updated 4:27 PM UTC, Dec 13, 2017

Lega&Lega, Maroni: "Noi contrappeso nordista al progetto nazionale di Salvini". E su fascismo/antifascismo...

Su alcune tematiche le posizioni all'interno della Lega (Nord) sono diverse, in molti casi contrastanti. E fanno sempre più discutere le scelte del segretario Salvini, ormai lanciato verso un progetto e una leadership su scala nazionale. In questo senso è interessante l'intervista al presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ricorda: "Matteo era un comunista padano..." - (VIDEO)

Salvini: "Aspettare la sentenza su Berlusconi? Meglio votare a marzo. Governeremo 10 anni. Bossi candidato? Se condivide il progetto nazionale..."

Intervista al segretario leghista sulle ipotesi di date per le prossime elezioni politiche. Tra le variabili in gioco anche l'atteso pronunciamento della Corte europea di Strasburgo sulla decadenza e l'incandidabilità dell'ex premier. Per il leader del Carroccio c'è da affrontare anche la questione legata al riottoso Senatur di cui non è affatto scontata la presenza nelle liste del partito - (VIDEO)


Altre dichiarazioni di Matteo Salvini oggi: "Chiederemo a Silvio Berlusconi e al centrodestra di fare un nuovo patto con gli italiani e chiederemo un impegno formale ai nostri alleati di fare liste pulite, al di sopra di ogni sospetto. E chiederemo l'impegno formale a chiunque venga eletto nelle liste del centrodestra di non appoggiare mai un governo con il Pd o con il centrosinistra, per evitare scherzi il giorno dopo del voto. Vogliamo che il patto sia scritto nero su bianco e poi portato dal notaio".

Salvini in Sicilia: "Palermo è casa mia come lo è Milano. Bossi sbaglia a dire che dovrei fregarmene del Sud"

Il leader leghista, sull'Isola per sostenere il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione, Nello Musumeci, sostiene con forza la sua scelta di abbandonare la tradizionale ed esclusiva vocazione nordista del Carroccio per sposare una linea "nazionale" cercando consenso anche nel Mezzogiorno. E attacca il Senatur... - (VIDEO)


"Sono abituato, mi danno del fascista, dello xenofobo, del sovranista... Bossi sbaglia". Lo ha detto il leader leghista Matteo Salvini a Palermo ai cronisti che chiedevano un commento alle dichiarazioni del suo predecessore circa le sue ambizioni di consenso al Sud. "Non è mio diritto, è mio dovere venire in soccorso ai pescatori, agli agricoltori e agli studenti siciliani - ha detto - Se Bossi non è d'accordo, mi spiace per lui. Ho fatto una scelta precisa, i numeri dicono che stiamo facendo la scelta giusta. Palermo per me è casa mia come lo è Milano".

Lega, addio "Nord". Salvini seppellisce la Padania: "Abbiamo ambizioni di governo a livello nazionale"

Alle prossime elezioni politiche il Carroccio (se ha ancora senso chiamarlo così) si presenterà senza la storica indicazione territoriale. Una svolta che da un lato è la logica conseguenza della linea scelta dal segretario, ma d'altro fa sicuramente un certo effetto soprattutto nella base "padana" tradizionale. La curiosa coincidenza con l'esito dei referendum autonomisti di Lombardia e Veneto, probabilmente il massimo risultato simbolico ottenuto dal movimento fondato da Umberto Bossi. E ora tutti aspettano proprio la reazione del Senatur


"La Lega ha ambizioni di governo a livello nazionale, e avrà un unico simbolo a livello nazionale. Si presenterà come Lega, in tutti i collegi e in tutte le città d'Italia: su questo l'intero Consiglio federale è assolutamente concorde". Dopo la riunione, il leader Matteo Salvini ha così confermato che nel simbolo presentato alle Politiche non ci sarà la parola "Nord".

"Il partito è assolutamente allineato", ha aggiunto. "Che la Lega si chiamerà Lega - ha continuato Salvini - mi sembra chiaro da mesi, non è un mistero".

"I risultati ci premiano" - Salvini ha poi risposto a chi paventava rischi di rotture all'interno del partito: "È tre anni che la Lega si batte a livello nazionale, per trasformare l'Italia in un paese federale. I risultati ci premiano, quindi contiamo di essere l'unica forza politica in Europa del gruppo dei cosiddetti populisti che andrà al governo nei prossimi mesi. All'ultimo congresso la mia linea politica è passata con più dell'80% voti, quindi la linea è assolutamente chiara".

