updated 10:10 AM UTC, Nov 27, 2020

Le Fiere Zootecniche di Cremona in versione completamente digitale. Parla il direttore De Bellis: "Le nostre manifestazioni a misura d'uomo e altamente specializzate" (VIDEO)

Ai microfoni de ilComizio.it il Direttore Generale di CremonaFiere, Massimo De Bellis. Tema: le Fiere Zootecniche Internazionali che si terranno in modalità esclusivamente digitale a causa dell'emergenza Covid, oltre alle peculiarità d'eccellenza delle manifestazioni fieristiche cremonesi per il legame col territorio e l'elevato livello tecnico che le collocano ai vertici del panorama mondiale - (VIDEO)


Fiere zootecniche internazionali di Cremona, nuove date - AgroNotizie -  Zootecnia

Per far fronte alle esigenze di sicurezza sanitaria, semplificazione logistica, ottimizzazione e visibilità delle aziende, e per ospitare anche quest’anno in una situazione particolarmente difficile una mostra zootecnica d’eccellenza, le Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona si riorganizzano. Dal  3 al 5 dicembre i visitatori virtuali, italiani ed esteri, potranno usufruire della rassegna partecipando agli streaming che saranno indicati sul sito http://www.fierezootecnichecr.it tramite dei link di collegamento agli eventi di interesse. La rassegna si svolgerà  in modalità online e proporrà un ampio e articolato programma convegnistico e l’esposizione dei migliori capi di bestiame.

Black Friday, Confesercenti scrive a Conte: "Va posticipato, altrimenti i negozi fisici sono svantaggiati rispetto ai colossi dell'e-commerce". La replica di Amazon: "Oltre metà delle vendite da piccole e medie imprese"

Dopo i messaggi inviati nei giorni scorsi, sul tema è tornata Confesercenti, che ha chiesto al presidente del Consiglio Conte un rinvio dell'appuntamento al 4 dicembre. "In Francia - scrive Confesercenti in una lettera a Conte -  si è già intervenuti sulla questione. E dopo la moral suasion del Governo, sia la grande distribuzione organizzata sia Amazon hanno accettato di posticipare la data del Black Friday al 4 dicembre, poco dopo la prevista riapertura dei negozi indipendenti. Una soluzione a nostro avviso opportuna, che dà a tutte le forme di distribuzione una chance di competere per il Black Friday, ormai diventato uno degli eventi commerciali più importanti dell'anno. E che, se fosse applicata anche in Italia - conclude la missiva - avrebbe un grande valore per le piccole imprese, anche simbolico, permettendo loro di recuperare un po' di fiducia"


Black friday online e negozi chiusi «Opportuno posticipare come in Francia»  - Cronaca, Bergamo

La proposta è di posticipare, come già fatto in Francia, la data del 29 novembre alla fine delle restrizioni su larga scala per contenere il contagio. Così piccole imprese e negozi fisici, che riapriranno il 3 dicembre, potranno competere con l'e-commerce

Il 29 novembre arriva il Black Friday, il venerdì di sconti nato negli Usa e diventato anche in Europa un appuntamento atteso da commercianti e consumatori: per tutta la settimana è previsto un boom degli acquisti, con molti clienti che si porteranno avanti per i regali di Natale. Così con buona parte dei negozi chiusi per le restrizioni imposte dal governo per contenere la pandemia di coronavirus, anche in Italia è stata fatta la proposta di posticipare – come già fatto in Francia – la data del 29 novembre alla fine dei lockdown. La riapertura di piccole imprese e negozi fisici è prevista soltanto per il 3 dicembre: rinviando il Block Friday, si darebbe la possibilità di competere con l’e-commerce.

Per questo Confesercenti ha presentato un esposto all’Antitrust per denunciare la disparità di condizioni venutasi a creare tra i negozi tradizionali e gli operatori dell’on-line. “Siamo di fronte ad una distorsione gravissima della concorrenza, che dobbiamo correggere al più presto”, afferma Confesercenti. L’associazione ha anche scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedere che l’Italia segua la soluzione della Francia, dove sia la grande distribuzione organizzata sia Amazon hanno accettato di posticipare la data del Black Friday al 4 dicembre, dopo la prevista riapertura dei negozi indipendenti.

La capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelimini si è schierata per spostare a dicembre il venerdì di super sconti, per non favorire i giganti del web. Anche il Consiglio nazionale dei centri commerciali ha evidenziato la “la preoccupante situazione in cui si trova l’Italia”, a differenza degli altri Paesi europei in cui il periodo del Black Friday è stato posticipato “per poter garantire una leale concorrenza”. Al rinvio è contraria invece l’Unione consumatori, che trova la proposta “ridicola” e si chiede a che titolo venga fatto l’esposto all’Antitrust.

Nella questione è intervenuto direttamente il colosso Amazon, sottolineando che oltre la metà delle proprie vendite annuali provengono proprio dalle piccole e medie imprese, che non avrebbero altro modo di raggiungere una platea così vasta di consumatori. “Sin dall’inizio della pandemia abbiamo lavorato duramente per garantire la salute e la sicurezza dei nostri dipendenti, supportando le 14mila piccole imprese italiane che vendono nel nostro negozio”, chiarisce Amazon Italia, precisando che nel 2019 quasi 600 piccole imprese italiane hanno superato il milione di dollari di vendite sulla piattaforma e-commerce.

I media e gli economisti plaudono alla ripresa economica cinese

Gli ultimi dati economici della seconda economia mondiale, hanno attirato ampia attenzione dei nostri economisti, con i media nazionali che lodano la crescita economica della Cina. Sono queste le basi per una nuova colonizzazione?


I dati diffusi diffusi lunedì dall'Ufficio nazionale di statistica cinese, mettono in risalto una forte crescita nell'economia cinese, la produzione industriale a valore aggiunto a ottobre è aumentata del 6,9% anno su anno, mantenendo lo stesso ritmo di settembre. E le vendite al dettaglio di beni di consumo, il principale indicatore del consumo cinese, sono aumentate del 4,3% su base annua. La Cina, secondo una stima del Fondo monetario internazionale pubblicata ad ottobre, dovrebbe registrare una crescita economica dell'1,9% per il 2020, emergendo come l'unica grande economia al mondo che si troverà in territorio positivo.

"L'economia cinese sta dimostrando una tenuta oltre le aspettative", riporta il quotidiano online Affari Italiani, aggiungendo che la forte performance economica della Cina "è in assoluto contrasto con le economie occidentali". Il sito di notizie finanziarie Money, invece parla di ambizioni cinesi, "I riflettori sono sempre più puntati sulla Cina e sulle sue ambizioni di crescita", aggiungendo che tra le incertezze economiche e la devastante pandemia di COVID-19, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, l'Asia è ancora una volta "protagonista del mondo scena." Secondo Sky TG24, "La Cina ha ricominciato a correre, la sua economia ha ripreso il ritmo di crescita che siamo abituati a vedere". ANSA riporta, "l'emergenza coronavirus in Cina è stata domata".

Dati gli stretti legami economici tra Cina e Italia, primo Paese europeo e nazione del Gruppo dei Sette ad aderire alla Belt and Road Initiative, i mercati italiani hanno risposto positivamente alla ripresa economica cinese. Martedì la Borsa di Milano ha chiuso in rialzo dello 0,6%, il primo giorno di negoziazione dopo che la Cina ha pubblicato i suoi dati economici, sovraperformando anche altri importanti mercati europei. Anche se oggi il FTSE MIB ha chiuso con un -0,28 va ricordato che Mercoledì la borsa di Milano ha aperto con un altro 1 per cento in più. Anche esperti e addetti ai lavori attribuiscono grande importanza al mercato cinese.

"La Cina è un partner commerciale essenziale di importanza strategica per il governo", ha detto martedì il think tank Competere.

"Ogni azienda italiana dovrebbe avere un capitolo della sua strategia 2030 dedicato alla Cina", ha detto Josef Nierling, amministratore delegato di Porsche Consulting, in un articolo pubblicato su Affari Italiani. Aggiungendo, "Per avere successo in un mercato sempre più sofisticato che si concentra sul consumo domestico, è necessario avere un approccio 'locale per locale', sviluppando e offrendo i nostri prodotti più innovativi in ​​Cina". 

 

Smart working, i numeri di un fenomeno ancora controverso. Sarà davvero il futuro del lavoro oltre l'emergenza?

