updated 4:05 PM UTC, Dec 15, 2017

La sindaca di Barcellona: "Sono bisessuale, ho amato una ragazza italiana". Ecco chi è Ada Colau

Ada Colau, 43 anni, sindaca di Barcellona Ada Colau ha fatto outing spiegando di essere bisessuale e di avere avuto un'intensa relazione sentimentale con una studentessa italiana. "Quando ho vissuto a Milano per l'Erasmus, a 21 anni, ho avuto prima un fidanzato, Paolo, e poi una fidanzata, Elena. La storia con lei è durata due anni ed è stata molto importante per me. E' stata la sola donna di cui mi sia innamorata", ha detto in un'intervista a Telecinco. La politica catalana vive oggi con Adrià Alemany, uomo forte del suo partito, Barcelona en Comù (vicino a Podemos) con il quale ha avuto due figli. "Sono una donna libera in un paese libero, ha spiegato, nessuno può mettere in questione le mie scelte di vita". L'alcaldesa ha anche rivelato di avere subito un tentativo di violenza sessuale quando aveva 16 anni


Ada Coalu ha fatto recentemente parlare di sé dividendo l'opinione pubblica catalana, spagnola e internazionale per prese di posizione, esternazioni e atteggiamenti piuttosto controversi. Si ricorda la sua polemica contro i turisti, considerati troppo numerosi e poco desiderabili nonostante abbiano fatto, come è noto, la fortuna economica della città. Forte la sua passione invece per le politiche di accoglienza nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati di ogni provenienza: "È molto importante che in un'Europa incerta dove cresce la xenofobia, Barcellona diventi la capitale della speranza", aveva detto a margine della celebre marcia che fu poi replicata a Milano. Ma il momento che fece piovere su di lei le critiche maggiori fu quando venne immortalata, a differenza delle altre autorità presenti, sorridente e serafica durante i funerali delle vittime dell'attentato della Rambla costato la vita a 14 persone lo scorso 17 agosto. Polemiche e moti di indignazione accompagnarono il personalissimo comportamento della signora Ada, così poco in linea con il momento di cordoglio. 

 

 

 

 

 

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Barcellona, il parlamento catalano approva l'indipendenza e in piazza esplode la festa. Rajoy: "Un atto criminale". Come reazione sospesa l'autonomia

L'assemblea della Generalitat de Catalunya ha dato via libera alla risoluzione che dichiara il distacco unilaterale dalla Spagna e la costituzione della Repubblica. Al voto, avvenuto a scrutinio segreto, hanno partecipato soltanto i partiti indipendentisti. I popolari, i socialisti e Ciudadanos hanno abbandonato l'aula prima dell'inizio. Settanta i voti favorevoli, 10 i contrari e due le schede bianche. Durissima la replica del Senato spagnolo che ha promosso il ricorso all'articolo 155 della Costituzione che revoca i poteri delle istituzioni regionali. Ora i membri del Govern e la dirigenza del Parlament potrebbero essere accusati di "ribellione" e rischiare fino a 30 anni di reclusione. La Procura Generale dello Stato ha già pronta la denuncia. Unione Europea e Stati Uniti schierati con Madrid - (VIDEO)


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Il parlamento di Barcellona ha approvato la dichiarazione d'indipendenza della Catalogna con 70 voti a favore, 10 contrari e 2 schede bianche. I deputati indipendentisti hanno salutato il risultato cantando in piedi l'inno Les Segadores, mentre in piazza è esplosa la festa. I partiti unionisti avevano lasciato l'aula prima del voto.

La dichiarazione, approvata con voto segreto, annuncia la costituzione della "repubblica catalana come stato indipendente e sovrano" e invita il governo di Barcellona a "emettere tutte le risoluzioni necessarie per l'implementazione della legge di transizione giuridica e fondamento della Repubblica".

Fra le misure, figurano provvedimenti per istituire la nazionalità catalana, la promozione del riconoscimento internazionale, la creazione di una Banca della Catalogna, l'integrazione dei funzionari spagnoli nella nuova amministrazione indipendente, provvedimenti per l'esercizio dell'autorità fiscale, la messa a punto di una lista dei beni dello stato spagnolo presenti in Catalogna per una effettiva successione nella proprietà. Sono previsti anche un negoziato con Madrid e la firma di trattati internazionali.

