updated 2:41 PM UTC, Mar 3, 2021

Impeachment, Trump assolto al Senato. E ora punta al ritorno: cosa faranno i repubblicani? L'analisi dell'Ispi

Donald Trump Donald Trump

I "sì" al Senato per l'impeachment di Donald Trump non raggiungono i due terzi necessari. "È la fine di una caccia alle streghe", ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. "Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti", ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena

Al termine di un processo lampo al Senato – durato appena cinque giorni – Donald Trump è stato assolto dall’accusa di incitamento all’insurrezione per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Contro l’ex presidente, cioè dalla parte dei democratici e della richiesta di impeachment, si sono espressi 7 senatori repubblicani. Per far passare la mozione, e raggiungere la maggioranza dei due terzi, ce ne sarebbero voluti dieci in più. Si è concluso così, come ampiamente previsto, il processo per la messa in stato d’accusa all’ex inquilino della Casa Bianca, il primo della storia degli Stati Uniti ad essere sottoposto alla procedura per ben due volte e il primo ad essere processato dopo la fine del suo incarico. Ma se il processo si è concluso in tempi mai così rapidi, le sue conseguenze sono destinate a durare a lungo: nel partito repubblicano c’è già aria di epurazione contro i sette che hanno votato a favore della condanna di Trump: Bill Cassidy (Louisiana), Richard Burr (Nord Carolina), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowski (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Pat Toomey (Pennsylvania). In Lousiana, la commissione esecutiva del GOP – Grand old party, come viene chiamato il partito repubblicano –ha presentato una mozione di censura verso Cassidy che in un breve comunicato dopo il voto si era espresso così: “La nostra Costituzione e il nostro paese sono più importanti di una singola persona. Ho votato per condannare il presidente Trump perché è colpevole”.

 
 

Penalmente responsabile?

Una sentenza annunciata, quella di assoluzione, dopo che il potente leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, aveva fatto trapelare una mail ai colleghi di partito in cui annunciava la sua intenzione di votare contro la condanna dell'ex presidente. Una decisione che ha scatenato non poche polemiche: “Non c'è dubbio, nessuno, che il presidente Trump sia praticamente e moralmente responsabile di provocare gli eventi del giorno", ha detto McConnell in un discorso in aula dopo il voto. Ma il leader repubblicano ha sostenuto di non poter avallare la condanna perché non era appropriato tenere un processo di impeachment per un presidente che aveva già lasciato l'incarico. McConnell, tuttavia, ha suggerito che è ancora possibile per Trump essere ritenuto penalmente responsabile dell'insurrezione. “Non è ancora riuscito a farla franca”, ha detto l’attuale leader della minoranza al Senato, molto rispettato dai colleghi di partito e che anche per questo avrebbe forse potuto ribaltare l’esito del voto, decidendo di condannare Trump. Intanto, dalla Casa Bianca, Joe Biden invita a stare attenti: “Anche se il voto finale non ha portato a una condanna – ha dichiarato il presidente – la sostanza dell'accusa non è in discussione. Questo triste capitolo della nostra storia ci ha ricordato che la democrazia è fragile. Che deve essere sempre difesa. Che dobbiamo essere sempre vigili”.

 

Siamo solo all’inizio?

“È la fine di una caccia alle streghe”, ha esultato l'ex presidente poco dopo la sentenza di assoluzione. “Il nostro meraviglioso movimento storico e patriottico per fare l'America di nuovo grande è solo all'inizio, nei prossimi mesi avrò molto da condividere con voi e non vedo l'ora di continuare il nostro incredibile viaggio insieme per conseguire la grandezza americana per tutti”, ha promesso, ventilando già il suo ritorno sulla scena. Nell’assalto al Congresso dello scorso 6 gennaio, 5 persone, tra cui un agente di polizia, hanno perso la vita e oltre 140 sono rimaste ferite. L’ex presidente era accusato di aver incoraggiato le violenze con un discorso incendiario pronunciato poche ore prima dell’assalto. Nonostante l’assoluzione, però, altri guai giudiziari incombono sul tycoon, non più protetto dall’immunità, e potrebbero comprometterne le ambizioni politiche: sull'attacco a Capitol Hill c'è un'inchiesta aperta dal procuratore della capitale, come pure sulla telefonata al governatore della Georgia a cui Trump chiese di sovvertire il risultato del voto nello stato in suo favore. Ma a preoccupare l’ex commander in chief sono probabilmente le indagini della procura di New York, su presunte frodi bancarie, assicurative e fiscali. Un filone partito dalle rivelazioni dell'ex avvocato personale di Trump, Michael Cohen, sui pagamenti per comprare il silenzio di due pornostar, effettuati con i fondi della campagna elettorale.

 

 Dilemma repubblicano?

L’assoluzione dall’impeachment non può non definirsi una vittoria per Donald Trump: l’ex presidente potrà correre per le presidenziali del 2024, se vorrà farlo, guidando nel frattempo l’opposizione a Joe Biden. All’interno del GOP, infatti, la sua presa è ancora così salda perché la sua base elettorale sembra essere rimasta intatta. Secondo un sondaggio di Axios, dello scorso 14 gennaio – una settimana dopo l’attacco al Congresso – circa il 57% degli elettori repubblicani riteneva che Trump dovesse essere il frontrunner repubblicano per le elezioni del 2024. E non è un caso se dei sette senatori repubblicani che gli hanno votato contro tre – Susan Collins, Ben Sasse e Bill Cassidy – sono stati appena rieletti e non dovranno affrontare gli elettori per altri sei anni, mentre due – Pat Toomey e Richard Burr – stanno andando in pensione.

In quello che sembrava un potenziale slogan per il lancio della campagna di rielezione di Trump nel 2023, Michael van der Veen del team legale dell’ex presidente ha dichiarato: “Questa è cancel culture costituzionale. La storia registrerà questa pagina vergognosa come un tentativo deliberato del partito Democratico di diffamare, censurare e cancellare, non solo il presidente Trump, ma i 75 milioni di americani che lo hanno votato”. Qualunque siano i piani futuri di Trump, i critici temono che sia stato stabilito un precedente. Il risultato del processo – svoltosi proprio sulla scena del delitto – è che un presidente può mentire su un’elezione e incitare una folla di insorti senza doverne pagare le conseguenze. È forse questa la più pericolosa delle eredità lasciate da Trump.

IL COMMENTO

di Mario Del Pero, Senior Associate Research Fellow ISPI e Docente Sciences Po

 

“La leadership repubblicana al Senato si è mossa su un crinale sottile: ha condannato severamente Trump, denunciandone la responsabilità per l’assalto al Congresso; ma non ha votato l’impeachment, nascondendosi dietro il presunto difetto di costituzionalità di una procedura svoltasi a Presidenza terminata. Una ambiguità finalizzata a contenere il malcontento di una base ancora largamente schierata con l’ex Presidente, permettendo al contempo un’opera di sganciamento da Trump che si spera sarà facilitata dall’azione della giustizia ordinaria. E però ha permesso non fosse sanzionato l’atteggiamento eversivo di Trump e deve fare i conti con un lascito, quello di questi quattro anni di Presidenza, dal quale non sarà semplice emancipare il partito e i suoi elettori”.

Ultima modifica ilMartedì, 16 Febbraio 2021 17:46

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