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updated 9:12 PM UTC, Aug 17, 2018

Il fratello dell'attentatore di Marsiglia arrestato a Ferrara: tunisino, ex combattente dello Stato islamico in Siria, era sbarcato in Sicilia nel 2014

Era stato proprio Anis Hannachi a indottrinare Ahmed, il terrorista che il primo ottobre ha accoltellato a morte due donne nel nome di Allah alla stazione della città portuale francese. Giunto sulle nostre coste tre anni fa, fu espulso dopo aver fornito false generalità come ha fatto davanti agli agenti che lo hanno fermato ieri sera. Un passato da Foreign Fighter dell'Isis, aveva appoggi in Emilia - (VIDEO)


Anis Hannachi, 25enne tunisino, fratello dell'attentatore che ha ucciso due donne a Marsiglia (nella foto sotto l'uomo neutralizzato dagli agenti francesi e il corpo di una vittima a terra), è stato arrestato a Ferrara dai poliziotti della Digos di Bologna. Dopo una vasta attività investigativa, coordinata dal Servizio centrale per il contrasto del Terrorismo, è stato eseguito un mandato di arresto europeo emesso in Francia.

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Quello del 25enne è un passato da Foreign Fighter in Siria e in Iraq e un presente da fuggitivo tra Francia e Italia che gli aveva provocato anche dei sentimenti di "stanchezza, disagio e turbamento": cosa quest'ultima che preoccupava non poco gli investigatori italiani, avvertiti della sua presenza in Italia.

PRESO IN BICI - La sua presenza nel nostro Paese era stata segnalata dalle autorità francesi, che ipotizzavano il suo arrivo già dal 27 settembre scorso. Le sue tracce in Liguria il 4 ottobre scorso, successivamente è stato localizzato a Ferrara, dove sabato sera è stato arrestato dalla Polizia mentre, di notte, percorreva in bicicletta le vie della città.

NON COLLABORA - "Per il momento non collabora", precisa il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti. Allo stato attuale delle indagini, "non emergono segnali riguardanti la possibile pianificazione di atti sul nostro territorio", spiega poi il direttore del servizio centrale antiterrorismo Lamberto Giannini.

RADICALIZZAZIONE - L'indagine che ha portato all'arresto di Hannachi "promette di avere interessanti sviluppi", ha rilevato Roberti. E Francesco Caporale, procuratore aggiunto di Roma, ha ricordato che "l'attentato di Marsiglia risale al 1 ottobre", quindi l'inchiesta è "appena avviata". Dalle prime risultanze emerge però che sarebbe stato proprio Anis a 'radicalizzare' verso un percorso jihadista il fratello Ahmed, autore dell'attentato di Marsiglia.

LA STRUTTURA - Hannachi era giunto una prima volta in Italia nel 2014. Identificato, era stato espulso "ma all'epoca non aveva dato segni di radicalismo religioso", ha precisato Giannini. "Se dovessero essere confermati i primi risultati delle indagini - ha rilevato il generale Pasquale Angelosanto, Comandante del Ros carabinieri - ci troveremmo di fronte ad una struttura organizzata su base familistica".

SENZA DOCUMENTI - Hannachi, ha spiegato Claudio Galzerano, direttore della divisione antiterrorismo internazionale dell'Ucigos, è stato fermato sabato notte dalla Polizia mentre andava in bicicletta per le strade di Ferrara. "Era senza documenti, ha detto di essere algerino" e si trovava in città da pochi giorni.

NESSUNA CELLULA - "Era a Ferrara perché evidentemente ha degli appoggi - ha spiegato il Questore di Ferrara, Antonio Sbordone - ma per il momento non possiamo ipotizzare che esista una cellula ferrarese". E' stato arrestato per partecipazione ad associazione terroristica e complicità nell'attentato di Marsiglia, nei pressi della Gare de Marseille-Saint-Charles.

IL RISERBO - La sua cattura è stata resa possibile grazie alle informazioni fornite dalle autorità francesi e ottenute dagli investigatori italiani, anche grazie alle intercettazioni del suo telefono. Il giovane non ha opposto resistenza ma ha tentato di dare false generalità, come anche fece al suo arrivo nelle coste siciliane, nel 2014, e fu espulso. Le indagini proseguono nel più stretto riserbo.