Nel segreto dell'urna, non tutto è andato esattamente come previsto: i deputati dei partiti indipendentisti - l'alleanza Junts pel Sì e il Cup - sono 72, ma i voti favorevoli sono stati 70. Erano presenti in aula, ma hanno votato contro i deputati di Catalunya si que es Pot, il raggruppamento della sindaca di Barcellona Ada Colau, di cui fa parte Podemos.

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Intanto, però, il Senato spagnolo ha approvato a grande maggioranza il ricorso all'articolo 155 in Catalogna. E' la prima volta che una simile misura viene approvata in Spagna. Vi sono stati 214 voti a favore, 47 contrari e una astensione. Il provvedimento è stato approvato dal Partito Popolare al governo, dai Socialisti e Ciudadanos. Hanno votato contro Unidos Podemos, il partito nazionalista basco e le due formazioni secessioniste catalane: Erc e PDeCat.

I membri del governo si sono immediatamente diretti alla Moncloa per celebrare il consueto consiglio dei ministri del venerdì, cui seguirà alle 18.00 un consiglio dei ministri straordinario per attivare immediatamente il ricorso all'articolo 155 e commissariare l'amministrazione locale della Catalogna.

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RAJOY - Nel suo intervento di questa mattina al Senato di Madrid, Rajoy aveva chiesto la destituzione del presidente della Generalitat della Catalogna Carles Puigdemont, del suo vice e dei consiglieri del governo regionale. "Lui, solo lui" è l'unico responsabile di quanto sta avvenendo secondo Rajoy. "Un governante non deve trattare così la gente e ci sono tematiche con le quali non si può giocare. Un governo non può assistere imperterrito ad un avvenimento quale questo. La cosa certa è che il presidente non ha risposto. Ed è stato questo che ci ha portati qui".

"Ciò da cui i catalani devono essere protetti - aveva detto - non è l'imperialismo spagnolo ma una minoranza che, in modo intollerante, vuole sottomettere chiunque al giogo della sua dottrina secessionista". "Celebrare elezioni urgenti è una saggia decisione", aveva dichiarato ancora Rajoy, spiegando che il suo obiettivo è quello di convocare consultazioni entro sei mesi. "Ora non c'è più via di uscita rispetto alla chiamata alle urne", ha aggiunto il premier.

(Fonte: Adnkronos)

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Cinque Stelle, Battisti, Catalogna e parcheggiatori abusivi: Vincenzo De Luca scatenato

Tutto da vedere il video del presidente della Campania nella sua ultima intervista a LiraTV. Per gli amanti del genere ormai un autentico cult. Ne ha per tutti con il suo inconfondibile tono con cui rende unici i giudizi e gli strali verso avversari, nemici e bersagli. Da scoprire a chi ha dato del "pirla" e a chi del "cialtrone" - (VIDEO)


E' un vero è proprio show l'ultima delle consuete interviste che il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, rilascia a LiraTv. Solita caustica ironia sul M5S, tra i suoi bersagli più frequenti ("Ormai le 'cinque stelle' sono diventate un elemento equivoco in questo Paese"); disprezzo per Cesare Battisti, l'ex terrorista rosso rifugiato in Brasile ("E' tra i primi 5 posti per personaggi sgradevoli, irritanti. Dietro quella faccia e quel ghigno beffardo ci sono i morti. E questo signore che ride e brinda non ha avuto la decenza umana di vergognarsi. Con quel sorrisino da pirla è insopportabile. Deve essere riportato in italia, con il suo calice in mano, ma in galera"); giudizi non proprio lusinghieri sull'indipendentismo catalano e sul suo leader, Carles Puigdemont ("Questo è un altro rivoluzionario alla camomilla, alla gassosa, con quella zazzera sulla fronte. Fai una cosa chiara nella tua vita. La vicenda della Catalogna è diventata un grande cabaret, un circo equestre, una cosa ridicola. Questo è un altro piccolo soggetto che rischia di determinare un danno enorme alla sua regione, ai suoi concittadini. Un cialtrone"); passando per la legge elettorale e finendo con un caso di illegalità nella sua Salerno, un parcheggiatore abusivo che svolge la sua attività dietro minacce e intimidazioni nei confronti degli automobilisti, il tutto a 50 metri dalla Questura: "Sono indignato. O se ne va lui o bisogna chiedere che se ne vada il prefetto. Le Forze dell'ordine diano un cenno di esistenza. Altrimenti, chiudiamo le città, consegniamole direttamente nelle mani dei delinquenti e andiamocene in ferie tutti quanti".

