, che dobbiamo affrontare. Tuttavia, collega la Cina con impegni significativi che vanno nella giusta direzione", ha affermato il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis.

Bruxelles sottolinea soprattutto l'apertura di nuovi mercati che l'accordo comporta, soprattutto nel settore manifatturiero, che rappresenta più della metà degli investimenti dell'UE in Cina. Secondo la Commissione UE, Pechino si impegna a dare alle imprese europee l'accesso, su un piano di parità in settori che fino ad ora aveva considerato con riserva: servizi cloud, finanza, sanità privata, ambiente e trasporto. "L'accordo fornirà un accesso senza precedenti al mercato cinese per gli investitori europei, consentendo alle nostre aziende di crescere e creare posti di lavoro", ha affermato Von der Leyen.

Dombrovskis ha spiegato che l'accordo elimina anche l'obbligo di creare alleanze o società a capitale misto - europeo e cinese - per accedere ad alcuni settori. Lo stesso verrà fatto, anche se progressivamente, nel settore automobilistico, che rappresenta il 28% di tutti gli investimenti dell'UE nel gigante asiatico. L'accordo, infatti, era di particolare interesse per Berlino, che lo aveva inserito tra le priorità della sua attuale presidenza Ue.

Bruxelles ha anche evidenziato le concessioni che aveva preso dalla Cina in materia di ambiente e diritti dei lavoratori. Secondo la Commissione, Pechino si è impegnata ad adottare gradualmente tutte le convenzioni dell'Organizzazione internazionale del lavoro, compresa quella che vieta il lavoro forzato. Se lo facesse, sarebbe una svolta, soprattutto vista la preoccupazione generata dalle denunce degli attivisti sullo sfruttamento lavorativo della minoranza Uigura nello Xinjiang, cosa che la Cina da sempre nega.

L'Ue ha detto che definirà la corretta strategia delle relazioni con la Cina, sotto la presidenza francese del 2022. In ogni caso, ha nuovamente affermato nella dichiarazione post-riunione, la sua "grave preoccupazione" per la situazione dei diritti umani, anche a Hong Kong. L'accordo deve essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo, dove il processo sembra più complicato. Per ora il presidente della delegazione che si occupa della Cina, Reinhard Bütikofer, ha attaccato tramite il suo account Twitter il patto e lo ha definito un "errore strategico".

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