updated 9:42 AM UTC, Oct 29, 2020

Coronavirus, Zangrillo: "Distanziamento? Nessuna evidenza scientifica nella logica del centimetro. Sulle mascherine rasentato il ridicolo. Terapie intensive e fase 3, dobbiamo essere pronti"

Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, a tutto campo in un'intervista a Libero: "Al cittadino italiano bisogna parlare come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione"


Prof. Alberto Zangrillo

"Non c'è alcuna evidenza scientifica per cui dobbiamo stare distanti, tanto più se questa misura è basata sulla logica del centimetro. E poi: 7 metri quadrati a testa in piscina? Su quale base? Quanto alla mascherina, finché non avremo certezza che la protezione degli anziani e il buon senso vengono applicati, resta una tutela generica". A dirlo è Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, in un'intervista oggi su 'Libero'.

Per quanto riguarda le mascherine, continua Zangrillo, "si è creata una dialettica che ha rasentato il ridicolo: siamo passati dall'esasperata ricerca della mascherina che rispondesse ai criteri più rigorosi al proporre quella fatta in casa. Eppure il cittadino italiano ha mediamente dimostrato di essere responsabile e disposto a ogni sacrificio. Bisogna parlargli come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione", dice il primario del San Raffaele che, in base ai dati raccolti nella pratica clinica, spiega: "Ci stiamo abituando a convivere con il virus. Ed è tutto da dimostrare che in autunno il virus tornerà minaccioso. Anche se fosse, non ci troveremmo impreparati, perché ora conosciamo molto più del virus e molto di più delle cure e siamo molto più attrezzati a livello territoriale e ospedaliero".

In fase 2 è "assolutamente fuori luogo pensare di risolvere il problema investendo su un raddoppiamento delle terapie intensive", sottolinea spiegando: "Innanzitutto la terapia intensiva non è solo una struttura sanitaria, ma soprattutto un gruppo di lavoro. Per pensare di raddoppiare le terapie intensive bisogna pensare a chi ci va a lavorare. Ci vuole un gruppo di lavoro molto competente e addestrato e anche molto affiatato. Non è come raddoppiare i supermercati, i barbieri o le piscine". In secondo luogo, prosegue lo specialista, "gli eventuali nuovi posti di terapia intensiva dovrebbero essere creati vicino alla struttura ospedaliera cui fanno riferimento, e con lo stesso gruppo di lavoro che opera nelle terapia intensive dell'ospedale. Ma soprattutto le terapie intensive, che erano il primo problema nella fase 1, adesso devono diventare l'opzione estrema. Dobbiamo fortificare piuttosto la medicina del territorio e la collaborazione tra medico di base e ospedale".

Il Paese deve essere pronto per la fase 3. L'osservazione clinica sta producendo tutti gli elementi utili non per fare la scelta coraggiosa, ma quella razionale che avvia la fase della ripresa". Sostiene il professor Zangrillo, che parla anche del protocollo 'Post' che ha messo a punto per una ripartenza prudente. Un acronimo per sintetizzare i concetti chiave: prudenza, organizzazione, sorveglianza, tempestività, "Il protocollo - spiega - è la base scientifica di una corretta ripartenza. Finora abbiamo vissuto di proiezioni statistiche, epidemiologiche, matematiche, ma non di dati clinici. Chi ha conosciuto il virus sul territorio e soprattutto in ospedale non ha avuto la possibilità di essere ascoltato dal Comitato tecnico-scientifico", dice Zangrillo. Per la fase 2, ricorda ancora il medico, "le indicazioni del Governo riguardano tutti allo stesso modo. Ma, sulla base di un lavoro svolto su più di 4.500 pazienti, siamo giunti alla conclusione che esiste una categoria ben precisa di cittadini che possono sviluppare la forma più grave dell'infezione virale. E' nei loro confronti che dobbiamo esercitare prudenza, ossia le stesse norme di buon senso che finora hanno saputo manifestare gli italiani. Per capirci: impedire la socializzazione dei ragazzi è un controsenso, se poi non si controlla il giovane adulto di 18-20 anni che va a trovare il nonno". La prudenza, dunque, resta fondamentale. Ma va agganciata anche a organizzazione, sorveglianza e tempestività. "Si tratta di organizzare un sistema triangolare in cui l'istituzione ospedaliera, la sanità regionale e il medico di medicina generale sono in collegamento per sorvegliare i soggetti a rischio. E questo al fine di agire con tempestività. La cura tempestiva a domicilio, se adottata correttamente - assicura lo specialista - è una cura efficace".