Il referendum in Catalogna cambierà anche questa Europa? in arrivo altre quattro consultazioni

Dopo la Catalogna andata al voto Domenica 1 Ottobre, altre quattro regioni appartenenti ad altrettanti stati europei, hanno previsto un referendum per l'autonomia o l'indipendenza entro la fine del 2018


I catalani sono stati chiamati al voto per decidere l'indipendenza della loro regione, un voto che ha tenuto e tiene ancor oggi alte le tensioni tra Barcellona e Madrid che minaccia l'abolizione dell'articolo 155 e quindi cancella in sostanza l'autonomia della regione catalana. Ma se analizziamo lo stato delle cose, alla fine nulla potranno ottenere nel breve i catalani, un risultato positivo che Madrid non accetta, non perchè poco democratica ma perchè non può permettersi di perdere una delle sue regioni più attive sul lato economico. Una situazione in cui anche altre quattro regioni di stati europei rischiano di ritrovarsi nei prossimi mesi, con il rischio di uno scontro frontale con il loro stato sovrano.

22 ottobre in Veneto e Lombardia. Siamo un paese giovane, uniti solo nel 1871. Da qui le forti identità regionali e anche qualche desiderio di indipendenza. In Veneto e in Lombardia si terranno un referendum sulla loro indipendenza o meglio, autonomia fiscale. Annunciato nel mese di marzo dai leader delle due regioni e sponsorizzato in primis dalla Nuova Lega di Matteo Salvini, sarà puramente un referendum consultivo e non avrà alcun valore legale. L'obiettivo? Mettere pressione su Roma nel campo fiscale. Veneto e Lombardia, che insieme rappresentano un quarto del PIL italiano, danno oggi al governo centrale circa 70 miliardi di euro all'anno. Per quanto riguarda il risultato di questa consultazione, i governi delle due regioni vogliono ridurre questa somma a 14 miliardi. Come dicevamo grande l'ottimismo della Nuova Lega di Matteo Salvini che nel 2014 fece un sondaggio su internet, il cui risultato fu ampiamente a favore di una autonomia fiscale. In generale quale valore può avere un sondaggio web? purtroppo solo quello di alzare il gradimento di chi vuole ottenere consensi populisti e muovere l'opinione pubblica. 

25 aprile 2018 nelle Isole Faroe Questo arcipelago, che si trova a metà strada tra il Regno Unito e l'Islanda, è tornato alla sovranità danese nel 1386. Le isole, popolate da circa 50.000 abitanti, dal 1948 hanno uno status speciale che da loro ampia autonomia ... insufficiente a giudicare oggi i sostenitori dell'indipendenza. L'idea di un vecchio referendum è stata a lungo ostacolata da una grave crisi economica, causata del crollo dell'industria della pesca. Nel 2004, gli indipendenti finalmente hanno votato. Il 50,72% dei Ferroviari (su un monte votanti che ha raggiunto il 91,1% della popolazione), hanno dichiarato di essere favorevoli all'indipendenza. Ma Copenaghen rifiuta di prendere in considerazione questo risultato. Lo scorso febbraio, tuttavia, il governo di Faroe ha dato notizia che terrà un referendum per l'autonomia il 25 aprile 2018.

Autunno 2018 in Scozia . La Scozia  proporrà alla sua popolazione un referendum nell'autunno del 2018. Un possibile divorzio che avverrebbe dopo "311 anni di matrimonio". Fu infatti nel 1707 che il trattato di Unione fu firmato tra il Regno d'Inghilterra e il Regno di Scozia. Una idea di separazione nata e rafforzata dopo la decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione europea, gli scozzesi sono "eurofili", in quell'occasione il 62% si espresse per rimanere all'interno dell'UE. Lo scorso marzo, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato il referendum, ma nulla ci dice che la Scozia prenda il volo da sola. La sua economia, fortemente dipendente dal petrolio, sarebbe stata indebolita e l'istituzione di un vero confine con il Regno Unito, non sarebbe una buona notizia per le relazioni commerciali con i vicini più prossimi. Purtroppo per gli scozzesi esiste un ostacolo molto duro da superare: per tenere ilreferendum, Edimburgo dovrebbe prima accordarsi con Londra e ottenere il benestare reale. E per il momento, Westminster fa finta di non sentire.

