L’allarme per i costi dell’energia in Lombardia arriva in un momento in cui sarebbe facile leggere soltanto la parte positiva dei numeri.
La manifattura lombarda continua a produrre, gli ordinativi dall’estero mostrano segnali di vitalità e il sistema industriale, nonostante le difficoltà, non ha perso la propria capacità di stare sui mercati. Eppure proprio qui si apre una questione che rischia di diventare molto più seria nei prossimi mesi. I costi dell’energia in Lombardia tornano a pesare con forza sui bilanci delle imprese e a mettere sotto pressione margini che, per molte aziende, sono già tutt’altro che larghi.
È questo il punto sul quale Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, ha scelto di insistere nelle ultime ore. La sua preoccupazione è netta. Con i prezzi attuali, sostiene, il rischio è che l’energia torni a trasformarsi da semplice voce di costo in un limite concreto alla produzione, agli investimenti e alla capacità delle imprese di competere.
«Con questi costi la Lombardia si ferma», è il senso dell’allarme lanciato dall’assessore. Non è una previsione da leggere come un dato già acquisito, ma un avvertimento politico ed economico. E arriva mentre il quadro industriale regionale presenta ancora elementi di tenuta.
Una crescita che rischia di diventare più difficile
I dati più recenti di Unioncamere Lombardia raccontano infatti una situazione meno drammatica di quanto potrebbe suggerire il clima di preoccupazione. Nel secondo trimestre del 2026 la produzione industriale regionale è cresciuta dello 0,1 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,1 per cento su base annua. Ancora più significativo è il dato relativo agli ordinativi esteri, aumentati del 2,5 per cento nel trimestre.
Sono numeri che dicono una cosa abbastanza semplice. La domanda per i prodotti lombardi non è scomparsa. Il problema è quanto costa soddisfarla.
Per un’impresa manifatturiera, infatti, non basta avere ordini. Occorre poter produrre a condizioni economicamente sostenibili. Se una parte crescente del fatturato viene assorbita dai costi dell’energia in Lombardia, la crescita degli ordinativi può non tradursi in un miglioramento equivalente della redditività.
È una dinamica meno visibile di un impianto che chiude o di una linea produttiva che si ferma. Ma può essere altrettanto importante. Prima di ridurre la produzione, un’azienda può rinviare un investimento, rimandare l’ampliamento di uno stabilimento, rivedere un piano di assunzioni, ridurre i turni o semplicemente accettare margini più bassi.
Ed è proprio questo il passaggio che preoccupa.

Il prezzo dell’elettricità torna sotto osservazione
A rendere concreto il problema ci sono anche i dati dei mercati energetici. Nei primi giorni di settembre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia ha superato i 200 euro per megawattora. Il 10 settembre il PUN ha toccato 228,48 euro per megawattora, mentre la media mensile parziale di settembre si mantiene su livelli elevati.
Il confronto internazionale rende il quadro ancora più delicato per l’industria italiana. Il 15 settembre il prezzo indicato per l’Italia risultava superiore a quello registrato negli stessi giorni in Germania, Francia e Spagna.
Naturalmente il PUN non coincide con il prezzo finale pagato da ogni singola impresa. I contratti di fornitura, la struttura tariffaria, i consumi e le condizioni di acquisto cambiano da azienda ad azienda. Ma i costi dell’energia in Lombardia all’ingrosso rappresentano uno degli elementi fondamentali del costo dell’elettricità e, quando rimangoni alti, la pressione sulla componente energetica dei bilanci industriali diventa inevitabile.
Per le aziende energivore la questione assume dimensioni ancora maggiori.
Qui non si parla semplicemente di spegnere qualche luce o di ridurre i consumi negli uffici. Ci sono processi industriali nei quali l’energia è parte integrante della produzione. Acciaio, ceramica, vetro, chimica, carta, meccanica e numerosi altri comparti dipendono da quantità significative di elettricità e gas. In questi casi ogni aumento persistente dei prezzi può incidere direttamente sulla convenienza economica di produrre.
La Lombardia osserva con preoccupazione l’Europa
Il problema, peraltro, non riguarda soltanto Milano o la Lombardia. È una questione europea. La Commissione europea ha riconosciuto che i prezzi energetici elevati rappresentano un problema per la competitività dell’industria e ha introdotto nel corso del 2026 nuove iniziative dedicate all’elettrificazione, alla riduzione dei costi di sistema e al sostegno alle imprese energivore.