Durante la fase più acuta dell’emergenza lo smart working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle pmi, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, oltre dieci volte più dei 570mila censiti nel 2019. Il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni, 1,13 milioni nelle pmi, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle Pa.

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio smart working della school of management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno online 'Smart working il futuro del lavoro oltre l’emergenza'.

A settembre 2020, tra rientri consigliati e obbligatori, difficoltà e incertezze nell’apertura delle sedi di lavoro, gli smart worker (che hanno lavorato anche da remoto) sono scesi a 5,06 milioni, suddivisi in 1,67 milioni nelle grandi imprese, 890 mila nelle pmi, 1,18 milioni nelle microimprese, 1,32 milioni nella Pa: in media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

Ma lo smart working è ormai entrato nella quotidianità degli italiani e destinato a rimanerci: al termine dell’emergenza si stima che i lavoratori agili, che lavoreranno almeno in parte da remoto, saranno complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi imprese, 920mila nelle pmi, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle Pa. Per adattarsi a questa 'nuova normalità' del lavoro il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle Pa saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale.

L’applicazione dello smart working durante la pandemia, seppure forzata e emergenziale, ha dimostrato come un modo diverso di lavorare sia possibile anche per figure professionali prima ritenute incompatibili, ma ha anche messo a nudo l’impreparazione tecnologica di molte organizzazioni. Più di due grandi imprese su tre hanno dovuto aumentare la dotazione di pc portatili e altri strumenti hardware (69%) e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali (65%); tre Pa su quattro hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali; il 50% delle pmi non ha potuto operare da remoto.

A livello organizzativo, invece, è stato difficile mantenere un equilibrio fra lavoro e vita privata per il 58% delle grandi aziende e il 28% dei lavoratori, e per il 33% delle organizzazioni i manager non erano preparati a gestire il lavoro da remoto. Nonostante le difficoltà, questo smart working atipico ha contribuito a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle Pa), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

“Nell’emergenza - dice Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio smart working - abbiamo acquisito rapidamente consapevolezza dei vantaggi del lavoro agile e abbiamo avuto l’opportunità di sperimentarlo su vasta scala, pur se in una forma atipica Il rischio, però, è di trattarlo come un obbligo normativo o una misura temporanea ed emergenziale: si tratta invece di un’occasione storica che ci porterà verso un “New Normal”, con benefici non soltanto nel lavoro, ma sull’intero ecosistema di servizi, città e territori".

"L’emergenza Covid19 - commenta Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working - ha accelerato una trasformazione del modello di organizzazione del lavoro che in tempi normali avrebbe richiesto anni, dimostrando che lo smart working può riguardare una platea potenzialmente molto ampia di lavoratori, a patto di digitalizzare i processi e dotare il personale di strumenti e competenze adeguate".

"Ora - auspica - è necessario ripensare il lavoro per non disperdere l’esperienza di questi mesi e per passare al vero e proprio smart working, che deve prevedere maggiore flessibilità e autonomia nella scelta di luogo e orario di lavoro, elementi fondamentali a spingere una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Bisogna mettere al centro le persone con le loro esigenze, i loro talenti e singolarità, strutturando piani di formazione, coinvolgimento e welfare che aiutino le persone ad esprimere al meglio il proprio potenziale".

Il numero di lavoratori che hanno sperimentato il lavoro agile cambia a seconda della dimensione e della tipologia di organizzazione. Sono stati 2,11 milioni (il 54% dei dipendenti) nelle grandi imprese, che nel 97% dei casi hanno dato questa possibilità a una parte dei propri collaboratori, significativa l’adozione soprattutto nei settori finance e ict e un po’ meno nel retail e nel manifatturiero. E sono state coinvolte professionalità prima ritenute incompatibili con questo modello di lavoro: nel 33% delle grandi imprese hanno lavorato da remoto per la prima volta gli operatori di call center, nel 21% gli addetti allo sportello hanno lavorato da casa riconvertendo una parte delle attività e comunicando digitalmente con i clienti, nel 17% è stato applicato il lavoro da remoto anche a operai specializzati digitalizzando l’accesso ai macchinari.