Un referendum in Corsica ...  Giovedì scorso durante l'assemblea corsa, il Presidente della Giunta, Gilles Simeoni, dal partito nazionalista "Per la Corsica", ha messo le cose in chiaro: "L'autodeterminazione è il processo con cui il popolo democraticamente e liberamente svolge le sue scelte essenziali. Una nozione questa che non deve creare alcun pregiudizio istituzionale, ma che ci deve far riflettere sulla necessità di un referendum per l'indipendenza, questo orientamento non è ancora nel programma ma potrebbe entrarci nel breve periodo".

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Referendum per l'autonomia della Lombardia, Cecchetti: "Smontiamo le bugie di chi getta fango sul 22 ottobre"

Il vicepresidente leghista del Consiglio regionale replica con un volantino alle polemiche sollevate da più parti sulla consultazione. Quattro le domande di contestazione cui è data risposta: Il referendum è inutile e costoso? Non si poteva aprire subito una trattativa col Governo? E' il referendum della Lega Nord? Ma se vincono i "Sì" succede come in Catalogna? "Ecco perché votare è utile e necessario per i cittadini" - (GUARDA)


"Smontiamo le bugie di chi, solo per motivi politici, getta fango sul referendum del 22 ottobre che servirà ad ottenere più competenze e risorse per la Regione Lombardia". E' l’appello di Fabrizio Cecchetti, Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia che ha realizzato un volantino informativo in cui risponde alle critiche sul referendum.

"A chi sostiene – spiega Cecchetti - che il referendum è inutile, noi rispondiamo che è lo strumento necessario per dare alla contrattazione tra Regione e Governo quella spinta che solo il voto dei cittadini può dare. Le trattative avviate in passato da ben quattro regioni non hanno avuto seguito e sono fallite proprio perché il popolo non venne coinvolto. Il risultato del referendum darà quindi un indirizzo ben preciso che le istituzioni poi dovranno mettere in atto quale volontà dei cittadini. Qualcuno inoltre – continua Cecchetti - dice che la Lombardia si sta preparando alla secessione: niente di più falso perché nel quesito del referendum viene richiamata sia l’unità nazionale che la Costituzione, in particolare l’art. 116 che disciplina le modalità per ottenere più autonomia. La verità è che questo referendum farà il bene di tutto il Paese.

Infine – prosegue Cecchetti - qualcuno riesce a fare polemica anche sui costi della democrazia. Posto che dar la parola ai cittadini non è mai un costo, la spesa ordinaria per il referendum è di circa 3 euro a cittadino. C’è poi una parte di investimenti per il futuro perché si voterà con dispositivi elettronici che poi resteranno nelle scuole a disposizione degli studenti e potranno essere utilizzati per altre votazioni.

Votare – conclude Cecchetti – è quindi utile e necessario per dare alla Lombardia e al Veneto quella forza necessaria per migliorare la vita dei propri cittadini e per tornare a essere la locomotiva trainante per le altre regioni. Per questo sono sicuro che il 22 ottobre chi vuole il bene dei cittadini, della Lombardia e di tutto il Paese troverà 10 minuti per recarsi al seggio e votare Sì".

Referendum per l'autonomia della Lombardia, via catalana e polemica "alcolica". Cecchetti (Lega) contro Brambilla (Pd): "Ha bevuto un spritz di troppo"

Il vicepresidente leghista del Consiglio regionale, Fabrizio Cecchetti, replica al capogroppo Dem al Pirellone: "Dire che la Lombardia ha imboccato la via catalana della secessione è una boiata pazzesca. Probabilmente Brambilla ha già iniziato l'aperitivo e bevuto uno spritz di troppo, altrimenti non si spiega come possa aver dichiarato una simile sciocchezza. Ormai lo sanno anche i muri che il referendum del 22 ottobre è perfettamente legale tanto che nel quesito è richiamata la Costituzione e l'unità del Paese. La verità è che il Partito Democratico è in totale confusione: da una parte ci sono i sindaci che, conoscendo i problemi del territorio, andranno a votare convintamente sì e dall'altra ci sono i dirigenti di partito come Brambilla che ragionano con logiche politiche vecchie di decenni e si inventano bugie sul referendum. L'autonomia è una cosa seria – conclude Cecchetti – e una grande vittoria del sì non solo porterà benefici ai cittadini lombardi, ma sarà positiva per tutto il Paese perché permetterà ai territori di gestirsi e decidere sul proprio futuro con meno vincoli da Roma e da Bruxelles"

