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BRICS: la nuova forza economica che sfida l’egemonia globale

Il segreto del successo dei BRICS non è quello che si vede ma quello che non si vede.

Il gruppo è l’antidoto a un egemone vecchio ordine delle cose che persegue i propri interessi con forse poco riguardo per i problemi globali che richiedono soluzioni sistemiche.

I BRICS sono in continuo movimento, si sono già ampliati all’inizio di quest’anno, con altri 40 paesi che hanno espresso interesse ad aderirvi. Recentemente, la presidente del Consiglio russo (che ricordiamo è alla guida dei BRICS ), Valentina Matvienko, durante un confeerenza stampa con i paesi che vi aderiscono, ha dichiarato che altri 24 paesi hanno fatto richiesta (e raggiunto i recuisiti), per diventarne nuovi membri.

Ma come è possibile gestire un nuovo ordine (BRICS), che comprende un assortimento così diversificato di nazioni che sono estremamente diverse tra loro?

Cosa potrebbe costringere paesi così culturalmente, geograficamente e politicamente disparati a unirsi per formare un nuovo ordine mondiale delle cose?

Le dichiarazioni dei leader che vi aderiscono, definiscono la politica attuale dei BRICS molto diversa da quella che regola il vecchio continente. Vi è la volontà di non cercare di allineare i membri attorno a un insieme ristretto di interessi, di non imporre ideologie né su una definita composizione politica in cima alla piramide. L’insieme dei ministri deve cercare vantaggi economici comuni che possano generare  un’unica strategia di bilancio, basata su scambi di beni e servizi.

Facciamo invece una domanda più provocatoria: cosa c’è di così attraente in un gruppo (BRICS) che ad oggi ha pochissimi risultati effettivi a suo nome?

È infatti a questa relativa mancanza di risultati a cui molti oppositori si sono aggrappati per licenziare l’intera impresa. Un esempio sono le dichiarazioni dell’ex analista di Goldman Sachs, Jim O’Neill. In vista del vertice del gruppo in Sud Africa lo scorso anno, O’Neill ha dichiarato al Financial Times che i BRICS “non hanno mai ottenuto nulla da quando hanno iniziato a incontrarsi oltre al potente simbolismo che i suoi primi membri erano sicuri di ottenere”

In effetti è facile notare che il muscolo più forte del gruppo è spesso espresso semplicemente nel potenziale economico o umano grezzo, dei suoi primi membri. Spesso si tende a mettere in evidenza il PIL globale, il numero della popolazione, i valori della produzione di petrolio o il numero di membri attualmente in attività (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Iran ed Etiopia). Più raramente si sente parlare di ciò che il gruppo ha effettivamente fatto.

Tra i risultati concreti del blocco, forse il più notevole è la fondazione di una Banca Centrale di Sviluppo, che mira a rivaleggiare con la Banca Mondiale. La Nuova Banca di Sviluppo (NDB) è stata fondata nel 2015 con sede a Shanghai ed è stata fondata con 50 miliardi $ per finanziare progetti infrastrutturali e di sostenibilità. Nello stesso periodo è stato creato un Fondo Monetario BRICS chiamato Contingent Reserve Arrangement (CRA), un’alternativa al FMI. Due istituzioni nate da anni di frustrazione per la mancata riforma delle loro controparti gestite di fatto dagli USA.

L’economista brasiliano Paulo Nogueira Batista, che ha rappresentato il suo paese al FMI dal 2007 al 2015 e poi è stato vicepresidente della NDB dal 2015 al 2017, ha presentato un documento per l’incontro del Valdai Club a Sochi, in Russia, in cui ha dipinto un quadro sobrio dell’impatto che queste istituzioni hanno avuto.

“Quando abbiamo iniziato con il CRA e l’NDB, c’era una notevole preoccupazione per ciò che i BRICS stavano facendo in questo settore a Washington, nel FMI e nella Banca Mondiale. Posso testimoniarlo perché all’epoca ne ero parte atttiva, come direttore esecutivo per il Brasile e altri paesi nel consiglio del FMI. Col passare del tempo, però, gli allarmismi sono rientrati perchè gli analisti avevano intuito che forse non saremmo andati da nessuna parte con il CRA e l’NDB.”

