Attenzione
  • JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 993

updated 1:30 PM UTC, Apr 26, 2018

Ma quale crescita? Il Paese è fermo e rinuncia al proprio futuro. Che fine farà la nostra Italia?

Il quadro delineato dal Censis (Istituto che si spera non venga accusato di produrre fake news...) è impietoso e rende ben poco credibili gli entusiasmi propagandistici del governo e della "grande" stampa. Lo scenario è sconfortante ed è quello di una Nazione che sembra aver rinunciato ad esistere in quanto tale. Eppure le "priorità" oggi sono quelle imposte dal pensiero unico e messe in scena dal circo politicamente corretto, con tanto di fantasmi e pericoli inesistenti agitati per distrarre e confondere un popolo già smarrito e disorientato. E' ancora il caso di ascoltarli o ci diamo una mossa? - (LEGGI TUTTO)


L'Italia sta abdicando rispetto al suo futuro che è di fatto "rimasto incollato al presente". E, mancando di "un ordine sistemico, la società italiana ha compiuto uno sviluppo senza espansione economica". E' il quadro delineato dal Censis nella Considerazione generale del 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2017 che l'Istituto ha pubblicato oggi. "La società appare sconnessa, disintermediata, a scarsa capacità di interazione, a granuli via via più fini" scrivono gli analisti del Censis. "La ripresa registrata in questi ultimi mesi sembra indicare, più che l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo, il completamento del precedente" indicano ancora.

"Nella ripresa - si legge - persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura. Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti".

Il Censis segnala che "gli ultimi anni, segnati da livelli di crescita misurata in pochi o nessun punto decimale del Pil, hanno cambiato il Paese. In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa quasi esclusivamente lungo linee meridiane, attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con l’effetto di disarticolare le giunture che uniscono le varie componenti sociali". E "le riforme dell’apparato istituzionale per la scuola, il fisco, la sanità, la difesa interna e internazionale, le politiche attive per il lavoro, gli incentivi alle imprese, il rammendo delle grandi periferie urbane, fino alle riforme di livello costituzionale, sono rimaste prigioniere nel confronto di breve termine", insomma all'Italia manca la capacità di guardare oltre, di guardare avanti.

Gli analisti del Censis avvertono che "siamo un Paese invecchiato che fatica ad affacciarsi sullo stesso mare di un continente di giovani; impotente di fronte a cambiamenti climatici e a eventi catastrofici che chiedono grandi risorse e grande impegno collettivo; ferito dai crolli di scuole, ponti, abitazioni a causa di una scarsa cultura della manutenzione; incerto sulla concreta possibilità di offrire pari opportunità al lavoro e all’imprenditoria femminile, immigrata, nelle aree a minore sviluppo; ambiguo nel dilagare di nuove tecnologie che spazzano via lavoro e redditi; incapace di vedere nel Mezzogiorno una riserva di ricchezza preziosa per tutti".

Il Censis parla anche di "affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e sulla rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito". Il Rapporto segnala un "assestamento verso una sobrietà diffusa nei consumi" che ha aperto "spazi all’economia low cost e alla condivisione di mezzi e patrimoni". "La contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Così, tanti settori nell’anno -spiega il Censis- hanno accelerato in fatturato e produttività: dall’agroalimentare all’automazione, dai macchinari alla nautica e all’automobile, dall’ingegneria al design e al lusso".

"Si sono però indebolite -avverte l'istituto italiano di ricerca socio-economica- le funzioni selettive esercitate dalla politica industriale e di investimento, con uno spostamento verso interventi a pioggia con i bonus o i crediti di imposta, e con programmi orientati alla rimodulazione lineare della spesa più che al sostegno del tessuto imprenditoriale". "Si sono quasi azzerate le funzioni di innervamento da parte delle amministrazioni pubbliche dei principali processi di miglioramento tecnologico, con un ritardo nella digitalizzazione della macchina burocratica divenuto patologico".

Il Censis punta il dito anche sulla "inefficiente dispersione dei tanti progetti di informatizzazione, con una preoccupante incapacità di fermare investimenti finiti in un vicolo cieco e con un quadro via via più incerto su come tradurre in passi concreti il riallineamento all’agenda europea". In questi anni, prosegue il Censis, "l’innovazione tecnologica è stata il fattore propulsivo dominante" ma la "fiducia verso il futuro cresce tra chi ha saputo stare dentro le linee di modernizzazione, meno tra chi subisce la fragilità del tessuto connettivo e di protezione sociale".