Il punto è che tra una decisione europea e il suo effetto concreto sui bilanci industriali passa tempo. E per un’impresa il tempo, soprattutto quando i margini si assottigliano, ha un valore economico molto preciso. L’Europa sta quindi cercando di intervenire su una questione strutturale, mentre le imprese devono affrontare una questione quotidiana. Una fattura energetica arriva ogni mese. Un investimento industriale, invece, può essere rimandato.
È questa asimmetria temporale a preoccupare.
Geopolitica e mercati, una combinazione difficile
Sul fondo rimane poi l’incertezza geopolitica. La crisi internazionale continua a riflettersi sui mercati delle materie prime e del gas, ricordando quanto il sistema energetico europeo sia ancora esposto a fattori che si trovano al di fuori del controllo delle singole imprese.
Non è soltanto una questione di prezzo. È anche una questione di prevedibilità. Un’azienda può affrontare un costo elevato se riesce a conoscerlo e inserirlo in un piano industriale. Diventa molto più difficile programmare quando i costi dell’energia in Lombardia cambiano rapidamente e le prospettive restano incerte. È una differenza sostanziale. Perché la competitività non si costruisce soltanto sul prezzo più basso, ma anche sulla possibilità di sapere quanto costerà produrre tra sei mesi o tra un anno.
Il rischio per la manifattura lombarda
La Lombardia parte da una posizione industriale particolarmente importante. Proprio per questo gli effetti di uno shock energetico possono essere più ampi.
Assolombarda ha evidenziato nel corso del 2026 come l’esposizione dell’economia lombarda all’industria e all’export renda il territorio particolarmente sensibile agli shock energetici e geopolitici. Le revisioni delle prospettive di crescita diffuse dall’associazione hanno mostrato quanto rapidamente un peggioramento dello scenario internazionale possa riflettersi sulle aspettative economiche regionali.
La questione energetica, quindi, si intreccia con quella degli investimenti, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione. Ed è forse questo il passaggio più importante. Se un’impresa deve destinare una quota crescente delle proprie risorse a pagare l’energia, rimangono meno risorse disponibili per acquistare nuovi macchinari, sviluppare prodotti, investire nella digitalizzazione, formare personale o affrontare la transizione energetica.
Il paradosso è evidente. Proprio mentre alle imprese viene chiesto di investire per diventare più efficienti e sostenibili, i costi dell’energia in Lombardia possono ridurre la capacità finanziaria necessaria per fare quegli stessi investimenti.
La richiesta di Guidesi
Da qui la richiesta dell’assessore lombardo di intervenire rapidamente. Guidesi indica tre direttrici, una maggiore trasparenza nella formazione del prezzo dell’energia, un intervento sulle dinamiche finanziarie che possono amplificare la volatilità e strumenti capaci di limitare gli effetti degli aumenti più bruschi. Nel suo ragionamento ritorna anche il tema dell’idroelettrico lombardo e della possibilità di utilizzare maggiormente la produzione disponibile per sostenere il sistema produttivo.
La posizione della Lombardia è dunque quella di chiedere che il tema venga affrontato non soltanto attraverso strategie energetiche di lungo periodo, ma anche con strumenti capaci di produrre effetti nel breve termine. Il Governo e l’Unione europea sono chiamati a decidere quanto rapidamente.
Non basta produrre, bisogna poter continuare a produrre
È qui che l’allarme assume un significato più ampio. La Lombardia non è oggi un sistema industriale fermo. I dati più recenti raccontano ancora una manifattura capace di crescere e di intercettare domanda internazionale. Ma proprio questa capacità rischia di essere indebolita se l’aumento dei costi energetici dovesse diventare strutturale. La domanda vera, allora, non è soltanto quanta energia serva alla Lombardia.
È a quale prezzo il suo sistema industriale possa continuare a produrre, investire e competere. Perché un territorio manifatturiero può sopportare un periodo di difficoltà. Può affrontare una fase di volatilità. Può anche assorbire uno shock temporaneo. Molto più difficile è costruire programmi industriali quando non esiste una ragionevole certezza sui costi fondamentali della produzione.
Ed è per questo che l’allarme sui costi dell’energia in Lombardia non riguarda soltanto le bollette delle imprese. Riguarda la capacità del territorio di conservare nel tempo la propria forza industriale, mantenere gli investimenti e continuare a competere sui mercati internazionali.











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