Referendum per l'autonomia, Giorgia Meloni stuzzica ancora la Lega: "Se il 60% dei lombardi non è andato a votare evidentemente non era una priorità neanche per loro". Ma poi tende la mano: "Faremo sintesi per vincere insieme"

"I referendum per l'autonomia non sono stati un plebiscito ma per Fratelli d'Italia il punto è un altro e prescinde dai numeri e dalle percentuali: in una nazione che si rispetti le riforme costituzionali si fanno tutti insieme e non a pezzi, per il bene di tutti e non per assecondare l'interesse particolare. Ora lavoriamo insieme per una proposta di riforma dello Stato che coniugi presidenzialismo e federalismo e non metta in discussione l'Unità nazionale". Lo ha dichiarato la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni a proposito dei referendum sull'autonomia di Lombardia e Veneto - (VIDEO)

Stato unitario, stato federale e stato confusionale: Salvini e Meloni tra selfie, pugnalate e capriole

L'asse "sovranista" tra la Lega di Matteo e i Fratelli d'Italia di Giorgia non smette di stupire in quanto a contraddizioni e soprattutto paradossi. Mentre il leader del Carroccio post padano si barcamena tra aspirazioni "nazionali" e rendita nordista, la presidente degli eredi di An prima accoglie l'alleato ad Atreju con sorrisi e abbracci e poi boccia i referendum autonomisti di Lombardia e Veneto spinti dai leghisti. Il "Capitano" milanese simpatizza con l'indipendentismo catalano, ma si guarda bene dal riproporre la stessa via a casa sua: "Da Barcellona una forzatura, noi non vogliamo tornare indietro". La capa romana della destra, dichiarando che non voterebbe alla consultazione del 22 ottobre, fa infuriare Maroni che minaccia conseguenze sulla giunta regionale e subisce la presa di distanza dei rappresentanti lombardi del suo partito che stanno col governatore. Insomma un caos imbarazzante e i vertici populisti rischiano di perdere il popolo, qualunque accento abbia


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Rassegna stampa sull'argomento:

 

Patricia Tagliaferri  - ilGiornale

 

Prime crepe visibili sull'asse sovranista Lega-Fratelli d'Italia dopo le esternazioni di Giorgia Meloni sulla sua contrarietà al referendum per l'autonomia promosso dalla Lombardia.

Dichiarazioni per niente gradite dai leghisti, che provocano anche divisioni in Fdi. «Se fossi tra i chiamati al referendum non ci andrei, è solo propaganda», dice la Meloni invitando gli elettori ad astenersi e irritando parecchio il governatore lombardo Roberto Maroni, spinto a mettere in discussione la compattezza del centrodestra a partire proprio dall'alleanza con cui governa il Pirellone. «C'è un problema perché queste dichiarazioni sono negative, sbagliate e molto pesanti. E siccome il referendum è una cosa importante, sia sul piano politico sia su quello istituzionale, mi riservo di valutare queste dichiarazioni sul piano della lealtà dell'alleanza di governo. Non posso far finta di niente», attacca il presidente della Lombardia, seppur precisando che «Fdi ha sostenuto lealmente e sostiene il referendum in Lombardia».

Troppa alta la posta in gioco per la Lega per lasciar correre, soprattutto perché sarà il numero dei votanti a fare la differenza in questo referendum senza quorum. L'uscita della Meloni, così, fa esplodere una dicotomia che c'è sempre stata tra la Lega e le sue ambizioni federaliste e Fratelli d'Italia e la sua idea di patria, seppur sopita dalle reciproche ambizioni sulla leadership. Maroni, principale sponsor del referendum lombardo, non si trattiene, spalleggiato dal segretario della Lega, Matteo Salvini («la Meloni ha toppato»). Anche la base e i quadri leghisti insorgono, sfogandosi sui social contro l'alleata «franchista». Nella posizione della presidente di Fratelli d'Italia qualcuno vede un percorso di allontanamento da Salvini e di riavvicinamento a Berlusconi.

Si vedrà. Intanto, però, a parte Ignazio La Russa che la appoggia («non vorrei che la polemica nei confronti del leader di un partito alleato sia in realtà frutto di questioni tutte interne alla Lega sul significato e sulla valenza del referendum»), anche il partito della Meloni si spacca, con l'assessore lombardo al Territorio, Viviana Beccalossi, che si schiera con Maroni sottolineando che in Lombardia, così come in Veneto, il suo partito ha fornito un sostegno «convinto» al sì referendario votando nelle sedi istituzionali e in quelle degli organi di partito documenti ufficiali che lo certificano.