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Fase 2, Fontana e il pragmatismo lombardo: "I contagi aumenteranno, dovremo evitare nuovi focolai. Il virus si tiene lontano rispettando le regole"

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, parla nel primo giorno di riapertura dopo il lockdown: "Abbiamo bisogno della massima collaborazione di prefetti, questori e sindaci con la polizia locale, ma il controllo maggiore deve arrivare da parte dei cittadini"


"Questo è un momento delicato, il lavoro più importante sarà il monitoraggio, tenere sotto controllo il territorio il più possibile, tutte le persone che sono toccate da questo virus". Lo dice il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, in diretta su Mattino Cinque, parlando della fase che inizia oggi, con le riaperture in tutte le regioni.

"Dobbiamo impedire che il virus torni a correre. Non ci sono dubbi che le infezioni aumenteranno, ma - afferma - noi dovremmo tenerle sotto controllo, evitare che si diffondano in maniera incontrollata, che nascano nuovi focolai, questo è la cosa che dovremo fare con grande attenzione".

"Abbiamo bisogno della massima collaborazione di prefetti, questori e sindaci con la polizia locale", continua rispondendo alla domanda su chi controllasse il rispetto delle nuove norme con la Fase 2. "Chi controlla è una bellissima domanda. Ci deve essere dato un grande aiuto da parte dei sindaci che in queste settimane si sono dimostrati collaborativi e assolutamente disposti: noi non abbiamo forze dell'ordine a disposizione". Fontana è convinto che il maggior controllo "debba arrivare dai cittadini".

I passi avanti "sono dovuti alla disponibilità dei cittadini di rinunciare a una parte di libertà, oggi hanno riconquistato libertà e se vogliono mantenerla devono continuare a rispettare le regole che consentono di tenere lontano il virus".

Dati che migliorano lentamente, giorno dopo giorno, anche se il coronavirus continua a mietere vittime in Lombardia. Segnali positivi come il raddoppio registrato ieri del numero dei guariti rispetto a sabato, e "un trend dei contagi sostanzialmente soddisfacente" nonostante una nuova crescita a Milano. Sono stati effettuati 11.809 tamponi in più e, spiega l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, "il rapporto con i casi positivi è nel complesso favorevole". Induce all’ottimismo "anche il numero dei pazienti in terapia intensiva e non in terapia intensiva, entrambi in costante diminuzione". 

Nell’arco di 24 ore si sono però registrati altri 69 decessi in Lombardia, che portano l’impressionante bilancio a quota 15.519. Più di sabato, quando i morti erano stati 39, ma meno rispetto ai 115 di venerdì. I nuovi casi positivi sono 326, più o meno in linea rispetto ai giorni scorsi. Ma il numero è quasi la metà di tutti i casi che si sono registrati in Italia, ovvero 675 (il 48,2% dei nuovi contagi). E' raddoppiato il numero dei nuovi guariti: ieri 823, rispetto ai 402 registrati il giorno precedente. Un totale di 35.042 lombardi che hanno superato la malattia: un numero sottostimato, perché riguarda solo i casi certificati dal tampone. Restano 255 contagiati ricoverati in terapia intensiva negli ospedali del territorio. Tredici in meno rispetto a sabato. Cala anche il numero dei ricoverati non in terapia intensiva 4.480 nelle ultime 24 ore rispetto ai 4.521 di sabato. Ma la battaglia non è ancora vinta, e il coronavirus resta per molti aspetti ancora uno sconosciuto.