(Fonte: Adnkronos)

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L'ATTENTATORE VISSE IN ITALIA. IL PERMESSO DI SOGGIORNO E IL MATRIMONIO CON UN'ITALIANAAhmed Hanachi, era stato arrestato e rilasciato dalla polizia francese solo il giorno prima e fino a tre anni fa viveva in Italia. Lo hanno rivelato Le Monde e il settimanale Le Point. In particolare è emerso che il trentenne, con passaporto tunisino, era arrivato in Italia dalla Francia nel 2006, si era insediato ad Aprilia e aveva sposato un'italiana da cui poi aveva divorziato. La prima rivelazione è che l'assassino, che ha urlato "Allah u akbar" mentre accoltellava i passanti, era stato fermato sabato a Lione con l'accusa di taccheggio e di aver partecipato ad alcune rapine nella città, ma era stato rilasciato per insufficienza di prove malgrado non avesse un valido permesso di soggiorno. La procura di Roma aprirà a breve un'indagine contro ignoti, e per associazione con finalità di terrorismo, legata alle verifiche avviate sulla rete di contatti in Italia di Hanachi.

Dal 2009 al 2017 Hanachi avrebbe beneficiato di un permesso di soggiorno in Italia, scaduto a gennaio scorso e di cui avrebbe chiesto il rinnovo. L'uomo, secondo quanto riferito ieri dal procuratore francese anti-terrorismo François Molins, era noto per piccoli reati comuni ai servizi di polizia dal 2005, con sette identità diverse: una di queste lo identificava come Ahmed H., nato in Tunisia nel 1987. Era stato fermato il 29 settembre a Lione per furto e rilasciato poi il giorno successivo, cioè 24 ore prima dell'attacco, per mancanza di prove. Alla polizia aveva esibito un passaporto tunisino e dichiarato di vivere a Lione, di essere senzatetto, divorziato e con problemi di droga. Stando a una fonte vicina al dossier, citata sempre dai media francesi, l'uomo, che ha dichiarato di essere entrato in Francia nel 2003, nel 2005 era stato fermato e ricondotto alla frontiera dal prefetto del Var, prima di essere rimesso in libertà dopo due giorni, per mancanza di posti nel centro di identificazione ed espulsione e per un problema con il documento di identità.

Cambiano le regole di Schengen, possibilità di ripristinare i controlli alle frontiere per un periodo fino a tre anni

Bruxelles - Mercoledì la Commissione europea ha proposto di cambiare le regole di Schengen più controlli alle frontiere per adattarsi alle "nuove minacce "del terrorismo


Cambiando le norme vigenti i controlli potranno essere ripristinati, in caso di una "grave minaccia" per l'ordine pubblico o la sicurezza di un paese, per un periodo di tre anni. Ad oggi con le regole in essere non possono superare sei mesi, o eccezionalmente due anni in caso di caos visto presso le frontiere esterne dell'UE.

L'annuncio dell'esecutivo UE arriva prima della fine di tutte le deroghe provvisorie (termine tra due settimane) date a sei paesi della UE più a rischio, tra cui la Francia e la Germania, queste deroghe che permettono di svolgere verifiche di frontiera all'interno dell'area di libera circolazione. Diversi di questi paesi in deroga, guidati da Parigi e Berlino, hanno chiesto con insistenza alla Commissione di modificare le norme vigenti, per adeguarle alle nuove minacce di sicurezza nel territorio, portate dagli ultimi fatti di terrorismo.

il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans ha dichiarato, "Agli Stati membri dovrebbe essere data libertà di agire in caso di circostanze eccezionali, ovvero quando si trovano ad affrontare gravi minacce. Agendo tuttavia nel rispetto di rigorose condizioni e procedure previste per evitare abusi".

Ancora nessuna luce verde all'orizzonte, anche perchè la richiesta arriva dopo che in diverse occasioni si è discusso sul fatto che una delle principali conquiste dell'integrazione europea, vista come un unico grande stato è proprio la libera circolazione.

Da sottolineare che in sei paesi (l'Austria, la Germania, la Danimarca, la Francia, la Svezia e la Norvegia) si sono già ripristinati i controlli alle frontiere all'interno dell'area Schengen. Fra loro, solo la Francia è l'unico ad averlo fatto richiamando la deroga data per la minaccia del terrorismo. Ripristinati nel momento degli attacchi a Parigi nel novembre 2015, i controlli francesi potrebbero essere rinnovati più volte, a seguito di nuove minacce. Ma la deroga che ha attualmente Parigi scade il 31 ottobre.

Gli altri paesi (l'Austria, la Germania, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia), hanno giustificato il ripristino del controllo alle frontiere per un eccessivo flusso migratorio che, grazie al caos alla frontiera greca, aveva aperto la nuova rotta dei Balcani già dal 2015.

La Commissione ha ritenuto tuttavia, che questa giustificazione abbia perso il suo valore, dal momento che il numero di arrivi nella parte greca, quindi dai Balcani, sia sceso notevolmente per questo motivo non estenderà ulteriormente la deroga concessa in precedenza, che vede il suo termine l'11 novembre 2017. Solo giustificando nuove gravi minacce di terrorismo i cinque potranno continuare a tenere le frontiere chiuse.