È chiaro, insomma, che al Nord Fdi avrebbe preferito da parte della loro leader un approccio più soft nei confronti di un tema così sentito. «Il referendum, come più volte abbiamo fatto presente a Giorgia Meloni e all'ufficio di presidenza di Fratelli d'Italia, mai mette in discussione l'unità nazionale», sottolinea la Beccalossi, ricordando che «lo scorso luglio al coordinamento nazionale Fdi duecento amministratori eletti hanno elaborato e votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno del Sì», trovando una sintesi tra i valori di un partito di destra con i principi federalista. «Se da allora qualcosa è cambiato a me non è stato comunicato», insiste l'assessore su Facebook.

Ma il «fuoco amico» arriva soprattutto dai leghisti. Tra i più critici l'assessore maroniano Gianni Fava: «Evitino di parlare a vanvera di ciò che non conoscono: il Nord. Se Fratelli d'Italia considera sinceramente la Lega un alleato, difetta della conoscenza della principale qualità di un'alleanza, il rispetto».


Alberto Mattioli - La Stampa

 

Matteo Salvini, che differenza c’è fra il referendum della Catalogna e quello prossimo venturo, il 22, di Lombardia e Veneto?  

 «Totale. Il voto catalano è stato una forzatura. Quello lombardo e veneto è previsto dalla Costituzione. Si chiede semplicemente di applicare un articolo della Carta, il 116, che prevede che si possano affidare in toto alle Regioni venti competenze, e altre tre in maniera parziale».  

Tipo?  

«Tipo la scuola, così avremmo una buona volta dei concorsi per insegnanti su base regionale. E, per dire, nella classe di mio figlio non si sarebbe ancora una cattedra scoperta come succede attualmente». 

Però il referendum è solo consultivo. Se anche doveste vincerlo, potrebbe non cambiare nulla.  

«Anche il voto sulla Brexit era consultivo, però ha fatto la storia. Se vinceremo, il segnale politico sarà fortissimo. Vuol dire che dal giorno dopo Maroni e Zaia avranno il mandato di trattare con Roma. E non a nome degli elettori leghisti, ma di tutti i lombardi e i veneti». 

Bene: mettiamo allora che Roma, com’è molto probabile, di trattare non abbia alcuna intenzione. Che fareste?  

«Io non mi illudo certo che dal 23 ottobre cambi tutto. Il governo, che già conta poco, a quella data conterà ancor meno, anche perché sarà alle prese con la legge di bilancio. Non sarà Gentiloni a trattare. Sarà chi verrà dopo di lui, a febbraio-marzo. E non potrà ignorare il voto popolare». 

Sembra molto ottimista.  

«In Veneto è richiesto il quorum del 50% più uno dei votanti, in Lombardia no. A tutti ripeto: andate a votare. Anche perché, a differenza di quel che è successo a Barcellona, la polizia aiuterà la gente a entrare nei seggi, non la prenderà a manganellate». 

 L’effetto Catalogna non rischia di rilanciare dentro la Lega la vecchia anima separatista?  

«Io giro molto, in tutta Italia e in tutto il Nord. E mi sembra che sia chiaro a tutti che l’assetto migliore per il Paese sia quello federale. Insomma, non ci sono nostalgie per la Padania. Portiamo a casa questi referendum, intanto. È una partita importante anche dal punto di vista economico. Il residuo fiscale della Catalogna è di otto miliardi. Otto miliardi che manda a Madrid più di quelli che le tornano indietro. E sa qual è quello di Lombardia e Veneto?» 

 Scommetto che vuol dirmelo lei.  

«Settanta miliardi: settanta. Occupiamoci di obiettivi concreti e possibili. E il modo migliore di arrivarci è per via pacifica e democratica». 

 In Catalogna come finirà?  

«Che si troverà un accordo. O almeno lo spero, anche se al solito la Ue non conta nulla e non fa nulla. Potrebbero chiedere una mediazione a Putin. In Catalogna ci sono state due forzature. E certo, il comportamento del governo spagnolo è stato indegno. Le bastonate e i proiettili di gomma sulla gente inerme che voleva solo votare mi hanno disgustato. A Madrid sono o pazzi o sbronzi». 

 Insomma, lei tifa per i catalani.  

«Io tifo perché la gente possa scegliere. Anche in Lombardia e in Veneto». 