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Referendum, Cecchetti (Lega) a Brambilla (Pd): "Ha bevuto uno spritz di troppo, autonomia fa bene a tutto il Paese"

La Catalogna insiste per l'indipendenza e le banche se ne vanno: "Vogliamo proteggere clienti e azionisti"

Banco Sabadell, la quinta banca spagnola e seconda catalana, sta valutando se trasferire il domicilio sociale a Madrid, Alicante oppure Oviedo. Mentre il primo istituto della regione, CaixaBank sta invece pensando un trasferimento della sede sociale alle Baleari nel caso di una dichiarazione d'indipendenza che provochi incertezza giuridica. Intanto i Mossos d'Esquadra si dividono; molti agenti sarebbero indignati per l'ammutinamento voluto dai vertici e avrebbero chiesto il trasferimento alla Guardia Civil o alla polizia nazionale


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La sfida indipendentista catalana provoca le prime conseguenze nel mondo finanziario. Una delle maggiori banche catalane, Banco Sabadell, ha convocato per questo pomeriggio una riunione per formalizzare il trasferimento della sede legale in un'altra regione spagnola, mentre CaixaBank, prima banca della Catalogna, riunisce oggi i vertici per valutare le diverse opzioni.

A quanto scrivono i media spagnoli, il consiglio di amministrazione di Banco Sabadell, la quinta banca spagnola, sta valutando se trasferire il domicilio sociale a Madrid, Alicante oppure Oviedo. In tal modo, anche se i servizi centrali rimarranno a Barcellona, verranno assicurati la sicurezza giuridica, i fondi della Banca Centrale Europea e la protezione per i correntisti assicurata dal Fondo Garanzia dei Depositi.

Banco Sabadell gana 450,6 millones hasta junio, casi un 6 % más

"Si tratta di una decisione tecnica e non politica - ha affermato una fonte della Banca a 'El Mundo' - l'obiettivo è proteggere i nostri clienti e azionisti". Ancora prima di essere formalizzata, la decisione è piaciuta ai mercati: la banca aveva perso il 5% ieri in Borsa, me è risalita del 3% dopo che la notizia è trapelata sui media.

CaixaBank sta invece pensando un trasferimento della sede sociale alle Baleari nel caso di una dichiarazione d'indipendenza che provochi incertezza giuridica.


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"Abbiamo ricevuto tanti messaggi di Mossos d'Esquadra che si vergognano dell'atteggiamento dei loro superiori. Molti di essi non vogliono continuare a far parte di quel corpo di polizia". Sono le parole - riportate da El Confidencial - di Juan Fernandez, portavoce dell'AUGC (Asociación Unificada de Guardias Civiles), secondo cui un gruppo consistente di Mossos starebbe chiedendo il trasferimento alla Guardia Civil o alla Polizia Nazionale. Tra gli agenti del corpo di polizia catalano, starebbe infatti prendendo corpo un sentimento di forte indignazione per il comportamento tenuto da alcuni dei loro colleghi nei giorni prima del referendum sull' indipendenza e, in particolare, per la passività e l'inerzia mostrate il 1° ottobre.

Nelle ultime ore l'AUGC sarebbe venuta a conoscenza delle "confessioni" di numerosi Mossos (si parla di un terzo di essi) che non condividono le idee degli indipendentisti e non si riconoscono nei principi che ispirano anche molti dei loro colleghi. A fronte di tutto ciò, ieri l'AUGC avrebbe chiesto ufficialmente al ministro dell'Interno Juan Ignacio Zoido di garantire una "via di fuga" a tutti quei Mossos che desiderano passare alla Guardia Civil o alla Polizia Nazionale. "Esattamente come molti agenti della Gurdia Civil o della Polizia Nazionale sono stati integrati nei Mossos d'Esquadra quando questo corpo è stato costituito - ha detto Juan Fernandez - ora pensiamo sia logico intraprendere la strada opposta".