Forte la risposta del ministro degli interni austriaco Wolfgang Sobotka, "in un modo o in un altro, continueremo i controlli. L'opposto sarebbe irresponsabile", non accogliendo di fatto la decisione della Commissione.

Come cambia quindi l'accordo di Schengen, con l'emendamento proposto mercoledì, la Commissione propone di "in caso di minacce per la sicurezza un paese potrà aumentare ad un anno, invece di sei mesi, il periodo di massimo concesso per il controllo alle frontiere (in sostanza la riapertura delle dogane). "Se la stessa minaccia persisterà per più di un anno", questi controlli potrebbero essere prorogati per periodi di sei mesi in sei , per una "durata massima di due anni". Ma in questo caso, l'estensione richiederebbe l'adozione di un'autorizzazione speciale del Consiglio (il corpo che riunisce gli Stati membri dell'Unione europea), dopo un avviso della Commissione, che potrebbe portare l'estensione fino alla durata massima di tre anni.

L'area di Schengen, una delle realizzazioni più concrete dell'Europa Unita, è un'area di libera circolazione, dove sono stati aboliti i controlli alle frontiere per tutti i viaggiatori interni al territorio, un territorio attualmente composto da 26 paesi, di cui 22 Stati Membri dell'UE, che potrebbe in tempi brevi allargarsi a 28 con l'ingresso di Bulgaria e Romania.

CasaPound, quel "disperato amore" che punta al Parlamento. Parla Gianluca Iannone

Probabilmente qualcuno non ha gradito la nostra intervista a Gianluca Iannone, presidente del movimento CasaPound Italia, e ha pensato bene di compiere un selvaggio attacco hacker al nostro portale che ne ha riportato un danno rilevante. Bene, ilComizio.it non si chiama "La voce di tutti" per caso; la nostra volontà è e rimane quella di ospitare le più diverse posizioni politiche e culturali, a prescindere dall'orientamento personale di quanti con noi lavorano. Ritenendo miserabile il comportamento di chi pensa che una vile azione di boicottaggio informatico sia sufficiente a mettere a tacere il nostro desiderio di far conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, ripubblichiamo il pezzo, con tanti saluti agli intolleranti di ogni razza e colore


Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia, il vostro movimento sta facendo molto parlare molto di sé. Il nome di CasaPound è presente sempre più spesso sui giornali e nell’agone politico; avete raggiunto risultati elettorali importanti, quantomeno a livello amministrativo, e spesso vi trovate al centro di polemiche con chi, nel campo antifascista,  vi condanna per la vostra matrice storica. Noi non ci accontentiamo delle etichette e degli schemi preconfezionati e vorremmo invece capire meglio che cos’è Casa Pound, il mondo che rappresenta, come agisce, che rapporto ha con la società e con l’elettorato. Ci aiuti.

CasaPound nasce a Roma nel dicembre del 2003 e diventa un movimento politico nazionale nel giugno del 2008 e si articola su vari punti che sono la solidarietà, lo sport, la cultura e ovviamente la politica, che vuol dire semplicemente interesse della polis, della città. Noi ci candidiamo alle elezioni ottenendo ottimi risultati, superando in media l’1% che, per un movimento come il nostro, è “tanta roba”. Alle ultime amministrative in una città importante come Lucca, nel cuore della Toscana, abbiamo raggiunto l’8% , a Todi il 5%, a Frosinone il 2,5%. In tutte le altre città abbiamo superato il fatidico “uno virgola”, pertanto nessuno può più considerarci irrilevanti. Ovviamente veniamo attaccati dai vari schieramenti, non solo a sinistra, proprio perché siamo contrari al tipo di politica dominante. La differenza fra noi e un Salvini o un Berlusconi è appunto di non essere, di non voler essere complici della mattanza di questa terra chiamata Italia e, quindi, procediamo spediti verso i nostri obiettivi.

Ecco, appunto, parliamo della vostra diversità dalle altre forze che non sono di sinistra, in particolare il centrodestra del trio Berlusconi-Salvini- Meloni, soggetti che, con sfumature varie, stanno puntando su una proposta sovranista e apparentemente a tutela degli interessi nazionali, temi vostri insomma. In qualche modo addirittura il Movimento 5 Stelle, pur a fasi alterne, spesso interpreta questo tipo di sentimenti

Sì, sì. Grillo dice una cosa e i suoi eletti fanno l’opposto, perché io ricordo che il reato di clandestinità è stato abolito anche grazie ai 5 Stelle. Quindi è inutile che poi Grillo dica ‘basta immigrazione’ se, poi, i suoi deputati e i suoi senatori fanno l’opposto.

