Bar che chiudono, in Lombardia persi quasi 5mila locali in sei anni
I bar che chiudononon sono più un fenomeno confinato ai piccoli centri o alle attività storiche che abbassano la saracinesca dopo decenni. Tra il 2019 e il 2025 il numero delle imprese del servizio bar in Italia è sceso da 169.839 a 145.766: 24.073 attività in meno, pari a una diminuzione del 14,2%. Il dato elaborato da Confesercenti sui numeri delle Camere di commercio restituisce un cambiamento che riguarda da vicino anche la Lombardia, prima regione italiana per perdita assoluta. I bar che chiudono lasciano quindi un segno economico, ma anche nella quotidianità di città e piccoli comuni.
Bar che chiudono, la Lombardia perde quasi 5mila attività
Il dato lombardo è quello che colpisce maggiormente in termini assoluti: dal 2019 al 2025 le imprese del comparto sono diminuite di 4.957 unità, passando da 28.332 a 23.375. La riduzione è del 17,5%, superiore alla media nazionale del 14,2%. Tra le province lombarde, Milano concentra la perdita più ampia con 1.828 attività in meno. Anche Monza e Brianza registra un saldo negativo: da 1.874 bar nel 2019 si è passati a 1.581 nel 2025, con 293 imprese in meno, pari al 15,6%.
Il confronto territoriale aiuta a capire che i bar che chiudono in Lombardia non sono un episodio isolato. Il calo interessa tutte le province lombarde, anche se con intensità differenti. Sondrio registra la contrazione percentuale più forte, -29,1%, mentre Lecco arriva a -20,7%. Il fenomeno, dunque, non riguarda soltanto i grandi centri urbani ma si distribuisce lungo tutta la rete delle attività di prossimità, dove i bar che chiudono possono lasciare vetrine vuote e servizi in meno.
Il dato lombardo merita attenzione: la regione concentra da sola quasi un quinto della riduzione nazionale in valore assoluto. È un elemento che rende il fenomeno particolarmente rilevante per i territori dove i locali di quartiere rappresentano ancora un punto quotidiano di passaggio.
Perché il settore dei bar è in crisi
Dietro la riduzione ci sono fattori diversi che si sono sommati nel tempo. Confesercenti indica innanzitutto l’aumento dei costi di gestione, a partire da energia e materie prime, insieme alla perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Per i bar che chiudono sotto la pressione dei costi, pesa inoltre il costo del personale, soprattutto in presenza di scontrini medi contenuti.
Poi è cambiato il modo in cui si muovono e consumano le persone. Lo smart working ha ridotto i flussi quotidiani di lavoratori in alcune aree urbane; i consumi si distribuiscono diversamente nell’arco della giornata; grande distribuzione e servizi di consegna a domicilio aggiungono ulteriore concorrenza. La fotografia dei bar che chiudono comprende così tanto i quartieri delle grandi città quanto i piccoli centri.
La stessa Confesercenti stima in oltre 7,2 miliardi di euro l’impoverimento economico dei territori prodotto in sei anni dalla riduzione del comparto, considerando minori consumi, occupazione e gettito fiscale. È una stima dell’associazione e non un valore contabile direttamente misurato.
Non è soltanto una questione di saracinesche abbassate: dietro i numeri ci sono imprese, occupazione e consumi che cambiano. Per questo il dibattito sui bar che chiudono si inserisce nel quadro più ampio della trasformazione del commercio di prossimità, mentre la riduzione dei bar che chiudono pesa anche sulla vitalità delle strade.
Bar che chiudono, cosa resta quando sparisce un’attività
Il tema dei bar che chiudono non riguarda soltanto i conti delle imprese. Il bar è spesso uno dei luoghi più accessibili della vita quotidiana: un punto d’incontro, un servizio di prossimità, uno spazio nel quale si incrociano residenti, lavoratori e visitatori. Per questo la scomparsa dei bar che chiudono, insieme al numero crescente di attività che cessano, viene inserita da Confesercenti nel più ampio fenomeno della desertificazione commerciale.
C’è però una precisazione importante da fare sui numeri dei bar che chiudono. Le 24.073 imprese in meno tra 2019 e 2025 rappresentano il saldo netto del numero di attività presenti nelle due date: non equivalgono al conteggio di ogni singola chiusura avvenuta nel periodo, perché nel dato complessivo incidono anche le nuove aperture. La media di circa 11 attività in meno al giorno va quindi letta come ritmo medio della riduzione netta del comparto, non come un registro quotidiano di undici serrande abbassate.
Confesercenti ha annunciato la presentazione dei dati locali nei capoluoghi di provincia e collega l’analisi a una proposta di legge di iniziativa popolare dedicata al contrasto della desertificazione commerciale e alla rigenerazione dei centri abitati. L’obiettivo dichiarato dall’associazione è riportare attenzione sulle attività di prossimità e sulle condizioni necessarie per mantenere sul territorio i bar che chiudono e le altre imprese di vicinato.
Per i bar che chiudono, il nodo resta quindi anche quello delle condizioni economiche e urbane in cui un’attività di prossimità deve riuscire a stare sul mercato. La questione dei bar che chiudono riguarda così anche il futuro dei servizi nei quartieri. È una fotografia che consente di capire dove il fenomeno dei bar che chiudono sta lasciando il segno più profondo.
I bar che chiudono raccontano quindi più di una semplice crisi commerciale: fotografano un cambiamento delle abitudini, dei costi e dell’organizzazione delle città. E in Lombardia, dove il saldo negativo raggiunge quasi cinquemila attività, il fenomeno assume una dimensione particolarmente evidente.













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