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"Bisognerà trovare il modo per far integrare ed adattare questi agenti". I Mossos che desiderano abbandonare il corpo di polizia catalano, avrebbero la garanzia di entrare a far parte di uno degli altri due corpi e, sulla base di un concorso per merito, di competere con i loro nuovi compagni per le diverse posizioni libere. "Queste truppe si adatterebbero rapidamente perché la Polizia e la Guardia Civil hanno la necessità di ampliare le loro dotazioni in Catalogna. - sostiene Fernandez - Dopo il comportamento tenuto dai Mossos il 1° ottobre, lo Stato ha bisogno di agenti dei quali si possa fidare". Per i Mossos, l'unico problema di questo trasferimento, che rappresenterebbe uno schiaffo a Puigdemont, sarebbe quello di passare da uno stipendio che arriva anche a superare i 2.000 euro, ad uno che a malapena supera i 1.500. "Coloro che entreranno nella Guardia Civil devono essere a conoscenza del fatto che le condizioni di lavoro sono pessime".

Mas Mossos d'Esquadra

Da parte dei Mossos, l'ipotesi del trasferimento viene presa "con ironia". "L'agente che ha chiesto di passare alla Guardia Civil, lo ha fatto perché ha 56 o 57 anni e vede questo passaggio come un piano eccellente per il pensionamento - spiega a El Confidencial Josep Miquel Milagros , vice presidente della Unione della polizia autonoma catalana (USPAC) - Così facendo, potrebbe contare sul denaro accumulato durante il servizio nei Mossos ed evitare di andare in pensione a 65 anni". Millagros assicura che oltre l'80% degli agenti catalani appoggia pienamente la linea tenuta durante il referendum. "Questo non vuol dire che stiamo con Trapero, noi stiamo con i Mossos d'Esquadra".

(Fonte: Adnkronos)

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Stato unitario, stato federale e stato confusionale: Salvini e Meloni tra selfie, pugnalate e capriole

L'asse "sovranista" tra la Lega di Matteo e i Fratelli d'Italia di Giorgia non smette di stupire in quanto a contraddizioni e soprattutto paradossi. Mentre il leader del Carroccio post padano si barcamena tra aspirazioni "nazionali" e rendita nordista, la presidente degli eredi di An prima accoglie l'alleato ad Atreju con sorrisi e abbracci e poi boccia i referendum autonomisti di Lombardia e Veneto spinti dai leghisti. Il "Capitano" milanese simpatizza con l'indipendentismo catalano, ma si guarda bene dal riproporre la stessa via a casa sua: "Da Barcellona una forzatura, noi non vogliamo tornare indietro". La capa romana della destra, dichiarando che non voterebbe alla consultazione del 22 ottobre, fa infuriare Maroni che minaccia conseguenze sulla giunta regionale e subisce la presa di distanza dei rappresentanti lombardi del suo partito che stanno col governatore. Insomma un caos imbarazzante e i vertici populisti rischiano di perdere il popolo, qualunque accento abbia


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Rassegna stampa sull'argomento:

 

Patricia Tagliaferri  - ilGiornale

 

Prime crepe visibili sull'asse sovranista Lega-Fratelli d'Italia dopo le esternazioni di Giorgia Meloni sulla sua contrarietà al referendum per l'autonomia promosso dalla Lombardia.

Dichiarazioni per niente gradite dai leghisti, che provocano anche divisioni in Fdi. «Se fossi tra i chiamati al referendum non ci andrei, è solo propaganda», dice la Meloni invitando gli elettori ad astenersi e irritando parecchio il governatore lombardo Roberto Maroni, spinto a mettere in discussione la compattezza del centrodestra a partire proprio dall'alleanza con cui governa il Pirellone. «C'è un problema perché queste dichiarazioni sono negative, sbagliate e molto pesanti. E siccome il referendum è una cosa importante, sia sul piano politico sia su quello istituzionale, mi riservo di valutare queste dichiarazioni sul piano della lealtà dell'alleanza di governo. Non posso far finta di niente», attacca il presidente della Lombardia, seppur precisando che «Fdi ha sostenuto lealmente e sostiene il referendum in Lombardia».