Però capiscono che lo ius soli non è molto popolare…

“Sì, pubblicamente dicono di no, però,  sotto sotto si sa che auspicano l’approvazione dello ius soli a cui invece noi siamo contrari con tutte le nostre forze e lo abbiamo dimostrato coi fatti. Parlerei di bipolarismo, ma non a livello politico, io dico proprio a livello umano: tutti dicono una cosa, poi ne fanno un’altra, tra incoerenza e schizofrenia. Pendiamo la Meloni: ha votato più di 40 provvedimenti del Governo Monti, tra cui la Legge Fornero e la scelta di rimandare i nostri Marò nelle carceri indiane per poi, una volta passata all’opposizione, chiedere la loro liberazione. Ecco questo è il teatrino delle miserie umane della politica italiana. Purtroppo ci hanno abituato a tutto e al contrario di tutto. Adesso addirittura Alfano ritorna nel centrodestra con Berlusconi e sarà divertente vedere Salvini insieme a uno che fino all’altro ieri lo attaccava pesantemente. Questo accade perché parliamo di forze politiche che non hanno a cuore il riscatto nazionale, ma che puntano solo al potere, a entrare nei consigli di amministrazione, nelle gestioni delle municipalizzate in tutta Italia.

Quindi, in ragione di questa vostra diversità dal teatrino delle miserie, avete fatto una scelta politica anche in chiave elettorale del tutto autonoma?

Esattamente. Per un certo periodo siamo stati vicini alla Lega Nord, in quanto dopo aver abbandonato il secessionismo padano aveva iniziato a dire quello che Casa Pound diceva da sempre. Abbiamo tenuto insieme due cortei, a Milano e a Roma. Dopodiché Salvini ha aperto alla Meloni e insieme hanno fatto un bel comizio ‘vecchio stile’ a Bologna con il vecchio Berlusconi e noi in quel momento abbiamo detto ‘basta’. Le nostre strade si sono separate perché, ovviamente, la riedizione di quel centrodestra così sterile, così privo di visione, di futuro, non poteva vederci complici.

Vi presenterete da soli anche alle elezioni politiche?

Soprattutto alle politiche, anche perché se resta la soglia di sbarramento del 3%, abbiamo ottime possibilità di raggiungere l’obiettivo di entrare in Parlamento. Ma anche se fosse al 25% noi andremmo da soli….

Una questione di principio ormai

“Sì, vogliamo comunque lasciare un segno; se ci rendessimo complici del teatrino di cui parlavamo, poi non potremmo neanche più dire la nostra”

Lei converrà, però, che i vostri concorrenti “sovranisti” hanno una visibilità mediatica superiore alla vostra

Questo è chiaro, ma proprio perché sono complici di questo sistema di cose, che i media decidono  chi va a parlare in televisione e chi no. La Meloni e Salvini vengono invitati perché sono funzionali e non nemici di questa situazione. Noi si siamo i veri nemici della sostituzione del nostro popolo, per questo non ci fanno parlare.

Come pensate di sopperire alla mancanza di visibilità da parte degli organi di informazione più importanti?  Voi avete una vostra azione comunicativa sia nel rapporto diretto con i cittadini sia sul terreno web/social. Vantate un bel giornale on-line di riferimento, il Primato Nazionale, diretto da un giovane intellettuale della vostra area, che è responsabile culturale di CasaPound, Adriano Scianca, un altro che ci pare ignorato a torto dalla tv. E’ questa la strada?

 E’ evidente che noi viviamo questo tipo di isolamento a livello mediatico, però sappiamo fare di necessità virtù. Creiamo nuove forme di comunicazione, ‘prendiamo la parola’ riempiendo le città di manifesti o di striscioni, e i media sono costretti a citarci. Poi c’è una grande fortuna in quest’epoca buia che si chiama “Facebook” e, quindi, la nostra riusciamo a dirla e raggiungere gran parte, se non la totalità, degli aventi diritto al voto in questa Nazione. E’ chiaro che servirebbe un maggiore coraggio, una maggiore libertà da parte delle televisioni, dei media tutti, però sappiamo che questo è quasi impossibile, visto che la maggior parte dei quotidiani sono legati a quei centri di potere che noi combattiamo. Ad esempio l’Espresso appartiene al Gruppo De Benedetti. Il figlio di De Benedetti è il detentore della sigla “Save the Children”, che è una delle ong che opera nel Mar Mediterraneo, conducendo operazioni schiaviste, portando alla sostituzione di popolo, prendendo anche dei soldi, in Italia. Quindi, è chiaro che noi subiamo attacchi dal Gruppo De Benedetti, perché noi siamo fermamente contro l’immigrazione.