"Il futuro si è incollato al presente. Ma proprio lo spazio che separa il presente dal futuro è il luogo della crescita" avverte ancora il Censis che rileva una politica che "invece ha mostrato il fiato corto" e di "decisori pubblici rimasti intrappolati nel brevissimo periodo".

"Se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro, resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale" argomenta il Censis nel suo nuovo Rapporto.

(Fonte: Adnkronos)

"Il tradimento del capitale" secondo l'Ugl: parla il segretario generale

La nostra intervista a Francesco Paolo Capone a margine della conferenza programmatica organizzata a Milano dall'Unione generale del lavoro, il sindacato a forte vocazione "nazionale" nato nel 1950 come Cisnal. Ai microfoni de ilComizio.it una dettagliata analisi sull'attuale assetto economico e finanziario del nostro Paese, la condizione dei lavoratori, il quadro politico e l'Euro - (VIDEO)


“Il giudizio espresso oggi dall’agenzia di rating S&P sul Pil e sulla politica italiana dimostra quanto sia urgente da parte della politica riappropriarsi del suo ruolo e della sua supremazia sull’economia, ancora di più sulla finanza”.

Lo afferma Francesco Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, a margine della conferenza programmatica organizzata a Milano, intitolata ‘Il tradimento del Capitale’, commentando il rapporto di S&P sull’Eurozona in cui si sottolinea quanto il clima politico incerto possa incidere negativamente sulle aspettative di crescita.

“L’Ugl – sottolinea Capone – non ha mai lesinato critiche nei confronti degli ultimi governi più appoggiati dall’UE che votati dal popolo italiano, ma ce ne corre da qui ad accettare critiche e giudizi da parte di agenzie la cui imparzialità e capacità previsionale può e deve essere messa in discussione”.

“La verità – conclude Capone – è che l’Italia, e ancora di più l’Europa, ha bisogno più che mai di politica, ma di una buona politica che metta al primo posto l’interesse nazionale, la società e il lavoro, così da conquistarsi senza dubbio e senza strumentali ‘appoggi esterni’ i quali a tutto si interessano tranne che al bene supremo della Nazione”.

Italiani verso l'estinzione. Gioco facile per chi ci vuole sostituire con gli immigrati. Dall'Istat i numeri del disastro

Nel 2016 siamo 86 mila in meno. Il saldo tra nascite e decessi (-134mila) fu peggiore solo nel 2015 (-162mila); ma attenzione: il valore non incide sul numero dei residenti perché equivale al saldo opposto, positivo, nei flussi migratori da paesi stranieri: +135mila persone. Capito, dunque? Loro aumentano nella stessa misura in cui noi diminuiamo. Fatevi due conti per il futuro...


Solo nell'ultimo anno si contano 86mila italiani in meno. Secondo i dati Istat pubblicati stamattina sulle "stime 2016 degli indicatori demografici", i residenti in Italia al primo gennaio 2017 erano 60 milioni e 579mila, 86mila in meno rispetto al primo gennaio del 2016 (-0,14 per cento).

Il problema vero, il più serio, è l'inarrestabile calo delle nascite: nel corso del 2016 è stato battuto il record negativo che risaliva all'anno precedente, il 2015, quando le nuove vite erano state 486mila; siamo scesi a 474mila.

Vero che sono diminuiti i morti, 608mila contro i 648mila del 2015, un dato in linea con la tendenza all'aumento dell'invecchiamento della popolazione. Il saldo naturale, dunque, costituito sottraendo i decessi dal bilancio delle nascite, registra nel 2016 un valore negativo per 134mila persone: è il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila), ma il valore non incide sul numero di residenti perché equivale al saldo opposto, positivo, nei flussi migratori con l'estero: +135mila persone.

La riduzione delle nascite è stata del 2,4%: interessa tutto il territorio nazionale con l'eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna, in calo per il sesto anno consecutivo, si assesta a 1,34.

Rispetto all'anno precedente, spiega l'Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età della madre sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l'incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille). Nel complesso, a fronte di un'età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

Sottoscrivi questo feed RSS

FEED RSS

20°C

Milano

Mostly Sunny

Humidity: 55%

Wind: 17.70 km/h

  • 26 Apr 2018 19°C 8°C
  • 27 Apr 2018 15°C 9°C