Troppa alta la posta in gioco per la Lega per lasciar correre, soprattutto perché sarà il numero dei votanti a fare la differenza in questo referendum senza quorum. L'uscita della Meloni, così, fa esplodere una dicotomia che c'è sempre stata tra la Lega e le sue ambizioni federaliste e Fratelli d'Italia e la sua idea di patria, seppur sopita dalle reciproche ambizioni sulla leadership. Maroni, principale sponsor del referendum lombardo, non si trattiene, spalleggiato dal segretario della Lega, Matteo Salvini («la Meloni ha toppato»). Anche la base e i quadri leghisti insorgono, sfogandosi sui social contro l'alleata «franchista». Nella posizione della presidente di Fratelli d'Italia qualcuno vede un percorso di allontanamento da Salvini e di riavvicinamento a Berlusconi.

Si vedrà. Intanto, però, a parte Ignazio La Russa che la appoggia («non vorrei che la polemica nei confronti del leader di un partito alleato sia in realtà frutto di questioni tutte interne alla Lega sul significato e sulla valenza del referendum»), anche il partito della Meloni si spacca, con l'assessore lombardo al Territorio, Viviana Beccalossi, che si schiera con Maroni sottolineando che in Lombardia, così come in Veneto, il suo partito ha fornito un sostegno «convinto» al sì referendario votando nelle sedi istituzionali e in quelle degli organi di partito documenti ufficiali che lo certificano.

È chiaro, insomma, che al Nord Fdi avrebbe preferito da parte della loro leader un approccio più soft nei confronti di un tema così sentito. «Il referendum, come più volte abbiamo fatto presente a Giorgia Meloni e all'ufficio di presidenza di Fratelli d'Italia, mai mette in discussione l'unità nazionale», sottolinea la Beccalossi, ricordando che «lo scorso luglio al coordinamento nazionale Fdi duecento amministratori eletti hanno elaborato e votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno del Sì», trovando una sintesi tra i valori di un partito di destra con i principi federalista. «Se da allora qualcosa è cambiato a me non è stato comunicato», insiste l'assessore su Facebook.

Ma il «fuoco amico» arriva soprattutto dai leghisti. Tra i più critici l'assessore maroniano Gianni Fava: «Evitino di parlare a vanvera di ciò che non conoscono: il Nord. Se Fratelli d'Italia considera sinceramente la Lega un alleato, difetta della conoscenza della principale qualità di un'alleanza, il rispetto».


Alberto Mattioli - La Stampa

 

Matteo Salvini, che differenza c’è fra il referendum della Catalogna e quello prossimo venturo, il 22, di Lombardia e Veneto?  

 «Totale. Il voto catalano è stato una forzatura. Quello lombardo e veneto è previsto dalla Costituzione. Si chiede semplicemente di applicare un articolo della Carta, il 116, che prevede che si possano affidare in toto alle Regioni venti competenze, e altre tre in maniera parziale».  

Tipo?  

«Tipo la scuola, così avremmo una buona volta dei concorsi per insegnanti su base regionale. E, per dire, nella classe di mio figlio non si sarebbe ancora una cattedra scoperta come succede attualmente». 

Però il referendum è solo consultivo. Se anche doveste vincerlo, potrebbe non cambiare nulla.  

«Anche il voto sulla Brexit era consultivo, però ha fatto la storia. Se vinceremo, il segnale politico sarà fortissimo. Vuol dire che dal giorno dopo Maroni e Zaia avranno il mandato di trattare con Roma. E non a nome degli elettori leghisti, ma di tutti i lombardi e i veneti». 

Bene: mettiamo allora che Roma, com’è molto probabile, di trattare non abbia alcuna intenzione. Che fareste?  

«Io non mi illudo certo che dal 23 ottobre cambi tutto. Il governo, che già conta poco, a quella data conterà ancor meno, anche perché sarà alle prese con la legge di bilancio. Non sarà Gentiloni a trattare. Sarà chi verrà dopo di lui, a febbraio-marzo. E non potrà ignorare il voto popolare». 

Sembra molto ottimista.  

«In Veneto è richiesto il quorum del 50% più uno dei votanti, in Lombardia no. A tutti ripeto: andate a votare. Anche perché, a differenza di quel che è successo a Barcellona, la polizia aiuterà la gente a entrare nei seggi, non la prenderà a manganellate». 