La partita oggi non è solo nazionale, è globale, in particolare europea. Probabilmente la vera sfida a livello civile, economico, politico si gioca in Europa. Voi siete molto attenti al Vecchio Continente che richiamate sempre con forza. C’è la critica naturale nei confronti delle burocrazie di Bruxelles, ma anche un legame con altre realtà simili alla vostra in ambito europeo. E’ con loro che volete “insorgere contro il fatalismo”, come dite?

Certo, perché il male che attanaglia tutti i popoli è lo stesso, quindi realtà simili, ispirate o molto vicine a Casa Pound si trovano in Francia, in Spagna, in Grecia e in molti altri Paesi d’Europa, perché le tematiche sono le stesse, come l’abbandono delle priorità di una Nazione a fronte di un’invasione controllata da centri di potere. Comunque, la nostra è una visione ‘europeista’, ma questa Unione Europea non ha nulla a che vedere con la nostra Europa.

In politica estera voi avete delle posizioni piuttosto nette anche per quanto riguarda gli scenari mediorientali e la lotta al terrorismo. Avete un aperto sostegno nei confronti del presidente siriano Bashar al Assad, che le cancellerie e la stampa occidentale descrivono come un feroce  tiranno, ma che combatte l’Isis insieme alla Russia. In Siria siete intervenuti direttamente attraverso associazioni di volontari a voi collegate, per portare aiuti.  Come leggete questa situazione così complicata e drammatica?

La situazione purtroppo è simile a quella che ha vissuto l’Italia nel  1943. Viene rappresentato il dittatore che affama il popolo, una persona cattiva, che deve essere abbattuta in nome della ‘democrazia’; in realtà si tratta di vile demagogia condita da grande ignoranza. Ci tocca ascoltare fino allo sfinimento sempre la solita filastrocca.  Assad è il legittimo Presidente della Siria ed è un uomo di popolo, uno che - tanto per dire - corre da solo, con la sua auto, inseguito disperatamente dalla scorta, quando vengono bombardate dai terroristi le case della sua gente, altro che le falsità sui civili che ci raccontano. In Siria oggi c’è un altissimo tasso di istruzione,  come eccellente è il livello della Sanità. E’ tutto statale. Parliamo soprattutto di un Paese rigorosamente laico, e, quindi, è nemico naturale di strutture medievali tipo Arabia Saudita e affini, che sono poi quelle Nazioni che finanziano il terrorismo internazionale e che vogliono, appunto, far cadere il modello di Assad, così come fecero con Saddam Hussein. Quindi noi siamo presenti in loco con la nostra onlus, che si chiama “SOL.ID”. Abbiamo portato medici e medicinali. Abbiamo consegnato anche due ambulanze e i nostri volontari sono stati accolti dai ministri siriani, sono stati intervistati dalla televisione. Tutto ciò dimostra che, nonostante in Italia ci siano dei governanti totalmente inadeguati e fuori posto, c’è un popolo che nella Siria trova un partner ideale, così come è sempre stata la Siria nei nostri confronti

In Italia invece come combattereste voi il terrorismo di matrice islamica

Innanzitutto bloccando immediatamente le frontiere, mettendo dei blocchi navali e facendo un controllo capillare su tutte le persone provenienti da certi Paesi presenti sul territorio nazionale; verificheremmo che tipo di referenze hanno, in che tipo di contesto vivono, se hanno dei precedenti e di che tipo . Insomma non daremmo tregua a chi rappresentasse una minaccia anche solo potenziale per la nostra gente. Oggi invece viviamo in una condizione assurda. Improvvisamente si sono accorti che le cosiddette ong sono un problema;  stanno ridiscutendo le autorizzazioni e forse ne saranno concesse soltanto a 12 anziché a 100. C’è gente che viene da tutta Europa per favorire gli sbarchi. E ci sono  ong che non firmano accordi governativi perché si rifiutano di far salire la polizia a bordo delle loro imbarcazioni. E’ evidente che hanno qualcosa da nascondere e oggi se ne accorgono (quasi) tutti

Parlando sempre di terrorismo e di Islam, la vostra interpretazione del fenomeno è un po’ diversa da quella, ad esempio, della Lega o di una parte della destra, che tende a semplificare un po’ troppo il problema. Escludendo che voi siate più moderati, siete più raffinati nel ragionamento?

