updated 3:55 PM CEST, Oct 21, 2017

Il referendum in Catalogna cambierà anche questa Europa? in arrivo altre quattro consultazioni

Dopo la Catalogna andata al voto Domenica 1 Ottobre, altre quattro regioni appartenenti ad altrettanti stati europei, hanno previsto un referendum per l'autonomia o l'indipendenza entro la fine del 2018


I catalani sono stati chiamati al voto per decidere l'indipendenza della loro regione, un voto che ha tenuto e tiene ancor oggi alte le tensioni tra Barcellona e Madrid che minaccia l'abolizione dell'articolo 155 e quindi cancella in sostanza l'autonomia della regione catalana. Ma se analizziamo lo stato delle cose, alla fine nulla potranno ottenere nel breve i catalani, un risultato positivo che Madrid non accetta, non perchè poco democratica ma perchè non può permettersi di perdere una delle sue regioni più attive sul lato economico. Una situazione in cui anche altre quattro regioni di stati europei rischiano di ritrovarsi nei prossimi mesi, con il rischio di uno scontro frontale con il loro stato sovrano.

22 ottobre in Veneto e Lombardia. Siamo un paese giovane, uniti solo nel 1871. Da qui le forti identità regionali e anche qualche desiderio di indipendenza. In Veneto e in Lombardia si terranno un referendum sulla loro indipendenza o meglio, autonomia fiscale. Annunciato nel mese di marzo dai leader delle due regioni e sponsorizzato in primis dalla Nuova Lega di Matteo Salvini, sarà puramente un referendum consultivo e non avrà alcun valore legale. L'obiettivo? Mettere pressione su Roma nel campo fiscale. Veneto e Lombardia, che insieme rappresentano un quarto del PIL italiano, danno oggi al governo centrale circa 70 miliardi di euro all'anno. Per quanto riguarda il risultato di questa consultazione, i governi delle due regioni vogliono ridurre questa somma a 14 miliardi. Come dicevamo grande l'ottimismo della Nuova Lega di Matteo Salvini che nel 2014 fece un sondaggio su internet, il cui risultato fu ampiamente a favore di una autonomia fiscale. In generale quale valore può avere un sondaggio web? purtroppo solo quello di alzare il gradimento di chi vuole ottenere consensi populisti e muovere l'opinione pubblica. 

25 aprile 2018 nelle Isole Faroe Questo arcipelago, che si trova a metà strada tra il Regno Unito e l'Islanda, è tornato alla sovranità danese nel 1386. Le isole, popolate da circa 50.000 abitanti, dal 1948 hanno uno status speciale che da loro ampia autonomia ... insufficiente a giudicare oggi i sostenitori dell'indipendenza. L'idea di un vecchio referendum è stata a lungo ostacolata da una grave crisi economica, causata del crollo dell'industria della pesca. Nel 2004, gli indipendenti finalmente hanno votato. Il 50,72% dei Ferroviari (su un monte votanti che ha raggiunto il 91,1% della popolazione), hanno dichiarato di essere favorevoli all'indipendenza. Ma Copenaghen rifiuta di prendere in considerazione questo risultato. Lo scorso febbraio, tuttavia, il governo di Faroe ha dato notizia che terrà un referendum per l'autonomia il 25 aprile 2018.

Autunno 2018 in Scozia . La Scozia  proporrà alla sua popolazione un referendum nell'autunno del 2018. Un possibile divorzio che avverrebbe dopo "311 anni di matrimonio". Fu infatti nel 1707 che il trattato di Unione fu firmato tra il Regno d'Inghilterra e il Regno di Scozia. Una idea di separazione nata e rafforzata dopo la decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione europea, gli scozzesi sono "eurofili", in quell'occasione il 62% si espresse per rimanere all'interno dell'UE. Lo scorso marzo, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato il referendum, ma nulla ci dice che la Scozia prenda il volo da sola. La sua economia, fortemente dipendente dal petrolio, sarebbe stata indebolita e l'istituzione di un vero confine con il Regno Unito, non sarebbe una buona notizia per le relazioni commerciali con i vicini più prossimi. Purtroppo per gli scozzesi esiste un ostacolo molto duro da superare: per tenere ilreferendum, Edimburgo dovrebbe prima accordarsi con Londra e ottenere il benestare reale. E per il momento, Westminster fa finta di non sentire.