 L’effetto Catalogna non rischia di rilanciare dentro la Lega la vecchia anima separatista?  

«Io giro molto, in tutta Italia e in tutto il Nord. E mi sembra che sia chiaro a tutti che l’assetto migliore per il Paese sia quello federale. Insomma, non ci sono nostalgie per la Padania. Portiamo a casa questi referendum, intanto. È una partita importante anche dal punto di vista economico. Il residuo fiscale della Catalogna è di otto miliardi. Otto miliardi che manda a Madrid più di quelli che le tornano indietro. E sa qual è quello di Lombardia e Veneto?» 

 Scommetto che vuol dirmelo lei.  

«Settanta miliardi: settanta. Occupiamoci di obiettivi concreti e possibili. E il modo migliore di arrivarci è per via pacifica e democratica». 

 In Catalogna come finirà?  

«Che si troverà un accordo. O almeno lo spero, anche se al solito la Ue non conta nulla e non fa nulla. Potrebbero chiedere una mediazione a Putin. In Catalogna ci sono state due forzature. E certo, il comportamento del governo spagnolo è stato indegno. Le bastonate e i proiettili di gomma sulla gente inerme che voleva solo votare mi hanno disgustato. A Madrid sono o pazzi o sbronzi». 

 Insomma, lei tifa per i catalani.  

«Io tifo perché la gente possa scegliere. Anche in Lombardia e in Veneto». 


Americo Mascarucci - Intelligonews

 

Sovranismo contro autonomismo, ora il centrodestra deve affrontare e risolvere anche lo scontro interno innescato dalle dichiarazioni della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che ha invitato all'astensione sui referendum autonomisti di Lombardia e Veneto del 22 ottobre. Il Governatore lombardo Roberto Maroni ha minacciato la rottura dell'alleanza con FdI alla Regione, anche in vista delle elezioni di primavera. E anche fra i dirigenti lombardi e veneti del partito della Meloni si è registrata nelle ultime ore una levata di scusi nei confronti della leader nazionale, come dimostrano anche le dichiarazioni rilasciate ieri ad Intelligonews da Viviana Beccalossi assessore della giunta Maroni. La quale a invitato la Meloni ad un confronto per poterle spiegare i motivi per cui lei e i dirigenti regionali del partito voteranno sì al referendum.

LA MELONI REPLICA
 
A chi accusa la leader di Fratelli d'Italia di mettere a rischio l'unità del centrodestra, la Meloni risponde secca: "Una cosa fatta così, rischia di disgregare piuttosto che riaggregare. Non penso a una rottura col centrodestra - ha risposto intervistata da Agorà, il programma di RaiTre - ai dirigenti di Fratelli d'Italia in Lombardia e Veneto ho lasciato libertà di muoversi come ritengono ma io devo porre il problema di cosa questo generi a livello nazionale. La posizione che ho tenuto sul tema dell'autonomia  è coerente con la storia della destra italiana che ha sempre difeso il valore della patria e dell'unità nazionale". Sul rischio che i referendum in Lombardia e Veneto possano essere accomunati a quanto sta accadendo in Catalogna, Meloni ribadisce la posizione del suo partito, opposta a quella del Carroccio. " In Catalogna non c'è una spinta sovranista. Io non sono mai stata una sostenitrice delle spinte indipendentiste che sono un modo per indebolire le libertà dei popoli. La Catalogna indipendente sarebbe più debole".
 
L'ASSE CON SALVINI
 
C'è chi vede dietro l'intervento della Meloni una spinta ad occupare lo spazio di Salvini e quindi sottrarre al Carroccio i voti dei sovranisi. Non è certamente un mistero il fatto che la linea autonomista di Maroni-Zaia si presenti per certi versi alternativa a quella sovranista di Salvini che non a caso sta cercando di trasformare la Lega in movimento nazionalista e non più soltanto nordista come era invece la Lega di Bossi. Salvini si trova costretto a sostenere il referendum per non compromettere la tenuta del partito e dare linfa alla fronda settentrionale capeggiata proprio da Maroni e Zaia ma in cuor suo forse è consapevole di come questi referendum mettano in difficoltà la sua svolta sovranista. La Meloni forse lo ha capito e sta approfittando del caos interno al Carroccio per rafforzarsi all'interno del centrodestra? 
 
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