Americo Mascarucci - Intelligonews

 

Sovranismo contro autonomismo, ora il centrodestra deve affrontare e risolvere anche lo scontro interno innescato dalle dichiarazioni della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che ha invitato all'astensione sui referendum autonomisti di Lombardia e Veneto del 22 ottobre. Il Governatore lombardo Roberto Maroni ha minacciato la rottura dell'alleanza con FdI alla Regione, anche in vista delle elezioni di primavera. E anche fra i dirigenti lombardi e veneti del partito della Meloni si è registrata nelle ultime ore una levata di scusi nei confronti della leader nazionale, come dimostrano anche le dichiarazioni rilasciate ieri ad Intelligonews da Viviana Beccalossi assessore della giunta Maroni. La quale a invitato la Meloni ad un confronto per poterle spiegare i motivi per cui lei e i dirigenti regionali del partito voteranno sì al referendum.

LA MELONI REPLICA
 
A chi accusa la leader di Fratelli d'Italia di mettere a rischio l'unità del centrodestra, la Meloni risponde secca: "Una cosa fatta così, rischia di disgregare piuttosto che riaggregare. Non penso a una rottura col centrodestra - ha risposto intervistata da Agorà, il programma di RaiTre - ai dirigenti di Fratelli d'Italia in Lombardia e Veneto ho lasciato libertà di muoversi come ritengono ma io devo porre il problema di cosa questo generi a livello nazionale. La posizione che ho tenuto sul tema dell'autonomia  è coerente con la storia della destra italiana che ha sempre difeso il valore della patria e dell'unità nazionale". Sul rischio che i referendum in Lombardia e Veneto possano essere accomunati a quanto sta accadendo in Catalogna, Meloni ribadisce la posizione del suo partito, opposta a quella del Carroccio. " In Catalogna non c'è una spinta sovranista. Io non sono mai stata una sostenitrice delle spinte indipendentiste che sono un modo per indebolire le libertà dei popoli. La Catalogna indipendente sarebbe più debole".
 
L'ASSE CON SALVINI
 
C'è chi vede dietro l'intervento della Meloni una spinta ad occupare lo spazio di Salvini e quindi sottrarre al Carroccio i voti dei sovranisi. Non è certamente un mistero il fatto che la linea autonomista di Maroni-Zaia si presenti per certi versi alternativa a quella sovranista di Salvini che non a caso sta cercando di trasformare la Lega in movimento nazionalista e non più soltanto nordista come era invece la Lega di Bossi. Salvini si trova costretto a sostenere il referendum per non compromettere la tenuta del partito e dare linfa alla fronda settentrionale capeggiata proprio da Maroni e Zaia ma in cuor suo forse è consapevole di come questi referendum mettano in difficoltà la sua svolta sovranista. La Meloni forse lo ha capito e sta approfittando del caos interno al Carroccio per rafforzarsi all'interno del centrodestra? 
 

Pontida, nella Lega scoppia il caso Bossi e il divorzio si avvicina. Salvini non fa parlare il vecchio capo e lui sbatte la porta: "E' il segnale che devo andarmene. Non mi aspetto niente da uno che tradisce il Nord"

Il Senatur per la prima volta non è intervenuto al tradizionale raduno leghista. La decisione del segretario sancisce un nuovo strappo, non solo con il fondatore del Carroccio, ma anche con la storia stessa del movimento. Critico il governatore lombardo Maroni: "Per me Umberto qui ha sempre diritto di parola". E in molti si chiedono cosa succederà ora


Bossi: "Oggi segnale che devo andarmene" - "Arrabbiato? Abbastanza. Salvini mi ha detto che non voleva farmi fischiare. Ma è un segnale che devo andarmene via". Così Umberto Bossi si è limitato a rispondere ai giornalisti mentre lasciava il raduno di Pontida gli hanno chiesto un commento sul fatto che per la prima volta non è stato previsto il suo intervento dal palco.
"Non mi sono mai aspettato niente da Salvini. Non mi aspetto niente da uno che tradisce il Nord". Bossi ha risposto così a chi gli chiedeva come si senta a non aver parlato a Pontida, aggiungendo di ritenere il segretario "un raccontaballe". All'uscita di un ristorante di Pontida, alla domanda se non si senta responsabile per i guai giudiziari della Lega, Bossi ha ribadito: "Mica ho preso soldi, è stato tutto ordito dai servizi italiani". Ma dove andrebbe se fuori dalla Lega? "Ci sono tanti posti", ha detto prima di infilarsi in auto.

Maroni: "Mi spiace per Bossi, lui è Pontida - "Questo mi spiace, perché Pontida è Bossi. La decisione è stata presa dal segretario Matteo Salvini, ma per me Bossi a Pontida ha sempre diritto di parola". Così il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, a sua volta ex segretario della Lega, ha risposto sull'esclusione del fondatore Umberto Bossi dalla scaletta di Pontida.

(Fonte: Ansa)

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Salvini a Pontida si candida a premier e ne ha per tutti: attacca giudici e banche e promette "mano libera" alle Forze dell'ordine. Nasce la nuova Lega "nazionale"?