Un referendum in Corsica ...  Giovedì scorso durante l'assemblea corsa, il Presidente della Giunta, Gilles Simeoni, dal partito nazionalista "Per la Corsica", ha messo le cose in chiaro: "L'autodeterminazione è il processo con cui il popolo democraticamente e liberamente svolge le sue scelte essenziali. Una nozione questa che non deve creare alcun pregiudizio istituzionale, ma che ci deve far riflettere sulla necessità di un referendum per l'indipendenza, questo orientamento non è ancora nel programma ma potrebbe entrarci nel breve periodo".

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Sanzioni alla Russia, in tre anni ci sono costate 30 miliardi di euro

Una nuova ricerca dell'Istituto austriaco di ricerca economica (WIFO) dice che le sanzioni economiche dell'UE contro la Russia, introdotte tre anni fa, sono costate molti miliardi di euro ai paesi europei.


L' indagine , condotta su richiesta del Parlamento europeo e pubblicata venerdì, ha mostrato che le esportazioni dell'UE verso la Russia, dal 2014 hanno visto una diminuzione annuale pari al 15,7 per cento, raggiungendo in questi giorni la pesante soglia del 40%.

Le sanzioni dell'UE contro la Russia sono state introdotte nel 2014 per il presunto coinvolgimento del paese nel conflitto nell'Ucraina orientale. Le sanzioni riguardano principalmente i settori finanziari, energetici e di difesa della Russia e colpiscono anche alcuni funzionari governativi, uomini d'affari e figure pubbliche. Mosca ha risposto imponendo un embargo sui prodotti agricoli, sui prodotti alimentari e sulle materie prime dei paesi che hanno aderito alle sanzioni anti-russe. Da allora le parti hanno più volte ampliato e ampliato le misure restrittive, ricordiamo che prima delle sanzioni la Russia era il primo partner commerciale per la UE, oggi la Russia si colloca al quinto posto dietro gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cina e la Turchia.

Il WIFO ha calcolato che le esportazioni UE in Russia sono passate da un fatturato di 120 miliardi di euro di quattro anni fa, ai 72 miliardi di euro del 2016.

Secondo la ricerca, lo stato più colpito è stato Cipro, in quanto l'esportazione verso la Russia è diminuita del 34,5 per cento negli ultimi due anni; La Grecia ha subito una caduta del 23,2%; Le esportazioni della Croazia sono diminuite del 21 per cento.

Le esportazioni austriache in Russia sono diminuite di quasi il 10% circa 1 miliardo di euro, la Polonia e il Regno Unito hanno perso 3 miliardi di euro ciascuno. 

L'Italia si colloca a metà classifica con una perdita del 15% nei tre anni, le imprese italiane hanno perso più di 10 miliardi di euro a causa delle sanzioni dell'UE contro il governo di Mosca. "Le relazioni altalenanti e molto tese tra la Russia e l'UE hanno colpito molti settori dell'economia italiana: le sanzioni anti-russe sono controproducenti", ha dichiarato il capo del dipartimento commerciale russo, Sergey Cheremin a margine della sua conferenza su "i nuovi rapporti commerciali tra Italia e Russia", appena terminata. 

E ha aggiunto, "la guerra commerciale ha già portato ad una perdita totale di oltre 10 miliardi di euro a causa della riduzione delle esportazioni di beni italiani in Russia, solo il Veneto ha perso più di 3 miliardi di euro, in quanto il complesso agroindustriale della regione è stato il più colpito". Solo nel 2016, il commercio tra Mosca e le società italiane è sceso del 4,6% passando a 4,3 miliardi di dollari. Tuttavia vediamo una piccola luce all'orizzonte, dal primo trimestre di quest'anno, il commercio tra ha cominciato di nuovo a crescere..

Il presidente della Camera di commercio italiana-russa, Rosario Alessandrello, ha dichiarato che la risposta della Russia alle sanzioni dell'UE, ha colpito l'economia italiana e in particolare le piccole e medie imprese del nostro paese. L'Italia ha perso 11-12 miliardi di euro nelle esportazioni e 200.000 posti di lavoro a causa delle contromisure russe, spiega il funzionario, aggiungendo che la Russia è il mercato commerciale più vicino e più adatto agli italiani. "Anche i mercati sud e nordamericani possono essere interessanti, ma non possono sostituire la Russia" , ha aggiunto Alessandrello, "l'Italia non può permettersi di perdere il mercato Russo". La piccola presenza di piccole società italiane sul mercato russo ha reso l'Italia più vulnerabile rispetto alla Germania, rappresentata in Russia da un gran numero di grandi imprese. Sempre secondo Alessandrello, quasi 70 aziende italiane si sono delocalizzate spostando la loro produzione direttamente in Russia, "Due anni fa hanno iniziato a investire nella localizzazione per mantenere il mercato non solo attraverso le importazioni, ma anche attraverso la produzione completa o parziale direttamente sul territorio". 