Certo. E’ un aspetto che tengo a precisare bene: noi non vogliamo cadere nell’errore dello scontro di civiltà. Non abbiamo intenzione di applicare l’equazione islamico-terrorista; se uno vuole pregare Allah, ma rispetta la nostra cultura non è un nemico della Nazione.  Il problema è quello di un fenomeno, l’immigrazione, che deve essere gestito e controllato in tutt’altro modo, sia a livello etnico sia a livello religioso. Tornando alla Siria, Assad è musulmano; è musulmano come lo sono i suoi soldati che combattono la barbarie dello Stato Islamico.

A proposito, in materia di religione come vi ponete per quanto vi riguarda?

All’interno di CasaPound c’è libertà di culto. In questo ci ispiriamo molto all’impostazione di Roma Antica. Al primo posto c’è la Nazione, quindi si tollera tutto ciò che non è in contrasto con essa. Si può essere cattolici, musulmani, buddisti, politeisti, atei, insomma non è quello il punto centrale. Qui rappresentiamo una grossa differenza rispetto a tutti gli altri movimenti che sommariamente possiamo definire ‘di destra’, o alla stessa Lega, perché loro puntano a semplificazioni  e  letture facili quanto grezze dell’argomento perché pensano di trarne così un maggiore consenso in termini di identità e consenso, ma alla lunga una simile impostazione porterà solo ulteriori problemi.

Senta Iannone per concludere la nostra chiacchierata, alleggerendo un po’, ma non più di tanto, parliamo di musica. Lei, con il nome d’arte di Sine Vox, è la storica voce e anima degli ZetaZeroAlfa, band pressoché ufficiale di CasaPound e di riferimento per tutto il vostro ambiente umano e politico. E’ uscito pochi mesi fa il vostro nuovo album, ben sette anni dopo il precedente…

 C’abbiamo avuto tanto da fare,  Ce la siamo presa comoda… :)

S’intitola “Morimondo”, come un Paese alle porte di Milano dove sorge una storica Abbazia. C’è qualche relazione?

Sì, anche. Ci trovavamo nella zona, di passaggio in macchina,  e abbiamo visto un cartello con scritto ‘Morimondo’. Ci ha colpito il fatto che l’insegna stradale fosse crivellato di colpi d’arma da fuoco;  insomma siamo rimasti molto sorpresi perché è una cosa più da sud Italia che da Lombardia. Siccome eravamo di fretta ci siamo detti ‘Vabbeh torniamo domani, così facciamo una bella foto’.  Tornati il giorno dopo non c’erano più né il cartello né i segni degli spari. Da lì sono andato ad approfondire il significato della parola ‘morimondo’, che vuol dire ‘la montagna che sovrasta la palude’. In questo ho rivisto molto CasaPound, quindi il nome mi è sembrato perfetto. E poi ha questo suono, questa sonorità, ‘morimondo’,  che sembra un po’ una filastrocca, un po’ una promessa, un po’ una minaccia, un po’ qualcosa che sta per avvenire, che sembra un suggerire:  ‘morisse il mondo, farò quella cosa’.

Morimondo” è anche il titolo di una delle canzoni che si trovano nel cd. Parla di libertà. Un brano molto intenso con simboli, figure, messaggi, piuttosto complessi, come sofisticati sono anche altri pezzi, anche sotto l’aspetto musicale. Ci aiuti a capire.

Ci sono un po’ di esempi. Le due canzoni, secondo me più importanti nell’album, sono appunto ‘Morimondo’ e ‘A difesa della Torre’.  Protagonisti sono i due elementi fondamentali nel gioco degli scacchi, il cavallo e la torre (quelli bravi dicono che le partite a scacchi si vincono con questi due elementi). Ecco il significato: la torre come difesa e il cavallo come elemento di sorpresa, di sgomento, che è quello dell’attacco. Fatto sta che negli scacchi l’unico elemento che salta gli altri pezzi è appunto il cavallo. E il cavallo, secondo la cultura orientale, è appunto l’imprevisto,  perché corre dritto, poi, improvvisamente, decide e svolta. L’anno del cavallo, due anni fa, è stato l’anno appunto dei grandi imprevisti, dei grandi cambiamenti. Quindi c’è questo dualismo sul fatto che, mentre la torre si muove in verticale e in orizzontale, quindi in modo molto netto, chiaro, e rappresenta appunto la difesa, perché è l’elemento che si muove quasi per ultimo ed è quello sempre più vicino al Re; il cavallo è, appunto, l’attacco. Quindi, in ‘Morimondo’ si paragona il destino, il proprio destino, a quello del cavallo, un destino che è tutto ancora da scoprire, che non sappiamo dove ci porterà, ma sappiamo che tutti quanti noi abbiamo questo forte istinto verso la libertà. Che poi la libertà non è una catena spezzata, ma è l’anello stesso della catena che ti lega ai tuoi simili, ai tuoi camerati e, di fatto, nella canzone vengono nominate tutte cose che sono nostre o che abbiamo fatto o che abbiamo alla nostra portata. E, quindi, parliamo di libertà non come di qualcosa di inarrivabile, perché, di fatto, tutto quello che noi abbiamo fatto e che facciamo oggi è proprio in nome di quella libertà che ci siamo conquistati e che non siamo disposti a cedere minimamente

Se dovesse scegliere una canzone “manifesto” di ZetaZeroAlfa, di CasaPound, del vostro mondo,  quale indicherebbe?