Il segretario parla ai suoi dal palco del tradizionale raduno bergamasco e ribadisce la linea "post padana" del Carroccio: "Dalle Alpi alla Sicilia riprendiamo in mano il nostro Paese". E annuncia battaglia sui reati d'opinione: "Al governo cancelleremo la legge Mancino e la legge Fiano, le idee non si processano, queste cose si facevano in Unione sovietica". Bossi per la prima volta non viene fatto parlare, Maroni critico - (VIDEO)


FORZE DELL'ORDINE - "Quando saremo al governo daremo mano libera agli uomini e alle donne delle forze dell'ordine per poterci difendere e riportare siurezza onestà e pulizia nelle nostre città". E' un passaggio dell'intervento di Matteo Salvini, nel raduno di Pontida.

"Noi stiamo con le forze dell'ordine, stiamo con chi ci difende senza 'se' e e senza ma'. Se su centinaia di migliaia di poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, forestali e agenti della polizia penitenziaria ce ne sono due che sbagliano, quei due e quei due soli visto che hanno sbagliato, dovranno pagare fino in fondo -afferma-. Ma quando andiamo al governo, daremo mano libera agli uomini e alle donne delle forze dell'ordine per poterci difendere e riportare sicurezza onestà e pulizia nelle nostre città".

GOVERNO - "Da oggi parte una lunga marcia per cambiare il Paese e andare al Governo", dice il segretario federale della Lega Nord. "L'anno prossimo - dice - saremo a Pontida con la Lega e il Centrodestra al Governo e con l'Italia che riparte nel nome del lavoro, della sicurezza e della democrazia. Qualche giudice che vuole fermare un partito o finire sul giornale, magari rispondendo agli ordini di qualcun altro, non può mettere il bavaglio a un milione di militanti".

A chi gli chiede come farà ora la Lega, dopo il sequestro dei conti: "Andiamo avanti senza soldi, aiutati dei cittadini. chiederemo aiuto agli italiani", spiega Salvini. Quanto a Silvio Berlusconi, "non l'ho sentito, ma in questi giorni ho parlato poco al telefono", aggiunge. E su un incontro con il leader di Forza Italia a settembre afferma: "può essere, siamo solo a metà mese".

BOSSI - Quest'anno al raduno di Pontida non ha parlato Umberto Bossi. La decisione l'ha presa il segretario federale, che precisa: "A Pontida ci siamo tutti", anche Umberto Bossi, "ma nei momenti eccezionali parla uno". Dal canto suo, il Senatur ha fatto sapere di essere "abbastanza" arrabbiato per l'esclusione dalla scaletta degli interventi. "Salvini - dice ai giornalisti - mi ha detto che non voleva farmi fischiare, ma è un segnale che devo andarmene via".

MARONI - Che Umberto Bossi non abbia parlato al raduno della Lega, "mi dispiace perché Pontida è Bossi - dice il governatore della regione Lombardia, Roberto Maroni -. La decisione l'ha presa il segretario Matteo Salvini. Per me Bossi a Pontida ha sempre diritto di parola".

VIA LEGGE FIANO E MANCINO - Parlando dal palco, Salvini annuncia che una volta al Governo, "la legge Mancino e la legge Fiano le cancelleremo, perché solo in Unione sovietica processano le idee". "Si comportano come in un regime", aggiunge.

GIUDICI ELETTI DA POPOLO - Il segretario della Lega scalda poi i suoi militanti con una proposta di legge per "giudici eletti direttamente dal popolo". "Devono solo dire 'sì o no'", dice il segretario della Lega Nord. Quanto al sequestro dei conti della Lega, il leader del Carroccio sottolinea: "Se pensano di bloccarci rubando il frutto del nostro lavoro hanno sbagliato a capire, i giudici andassero a sequestrare i conti dei mafiosi in giro per l'Italia perché qui c'è gente per bene".

BANCHE - Citando i casi di Banca Etruria e delle banche venete, Salvini commenta: "Quando andremo al Governo, qualcuno di questi banchieri, di questi signori che oggi, dopo tutto quello che è successo, vanno in giro con l'autista, andrà in galera e sono i loro conti correnti che verranno sequestrati".

VACCINI - Sulla questione dei vaccini obbligatori, Salvini afferma che "sono un regalo miliardario a qualche multinazionale" mentre "un Paese serio e un Paese libero che mette in vena dieci vaccini in poco tempo deve garantire esami gratuiti per-vaccinali". Il segretario della Lega annuncia inoltre che una volta al Governo, abolirà il decreto Lorenzin.

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