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Sanzioni alla Russia, in tre anni ci sono costate 30 miliardi di euro

Una nuova ricerca dell'Istituto austriaco di ricerca economica (WIFO) dice che le sanzioni economiche dell'UE contro la Russia, introdotte tre anni fa, sono costate molti miliardi di euro ai paesi europei.


L' indagine , condotta su richiesta del Parlamento europeo e pubblicata venerdì, ha mostrato che le esportazioni dell'UE verso la Russia, dal 2014 hanno visto una diminuzione annuale pari al 15,7 per cento, raggiungendo in questi giorni la pesante soglia del 40%.

Le sanzioni dell'UE contro la Russia sono state introdotte nel 2014 per il presunto coinvolgimento del paese nel conflitto nell'Ucraina orientale. Le sanzioni riguardano principalmente i settori finanziari, energetici e di difesa della Russia e colpiscono anche alcuni funzionari governativi, uomini d'affari e figure pubbliche. Mosca ha risposto imponendo un embargo sui prodotti agricoli, sui prodotti alimentari e sulle materie prime dei paesi che hanno aderito alle sanzioni anti-russe. Da allora le parti hanno più volte ampliato e ampliato le misure restrittive, ricordiamo che prima delle sanzioni la Russia era il primo partner commerciale per la UE, oggi la Russia si colloca al quinto posto dietro gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cina e la Turchia.

Il WIFO ha calcolato che le esportazioni UE in Russia sono passate da un fatturato di 120 miliardi di euro di quattro anni fa, ai 72 miliardi di euro del 2016.

Secondo la ricerca, lo stato più colpito è stato Cipro, in quanto l'esportazione verso la Russia è diminuita del 34,5 per cento negli ultimi due anni; La Grecia ha subito una caduta del 23,2%; Le esportazioni della Croazia sono diminuite del 21 per cento.

Le esportazioni austriache in Russia sono diminuite di quasi il 10% circa 1 miliardo di euro, la Polonia e il Regno Unito hanno perso 3 miliardi di euro ciascuno. 

L'Italia si colloca a metà classifica con una perdita del 15% nei tre anni, le imprese italiane hanno perso più di 10 miliardi di euro a causa delle sanzioni dell'UE contro il governo di Mosca. "Le relazioni altalenanti e molto tese tra la Russia e l'UE hanno colpito molti settori dell'economia italiana: le sanzioni anti-russe sono controproducenti", ha dichiarato il capo del dipartimento commerciale russo, Sergey Cheremin a margine della sua conferenza su "i nuovi rapporti commerciali tra Italia e Russia", appena terminata. 

E ha aggiunto, "la guerra commerciale ha già portato ad una perdita totale di oltre 10 miliardi di euro a causa della riduzione delle esportazioni di beni italiani in Russia, solo il Veneto ha perso più di 3 miliardi di euro, in quanto il complesso agroindustriale della regione è stato il più colpito". Solo nel 2016, il commercio tra Mosca e le società italiane è sceso del 4,6% passando a 4,3 miliardi di dollari. Tuttavia vediamo una piccola luce all'orizzonte, dal primo trimestre di quest'anno, il commercio tra ha cominciato di nuovo a crescere..

Il presidente della Camera di commercio italiana-russa, Rosario Alessandrello, ha dichiarato che la risposta della Russia alle sanzioni dell'UE, ha colpito l'economia italiana e in particolare le piccole e medie imprese del nostro paese. L'Italia ha perso 11-12 miliardi di euro nelle esportazioni e 200.000 posti di lavoro a causa delle contromisure russe, spiega il funzionario, aggiungendo che la Russia è il mercato commerciale più vicino e più adatto agli italiani. "Anche i mercati sud e nordamericani possono essere interessanti, ma non possono sostituire la Russia" , ha aggiunto Alessandrello, "l'Italia non può permettersi di perdere il mercato Russo". La piccola presenza di piccole società italiane sul mercato russo ha reso l'Italia più vulnerabile rispetto alla Germania, rappresentata in Russia da un gran numero di grandi imprese. Sempre secondo Alessandrello, quasi 70 aziende italiane si sono delocalizzate spostando la loro produzione direttamente in Russia, "Due anni fa hanno iniziato a investire nella localizzazione per mantenere il mercato non solo attraverso le importazioni, ma anche attraverso la produzione completa o parziale direttamente sul territorio".