Gli esperti avvertono: "Non è sufficiente tenere un metro di distanza in luoghi chiusi e aree a rischio"

Di fronte all'apertura totale del paese, gli scienziati temono una nuova ondata se le regole contro la diffusione del coronavirus non verranno rispettate


Da oggi praticamente tutto è riaperto, ma gli esperti avvertono che deve prevalere la prudenza. Con il riavvio contemporaneamente di tutte le attività, gli esperti riconoscono che esiste un chiaro rischio che una seconda ondata dell'epidemia se le regole non verranno rispettate, il che costringerebbe il governo a imporre nuove restrizioni, come ha riconosciuto Giuseppe Conte, che sabato sera si è rivolto agli italiani chiedendo sempre più responsabilità. Il professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'ospedale Spallanzani di Roma e membro del comitato tecnico scientifico del governo afferma, "Qualsiasi riduzione delle misure deve andare di pari passo con una crescente responsabilità dei cittadini e la continua consapevolezza del rischio. L'aumento delle infezioni sarebbe pericoloso, poiché genererebbe un sentimento di disperazione, impotenza e persino sfiducia nel sistema"

Tra le libertà che i cittadini si riprendono, vi è quella di poter visitare gli amici, mantenendo le regole restrittive di cautela, secondo il virologo Roberto Burioni, questa potrebbe una delle principali cause di pericolosi nuovi focolai e su Twitter riporta l'esperienza del amico medico, Milad Sharif, anestesista all'Università Emory di Atlanta, mettendo in luce le conseguenze di un mancato o non corretto distanziamento tra le persone. «Un piccolo gruppo di miei amici si è incontrato a pranzo dieci giorni fa, ora uno è in respirazione assistita, un altro è ricoverato in ospedale, altri infetti in isolamento a casa. Puoi essere asintomatico e avere Covid-19", sottolinea il medico americano, ricordando il ruolo dell'asintomatico nella diffusione del contagio e l'importanza di mantenere le misure di sicurezza a distanza.

Per offrire le migliori garanzie di sicurezza, il servizio di ispezione e sicurezza (INAIL) ha raccomandato che la distanza sociale nei ristoranti e nei bar sia di due metri tra i tavoli, 4 metri quadrati per ogni persona. La regola in principio è stata adottata dal governo, ma alla fine, di fronte alle proteste diffuse da parte dei proprietari di bar e ristoranti è stata cambiata e portata a 1 metro di distanza. Nonostante questa brusca virata, almeno il 40% degli esercenti del settore non potranno aprire, non solo perché in difficoltà nel far rispettare le nuove norme, ma anche perché la riapertura in queste condizioni non sarebbe economicamente redditizia.

Gli esperti sottolineano che la distanza di un metro tra le persone è il minimo per evitare la trasmissione del virus. I rischi sono bassi nelle attività all'aria aperta, ma bisogna prestare attenzione nei luoghi chiusi e soprattutto nelle regioni a rischio. Il virologo Carlo Federico Perno, dell'Università degli Studi di Milano in una intervista a La Repubblica afferma, "In Lombardia, al chiuso, la distanza di un metro tra i tavoli non è abbastanza. Sono necessari due metri. Tuttavia, all'esterno, il rischio di trasmissione è molto più basso. Lì, un metro è più che ragionevole".

L'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, consulente della regione Puglia per il coronavirus, confessa che probabilmente tornerà al ristorante in quel di Bari, dove la situazione dell'epidemia è sotto controllo, ma assicura chi lo farebbe con cautela: "Solo all'aperto, con un massimo di una o due persone , forse colleghi, alla fine di una giornata lavorativa". Una spiegazione completa è stata data al Corriere dal professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore della sanità e membro del comitato scientifico che consiglia il governo, "La distanza minima deve essere di un metro. Partiamo dall'idea che la probabilità di contagio dipende dalla quantità di particelle virali emesse con le goccioline che espelliamo e dalla durata dell'esposizione. In un luogo chiuso, anche se grande, in assenza di distanza, la probabilità di contagio dipende da quante sono le goccioline, che in realtà escono dal naso e dalla bocca. Se respiriamo, la quantità è limitata, aumenta se parliamo a bassa voce, è maggiore se lo parliamo ad alta voce e cantando ancora di più. La distanza deve essere modificata in base alle attività. È chiaro che in palestra chi corre sul tapis roulant, sotto stress, respira a bocca aperta è più a rischio di chi fa yoga".