Credo che ‘Disperato Amore’ sia la canzone che ha creato più emozione ed è forse proprio quella la più rappresentativa di CasaPound.  Anche perché riprende una storia a noi cara, quella delle squadre d’azione; una si chiamava ‘La Disperata’, proprio perché il loro amore per la Patria era veramente disperato. La canzone racconta quel momento lì, il momento in cui tu torni, dopo la guerra finita (il primo conflitto mondiale, ndr) , e trovi una Nazione allo sbando, il biennio rosso, con le violenze dei rossi, con le angherie, con un governo che comunque non era all’altezza delle aspettative della Nazione. C’è l’idea di un Risorgimento mai sviluppato fino in fondo. Per questo sono convinto sia il pezzo che meglio rappresenta tutto il Movimento, anche perché è quello che ogni volta che la suoniamo dal vivo cambia proprio l’atmosfera, si instaura qualcosa di magico attorno a noi.

Un “disperato amore” da fascisti, anche perché spesso siete incompresi, se qualcuno vi riserva tanto odio. Vi ispirate ancora a quella storia incuranti delle condanne che vi piovono addosso?

Certo, e poi, al di là dei sentimenti, se l’Italia è diventata una potenza economica e industriale all’avanguardia è stato grazie al fascismo e chi nega una realtà storica così palese è sicuramente persona in cattiva fede.

Ma, a parte le polemiche sul passato, cosa pensate di quanti vi giudicano e vi etichettano senza conoscervi davvero?

Che tanto prima o poi ci conosceranno tutti…

  • Pubblicato in Politica

Genova, la Lega promette la mano pesante con gli immigrati che fanno accattonaggio: "Saranno schedati e denunciati"

L'annuncio del segretario regionale della Liguria, Edoardo Rixi: "Niente accoglienza a chi vagabonda per le strade della città chiedendo l'elemosina"


"Gli immigrati che stazionano davanti a esercizi commerciali, portoni, semafori e vagabondano per le strade di Genova saranno schedati e denunciati alla prefettura: chi fa accattonaggio non può godere dei privilegi dell'accoglienza. Sarà uno dei primi provvedimenti che la Lega attuerà quando saremo al governo della città".

Lo ha detto Edoardo Rixi, segretario regionale della Liguria della Lega Nord, che denuncia il fenomeno dell'accattonaggio da parte degli immigrati ospiti delle strutture di accoglienza.

Tutto Renzi a Milano: attacco ai Cinque Stelle e parole forti sulle intercettazioni. Il sospetto di un complotto istituzionale?

Nei video de ilComizio.it l'intervento del segretario del Pd alla Scuola di partito Pier Paolo Pasolini alla fondazione Feltrinelli, nata da un'idea del professor Massimo Recalcati. Dalla giustizia all'economia, dalla comunicazione all'idea di "potere", il leader dem a 360 gradi. Da ascoltare bene... - (VIDEO)


 

"Il vero tema non è l'intercettazione, il rapporto padre e figlio. L'intercettazione è illegale per chi la pubblica. Il tema è capire se negli ultimi mesi un pezzo delle istituzioni ha fabbricato prove false verso rappresentanti delle istituzioni".

Il dibattito sulle intercettazioni "è una gigantesca arma di distruzione di massa".

"Il  Pd deve essere sempre dalla parte della giustizia. Che non può essere giustizialismo, subalternità culturale, per cui si chiedono le dimissioni dei politici se arriva un avviso di garanzia. Facendo passare il messaggio che l’avviso di garanzia è attestato di colpevolezza. Noi siamo dalla parte dell’onestà e della giustizia. Non abbiamo niente da temere e vogliamo solo che si rispettino le leggi. Da parte di tutti". 