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Il Papa e le 7 posizioni eretiche: con una lettera diretta, 62 studiosi e sacerdoti lo accusano di eresia

I giornalisti in vaticano si allertano per una strana news che parla di una “censura” da parte della Santa Sede alla lettera sottoscritta da 62 esponenti cattolici, in cui il pontefice viene accusato di eresia


La notizia si riferiva alla raccolta firme lanciata dal portale www.correctiofilialis.org per la petizione - contenuta in una lettera di 25 pagine - che sollecita il Papa a “correggere le sette «eresie»" sostenute nella sua esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, in particolare riguardo alla questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati-risposati.

Sul portale si dice testualmente: 

Una lettera di 25 pagine firmata da 40 sacerdoti e studiosi laici cattolici è stata spedita a Papa Francesco l’11 agosto. Per il fatto che non è stata ricevuta nessuna risposta dal S. Padre, la si rende pubblica quest’oggi, 24 settembre, Festa della Madonna della Mercede e di Nostra Signora di Walsingham. La lettera, che è aperta a nuovi firmatari, ora porta i nomi di 62 sacerdoti e studiosi cattolici provenienti da 20 nazioni, i quali rappresentano anche altri che però non hanno la necessaria libertà di parlare. La lettera ha un titolo latino: Correctio filialis de haeresibus propagatis (letteralmente, Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie). In essa si dichiara che il papa, mediante la sua Esortazione Apostolica Amoris laetitia e mediante altri parole, atti e omissioni ad essa collegate, ha sostenuto 7 posizioni eretiche, riguardanti il matrimonio, la vita morale e la recezione dei sacramenti, e ha causato la diffusione di queste opinioni eretiche nella Chiesa Cattolica. Queste 7 eresie sono formulate dai firmatari in latino, lingua officiale della Chiesa.

Questa lettera di correzione ha 3 parti principali. Nella prima parte, i firmatari, in qualità di cattolici credenti e praticanti, spiegano perché hanno il diritto e il dovere di rivolgere una tale correzione al supremo pontefice. La legge stessa della Chiesa richiede che persone competenti non rimangano silenti quando i pastori della Chiesa disorientano il gregge. Ciò non comporta nessun conflitto con il dogma cattolico dell’infallibilità papale, dal momento che la Chiesa insegna che il papa deve attenersi a dei criteri ben precisi prima che le sue affermazioni siano considerate infallibili. Papa Francesco non si è attenuto a questi criteri. Egli non ha dichiarato che queste posizioni eretiche siano da essere considerate insegnamento definitivo della Chiesa o che i cattolici debbano crederle con un assenso di fede.  La Chiesa insegna che nessun papa può asserire che Dio gli abbia rivelato qualche nuova verità che sarebbe obbligatoria da credere per i cattolici.

La seconda parte della lettera è quella essenziale in quanto contiene la “Correzione” propriamente detta. In essa si redige una lista di passaggi di Amoris laetitia in cui si insinuano o si incoraggiano posizioni eretiche; quindi si fa una lista di parole, atti e omissioni di Papa Francesco i quali rendono chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, che questi desidera un’interpretazione dei suddetti passaggi da parte dei cattolici in un modo che, di fatti, è eretico. In particolare, direttamente o indirettamente, il papa ha permesso che si credesse che l’obbedienza alla Legge di Dio possa essere impossibile o indesiderabile e che la Chiesa talvolta dovrebbe accettare l’adulterio in quanto compatibile con l’essere cattolici praticanti.