La NDB ha approvato solo 33 miliardi di $ in progetti dalla sua nascita, la Banca Mondiale ne ha impegnati 128 miliardi $ solo nel 2023. Secondo una presentazione degli investitori, i progetti approvati dal prestatore BRICS, circa due terzi sono stati in dollari. Strategia  sorprendente per alcuni che si aspettavano una sfida immediata dei BRICS  all’Occidente, la NDB ha addirittura rispettato le sanzioni occidentali alla Russia, mettendo in pausa le nuove transazioni con Mosca. Quindi non c’è da meravigliarsi se nelle sale delle istituzioni guidate dagli Stati Uniti la preoccupazione per questo nuovo rivale si sia calmata.

L’altro ambito in cui ci si aspetta che i BRICS forniscano qualcosa di tangibile è il lancio della propria valuta. Un’ondata di clamore all’inizio dello scorso anno, anche in occidente, pubblicizzando una valuta BRICS di prossima creazione con un potenziale per “scuotere il dominio del dollaro,” ha ceduto il passo allo scetticismo. Oggi la creazione della nuova valuta non è più all’ordine del giorno. Le nazioni BRICS non hanno intenzione di cedere le loro valute nazionali “e quindi gran parte della loro sovranità”, in un esperimento molto simile all’Eurozona. I consumatori non pagheranno in brics al supermercato.

Ciò che è molto più probabile che accada è che venga sviluppato un regolamento tra le banche centrali per gli squilibri tra paesi in surplus e in deficit. Sarà una sorta di riserva neutrale, forse simile al sistema di bancor proposto da John Maynard Keynes a Bretton Woods. Nel frattempo, vale certamente la pena ricordare che un’alternativa dei BRICS al sistema di messaggistica finanziaria SWIFT di natura occidentale, sembra imminente.

Infine, sebbene una manciata di paesi BRICS abbiano accordi di libero scambio tra loro, attualmente non esiste un accordo che copra l’intero gruppo di nuove nazioni. Sebbene il commercio intragruppo sia cresciuto a un ritmo sostenuto e sempre più regolato in valute locali, un’iniziativa lanciata dalla Cina per raggiungere un accordo di libero scambio all’interno del blocco non è stata sostenuta dagli altri membri. La breve storia dei BRICS dimostra senza dubbio che le differenze tra i vari stati membri sono reali e difficilmente possono essere regolate da stesse leggi di natura economica. I singoli interessi non sempre possono essere allineati.

Tutto questo evidenzia un certo divario tra quello che viene tanto pubblicizzato e ciò che nella realtà sta avvenendo. Lo scopo di sottolinearlo non è denigrare il progetto BRICS o schierarsi con gli oppositori. Lo scopo, piuttosto, è quello di dimostrare che il grande interesse per i BRICS non può essere attribuito solo ai suoi meriti ma all’attenzione che pongono per non danneggiare e mantenere sovrani gli stati membri. Cosa che non è accuduto e purtroppo continua a non accadere in EuroZona. Si dice che gli animali possano percepire l’arrivo di uno tsunami e talvolta fuggire verso un terreno più elevato. Vedendo ogni sorta di mammiferi, rettili, uccelli e insetti, molto diversi tra loro (predatori e prede), muoversi nella stessa direzione, è più interessante accertare cosa li sta guidando in massa, da cosa scappano, invece che preoccuparsi del come corrono e dove stanno andando.

Nel caso dei BRICS, vale questa analogia: è più una questione di da dove “arrivano invece che dove vanno”.

Ciò che ha innescato questa fuga verso un terreno più sicuro è il braccio muscoloso di una Washington sempre più bellicosa. Gli Stati Uniti hanno utilizzato come arma il sistema finanziario che guidano, hanno fatto ricorso sempre più frequentemente a sanzioni unilaterali, hanno ampliato la portata delle sanzioni secondarie e hanno anche impiegato blocchi economici, e varie forme di coercizione, al fine di mantenere il  controllo sulla maggior parte del globo.

Un rapporto del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha riscontrato un aumento del 933% nell’uso delle sanzioni nei decenni successivi agli attacchi dell’11 settembre. Solo nel 2023, sono state aggiunte 1.621 entità economiche personali e 879 singoli individui, all’elenco (SDN)  che comprende individui, entità e navi di proprietà o controllate che agiscono per conto di paesi, gruppi o individui che in qualche modo vengono considerati pericolosi per l’equilibrio globaleà. L’elenco include anche coloro che sono stati colpiti nell’ambito di altri programmi di sanzioni statunitensi. Secondo quanto riferito, l’elenco delle persone ed entità soggette a sanzioni dell’Ufficio di controllo dei beni esteri del Tesoro americano ammonta a oltre 2.000 pagine con circa 12.000 nomi.