La presenza di iniziative di smart working prima dell’emergenza ha inciso sul numero di lavoratori da remoto: se per le imprese che avevano progetti in atto mediamente è stato pari al 59% dei dipendenti, nelle altre si è fermato al 36%. Nelle pubbliche amministrazioni in media ha potuto lavorare da remoto il 58% del personale, pari a 1,85 milioni di dipendenti pubblici. Anche in questo caso, le Pa che avevano già progetti in corso hanno potuto coinvolgere un numero maggiore di persone (70%) rispetto alle amministrazioni che hanno dovuto cominciare da zero (55%).

Il ricorso al lavoro da casa forzato ha rivelato la fragilità tecnologica delle organizzazioni, anche delle imprese più grandi e strutturate. Il 69% di queste ha dovuto aumentare la disponibilità di pc portatili e altri strumenti hardware, il 65% di sistemi per accedere da remoto e in sicurezza agli applicativi aziendali e il 45% di strumenti per la collaborazione e comunicazione. Gli strumenti più introdotti sono stati pc portatili (nel 26% del campione) e tool per le videoconferenze (16%). Il 38% ha dato ai lavoratori la possibilità di utilizzare i dispositivi personali.

Il 50% delle pmi ha dovuto sospendere l’attività e non si è quindi attivata sulle tecnologie. Le aziende che hanno aumentato la dotazione tecnologica hanno puntato su strumenti hardware (15%), su software per la collaborazione a distanza (14%), su sistemi per l’accesso sicuro ai dati da remoto (14%) o ha incoraggiato l’uso dei dispositivi personali (14%).

Più di quattro amministrazioni pubbliche su dieci hanno dovuto incrementare gli strumenti hardware a disposizione del personale (42%), quasi la metà è intervenuta sui software (49%), soprattutto applicazioni per le videoconferenze (60%), sistemi per l’accesso ai dati da remoto in sicurezza (come le vpn, 46%) e i pc portatili (29%). Tre quarti delle amministrazioni hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali, a causa delle limitazioni di spesa e dell’arretratezza tecnologia. Il 43% di queste non ha integrato la dotazione personale dei dipendenti, che hanno dovuto attrezzarsi con proprie risorse, e solo il 38% si è attivata per garantire l’accesso sicuro ai dati da remoto.

Le modalità di lavoro sperimentate durante l’emergenza sono state per certi versi più vicine al telelavoro che a un vero smart working. Il 29% dei lavoratori ha incontrato difficoltà a separare il tempo del lavoro e quello privato (29%) e a mantenere un equilibrio fra i due aspetti (28%), oltre a sperimentare una sensazione di isolamento nei confronti dell’organizzazione nel suo insieme (29%). Il difficile work-life balance è stata anche la prima barriera da superare per le grandi imprese (58%), seguita dalla disparità del carico di lavoro fra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%), dall’impreparazione dei manager a gestire il lavoro da remoto (33%) e limitate competenze digitali del personale (31%). Nelle Pa, invece, le difficoltà maggiori hanno riguardato l’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione (46%) e la disparità nel carico di lavoro (39%), poi l’equilibrio fra vita privata e professionale (33%) e le scarse competenze digitali (31%).

Nonostante queste forzature e difficoltà, le organizzazioni riconoscono anche evidenti benefici. Nelle grandi imprese sono migliorate le digital skills dei dipendenti (71%), sono stati accantonati pregiudizi sul lavoro agile (65%), ripensati i processi aziendali (59%) ed è aumentata la consapevolezza sulla capacità di resilienza della propria organizzazione (60%). Nelle Pa il beneficio più evidente è l’opportunità di sperimentare nuovi strumenti digitali (56%), seguita dal miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori (53%), e dal ripensamento dei processi aziendali (42%).

Analizzando l’impatto sull’insieme dei lavoratori, la grande maggioranza degli smart worker rileva un effetto positivo del lavoro da remoto sulle performance dell’organizzazione: il 73% ritiene buona o ottima la propria concentrazione nelle attività lavorative, per il 76% è aumentata l’efficacia, per il 72% l’efficienza e per il 65% ha portato innovazione nel lavoro.