Il professor Giuseppe Ippolito, epidemiologo e direttore scientifico dell'Ospedale Spallanzani di Roma, ha le idee molto chiare in merito alla diffusione del virus, “Ogni giorno, nuove conoscenze smentiscono le certezze del giorno prima. In questa fase è necessaria molta umiltà, dobbiamo ammettere che ci sono cose che non conosciamo e cose di cui sembriamo sicuri ma che verranno eluse domani".

Di conseguenza, non osa fare previsioni su questa nuova fase, "Coloro che fanno oggi previsioni posseggono una buona sfera di cristallo, io non ce l'ho. I dati sulla circolazione del virus devono essere analizzati bene per intercettare qualsiasi nuovo focolaio. È ovvio che la riapertura aumenta i rischi, ma contiamo sul fatto che le regole saranno rispettate”.

Fase 2, ma non per tutti: "Riapriranno solo 6 attività su 10". Il rischio di lavorare in perdita e i timori sulle responsabilità legali

L'allarme di Confesercenti: "Gli imprenditori temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali. Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza"


Circa 6 imprese su 10, tra negozi, bar e ristoranti, sono intenzionati a riaprire lunedì 18 maggio, data prevista della ripartenza. A trattenere le imprese dalla riapertura è "soprattutto il timore di lavorare in perdita, ma anche il rebus delle regole di sicurezza e la paura del coronavirus". È quanto emerge da un sondaggio condotto da Swg per Confesercenti su un campione di imprenditori del commercio al dettaglio e della somministrazione. Gli imprenditori intenzionati ad aprire il 18 maggio sono il 62%, contro un 27% che ha invece già deciso di rimanere chiuso. È ancora incerto l’11%, e deciderà durante il fine settimana.

''Per le imprese la riapertura è una corsa ad ostacoli e contro il tempo. L'accordo di questa notte tra Conferenza Stato-Regioni e Governo apre uno spiraglio importante, forse decisivo per uscire dall'incertezza che ha caratterizzato il tema delle riaperture fino ad oggi'', afferma Confesercenti aggiungendo: 'Più di tutti è pesata la previsione di essere costretti a lavorare in condizioni antieconomiche". "Gli imprenditori - prosegue la nota - temono l'impatto della rigidità delle linee guida sulle attività, e di rimanere schiacciati tra l'aumento dei costi di gestione e il prevedibile calo dei ricavi. Sono preoccupati, inoltre, anche dal tema delle responsabilità legali". "Bisogna cambiare passo: servono linee guida applicabili e aiuti economici diretti alle imprese per sostenerle anche in questa delicata fase della ripartenza''.

Tra chi rimarrà sicuramente chiuso, il 68% indica come motivazione la mancata convenienza dell'apertura. Ma c'è anche un 13% che comunque continua ad avere timori legati alla sicurezza, anche per la lunga incertezza sulla normativa relativa. Un caso emblematico è quello dei mercati: ogni comune sta provvedendo al proprio protocollo, spesso contrastante con gli altri, gettando nell'incertezza gli imprenditori. La poca chiarezza incide anche per il 13% di operatori che non ha ancora adeguato il locale e/o l'organizzazione del lavoro alle nuove disposizioni. Un compito aggravato dall'onerosità dell'adeguamento, tra sanificazione e DPI per i lavoratori ed i clienti: 8 negozi e pubblici esercizi su 10 certificano di non essere riusciti a procurarsi le mascherine a prezzo calmierato.

Cresce, in generale, la paura di non riuscire a superare la fase difficile: il 36% degli imprenditori teme di chiudere l'attività, ed un ulteriore 41% ritiene di essere a rischio in caso di inattesi prolungamenti dell'emergenza. Entrambi i dati sono in crescita, rispettivamente del 4 e del 6%, in confronto alla rilevazione precedente, condotta lo scorso 14 aprile. Quasi tutti (l'82%) sono comunque preoccupati per il futuro.