Così Matteo Renzi intervenendo a Milano alla Scuola di partito Pier Paolo Pasolini

 

Aggressione in Stazione Centrale, Sala: "E' stato un criminale italiano. E domani guiderò la marcia per i migranti"

Il sindaco di Milano commenta su Facebook l'accoltellamento di due militari e un agente da parte di Ismail Hosni: "E' figlio di una nostra connazionale e di padre nordafricano. Resto comunque convinto che l'accoglienza sia un dovere della nostra città". Poi replica a Maroni che ha chiesto l'annullamento della manifestazione 'Insieme senza muri': "Quelli che facevano i selfie col Papa siano coerenti"


Milano, l'aggressore della stazione postò video dell'Isis. "Sono solo e abbandonato"Risultati immagini per beppe sala

"Analizziamo con lucidità cosa è successo ieri sera - scrive oggi il sindaco Beppe Sala su Facebook dopo aver fatto visita ai feriti in ospedale insieme al prefetto e al questore - il criminale che ha accoltellato gli uomini delle forze dell'ordine è figlio di madre italiana e di padre nordafricano ed è italiano a tutti gli effetti. Ciononostante a qualcuno fa comodo buttare questo atto criminoso sul conto dei migranti". "Sono certamente consapevole del fatto che la sicurezza è un elemento fondamentale nella vita di una città metropolitana come la nostra... resto comunque convinto che l'accoglienza sia un dovere della nostra città. Per questo confermo che domani guiderò la marcia 'Insieme senza muri', per una Milano sicura e accogliente. Invito tutti a una presenza pacifica che aiuti la riflessione su una tematica così rilevante. A chi - come il governatore lombardo Roberto Maroni chiede che dopo quanto avvenuto la marcia sia cancellata, il sindaco risponde: "Ripenso a quanti erano in coda per rubare un selfie con il Papa nel corso della sua visita a Milano, salvo dimenticarsi all'istante l'insegnamento del Santo Padre. Forse un po' di coerenza non guasterebbe".

Immigrazione a Milano, anche i sindaci di Forza Italia contro il patto per l'accoglienza voluto dal governo

Settantasei amministratori della Città Metropolitana su 134 hanno sottoscritto il Protocollo per la distribuzione di 5.065 richiedenti asilo sul territorio milanese. Presenti il ministro dell'Interno, Marco Minniti, il prefetto Luciana Lamorgese e il primo cittadino Giuseppe Sala. Fuori una manifestazione di protesta di rappresentanti di Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La nostra intervista all'azzurro Graziano Musella, che guida il Comune di Assago - (VIDEO)


Il ministro dell'Interno Marco Minniti oggi a Milano ha sottoscritto un accordo con il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il prefetto Luciana Lamorgese e i primi cittadini dell'area metropolitana che sono disponibili ad accogliere i immigrati (5.065 richiedenti asilo) in strutture sui loro territori. A siglare il protocollo sono stati 76 amministratori del Milanese su 134 cui forse se ne aggiungerà qualcun'altro. Di certo non i rappresentanti del centrodestra che davanti alla Prefettura hanno manifestato tutta la propria contrarietà al patto di distribuzione degli stranieri. Nove i sindaci leghisti (quelli di Vittuone, Cambiago, Opera, Trezzo sull'Adda, Boffalora, Marcallo Con Casone, Nerviano, Parabiago e Cologno Monzese). A loro si sono uniti in mattinata anche tre primi cittadini di Forza Italia (San Giuliano, Assago, Pessano con Bornago) e uno di Fratelli d'Italia, quello di Tribiano.

Immigrazione, i sindaci della Lega dicono no al Protocollo per l'accoglienza dei richiedenti asilo: "Pronti a fare blocchi stradali"

Protesta davanti alla Prefettura di Milano di alcuni amministratori di Comuni dell'area metropolitana che non accettano il piano di distribuzione degli aspiranti profughi voluto dal governo e ratificato oggi alla presenza del ministro Minniti proprio a Palazzo Diotti. Le nostre interviste - (VIDEO)


Una delegazione di sindaci leghisti della Città Metropolitana di Milano ha manifestato fuori dalla Prefettura di Milano per dire "no" al Protocollo, alla cui firma era presente anche il ministro dell'Interno, Marco Minniti, redatto dalla Prefettura per distribuire i profughi tra i vari Comuni del Milanese.

I sindaci del Carroccio, con la fascia tricolore, hanno inteso esprimere la loro contrarietà "perché - ha spiegato il sindaco di Parabiago Raffaele Cucchi - non abbiamo le risorse da destinare nemmeno ai nostri cittadini e il nostro personale sarebbe chiamato a far fronte ad un lavoro insostenibile".

"Siamo qui per dire no - ha aggiunto il capogruppo della Lega in Consiglio comunale a Milano, Alessandro Morelli - a un piano imposto dal prefetto senza che i sindaci siano stati consultati: e sono i sindaci ad essere stati eletti e non il prefetto".

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