Con la fine del lockdown e l’inizio della fase 2 della gestione dell’emergenza aziende e Pa hanno gradualmente iniziato a riaprire gli uffici, riadattando spazi e orari per mantenere il distanziamento, integrando il lavoro in sede con il lavoro da remoto. Il 66% delle grandi imprese e l’81% delle Pa ha permesso al personale di rientrare in sede già fra maggio e giugno, il 7% delle grandi aziende e 13% delle Pa ha preferito riaprire durante l’estate, mentre il 20% delle grandi imprese e il 4% ha atteso fino a settembre e solo il 7% delle imprese e l’1% delle Pa a fine settembre continuava ancora a privilegiare il lavoro da remoto. A settembre, di conseguenza, il numero complessivo di smart worker è sceso a quota 5,06 milioni. In media, nelle grandi aziende i dipendenti hanno lavorato da remoto 2,7 giorni a settimana, 1,2 giorno nel settore pubblico.

Per facilitare il rientro in sicurezza le principali iniziative sono state l’introduzione di regole e linee guida sull’utilizzo degli ambienti (per il 91% delle grandi imprese e il 78% delle Pa), la definizione di un piano di rientro delle persone con turni per i team di lavoro (88% e 69%), e l’introduzione di segnaletica per orientare i flussi e incentivare comportamenti sicuri (81% e 64%). Il 72% delle grandi aziende e il 46% delle Pa ha lasciato autonomia riguardo al numero di giornate di lavoro agile, ma con procedure per non superare il limite di persone imposto dalla necessità di distanziamento. Questa esigenza in particolare ha portato a interventi sugli ambienti di lavoro, come postazioni più distanziate o separate (52% grandi imprese e 50% Pa) o la chiusura di alcune aree della sede (45% e 13%). Per evitare assembramenti sono stati rimodulati gli orari di ingresso e uscita (34% e 25%).

Solo una minoranza di pmi ha previsto azioni per il rientro in ufficio. Il 24% ha introdotto regole o linee guida sull’utilizzo degli ambienti, il 23% segnaletica o cartellonistica per orientare i flussi di persone e per la promozione di comportamenti sicuri, il 21% ha concesso maggiore flessibilità in entrata e in uscita e ha definito un piano di rientro dei lavoratori, il 16% ha dovuto chiudere alcune aree della sede e il 15% ha modificato l’ambiente di lavoro.

Le organizzazioni si stanno attrezzando per tradurre le nuove abitudini e aspettative dei lavoratori in un nuovo approccio al lavoro. Una grande impresa su due interverrà sugli spazi fisici al termine dell’emergenza (51%), differenziandoli (29%), ampliandoli (12%) o riducendoli (10%); il 38% non prevede riprogettazioni ma cambierà le modalità d’uso; solo l’11% tornerà a lavorare come prima. Il 36% delle grandi imprese modificherà i progetti di smart working in corso e digitalizzerà i processi. Ben il 70% di chi ha un progetto di lavoro agile aumenterà le giornate in cui è possibile lavorare da remoto, passando da un solo giorno alla settimana prima della pandemia a una media di 2,7 giornate a emergenza conclusa. Il 65% coinvolgerà più persone nelle iniziative, il 42% includerà profili prima esclusi, il 17% agirà sull’orario di lavoro.

Per la Pa la prima misura sarà introdurre progetti di smart working (48%), seguita dalla digitalizzazione di processi e attività (42%) e dall’incremento delle tecnologie in uso (35%). Anche le pubbliche amministrazioni aumenteranno il personale coinvolto nei progetti di smart working (72%), che prima dell’emergenza era solo il 12%, e le giornate di lavoro agile (47%), passando da una media settimanale inferiore a un giorno a circa 1,4 giorni a settimana.

In occasione del convegno, sono stati assegnati gli 'Smart working award' 2020, il riconoscimento dell'Osservatorio alle organizzazioni che si sono distinte per capacità di innovare le modalità di lavoro grazie ai loro progetti di smart working. Credem Banca (Credito Emiliano) vince lo 'Smart working award 2020' fra le grandi imprese per un progetto di smart working che durante l’emergenza ha esteso il lavoro completamente da remoto a tutti i dipendenti, per un totale di 5mila lavoratori, e ha previsto una giornata agile anche per il front office, escluso dalle precedenti iniziative.