La Lombardia pronta a ripartire lunedì. Ristoranti, bar, parrucchieri, negozi: ecco cosa succederà, tra regole e buon senso

Recepite dal governo le linee guida delle Regioni, secondo il protocollo unitario voluto dal governatore lombardo, Attilio Fontana. Sei le regole per la ripartenza delle attività


Parrucchieri ed estetisti in Lombardia Verso la riapertura per chi ...

La Lombardia scalda i motori in vista del 18 maggio quando potranno riaprire le attività commerciali rimaste finora chiuse. L'atteso via libera è arrivato ieri dal governo, che ha recepito le linee guida delle Regioni. Soddisfatto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana che oggi adotterà i provvedimenti necessari a garantire la ripartenza in sicurezza di ristoranti, bar, parrucchieri e altre attività. Tra poco più di 48 ore potranno rialzare la serranda i titolari di quei negozi,  bar, ristoranti, parrucchieri e  centri estetici che riusciranno a garantire il rispetto delle regole anti-contagio. Imperativo categorico dal Pirellone: utilizzare buon senso e rispettare le regole per garantire la salute pubblica, anche perché i dati lombardi sul contagio rivelano ancora molte ombre accanto a primi spiragli. Ma c'è il via libera del governo e del comitato tecnico-scientifico e allora la Lombardia si piazza ai nastri di partenza di quella che è forse la sua gara più importante.  

Sei regole per ripartire

Palazzo Lombardia ha stabilito con propria ordinanza l’obbligo di misurare la temperatura ai dipendenti e di segnalare all’Ats chi dovesse avere una temperatura superiore ai 37.5. Poi ci sono le regole stabilite da Governo e Inail per le singole attività. Ecco le sei regole per la ripartenza in Lombardia: 

1 Mascherina obbligatoria - distanze, guanti, igiene

2 Obbligo di misurazione della temperatura per i lavoratori 

3 Seguire le linee guida dell’Inail o del nuovo Dpcm

4 Fortemente raccomandata la misurazione della temperatura ai clienti 

5 Fortemente raccomandata la App AllertaLOM 

6 Fortemente raccomandato lo smart-working  

Rivista la distanza di sicurezza

Da lunedì torneranno fisicamente al lavoro 700mila lombardi, per un totale di 2,7 milioni. Resta ancora in attesa di risposta la richiesta della Regione di scaglionare gli orari di apertura delle attività per evitare assembramenti sui mezzi pubblici. La soddisfazione di Fontana è dettata da tre motivi. Il primo: l’approdo delle Regioni ad un unico documento nel quale sono elencate al Governo le misure che le stesse Regioni ritengono effettivamente percorribili per consentire la riapertura delle attività commerciali a partire da lunedì. Il secondo motivo di soddisfazione: tra le misure indicate dalle Regioni al Governo c’è anche la riduzione della distanza di sicurezza in ristoranti e bar. Confcommercio Lombardia aveva fatto sapere di non ritenere economicamente sostenibile l’isola di libertà di 4 metri quadrati richiesta dal Governo intorno ad ogni tavolo. Infine, il terzo motivo: ieri si è fatta concreta la possibilità che il documento delle Regioni sia recepito dal Governo nel decreto con il quale sarà normata la riapertura di ulteriori attività a partire da lunedì.

Spostamenti tra regioni

Uno dei temi ancora sul tavolo è lo spostamento da regione a regione, che nelle intenzioni del Governo sarà consentito a partire dal 3 giugno. "Sulle apertura noi seguiamo quello che dice il Governo - ha detto Fontana - se ne parlerà a inizio giugno, è un limite che possiamo accettare". Su questo specifico punto, però, il governatore lombardo ha proposto una piccola modifica alla linea dell'Esecutivo: "Abbiamo già proposto da tempo a iniziare almeno ad aprire i confini per i comuni limitrofi. Ci sono situazioni incredibili di parenti che abitano a 5 chilometri di distanza e non possono vedersi". E' il caso, ad esempio, di San Rocco al Porto, comune del Lodigiano lungo il Po, dove sull'altra sponda comincia la provincia di Piacenza e dunque l'Emilia Romagna. Il sindaco ha chiesto che i propri concittadini possano recarsi dall'altra parte del fiume almeno per andare a trovare i congiunti.