La parte finale, con il titolo “Delucidazione”, espone due cause di questa crisi singolare. Una causa è il “Modernismo”. Teologicamente parlando, il Modernismo sostiene che Dio non ha consegnato verità definite alla Chiesa che essa deve continuare ad insegnare esattamente nello stesso senso fino alla fine del tempo. I modernisti ritengono che Dio comunichi al genere umano solo esperienze, sulle quali gli essere umani possono riflettere e così dichiarare cose varie circa Dio, la vita e la religione, ma tali dichiarazioni sono solo provvisorie, mai dogmi fissi. Il Modernismo fu condannato dal Papa S. Pio X all’inizio del XX secolo, ma riemerse durante la metà di questo secolo. La grande e continua confusione causata dal Modernismo nella Chiesa Cattolica obbliga i firmatari a descrivere il vero significato di “fede”, “eresia”, “rivelazione” e “magistero”.

La seconda causa della crisi è l’apparente influenza delle idee di Martin Lutero su Papa Francesco. La lettera mostra come Lutero, il fondatore del Protestantesimo, abbia idee su matrimonio, divorzio, perdono e legge divina che corrispondono a quelle che il papa ha promosso mediante parole, atti e omissioni. Si mette in evidenza anche la lode esplicita e senza precedenti attribuita da Papa Francesco all’eresiarca tedesco.

I firmatari non si azzardano a giudicare il grado di consapevolezza con il quale Papa Francesco ha propagato le 7 eresie elencate. Ma rispettosamente insistono che egli condanni queste eresie, da lui sostenute direttamente o indirettamente.

I firmatari professano la loro lealtà alla Santa Chiesa Romana, assicurano al Papa loro preghiera e chiedono la sua benedizione apostolica.

Leggi la lettera inviata in lingua italiana

Francia, Daniela Reho: il risultato di Marine Le Pen ci dice che temi come sicurezza e sovranità nazionale sono stati ignorati

L'esponente di Forza Italia e aderente all'associazione Noi Repubblicani Popolo Sovrano commenta ai nostri microfoni l'esito del primo turno della corsa per l'Eliseo: "La politica d'Oltralpe, come quella italiana, non ha voluto affrontare adeguatamente i problemi su cui la candidata del Fn ha basato la sua campagna elettorale. I cittadini hanno dimostrato quanto siano preoccupati dai danni provocati dall'immigrazione incontrollata, dalle difficoltà dell'integrazione etnica e religiosa e dalle ingerenze dell'Unione Europea nelle politiche, soprattutto economiche, degli Stati. Peccato che grazie a un'ammucchiata di forze molto diverse tra loro vincerà Macron. In ogni caso è una lezione importante anche per noi" - (VIDEO)

Paradosso Italia; paghiamo l'Austria per trasformare i nostri rifiuti in energia utilizzata per alimentare 170.000 case di Vienna

Fino a tre treni alla settimana arrivano presso l'impianto Zwentendorf. Ogni treno porta contenitori ermetici carichi di circa 700 tonnellate di rifiuti domestici romani.

 


Roma sta lottando per far fronte alla crisi dei rifiuti e l'Austria ha una capacità di riserva in un impianto di smaltimento, compostaggio e riciclo a waste-to-energy nei pressi di Vienna, questo a portato a un accordo tra il governo italiano e quello austriaco, gli italiani stanno pagando società austriaca EVN per smaltire un massimo di 70.000 tonnellate di rifiuti provenienti dalla famiglie romane. I rifiuti vengono trasportati in treno attraverso l'Italia settentrionale, sulle Alpi fino ad arrivare presso l'impianto di compostaggio rifiuti della EVN a Zwentendorf sul Danubio.

Fino a tre treni alla settimana arrivano presso l'impianto Zwentendorf. Ogni treno porta contenitori ermetici carichi di circa 700 tonnellate di rifiuti domestici romani. I rifiuti inceneriti e trasformati in gas di scarico caldi, che generano vapore. Il vapore poi viene consegnato a una vicina centrale elettrica , dove viene convertito in energia elettrica, che viene utilizzata per alimentare 170.000 case nella provincia della Bassa Austria.

Come Norvegia anche in Austria si trasformano i rifiuti in energia, perchè l'Italia invece paga lo smaltimento in altri paesi dell'Europa?