Va ricordato che vi è stato un tempo in cui le sanzioni erano riservate ai paesi le cui trasgressioni contro l’ordine basato sulle regole globali, erano di una certa portata. Prima erano usate per rispondere a minacce reali o percepite utilizzando ciò che lo storico Immanuel Wallerstein chiamava un guanto di velluto che nasconde un pugno di ferro. Ora il guanto di velluto è stato messo da parte e il pugno di ferro vaga per il mondo. Gli esempi sono molti. Nel tentativo di soffocare l’industria della difesa russa, alla fine dello scorso anno il Tesoro USA è stato autorizzato a sanzionare qualsiasi istituzione finanziaria (industria o persona fisica), vista come un papabile aiuto all’industria militare di Mosca. Anche la Turchia oggi alleata della NATO, ha ricevuto un primo avvertimento, le sue banche potrebbero essere prese di mira e sottoposte a sanzioni, nel caso in cui non cessasse il commercio di beni a duplice uso con la Russia. Anche la Cina è, ovviamente, nel mirino. Non da dimenticare che prima dell’escalation militare in Ucraina, gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni all’indesiderato gasdotto Nord Stream, nonostante le deboli obiezioni della Germania.

Purtroppo alcune delle misure recenti possono essere viste anche come un’ingerenza negli affari di altri. Solo a mero titolo di esempio, che non vuole in alcun modo avallare la scelta dell’Uganda, che lo scorso anno ha approvato una legge sulla sodomia, costringendo gli Stati Uniti a rivalutare tutti gli aspetti, “all aspects”, del suo impegno con il paese africano. I funzionari governativi hanno di fatto tolto l’Uganda  dalla lista di quei paesi esenti da dazi negli Stati Uniti per centinaia di beni, una mossa che comprometterebbe ulteriormente la già precaria economia del paese africano.

Una legge della Georgia che impone alle ONG finanziate dall’estero di registrarsi come tali e di rispettare normative più severe, approvata dal governo, viene vista dagli USA e dalla UE, come un ostacolo alle politiche migratorie occidentali. Questo ha provocato la sospensione del processo di adesione della Georgia alla comunità europea.

Insomma l’occidente, le sue regole e le sue monete sono diventate, per i paesi in via di sviluppo, una sorta di “spada di Damocle” e i BRICS si iseriscono in questa palese crepa, offrendo un’allettante “via di fuga”, elemento principale che rende solide le fondamenta dei BRICS.

In effetti è così:

“gli stati egemonici in declino si trovano ad affrontare il compito di Sisifo, cioè di contenere le forze che continuano ad avanzare con forza sempre rinnovata. Prima o poi, anche un piccolo disturbo può far pendere l’equilibrio a favore delle forze che consapevolmente o inconsapevolmente stanno minando la già precaria stabilità delle strutture esistenti.”

Era inevitabile che lo spostamento del potere economico dall’Occidente verso le crescenti potenze del Sud del mondo avrebbe portato quei paesi ad avere una maggiore influenza negli affari globali. E forse era inevitabile che gli Stati Uniti e l’UE si imbarcassero nel compito di Sisifo di contenere la loro ascesa.

Alla base di questa posizione c’è un’ansia profonda, un presentimento che se un mattone (BRICS) è fuori posto, l’intero edificio potrebbe crollare. Questo è un sintomo tipico del crepuscolo dell’egemonia.

BRICS rappresenta così la risposta del resto del mondo il “final boom”, durante il quale una potenza in declino persegue il proprio interesse nazionale senza riguardo per i problemi che richiedono soluzioni a livello di sistema. Una corretta gestione implicherebbe la ricerca di modi per accogliere nel modo più agevole possibile i cambiamenti che stanno comunque avvenendo. Non possono essere gli anni ’50 e nemmeno gli anni ’90 per sempre.

Questo è il magnete sotto la superficie che spinge insieme le nazioni più disparate sotto la bandiara dei BRICS, “una via di fuga”. Il gruppo oggi rappresenta una nuova, anche se ancora non dimostrata, piattaforma per cercare l’esatto tipo di soluzioni a livello di sistema a problemi regionali che altrove non vengono presi in considerazione. Questa è la potente forza trainante dei BRICS.

I BRICS si sono saggiamente astenuti dall’istituzionalizzare i legami attraverso un’agenda politica inflessibile e una burocrazia permanente. E questo porta a un pensiero finale soggettivo: qualunque siano i suoi limiti e per quanto pochi siano i suoi risultati finora, nell’ascesa dei BRICS si percepiscono i contorni di un radicale cambiamento. Una difficile impresa, il cui significato non può essere misurato su dei meri fogli di calcolo.