 

(Fonte: il Giorno)

Fase 2, Zaia lancia il Veneto: "Dal 18 maggio riapro tutto". Negozi, bar, ristoranti, parrucchieri: cosa succederà

Ieri il Governo ha dato di fatto il via libera alle aperture "guidate" dalle Regioni, "Le istanze delle Regioni sembrano vengano accolte. È una sorta di anticipazione dell'autonomia", è stato il commento a caldo del governatore. E oggi Zaia lo ha ribadito chiaro e tondo: "Intanto bisogna ripartire il 18 maggio, riaprire, poi faremo tutti gli aggiustamenti necessari, ma iniziamo questo viaggio"


BOLLETTINO CORONAVIRUS VENETO 10 MAGGIO/ Video Zaia: +14 morti ...

"Se i presupposti sono questi, io conto di riaprire tutto il 18 maggio. Sembra che il governo possa fare un provvedimento di apertura di base per alcune attività, delegando le Regioni per il resto, e io conto quindi riaprire tutto: negozi, bar, ristoranti, parrucchieri, centri di estetica, palestre e centri sportivi, ovviamente nel rispetto delle regole sanitarie". Lo ha detto il presidente del Veneto, Luca Zaia in un'intervista ad Antenna 3 Veneto. "Si riaprirà secondo linee guida. L'importante, e l'ho detto al presidente del Consiglio, è che queste regole siano chiare, rigorose, ma poche - ha spiegato Zaia- e che non ci inventiamo i box di plexiglass in spiaggia...".

"L'incontro di ieri sera è stato positivo - ha quindi aggiunto Zaia nel consueto punto stampa quotidiano -, nella videoconferenza con il premier Conte e con i ministri Boccia e Speranza è passata la linea che avevo tentato di portare avanti, assieme agli altri governatori: per il 18 maggio il presidente del Consiglio emanerà un Dpcm che stabilità delle aperture o delle possibilità di base e delegherà le Regioni a decisioni sulle aperture come un abito sartoriale".

"Premesso che dovranno essere rispettati tutti i parametri dell'Iss e serve senso di responsabilità, il Veneto vuole riaprire il 18 maggio tutto quello che è possibile: negozi, bar, ristoranti, parrucchieri, barbieri, centri di estetica, palestre, centri sportivi, e quello che riguarda il turismo. Perché bisogna partire", ha tenuto a sottolineare Zaia. "E' urgente però che arrivino le linee guida dall'Inail, e al presidente del Consiglio ho chiesto che sia poche linee guida e soprattutto che siano semplici: il minimo per mettere in sicurezza operatori e clienti", ha spiegato.

Il governatore ha poi illustrato il bollettino della Regione: "I casi di positività al coronavirus in Veneto, dall'inizio dell'emergenza, sono 18.782, 41 in più rispetto a ieri. Le persone in isolamento domiciliare sono 4.713, 300 in meno rispetto a ieri - ha sottolineato Zaia -. I pazienti ricoverati sono 759, di cui 393 sono risultano positivi e 295 negativi. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 71".

"Dall'inizio dell'emergenza - ha quindi ricordato Zaia -, i pazienti dimessi sono 3.033, 42 in più rispetto a ieri. I decessi in ospedale sono 1.272, 1.686 considerando tutte le altre strutture".

Coronavirus, Fontana: "La cura con il plasma accende una grandissima speranza". La sperimentazione portata avanti dagli ospedali di Pavia e Mantova: sanità lombarda ancora una volta eccellenza e avanguardia (VIDEO)