Cerence ritira il premio fra le pmi per aver favorito fin dalla nascita, nel 2019, un’organizzazione del lavoro fondata sul raggiungimento di obiettivi e su un clima di fiducia fra manager e collaboratori, facendo dello smart working un punto di forza del proprio business.

Regione Lazio riceve il riconoscimento nella categoria Pa per un progetto che ha permesso di affrontare l’emergenza senza eccessive criticità, grazie a razionalizzazione degli spazi, percorsi di formazione e change management, revisione del sistema di valutazione e monitoraggio delle performance.

 

(Fonte: Adnkronos)

LinkedIn, ecco cosa cambia per chi cerca lavoro

La piattaforma di recruitment di Microsoft ha rinnovato e perfezionato lo strumento Career Explorer per aiutare gli utenti a connettersi con le opportunità che li circondano


Altro che Instagram e Tik Tok. In epoca di pandemia, con milioni di persone che hanno perso l'occupazione, il social network più utile è sicuramente LinkedIn. Per affrontare le nuove sfide globali del mercato del lavoro la piattaforma di recruiting di Microsoft, già utilizzata da oltre 722 milioni di iscritti, ha rinnovato e perfezionato lo strumento Career Explorer.

L'EVOLUZIONE DI CAREER EXPLORER
Se prima si limitava a proporre dei test per verificare le skills degli utenti e suggerire loro come implementarle, ora Career Explorer mostra agli iscritti le posizioni aperte che potrebbe non aver considerato, magari relative ad aziende che pur richiedendo capacità o esperienze simili alle loro operano in un settore differente.

INCROCIO DI DATI
Disponibile per ora solamente in lingua inglese, Career Explorer si basa sull'incrocio tra i dati che LinkedIn riceve dai profili degli utenti e quelli in suo possesso sulle posizioni di lavoro più richieste, valutandone la compatibilità. Per fare un esempio, LinkedIn rileva che tra un'azienda del food e un utente che lavora nel campo del servizio clienti esiste una compatibilità del 71%.

PICCOLI ACCORGIMENTI

Ma le novità non finiscono qui. Partendo dall'esperienza raccolta da Career Explorer, LinkedIn suggerisce agli utenti quale formazione intraprendere, sempre sul social network, per sviluppare nuove competenze o per migliorare quelle che già hanno. Oltre al nuovo tool, la piattaforma di Microsoft ha inserito alcuni accorgimenti per migliorare il servizio di recruiting, come una cornice intorno all'immagine del profilo che indica quando un iscritto sta cercando lavoro o quando un'azienda sta assumendo e strumenti per prepararsi a un colloquio.

LA SITUAZIONE GLOBALE

L'iniziativa di LinkedIn arriva in un momento particolarmente difficile per il mercato del lavoro. Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro la pandemia ha tagliato 245 milioni di posti in tutto il mondo. Secondo il social network sulla piattaforma sono ora disponibili circa 14 milioni di posizioni aperte e ogni settimana quasi 40 milioni di persone visitano il sito per trovare un'occupazione. Con il nuovo Career Explorer LinkedIn spera di aver trovato il modo migliore per connettere gli utenti con le opportunità che li circondano.

 

Fonte: Tgcom24 - Contenuto a cura di Financialounge.com

Nuovo lockdown? Volano gli acquisti online. L'importanza di comunicare e "farsi vedere", soprattutto adesso

La pandemia e la paura del nuovo lockdown ha portato ad un'accelerazione negli acquisti online in Italia e anche le recensioni di prodotti e siti aziendali sono in netta crescita

Stando ai dati diffusi da Trustpilot, in un confronto fra l'andamento del 2020 ed il 2019, è il settore casa & giardino quello che ha fatto registrare l’incremento maggiore di recensioni con un +146% ricerche.

Boom del 131% anche per il settore shopping & fashion seguito dall'health & beauty (+ 128%) e dall'elettronica (+111%). Le uniche categorie che non hanno fatto registrare tali balzi, sottolineano gli analisti, sono state quello dell’automotive che - soprattutto grazie ai primi 2 mesi dell’anno - è riuscito a spuntare un +8% rispetto al 2019. E' settore travel che invece nel confronto con il 2019 esce penalizzato registrando un -29%.