Può sembrare contro-producente portare i rifiuti per oltre 1.000 km (620 miglia), prima di procedere allo smaltimento, ma è parte degli sforzi dell'Unione europea per rendere le città più pulite e per ridurre le quantità di rifiuti che vanno in discarica. Una soluzione sicuramente all'avanguardia e al passo con le evoluzioni tecnologiche dei paesi più sviluppati. "Non è una soluzione controproducente", dice Gernot Alfons, capo della centrale termica dei rifiuti EVN, Per lui si tratta di una soluzione ecologica e i treni della spazzatura sono fondamentali, per non aumentare l'inquinamento dato dal compostaggio dei rifiuti nelle discariche provocando un notevole impatto in termini di emissioni di Co2. "E 'molto meglio per il trasporto di questi rifiuti ad un impianto che ha un alto rendimento energetico come il nostro." Certo diciamo noi, ma non sarebbe meglio che tutte le nazioni europee si adoperassero per realizzare impianti come quello Zwentendorf? Impianti che si pagherebbero due volte, sia per lo smaltimento che per la produzione di energia.

                                                                       

Allora, cosa è andato storto con lo smaltimento dei rifiuti di Roma?

Anche nei distretti eleganti come Prati, vicino al Vaticano, non è difficile vedere che la città ha un problema con la spazzatura, ancora oggi spesso si vedono cassonetti comunali traboccanti per i rifiuti domestici e non. Antonio La Spina, professore di sociologia e di politica pubblica presso l'Università LUISS di Roma, dice che la città produce più rifiuti di quanto possa far fronte. "Un fattore è la notevole quantità di rifiuti che viene prodotta per abitante a Roma. Un altro è che la quota di rifiuti (separati) è in aumento. Questa è una buona cosa, in generale, ma lo è ancor di più se le autorità non sono pronte ad affrontare tutto questo. Un altro grave problema è il fatto che le discariche sono piene. Alcune di queste inoltre sono diventate un problema ambientale e vanno chiuse."

Ecco il motivo per cui il comune di Roma ha dovuto guardare non solo oltre la regione, ma oltre l'Italia, per lo smaltimento dei rifiuti. E la gestione politica? ... questa è un'altra storia e merita un altro pensiero.

 

Meningite a Milano: un caso sospetto al Liceo Leonardo Da Vinci

Un nuovo caso di meningite a Milano, ricoverato al Niguarda uno studente del Liceo Leonardo Da Vinci. E' stata avviata la profilassi e avvisate le famiglie degli studenti.


"Nella giornata di ieri e' stato segnalato, dal pronto soccorso del Niguarda, un caso di sospetta sepsi meningococcica in un ragazzo di 18 anni residente a Milano".
Lo ha detto l'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, in una Nota.
ORA IN ATTESA DI STABILIRI LA TIPIZZAZIONE' - "Dalle prime indagini di laboratorio eseguite - ha spiegato l'assessore - e' stato rilevato un liquido tipico dell'infezione da meningococco, di aspetto torbido. Tutte le evidenze cliniche portano ad una sospetta meningite da meningococo, siamo in attesa di ricevere la tipizzazione".
"Il ragazzo - ha aggiunto l'assessore - ha accusato gia' da l'altro ieri febbre alta e cefalea ed e' stato portato al pronto soccorso del Niguarda cosciente e con presenza di petecchie. Attualmente si trova in terapia intensiva in prognosi riservata. I familiari (4 in tutto) sono stati sottoposti a profilassi".
AVVISATO IL PRESIDE DELLA SCUOLA - "Il ragazzo - ha detto ancora Gallera - frequenta la classe 5 H del Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci, sito a Milano in via Respighi, 5. Il preside dell'Istituto e' gia' stato informato e in queste ore si sta concludendo l'informativa di tute le famiglie degli studenti e degli insegnanti del Liceo e ad effettuare la profilassi". "E' tuttora in corso - ha concluso - la collaborazione della madre, la ricostruzione dei contatti frequentati dal ragazzo negli ultimi giorni".

FONTE: (Lnews)

Palazzo Lombardia contro Palazzo Chigi: E' falso dire che la regione boicotta l'assegno di ricollocazione

"Sono dispiaciuta di come ancora una volta i problemi dei disoccupati vengono affrontati nell'ottica del derby Stato-Regioni", commenta cosi' Valentina Aprea, assessore all'Istruzione Formazione e Lavoro di Regione Lombardia. 