La cura del Covid19 con il plasma dei guariti "è qualcosa di importante perché accende veramente una grandissima speranza per la cura di questo virus". Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, parlando della terapia con il plasma. "Voglio formalmente e pubblicamente ringraziare le persone che hanno partecipato e hanno dato il loro contributo per questa proposta, perché hanno aperto una strada che adesso è seguita anche in altre parti del mondo. Il protocollo predisposto da Pavia è richiesto e seguito da altre realtà nel mondo", ha aggiunto il governatore. "Sono molto orgoglioso di questa conferenza stampa dove si darà atto della sperimentazione portata avanti dal San Matteo e dall'ospedale di Mantova per la cura con il plasma. Questa mattina - ha detto Fontana - ho avuto un colloquio telefonico con il ministro Speranza, mi ha confermato che il Governo ha dimostrato particolare interesse per proseguire su questa iniziativa e che a sua volta ha indicato come i due punti di riferimento sperimentatori l'Università di Pavia e quella di Pisa, con ulteriori secondari ma non meno importanti sperimentatori Mantova, Brescia e Bergamo". Per la sperimentazione della cura, conclude il presidente della Regione, "il merito va riconosciuto in modo unico a Pavia e a Mantova, che sono stati primi ospedali a iniziare la sperimentazione e l'hanno portata a compimento"- (VIDEO)


Sulla sperimentazione della cura con il plasma contro il coronavirus, il governo "ha mostrato interesse per proseguire su questa iniziativa e ha indicato come due principali sperimentatori l'Università di Pavia e di Pisa, con ulteriori sperimentatori l'ospedale di Mantova, Brescia e Bergamo". Il governatore Attilio Fontana ha spiegato di avere avuto "un colloquio con il ministro Speranza che mi ha confermato" l'interesse del governo. La sperimentazione della cura con il plasma, ha ricordato Fontana, "è stata portata avanti dal San Matteo e dall'Università di Pavia e dall'ospedale di Mantova". Una cura che "accende grandissima speranza per la cura di questo virus".

Secondo quanto riferito la terapia con il plasma iperimmune, sperimentata con uno studio pilota dal Policlinico San Matteo di Pavia sui pazienti ricoverati per Covid-19 in terapia intensiva con ventilazione assistita, ha dato risultati importanti: la mortalità tra questi pazienti, in media fissata al 15%, si è abbassata fino al 6%. "Da un decesso atteso ogni 6 pazienti si è passati a un decesso atteso ogni 16 pazienti", ha spiegato il professor Fausto Baldanti, virologo del San Matteo.  Gli altri due parametri presi in considerazione dallo studio pilota sono stati il miglioramento dei parametri respiratori e di quelli dell'infezione.

I parametri respiratori misurati - ha aggiunto il professor Baldanti - sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana, così come i casi di polmonite bilaterale entro la prima settimana e contestualmente i parametri dell'infezione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia".  Il progetto pilota è stato testato, con plasma ricavato dai pazienti guariti e con una misurazione omogenea del "titolo", ossia della potenzialità di annullamento del virus, fin dalle prime settimane del contagio, su 46 pazienti reclutati tra Pavia e Mantova, più un paziente proveniente da Novara.

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Festa della mamma, il pensiero di Fontana: "Tanti auguri a chi ha lottato contro il coronavirus". Arriva anche il ringraziamento di Sala che punge il governo: "Crisi gestita al maschile"

"In questa 'strana' Festa della Mamma desidero rivolgere un pensiero particolare a quella mamma che, qualche settimana fa, ha lottato al fianco del suo bambino, appena nato, vincendo la sfida contro il virus". Lo ha scritto sul proprio profilo Facebook il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, mettendo sotto al suo post la notizia del primo neonato colpito dal Covid 19 con la sua mamma e poi dimesso dall'ospedale di Bergamo, nelle scorse settimane. Fontana ha quindi rivolto "tanti cari auguri a tutte le mamme" e nel ringraziarle ha ricordato "anche quelle che sono volate in cielo".

Un pensiero per la mamme anche da parte del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Nel videomessaggio quotidiano sui social, il primo cittadino ha detto: "Il mio augurio va a tutte le mamme e anche il mio ringraziamento. Immagino quanto in questo lockdown, in questa parziale riapertura abbiano dovuto faticare per gestire la casa, molte lavorano in più, quante tensioni smussate, quanta fatica. Senza retorica credo che dobbiamo sempre essere riconoscenti alle mamme". E ha sottolineato: "Questa è stata una crisi gestita al maschile, le immagini di questa crisi vedono sempre uomini nei posti di comando. Questo semplicemente non è giusto e non è nemmeno furbo perché il valore delle donne, il contributo che possono dare è assolutamente indiscusso". 

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