Per Claudio Ciccarelli, Country Manager di Trustpilot in Italia, "la riprova sociale dà i risultati migliori quando i consumatori sentono di poter fare affidamento sull'autenticità delle opinioni e sulla trasparenza della piattaforma che le ospita". "È proprio per questo motivo -osserva il manager- che molti consumatori consultano le pagine profilo delle aziende su Trustpilot prima di fare acquisti ed è lo stesso motivo per cui quest’anno le ricerche degli utenti in Italia si sono quasi raddoppiate".

Ciccarelli sottolinea che "il 2020 ha portato davvero pochi spiragli di positività ma tra questi è importante poter segnalare la crescita dell’intero comparto e-commerce in un paese che è sempre stato un po’ in ritardo a riguardo e l’incremento nell’utilizzo degli strumenti messi a disposizione del consumatore per tutelare e supportare in questo percorso di digitalizzazione, primi tra tutti le recensioni".

Guardando al potenziamento delle vendite online in piena crisi sanitaria, Trustpilot avanza 4 consigli per incrementare le vendite e arginare le perdite di fatturato provocate dalla crisi sanitaria preparandosi meglio anche per l'e-shop globale del Black Friday del prossimo 27 novembre.

La piattaforma suggerisce così di rafforzare la propria presenza online con recensioni entro novembre, di rispondere subito alle recensioni perché "anche una risposta tardiva è meglio di niente", di puntare sul servizio clienti per scoprire a cosa daranno più importanza gli acquirenti nei prossimi mesi; mettere in mostra la propria affidabilità, anche offline.

 
(Fonti: adnkronos)

Covid, Trump: "Licenziare Fauci? Grazie del consiglio". E l'infettivologo già strizza l'occhio a Biden

Donald Trump lascia intendere che potrebbe silurare Anthony Fauci dopo le elezioni. "Licenzia Fauci", ha intonato in Florida una folla di sostenitori del presidente americano, che - riporta la Cnn - ha risposto: "Non ditelo a nessuno, ma lasciatemi aspettare un poco dopo le elezioni". E ha aggiunto: "Apprezzo il consiglio". E poi è tornato sulla questione: "E' un bravo ragazzo, ma si è sbagliato di grosso".

In un'intervista al Washington Post a ridosso dell'Election Day Fauci ha attaccato la strategia anti-Covid di Trump, precisando che la campagna di Joe Biden "sta prendendo seriamente la situazione dal punto di vista sanitario", mentre Trump guarda a una "diversa prospettiva", quella "dell'economia e la riapertura del Paese". Le critiche dell'infettivologo sono state respinte ieri dalla portavoce della Casa Bianca Alyssa Farah.

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Usa, Trump sarà brutto e cattivo ma con lui l'economia vola. I dati sorprendenti di Pil e occupazione in America

Si tratta della maggiore espansione di sempre e segue il tracollo del periodo aprile-giugno per la pandemia. Calano oltre le attese i sussidi di disoccupazione: 751.000. Il presidente uscente esulta per i numeri: "I più grandi e i migliori della storia del nostro paese... il prossimo anno sarà fantastico"


Nel terzo trimestre dell'anno il Pil Usa è balzato del 33,1% sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31%. Nel secondo trimestre il Pil era crollato del 31,4%. Si tratta della maggiore espansione di sempre e segue il tracollo del periodo aprile-giugno in cui l'economia statunitense è stata colpita dalla pandemia con molte imprese chiuse e molte persone costrette a stare a casa.

Ma buone notizie per gli States arrivano anche sul fronte lavoro: i sussidi settimanali di disoccupazione negli Usa restano sotto quota 800.000 unità e calano oltre le attese. Si attestano a 751.000 in flessione rispetto a 791.000 della precedente settimana (dato rivisto dall'iniziale 787.000) e più delle attese che stimavano un calo a 775.000 unità. Si tratta del miglior dato dall'inizio della crisi. Dopo i dati su Pil e sussidi i future di Wall Street invertono la rotta e diventano positivi. Quelli sul Dow Jones guadagnano lo 0,24%, sullo S&P 500 dello 0,34% e infine sul Nasdaq avanzano dello 0,74%.

I dati sul Pil sono "i piu' grandi e i migliori della storia del nostro paese... il prossimo anno sarà fantastico". Ha commentato il presidente Donald Trump su Twitter.

 

(Fonte: Agi)

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