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updated 4:31 PM UTC, Jun 18, 2018

Dado al Tempo canta le buche di Roma: "Ormai ci entrano le Smart. Ma i 5 Stelle ti ridanno metà del conto del gommista" (VIDEO)

I romani cercano di ridere un po' su tutto e seppur tra mille imprecazioni ci provano anche sulle famigerate buche che fanno delle strade capitoline un enorme campo da golf. Così la vede il comico Dado ospite della redazione del Tempo, anche per pubblicizzare il suo spettacolo "L'impertinente" in scena in questi giorni fino al 18 marzo al teatro Tirso De Molina - (VIDEO)


Ha portato con sé la sua chitarra, la sua ironia e la sua creatività Dado nella gradita visita che ha fatto l’altro giorno alla redazione de Il Tempo in occasione della promozione del suo nuovo spettacolo dal titolo “L’impertinente” in scena in questi giorni e fino al 18 marzo al teatro Tirso De Molina. Scritto dallo stesso Dado con Riccardo Graziosi ed Emiliano Luccisano questo nuovo spettacolo vede l’istrionico comico romano raccontare con ironia una delle caratteristiche più marcate dell’individuo nella società moderna: l’impertinenza.  Tema  di estrema attualità affrontato nella sua visita in redazione: le buche a Roma, che Dado ci ha descritto in questo video con il suo consueto sarcasmo. Non sono mancate anche performance canore che il comico/musicista, accompagnato dalla sua inseparabile chitarra, ha dedicato a tutti i lettori de Il Tempo invitandoli a teatro. di Francesco Puglisi (iltempo.it)

Il Tempo della Paura visto da destra. Marcello Veneziani: "Viviamo in una società di codardi, abbiamo smesso di osare. Così si sfascia tutto"

Una lettura non scontata, che non ammicca, che anzi dovrebbe scuotere qualche animo impigrito e involuto anche tra quelli che possono avere una certa vicinanza culturale all'autore. Per questo vogliamo riproporre questo articolo pubblicato da Il Tempo. Un contributo alla riflessione su temi spesso dibattuti su queste pagine in una fase storica in cui, a furia di sentir parlare di "qualcosa-fobia", finiamo per crederci davvero e comportarci di conseguenza


Benvenuti a Pauropolis

di Marcello Veneziani (Il Tempo, 31 marzo 2017)

Benvenuti nel Tempo della Paura e nel Paese degli Impauriti. Se c’è una cosa che anima il discorso pubblico, che fa parlare e agitare le persone, di solito chiuse nel loro clan o nella loro solitudine, è la paura. È una paura assoluta e trasversale, che colpisce ogni ambito di vita, le strade, i locali pubblici, la politica, gli ospedali e i tribunali, i media. La paura è la protagonista assoluta. La violenza, il terrorismo, il terremoto, la rapina in casa o per strada; e poi la paura del collasso economico, paura della nuova povertà (alle vecchie povertà si è in fondo abituati), paura dei veleni in cucina e nell’ambiente, paura del contagio e del male oscuro, paura di incidenti e disgrazie collettive, paura degli immigrati, dei rom, dei centri sociali, degli antagonisti, paura dei populisti e perfino di fantomatici e risorgenti nazi-razzisti... Paura di tutto e tutti.

Eppure le statistiche ci dicono che in assoluto non viviamo in una società violenta, altre epoche e altre società sono assai più cruente e più pericolose, gli atti terroristici sono rarissimi e colpiscono finora altri paesi e comunque non più di un cittadino ogni milione d’abitanti, ma anche gli atti di violenza non sono poi così diffusi e anche se si uccide una persona al giorno la percentuale è di gran lunga inferiore agli incidenti, ai suicidi, o ad altre morti statisticamente ricorrenti. Abbiamo sostituito alla realtà la percezione della realtà; non conta quanto caldo o quanto freddo realmente misura il termometro, quel che conta è la nostra percezione.

Viviamo un’epoca soggettiva, impressionistica, emotiva, che non a caso promette agli utenti emozioni, percorsi emozionali, film, libri, serate che vi emozioneranno. Tutto questo non è che il rovescio della paura. Viviamo nella società della paura e costruiamo il consenso politico ma anche le nostre case e la nostra vita sulla base della paura. Forse aveva ragione il vecchio Hobbes che la paura fonda gli Stati, ma non riusciamo a provare a livello pubblico sentimenti positivi o ambizioni costruttive; ci unisce solo la rabbia, il disprezzo e la paura, vera regina dei popoli.

Viviamo in una società di codardi, che vivono barricati nella loro sicurezza e temono ogni eventuale esposizione al rischio, una società spaventata che non a caso è anche una società popolata da anziani e ancor più da anziane. Una società vigliacca che ha paura anche della propria ombra... No, non cerchiamo i colpevoli perché è un meccanismo, un processo generato da più cause, non diamo la colpa nemmeno a chi vive nella paura. Qualche colpa semmai ce l’ha chi vi specula, come gli imprenditori della paura. Per il resto abbiamo smesso di osare, di tentare nuove imprese, di rimetterci in gioco e ci spaventa ogni rischio di insicurezza. E se ripensassimo la vita pubblica all’insegna del noi, dell'appartenenza, del vivere comune anziché sempre e solo per paura? Le società non reggono sulla paura ma si sfasciano. Come vediamo sotto i nostri occhi. Abbandoniamo Pauropolis.

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