ALCUNE DOVEROSE PRECISAZIONI: "Apprendo da un'intervista a Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi, pubblicata dal quotidiano La
Repubblica - prosegue l'assessore lombardo - che Regione Lombardia sarebbe responsabile del boicottaggio della sperimentazione dell'assegno di ricollocazione gestita dall'ANPAL". "Come assessore Regionale non posso che replicare con alcune precisazioni - aggiunge Aprea -, come donna delle istituzioni devo rilevare come si preferisca puntare il dito contro le regioni e la mancata riforma costituzionale piuttosto che riflettere con spirito critico e con responsabilita' sui problemi delle politiche attive del lavoro e dei Centri per l'impiego".
PRINCIPIO DI VOLONTARIETA' - "In primo luogo vorrei precisare che a livello nazionale l'assegno di ricollocazione e' stato costruito come una politica fondata sul principio di volontarieta' - rileva Aprea - cui si e' associata l'assoluta liberta' di poter scegliere quando piu' opportunamente o opportunisticamente fruire della politica. In sostanza, il beneficiario dell'assegno puo' aspettare di arrivare al limite di
scadenza della Naspi per utilizzare l'assegno, limitando cosi' il rischio di decadere dal sussidio di disoccupazione. E' questo meccanismo che ha comportato un'adesione timida da parte dei beneficiari della sperimentazione, e non il comportamento delle Regioni che hanno invece, piu' volte, chiesto l'applicazione di meccanismi di condizionalita' anche alla sperimentazione."
RILASCIO AUTOMATICO - "In secondo luogo - sottolinea ancora Aprea - vorrei precisare come le modalita' attuative dell'assegno di ricollocazione prevedono che l'assegno venga rilasciato automaticamente dal sistema informativo a coloro che ne facciano richiesta lasciando alle Regioni la facolta' di scegliere se costringere il beneficiario a recarsi preventivamente presso un centro per l'impiego per farselo rilasciare. Come Regione Lombardia non abbiamo fatto altro che aderire a una possibilita' offerta dall'ANPAL e dal suo portale preferendo non caricare sui centri per l'impiego questa
ulteriore, inutile, incombenza burocratica".
IL RUOLO DEI CENTRI PER L'IMPIEGO - "Una volta ottenuto l'assegno - chiarisce l'assessore - il beneficiario lombardo viene preso in carico da tutti i centri per l'impiego del territorio e anche dagli operatori privati accreditati. Quindi, smentisco la notizia per cui i centri per l'impiego non prendono in carico le persone. Semplicemente, il disoccupato non e' costretto a recarsi al centro per l'impiego per verificare se ha ancora i requisiti per ottenere l'assegno e per farsi dare il nulla osta ad avviare il percorso di ricollocazione."
IL RUOLO DELLE REGIONI - "Inoltre, vorrei precisare come le Regioni non hanno al momento alcun potere per non riconoscere gli accreditati a livello nazionale. Contestiamo le modalita' con cui questo accreditamento e' avvenuto e la mancata valutazione di come la costruzione di un sistema di accreditamento parallelo a quello regionale possa sovrapporsi a questo e creare difficolta' gestionali sul territorio. Questo e' un elemento sul quale riflettere anche in vista dell'elaborazione del DM che dovra' disciplinare i criteri di accreditamento comuni alle Regioni. Puntare il dito non e' l'atteggiamento piu' saggio quando si richiama la leale collaborazione istituzionale"
DIFFICOLTA' REALI E NON PROBLEMA POLITICO - "Infine, vorrei precisare come le difficolta' in cui versano i Centri per l'impiego siano un problema reale e non una questione politica - fa presente l'assessore -. L'assegno di ricollocazione avrebbe dovuto seguire quel piano di rafforzamento che non riesce a vedere la luce e che comunque non risolvera' gli attuali problemi. Si tratta di un piano che non affronta il tema del rafforzamento da un punto di vista qualitativo e che da un punto di vista quantitativo e' molto al di sotto dei reali fabbisognidei centri per l'impiego".
APERTI AL CONFRONTO - "Non smetto di ribadire che Regione Lombardia e' disponibile al confronto - spiega Aprea -. Ma Regione Lombardia non sara' mai disponibile a cedere alla strumentalizzazione del derby Stato-Regioni. Siamo abituati a confrontarci sui risultati e aspettiamo di conoscere quelli della sperimentazione. Tuttavia, se le premesse sono queste,          devo auspicare fortemente che ci sia un momento di valutazione critica ed oggettiva della sperimentazione, epurata da ogni pregiudizio o tentativo di giustificare modesti risultati addossando la responsabilita' alle Regioni." Conclude cosi'Valentina Aprea.

FONTE: (Lnews)

 

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